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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

venerdì, maggio 23, 2014

Pape Satàn, pape Satàn aleppe"





Silvestro II tra storia e leggenda

Il  verso scritto da Dante Alighieri all'inizio del Canto VII  dell'Inferno, è rimasto per secoli un mistero per i molti studiosi della famosa “Commedia”.
Pronunciato da Pluto, che Dante pone come guardiano del Quarto Cerchio, sembra un’invocazione, un “alto là”  nei riguardi di Dante subito confortato da Virgilio che invita il sommo poeta a non lasciarsi intimorire da tali parole:

 «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia.» 

Ma chi sta veramente invocando il mostro con queste parole  tanto misteriose quanto musicali?
A prima vista sembrerebbe una semplice invocazione a Satana ma quel “Papè” che precede il “Satan” farebbe, a mio avviso piuttosto pensare a quel  Silvestro II, papa intorno all’anno 1000,  che pare avesse stretto un patto col diavolo e fu perciò detto “Papa Satana”. Apprendo, leggendo “La vita segreta dei papi” di Claudio Rendina, che in una lapide posta nella basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, papa Silvestro II, al secolo Gerberto di Aurillac, avesse disposto che, alla sua morte, il suo corpo fosse fatto a pezzi e gettato fuori dalla Chiesa come omaggio a Satana, cui però non avrebbe concesso la sua anima. La lapide  andata poi perduta, sarebbe stata  trascritta  da un erudito viaggiatore tedesco, certo Lorenzo Schrader, ma in effetti la salma  di Silvestro II si troverebbe in un sarcofago a San Giovanni in Laterano laddove un altro papa, Sergio IV, ne avrebbe riscattato la memoria con un epitaffio in latino, che tuttora si può leggere nella dodicesima colonna della navata destra della basilica lateranense.
Ma nonostante l’esaltante difesa di Sergio IV, numerosi sono i cronisti del tempo che  ci descrivono Gerberto come dedito alle arte magiche e a riti diabolici. Così Bennone, vescovo di Osnabruck o Guglielmo di Malbesbury o ancora Raoul de Longschamp,  dalle letture dei quali si evince che il papa satana, pentito, avesse chiesto che gli venissero troncate le mani con le quali aveva sacrificato a Satana e che era in possesso di un Liber Pontificalis che trattava argomenti di negromanzia. Inoltre il nostro si sarebbe costruito un Golem, una figura antropomorfa nella cui testa d’oro avrebbe  imprigionato un demonio che rispondeva con dei movimenti del capo a tutti i suoi quesiti. Con l’aiuto di questa  creatura satanica, Gerberto sarebbe diventato un grande scienziato e un grande inventore, Certo è che  egli fu capace di creare strumenti ottici, astronomici, musicali d’indubbio ingegno e  persino un organo ad acqua e una meravigliosa clessidra.  Ma fu in campo matematico che la sua mente vivace dette il meglio di sé proprio come un grande scienziato, non essendo noi convinti che fosse tale per intercessione diabolica, ma al contrario per una predisposizione genetica come avviene in tanti umani che calcano nei secoli il suolo del pianeta azzurro. E certamente quei libri demoniaci di cui si dice fossero stregati, gli avevano invece regalato una certa conoscenza dei fenomeni naturali ed astronomici se, tra lo spavento generale nell’attesa dell’anno mille che stava per scoccare e che  avrebbe dovuto generare la fine del mondo, papa Silvestro II, con tranquillità che fu definita diabolica, invitava alla calma assicurando che non ci sarebbero stati terremoti, maremoti, inondazioni paventate dalla gente che vedeva le madonne piangere in tutte le edicole sparse per la città. Si disse che Egli, proprio con l’aiuto del diavolo fosse riuscito a salvare il mondo da tante calamità. E la sua fama di mago fu potenziata da tale favorevole evento.
Curiosa la sua morte come ci viene raccontata da Guglielmo di Malbesbury:

