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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

mercoledì, luglio 27, 2011

SACRO E PROFANO







Con pari impegno e pari dedizione
Spalmo i colori con la mano stanca
E quando ad ispirarmi sia il candore
Di una madonna col mantello e bianca,

E quando sia di una fanciulla in fiore
il corpo suo disteso su una panca
coi seni acerbi turgidi d’amore
E l’espressione dolce e un poco stanca.

Vola il pennello a carezzar pudico
Il manto azzurro o del bocciolo il cuore:
poso ad entrambe nei capelli un fiore
che fonda insieme il sesso ed il pudore!

mercoledì, luglio 13, 2011

Testamento biologico: una legge oscurantista

Una legge oscurantista spegne le speranze di crescita. E questa mia nota è l’addio al liberismo così come interpretato dagli attuali parlamentari di destra. Da decenni mi batto per il liberalismo filosofico che trova in Locke il suo massimo esponente. La sua dottrina somiglia in origine a quella di Hobbes, che riteneva che lo Stato dovesse controllare l’individuo in tutto il suo stato naturale, ma Locke asseriva che esistono tre beni inalienabili (VITA, LIBERTA, PROPRIETA’) insiti ragionevolmente in ciascun individuo e che cessano dove cominciano quelli degli altri, diritti questi, sui quali lo Stato non può intervenire. Egli diceva che quando il cittadino entra nel contesto di una società civile, l’unico diritto a cui rinuncia é quello di farsi giustizia da sé, dal momento che proprio la giustizia, ossia la difesa dei diritti individuali, costituisce il compito fondamentale dello Stato. Il liberalismo tratteggiato da Locke non avrebbe mai avallato l’ingerenza della Stato nelle decisioni del singolo cittadino in caso di cure mediche e non avrebbe mai interferito con la biologia e la medicina. L’accanimento terapeutico in un paziente non consenziente (anche nel caso abbia espresso la sua volontà prima di perdere le sue capacità decisionali), è, a mio avviso, la peggiore forma di tortura cui possa essere sottoposto un individuo. Altro che le condanne a morte di cui diciamo di scandalizzarci. Io preferirei un milione di volte la camera a gas all’essere tenuto in vita in stato semivegetativo, quando tutte le mie prerogative umane sono state annullate dalla malattia. Essere prigionieri nel proprio corpo è peggio che risvegliarsi vivi nella bara dopo essere stati sepolti erroneamente per una morte apparente. Ci sono dei casi in cui qualcuno la pensa diversamente ed io rispetto tale opinione e non mi sognerei mai di costringere codesto individuo a subire la mia decisione. Solo la Chiesa ritiene che le sofferenze siano la scorciatoia per il “Paradiso”. Ma anche in questo caso non mi sognerei mai di distogliere qualcuno dalla propria fede e la Chiesa, se parla ai suoi fedeli, può richiedere qualsiasi sacrificio. Ma uno Stato laico non può, non deve comportarsi come un regime dittatoriale. Nel corso dei secoli, la statolatria è stata sperimentata e scartata come il peggiore dei mali. Che democrazia sarà mai questa che ignora i principi fondamentali sanciti peraltro dalla nostra meravigliosa Costituzione e dalla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”? Che i parlamentari di destra ci ripensino, perché siamo in molti ad essere scandalizzati dalle loro assurde decisioni.

venerdì, luglio 08, 2011

Le more




Un mucchio di rovi coperti di more
t’ha strappato il vestito nuovo
e t’ha ferito il volto.
Ed io ho schiacciato le more
e ti ho imbrattato il seno
e le natiche bianche.
E ho lambito il dolce succo
mescolato al tuo sapore
e ti ho inondato del seme
della vita
e ti ho sentita gridare
e fremere.
E siamo rimasti inermi al sole
che asciugava i nostri corpi
sporchi
e abbandonati
e sazi.
E ho sentito il gusto della terra
nelle mani infangate,
e ho sentito
il gusto del cielo
nel mistero del tuo volto
abbandonato
e tenero!

mercoledì, luglio 06, 2011

La fine del sogno( poesia pluripremiata)

LA FINE DEL SOGNO

Chopin, bianco fantasma, mi trovava
Insonne ai suoi notturni ed albeggiava.
E tu correvi la mia mano tesa,
danzavi le mie dita nell’attesa.

