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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

giovedì, settembre 21, 2006

Orfeo ed Euridice


Io ho dipinto l'Acheronte che vi propongo come descritto da Dante ma c'è un altro fiume infernale, lo Stige, che portò Orfeo a cercare la sua Euridice in una leggenda romantica e triste:
Orfeo ed Euridice .

Ricordate lo sfortunato amore di Apollo per Dafne? Ricordate che la ninfa fu trasformata in alloro dal padre Peneo? E Apollo che adorna la sua lira dei rametti di lauro strappati alla pianta che altri non era che il suo perduto amore? Bene, seguiamolo adesso in un’altra avventura che lo porterà ad invaghirsi di Calliope, la musa della poesia. Questa volta gli va bene. L’oggetto del suo desiderio,il cui nome significa bella voce, cede alle lusinghe del dio della vaticinio e della divinazione, forse stregata dal suono della lira, forse intimidita dalla possanza del dio o irresistibilmente attratta dalla sua straordinaria bellezza. Calliope cede, si offre, si dona e dall’unione dei due chi altri poteva nascere se non Orfeo, il più grande musicista di tutti i tempi? Quando egli cantava accompagnandosi con la lira tutte le creature detta terra si fermavano estasiate ad ascoltarlo e perfino gli alberi ed i sassi rimanevano incantati nell’udire la sua voce. Quando Giasone intraprese il viaggio nella Colchide alla conquista del Vello d’oro, lo portò con sé e gli altri Argonauti perché il suono della sua lira calmava le onde del mare consentendo un viaggio tranquillo. E quando le sirene tentarono di sedurre gli Argonauti coi loro canti, fu lui a incantarle impedendo che distogliessero gli eroi dalla loro missione.Tornato in Tracia Orfeo si innamorò di una bella Naiade, Euridice e la sposò amandola appassionatamente e colmandola di canti a di suoni. Tutto preludeva ad un eterno amore ma il destino aveva deciso diversamente: Euridice, un giorno che passeggiava vicino al fiume, cullata dalle ombre di una folta vegetazione, fu importunata da Aristeo che tentò di usarle violenza e la ninfa, nel fuggire, incappò nel morso di un serpente velenoso e così morì.
Orfeo, sopraffatto dal dolore, incapace di reagire ai voleri del Fato crudele, smise anche di suonare e di cantare e si aggirava, inconsolato nei pressi dello Stige, il fiume che portava all’oltretomba dove la sua Euridice riposava in pace. Ma gli venne un’idea, prese la sua lira e cominciò a cantare. Cerbero il guardiano dei cancelli, lo lasciò passare e persino Caronte lo accompagnò, stregato, da Ade e Persefone che gli consentirono, mentre le ombre dei morti si univano al coro godendo di questo evento straordinario, di portar via la sua Euridice ma ad una condizione: egli doveva precederla e non voltarsi indietro per nessun motivo finchè non avessero guadagnato la terra dei vivi.
Orfeo s’incamminò lentamente, dietro la moglie vogliosa d’abbracciarlo, sentiva i suoi passi,il suo odore, l’ansito del suo respiro e procedeva attento a non voltarsi a non rompere l’incantesimo creato dalla sua musica, dal suo canto. Ma ……ma, giunto al fine della strada, quando il primo raggio di sole colpì la radiosa bellezza del volto dell’amata, un attimo di smarrimento o forse distrazione, un desiderio troppo grande per essere represso o forse, il dispetto di un dio nemico, chissà…Orfeo si voltò rapito, vide soltanto per un attimo il volto illuminato della cara Euridice e poi ………..poi più nulla,i l vuoto, l’angoscia, il silenzio, l’eterno tormento.
Nelle notti d’inverno,quando il vento vi sembra che ululi tra i rami degli alberi del vostro giardino, tendete bene l’orecchio:è lui, è Orfeo, con la sua lira che piange e si dispera per quell’errore fatale, è lui, credetemi:
è il suo eterno lamento!
Dino

1 commento:

  1. [...]Orfeo già presso la luce, vinto d’amore,
    la sua Euridice si voltò a guardare.
    Così fu rotta la legge del duro tiranno,
    e tre volte un fragore s’udì per le paludi d’Averno.
    “Quale follia” ella disse, “rovinò me infelice,
    e te, Orfeo? Il fato avverso mi richiama indietro,
    e il sonno della morte mi chiude gli occhi confusi.
    E ora, addio: sono trascinata dentro profonda notte,
    e non più tua, tendo a te le mani inerti”.
    Disse; e d’improvviso svanì come fumo nell’aria
    leggera, e non vide più lui che molte cose
    voleva dirle e che invano abbracciava le ombre;
    ma chi traghetta le acque dell’Orco
    non gli permise più di passare di là dalla palude.


    Virgilio, Georgiche, libro IV
    traduzione di Salvatore Quasimodo

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