Ossessionato dalla paura della morte, sottopose il Golem a frequenti domande sull’argomento che più gli stava a cuore. Il Golem rispondeva scuotendo la testa ogni volta che gli indicava un posto dove sarebbe potuto morire, ma assentì quando gli chiese se sarebbe morto prima di cantare messa a Gerusalemme. Così decise di non metter mai più piede in terra santa. Fatale errore essersi dimenticato che  a Roma esiste una basilica detta Gerusalemme, quella appunto posta accanto al Laterano dove cominciò a star male prima di celebrare una messa. Ne scaturì una morte scomposta col papa che urlava che il suo corpo fosse fatto a pezzi a espiazione dei suoi tanti peccati perpetrati con l’aiuto del demonio, che egli credeva si fossi impossessato di sé. Pax animae suae!

sabato, maggio 17, 2014

La sublimazione dell’arte

 


Platone e Aristotele

E l’uomo va, cosciente dei suoi limiti, oppresso dai dubbi, aperto alla speranza, votato alla ricerca, alla preghiera, all’angoscia, egli pur va e non conosce la meta !!!
Migliaia di anni di studio e verifica,  innumerevoli scoperte, la fantastica evoluzione del pensiero, non sono serviti ad aumentare le sue capacità cognitive di base, pur essendo aumentate enormemente le sue conoscenze scientifiche.
Platone che cerca nel mondo delle Idee quel quid che Aristotele individua nel “primo motore”, non sono molto dissimili dalle idee dell’uomo moderno,  che neppur oggi  possiede elementi certi per risolvere l’annoso enigma.
Lo sguardo rivolto al cielo del grande ateniese quasi a chiedere illuminazione e conforto ad un misterioso demiurgo o la mente rivolta a terra del biologo stagirita quasi a cercare qui, con le proprie forze, una plausibile spiegazione di un viaggio misterioso, non sono altro che la proiezione  pittorica  delle nostre angosce  nel mondo di ieri  come nel mondo di oggi, laddove Scienza e Fede inutilmente dialogano o si scontrano quasi a significare l’impossibilità della Conoscenza, l’incapacità di definire l’Indefinibile.
Noi potremo ancora progredire enormemente, la sofisticata tecnologia di cui oggi disponiamo ci avvicinerà tanto al momento primo, da poter “vedere”, senza possibilità di contestazioni, perfino il Big Bang iniziale, eppure ci sarà sempre qualcosa al di là dell’Universo, sia in senso spaziale che temporale, in una desolante, angosciosa, disperata ricerca di comprensione dell’Idea d’Infinito. E’ questo il punto!! E’ questa l’angoscia! E se da una parte il mistico, con le sue Verità rivelate, cerca di lenire l’affanno proiettando in un futuro non dimostrabile il fine ultimo del suo faticoso cammino, l’ateo dall’altra, con le sue  carenti Verità sperimentali, deve concretizzare in un breve arco di Vita tutte le sue aspirazioni.  Diciamoci la verità, almeno quella con la v minuscola. Noi non siamo in grado di autodefinirci. Noi non siamo in grado di comprendere l’Idea, la Cosa in sé, la nostra vera Essenza e l’angoscia che ci affligge altro non è che la consapevolezza che questa Cosa, che è indefinibile, pure ci deve essere al di là della Conoscenza, senza confini spaziali e temporali,  perché, se non è niente altro che il nulla, è pur sempre il Nulla che la nostra mente contiene come concetto astratto, ma sempre legato all’inquietante certezza dei propri limiti che c’incatenano alla terra, noi, proiettati atavicamente verso il Cielo. L’arte coglie questo anelito, questa aspirazione, l’arte come pittura, l’arte come musica, l’arte come poesia. E’ il grido dell’Uomo, la creatura pensante, l’animale che sa di dover morire, l’uomo  che,  pur consapevole della sua fine, vuole lasciare una traccia o tentare l’immortalità sublimando e forgiando la materia con la malta delle sue idee. Ascoltiamo, per esempio Beethoven.