Le note s’infuriavano d’amore
e tu correvi
e mi prendevi il cuore.

Oggi Ciajkoskj l’animo mi strazia
coi suoi violini tristi e desolanti
e nella mano sempre e ancora tesa,

c’è l’ombra di un fantasma che cammina,
cade sul palmo
e resta a testa china!



(Poesia prima classificata in un concorso internazionale indetto ad Ischia nel 1986)  e il quadro relativo, un acrilico su tela 50 x 70

martedì, luglio 05, 2011

Code di rospo in salsa d’acciughe

Uscì come ogni sera, come ogni notte, vagando alla ricerca di se stesso. Un pensiero fisso lo tormentava da giorni e condizionava notevolmente il suo comportamento usuale. Entrò quasi inconsapevolmente in un ristorante orientale che prometteva cibi afrodisiaci di sicuro effetto. Il pranzo fu quanto di più strano potesse immaginare. Un antipasto di ostriche e caviale lo predisposero a fidarsi dello chef che gli propose di continuare con code di rospo in salsa d'acciughe. Il sapore del pesce era esaltato dal tuorlo d'uovo, prezzemolo, scalogno e limone e, al termine del pasto, gli fu servito un bicchiere d'assenzio con vodka alla fragola, cosparso da una polverina grigiastra che si rivelò essere tratta dal corno di un rinoceronte. Uscì, fece un lungo tratto di strada in auto fino a raggiungere una zona periferica della città. Nella sua testa inquieta la follia, proprio quella di cui parla Jung, si agitava danzando tumultuosamente in un ritmo estenuante e dirompente come in un crescendo di stampo rossiniano.
Camminava lentamente mentre la follia si agitava nel suo contenitore razionale, nelle rigide regole del conformismo abituale, costretta in quella severa maschera sociale che imponeva controllo, padronanza di sé, disciplina, ma intanto cercava disperatamente un pertugio, una fessura, una crepa da cui erompere rumorosamente per dare sfogo ai suoi istinti atavici che pulsavano nella mente dell'uomo come torrenti impetuosi di ancestrale energia. Dov'era il suo contenitore, dove la sua prigione? Nei suoi reconditi pensieri o in quel suo cuore che ritmava fiumi di sangue ardente e rutilante di vita? O forse avvolgeva quel corpo vagante come una nuvola eterea, invisibile, eppure talmente poderosa da risultare invalicabile?
Ludovico e la sua notte inebriante: sublime e nebbiosa, umida e silenziosa con quegli aloni di luce soffusa che avvolgevano invisibili lampioni. Sotto uno di quei lampioni, sinuosa e splendida come un rettile multicolore, come una falena sfavillante, straordinariamente bella e impudica, si agitava, dondolando la borsetta sgargiante di mille bagliori, la dea dell'amore, il demone del sesso, del desiderio, della passione. La follia contenuta dell'uomo, esaltata da quella cena particolare, cercò disperatamente di rompere gli argini, di accostarsi a quell'immagine notturna che aveva popolato i suoi sogni terribilmente erotici: una folla incredibile di appaganti amplessi succedutosi in quei momenti d'immaginazione e di vivido sogno, avevano gonfiato i suoi appetiti mai sazi, mai appaganti nella triste realtà. Si avvicinò timido e impacciato, temendo di essere riconosciuto, lui, preside di un famoso liceo, lui, l'archetipo vivente della moralità, integerrimo detentore dell'etica comportamentale! Il sorriso della dea lo fece dapprima vibrare, poi tremare come un fuscello, impallidire, fuggire lontano. Le gambe non lo reggevano più. L'emozione scatenata da quel timido, malriuscito tentativo d'approccio, lo aveva inchiodato al suolo impedendogli di parlare, di camminare, persino di pensare compiutamente, mentre una lotta immane si svolgeva al suo interno, tra la rigida legge morale che governava solitamente il suo comportamento e l'istinto primordiale che lo straziava inondandolo di una cascata ormonale sempre più impetuosa e travolgente. S'immaginò tra le braccia di quella bellezza provocante, mentre si accasciava sul sedile dell'auto totalmente privo di forze ma non di bramosia. Il profumo della donna gli era penetrato nelle nari e quella figura sinuosa sembrava strisciargli addosso avviluppandolo in una spirale soffocante di desideri repressi.
La follia volteggiava sempre più inquieta: ora che aveva trovato una complice, si era fatta più audace, addirittura temeraria e alfine esplose percorrendo quel corpo distrutto da scariche alterne di adrenalina, dopamina, serotonina e trascinato, suo malgrado, in un coacervo di sentimenti, emozioni, ripensamenti, pentimenti, impaziente frenesia. Si avvicinò cauto e protetto questa volta dal buio abitacolo della sua auto. Fece scivolare in basso un finestrino e riuscì a dire, con un filo di voce: "Sali". Il profumo del sesso inondò la vettura, una mano sapiente prese a carezzarlo per prepararlo all'incontro e dopo un attimo si ritrasse conscia dell'accaduto: "non preoccuparti, non sei il solo sai? — disse la donna — Come la chiamate voi sapienti? Eiaculatio praecox?" E sparì lontano contando il suo denaro. Ludovico si allontanò di qualche metro, abbassò il volto nelle sue mani congiunte e silenziosamente, copiosamente pianse…