Nel  suo “inno alla gioia”  c’è la sintesi magistralmente espressa di tutte le angosce dell’uomo come proiezione universale   della sua personale  vita travagliata. Le  sue note sublimi evidenziano la sua capacità di sublimare nella meravigliosa astrazione della musica, tutti quei concetti morali che gli furono inculcati dalle  sue sofferenze fisiche da una parte, dai suoi studi severi dall’altra. Egli crede nell’insegnamento  “attraverso la notte alla luce” e  passa da un amore vero e spassionato per la natura popolata da creature animali e vegetali ( la Pastorale), all’amore universale, al messaggio d’amore e di fraternità della nona sinfonia, stimolandoci ad un abbraccio globale che ci racchiuda tutti, di ogni razza e costume, di ogni credenza o condizione sociale. Noi, uomini semplici, raccogliamo il messaggio  racchiuso nelle opere d’arte pittoriche o musicali, sperando in  una gratifica quanto più possibile proporzionale allo sforzo e all’impegno di tutta una vita. Per Ludwig, forse, il momento della gratifica fu quando, chino sullo spartito, alla fine di un concerto che lo coglieva ormai completamente sordo, fu invitato da un cantante che scendeva dal podio a girarsi verso il pubblico per assistere allo spettacolo più bello della sua vita: un tripudio di fazzoletti bianchi che il popolo viennese sventolava in segno di gioia ed ammirazione verso il musicista apparentemente isolato nella sua sordità, ma che era riuscito a trasmettere come ancora oggi fa, quelle  intense emozioni che fanno dell’animale che è in ognuno di noi, quell’homo sapiens  che s’interroga, si studia, si evolve e si migliora. 

mercoledì, maggio 14, 2014

Una piacevole serata



Ieri sera una bella serata a Poggiardo nel Palazzo della Cultura,
Andrea Tagliapietra  ha dialogato con Marcello Veneziani sul tema “sincerità”.
Ha introdotto e coordinato l’incontro Rosario Tornesello di Nuovo Quotidiano di Puglia. Ma i veri protagonisti della serata sono stati gli allievi del liceo scientifico Leonardo da Vinci che, sotto la supervisione della loro  preside,  Annarita Corrado, hanno dato prova di maturità e preparazione esemplare. Una speranza di rinnovamento in un’Italia  mal rappresentata dall’attuale classe dirigente. Da Nietzsche a Pirandello, da Machiavelli a papa Francesco, dalla Verità dei presocratici alla verità del vivere quotidiano, i ragazzi hanno tenuta desta l’attenzione di un uditorio che non ha lesinato applausi a questa lodevole iniziativa culturale.  


martedì, maggio 13, 2014

Il sospiro della notte





Un ultimo  raggio di luna 
sublima la candida notte.
Tra poco, proprio qui,
su questo lembo di terra d’oriente,
spunterà il primo sole.
Dovrò cercare altri colori
per illuminare il mio quadro!
Eppure questa luce spettrale
ha guidato finora la mia mano
come fossi  sospeso 
 tra sogno e realtà,
quasi volessi elevarmi
al di sopra del tempo
ascoltando in silenzio
il sospiro della notte!



Marisol Podio Femenias  dalla Catalogna
ha voluto tradurre nella sua lingua  la mia breve lirica ed io la ringrazio:
Con vuestro poema traducido al Catalá y con Mi luna, Buenas noches queridos amigos.

La nit blanca
Un últim raig de lluna 

sublima Candida nit. 
En un moment, aquí, 
en aquesta franja de terra a l'Est, 
guanyarà el primer sol. 
Vaig a haver de buscar altres colors 
per alegrar la meva foto! 
No obstant això, aquesta llum fantasmal 
ha guiat la mà fins al moment 
com si estigués suspès 
entre el somni i la realitat, 
gairebé volia elevar 
en el temps 
escoltant en silenci 
el sospir de la nit!

venerdì, maggio 09, 2014

Cos’è il tempo?



In qualche remoto angolo di te,
nella foresta della memoria o
in qualche sperduto angolo dell’Universo,
quel giorno
quell’ora infuocata d’estate!
Immagini sbiadite
fermano l’incanto,
molecole vaganti
modellano  nuove emozioni!
Gioia,
pianto,
dolore!
Che importa ormai?
Vagano nello spazio infinito
e nei meandri contorti
dei tuoi ricordi stanchi.
Si dissolveranno per sempre?
O inseguiranno in eterno
le tue caduche speranze,
le tue  grandi emozioni,
il mio eterno tormento?
Ricordi quel giorno d’Agosto?
Ci colse un  temporale:
ignari della pioggia
ci affacciammo a un ponticello.
Sotto scorreva un rivolo,
un torrentello antico
dove l’acqua ignara
rinnovava se stessa.
Una dopo l’altra
goccioline uguali e sempre  diverse
modellavano sassi levigati dal tempo.
Un giorno dopo l’altro,
scorrono le ore
e, nel gomitolo della memoria,
ammassiamo atomi di vita.
Rimbalzano nei sogni
filamenti sfilacciati e contorti
e si fondono insieme
confondendo il ricordo,
rimescolando tutto !
Sorrisi, pianti, speranze,
rimpianti…
Sassi levigati,
lacrime che  scorrono
ad ingrossare i fiumi,
ma poi?
Il tuo ieri sarà il suo domani.
o viceversa, per sempre

ad inventare il Tempo!

mercoledì, maggio 07, 2014

da:"Lettere a un'amica " di Dino Licci



21 SETTEMBRE  2008

Oggi non mi va di sognare. Non mi va neanche di dedicarmi ai miei studi preferiti, quelli che trascendono i tempi rivestendosi potentemente di Universalità. Gli ultimi accadimenti della mia  vita mi riportano prepotentemente sul concreto, mentre noto  con sgomento,  che le stesse problematiche che affliggono i nostri comportamenti quotidiani, sono le stesse di sempre, se i grandi della terra ci lasciano documentazioni tangibili di tale verità:
 Il 30 luglio 1932  da Gaputh (Potsdam),  Albert  Einstein scrive a Sigmund Freud  una  lunga ed articolata lettera che ha per oggetto la guerra, ricevendone un’ampia ma, in un certo senso, desolante risposta. Il fisico, impressionato dai guai che la società può apportare a se stessa con l’uso di armi sempre più sofisticate, chiede lumi allo psicologo, che lo istruisca sugli istinti che conducono l’uomo all’autodistruzione. La domanda è formulata in modo esaustivo e contiene già  al suo interno, la desolante risposta. Ciononostante i due grandi dialogano, annaspano, si arrovellano, nella ricerca di una soluzione esauriente, di una speranza di pace  che liberi l’uomo da questo flagello, ma che  mi par di capire, alla luce di un’attenta lettura dei loro scritti e  un’accorta analisi storiografica del percorso umano,  sia  espressione fondamentale della natura stessa  di tutta l’umanità. Eros e Thanatos, la pulsione della vita e la pulsione della morte in un gioco infinito, in un alternarsi senza fine  di scontri, compromessi, sottomissioni, trattati, conferenze, dibattiti, firme, propositi che poi sfociano inevitabilmente, sconsolatamente, nell’eterno conflitto che regola le  sorti dell’umanità, della vita stessa  in tutta la sua complessa varietà. Guardiamoci intorno. Riguadagniamo per un attimo la nostra più intima essenza.
Passiamoci le dita sulle radici dei canini, tocchiamoci il coccige con quel brandello di coda, guardiamo i nostri occhi puntati in avanti come quelli di tutti gli altri animali predatori. E’ quella che  chiamiamo ferocia che ci consente di sopravvivere, è lo scontro, la crudeltà mista e condita dalla “pietas”, dall’amore, dalla compassione, dalla  misericordia.  Fuori dagli schemi classici, fuori da ogni vuota retorica, non siamo noi che aggrediamo  ogni giorno, fin dal primo respiro, i diritti degli altri, uomini, piante, animali, assoggettandoli ai nostri voleri, alle nostra esigenze? Salvo poi a dirci pacifisti, a innalzare inutili vessilli arcobaleno che gridano una  verità scontata ma senza riscontro pratico, senza nessuna possibilità di soluzione. Ci hanno provato in molti ma la verità è una sola come fece dire Platone a Trasimaco nel primo libro della “Repubblica”. La verità è del più forte.   Quando l’uomo era vestito da scimmia, lottava contro i suoi simili brandendo improvvisati bastoni, i primi strumenti  che la funzione del dito opponibile gli consentiva ormai di costruire, cominciando  una corsa verso il dominio assoluto ed incontrastato della terra. La forza dell’idea si sostituiva alla forza bruta, ma senza abbandonare il primitivo disegno del “dominare per non essere dominati”. Gli studiosi di etologia, gli esperti di evoluzionismo, gli specialisti della vita,  sanno che la comparsa dell’uomo è relativamente recentissima nella storia del pianeta, recente e dirompente,  perché porta con sé distruzione e morte ma anche qualcosa di molto più allarmante: la coscienza di sé, la coscienza di dover morire e il dolore insito in questa scoperta. Così nascono le religioni, nascono dal desiderio d’immortalità, dal rifiuto  che tutto finisca col cessare del respiro. Antiche credenze, dalla reincarnazione al giudizio universale, dalla trasmigrazione delle anime,  alla loro punizione eterna. E nascono i nuovi potenti, ai capo tribù si sostituiscono gli stregoni, ai guaritori i sacerdoti. I gestori delle anime, i tutori della vita eterna diventano i nuovi capi, le religioni i nuovi eserciti. E partoriscono le crociate, le lunghe guerre di religione, le conversioni forzate, l’assoggettamento al proprio credo, le lotte intestine  tra cattolici ed ortodossi,  tra Sciiti e Sunniti,  tra laici e credenti. Ci provano in molti a trovare un sistema, uno schema universale che sancisca il vivere civile, che obblighi l’umanità a rigide regole di comportamento sociale……


martedì, maggio 06, 2014

Il ragno e i filosofi




Alcune religioni orientali dimostrano un tale rispetto per gli animali che i suoi adepti sono forniti di fazzoletti con cui si coprono la bocca ad impedire l’involontaria ingestione di qualche piccolo essere. Così il GIAINISMO  che conta alcuni milioni di fedeli i quali  vedono in Mahavira (il grande eroe), il loro fondatore, mentre disconoscono i Veda ed il Brahmanesimo. La loro dottrina si basa essenzialmente sul rispetto totale per qualsiasi essere vivente, persino del più piccolo insetto. Sono perciò vegetariani e filtrano persino l’acqua per non rischiare di ammazzare microrganismi in essa presenti. L'idea che gli animali  siano anch'essi soggetti di diritti, sembra non aver neppure sfiorato la mente degli occidentali, della loro filosofia e delle loro religioni. Eppure noi abbiamo un cervello che, sino all’ipotalamo, è abbastanza simile a quello degli altri mammiferi, tanto è vero che si chiama mammaliano. Insomma gli animali superiori mancano della corteccia, cioè della capacità d’astrazione e dell’uso della parola e del pollice opponibile ma,  per il resto, sono abbastanza simili a noi. Significa che condividono con noi i sentimenti come l’amore, l’odio, la gelosia, il piacere,la paura. Ma anche gli animali cosiddetti  inferiori  soffrono e temono la morte. Anzi un grande filosofo come Nietzsche considera la vita come una lotta per l’esistenza che riguarda tutti gli esseri viventi interpretando in modo globale la teoria ormai accettata da tutti i biologi del mondo di Charles Darwin. Dalle amebe ai lombrichi, dai pesci agli anfibi, dagli uccelli ai mammiferi, c’è nell’Universo intero, un ordine straordinario che predilige non il più forte ma il più adattabile all’ambiente in cui vive. Avrebbero dovuto spiegarlo a Hitler, che interpretò  a suo modo la teoria nietzschiana  del superuomo!
 Ancora oggi  le sofferenze che vengono  inflitte agli animali dagli esseri umani, sembrano   cosa ovvia e perfettamente naturale, e trovano consenzienti anche molti filosofi quali, con l’eccezione, forse,  di Montaigne, esclusero gli animali e i loro diritti dalla sfera dell’etica. 

Io non sono contrario alla vivisezione per scopi scientifici  quando la si attui correttamente e cioè anestetizzando totalmente l’animale, ma solo oggi sembriamo accorgerci dei diritti dei nostri fratelli  “minori”  Un esempio  d’insensibilità nei loro confronti lo trovo sfogliando internet e incappando nella "favola dei suoni" di Galilei che, ne “Il Saggiatore”,descrive la vivisezione di una cicala compiuta certo  a scopo scientifico, ma senza che le sofferenze inflitte all'animale vengano prese minimamente in considerazione .

Ed  anche in tempi recentissimi sia la religione che la Scienza sembrano infischiarsene dei dolori perfino  dei loro simili se è vero, com’è vero, che lo psichiatra Cerletti, nella prima metà del Novecento, sperimentò la pratica dell'elettroshock dapprima sugli animali condotti al macello, indi sui detenuti delle patrie galere.
Tornando agli animali, ci accorgiamo che la filosofia moderna, pur ignorando, nella maggior parte dei casi, un’esclusione di essi  dalla sfera dell’etica, pure pone le basi, con Leibniz per esempio, per un rispetto totale verso tutti gli esseri viventi.
Egli, nel secolo diciassettesimo contrastava in pieno con le teorie di Cartesio e Spinoza che ritenevano gli animali privi di anima con tutte le limitazioni che io personalmente assegno  alla parola “anima”. Ma, al tempo, era una discriminante essenziale.
In verità Montaigne aveva osteggiato esaurientemente  e caparbiamente il  maltrattamento degli animali ma Cartesio, che pure conosceva le obiezioni di Montaigne, liquidò superficialmente  considerandola priva di interesse.  Molto più attento ai problemi etici, Spinoza ne trattò più diffusamente ma
rinvenendo dei ragni, amava  farli combattere tra loro, oppure, rinvenendo delle mosche, le gettava nella ragnatela e osservava la battaglia con immenso piacere, a volte ridendo».

Egli considerava  un male la compassione in  quanto essa  è un sentimento non idoneo a guidare le azioni umane, mentre solo la ragione può essere deputata a tale scopo.In secondo luogo la compassione comporta dolore, mentre  è compito di ciascuno  di noi ricercare il proprio piacere. Insomma come  le nozioni razionalistiche di Cartesio (il suo  “cogito ergo sum”) sono la   consapevolezza  di identità personale, così la valutazione  dell’empatia, e più in generale del sentimento, è, per Spinoza,  prerogativa unica degli umani. La posizione di Leibniz era invece diversa. Egli criticava la dicotomia espressa  nelle dottrine di Cartesio e Spinoza, tra  mente e materia, tra “res cogitans e res extensa” tra razionalismo ed empirismo. Egli sottolineava invece la continuità tra l'intelletto e l’esperienza empirica dei nostri sensi,  tra la vita cosciente e quella inconscia, individuando  negli animali una forma di vita diversa solo nel grado da quella dell'uomo. E, tenne sempre  fede ai propri principi:

“ Leibniz non uccideva le mosche, per quanto moleste potessero essergli, perché gli sembrava un delitto distruggere un meccanismo tanto ingegnoso».

 Come riferisce Kant, che con la “critica della  ragion pura”, avrebbe sanato le tesi discordanti dei razionalisti e degli empiristi,

 “Leibniz, servendosi di un foglio, riportava sull'albero un piccolo verme, su cui aveva compiuto le sue osservazioni, affinché per sua colpa non gliene venisse alcun danno. Distruggere questa piccola creatura senza ragione, non avrebbe potuto  non turbare un uomo”.

 Oggi la moderna etologia classifica in modo chiaro la differenza tra animali generalisti, dotati cioè di una mente pensante (gatto, cane, polpo) e animali specializzati a reagire a uno stimolo sempre nello stesso modo (la cozza che chiude le valve senza dover ragionare). Ma, al di fuori di ogni considerazione anatomica, il rispetto verso ogni forma di vita dovrebbe essere presente in ognuno di noi tale è la perfezione che esiste in ogni essere , animale o pianta  che popoli il nostro bel pianeta.
A coronamento di questo mio breve scritto buttato giù in fretta, voglio riproporvi una mia vecchia poesia che  immagina un ragno pensante,un progetto gettato proprio come l’uomo nell’immensità dell’Universo:

IL RAGNO


T’aspetto, dolce aurora, alla finestra,
scruto tra i rami un segno, quel bagliore
che mi ridesti dalla notte mesta,
che fughi la tristezza dal mio cuore.

Finora m’ha tenuto compagnia
un ragno ballerino che tesseva
lesto leggiera tela e levitava
e al suono dei miei ansiti danzava.

Un soffio un po’ più forte, un movimento
e lui si ferma immobile a scrutare.
Sembra si chieda che cos’abbia in testa,
dove lo porti questo lento andare.

Che vuoi pensare ragno ballerino
con quel cervello tanto limitato?
Lo stesso errore l’ho già fatto io,
Sommerso come te nel gran Creato.

Torna a danzare sulla lieve tela
ch’è trappola di mosche e di zanzare
ma che l’incanto della notte mesta
ha trasformato in pista  per ballare!