domenica, luglio 03, 2011

Crono: chi la fa l'aspetti

Chi la fa l’aspetti
Sembrerebbe un detto coniato a pennello per Crono, personaggio mitologico nato dall’unione di Urano con Gea, re dei Titani e sposo e fratello della titanessa Rea. Pare che il padre Urano avesse respinto nel ventre della moglie Gea i Giganti ed i Ciclopi al momento del parto. Per vendicarsi di tanto affronto, Gea dette a Crono un falcetto pregandolo di evirare Urano, rispettivamente loro marito e padre non appena questi avesse di nuovo voluto giacere con lei. Crono tagliò i genitali del padre e dalle gocce del sangue versato, nacquero le Erinni, i Giganti e le Ninfe.
Così Crono governò al posto del padre in modo altrettanto dispotico e gli fu predetto che uno dei suoi figli gli avrebbe fatto fare la stessa fine che lui aveva riservato al padre. Intimorito da tale vaticinio, Crono ingoiò tutti i suoi figli alla nascita, tutti tranne Zeus che Rea riuscì a salvare sostituendolo con una grande pietra. Allevato sul monte Ida dalla capra Amaltea, Zeus cresciuto riuscì a far dare a Crono un emetico cosi che egli vomitò gli altri cinque figli: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone.
E con i figli Crono vomitò anche la grande pietra che fu posta a Delfi ad indicare lì l’ombelico del mondo.
Bisogna precisare che è un errore associare il nome Crono a CHRONOS, tempo anche se alcuni lo fanno descrivendolo come un vecchio con la falce a simboleggiare il “Padre Tempo.”

sabato, luglio 02, 2011

Pillole di sapere:il concetto d'infinito

Niente di più complesso per le capacità umane, che incappare nella definizione di “infinito”, ma è comunque strabiliante che la sua piccola mente riesca a contenere un concetto che ingloba in sé non solo l’Universo, anzi i diversi Universi oggi ipotizzabili, ma, oltre ad essi, l’idea stessa d’infinito. Ma non è senza paura e riverenziale timore che egli elabora quest’idea che trascende le sue capacità di conoscenza. Proprio questo “Horror infiniti” aveva introdotto, nella Grecia antica, una concezione dell’infinito in termini negativi, in aperta contraddizione con la teoria del cristianesimo che darà dell’Infinito una dimensione positiva trasformandolo in un attributo divino.
Quando i primi pensatori greci, i presocratici aprirono la strada alla filosofia, essi ricercavano gli “archè”, i principi vitali che giustificassero l’essenza stessa delle cose, senza ricorrere ad una teoria creazionistica (ilozoismo). E se Talete identificò nell’acqua l’incorruttibile materia che genera il mondo e Anassimene pensò che essa andasse ricercata nell’aria , con Anassimandro per la prima volta ci scontriamo con “l’apeiron”, l’infinito indefinito da cui tutto proviene e dove tutto tornerà. Piuttosto oscuro il pensiero di Anassimandro sul quale ancora si discute, ma saranno i pitagorici e gli eleatici (paradossi di Zenone)a sviluppare ancor più tale concetto, associando ad esso l’idea dell’imperfezione e della negatività. Ed anche numerosi scienziati del tempo quali Euclide, Eudosso e lo stesso Archimede, avallarono il loro pensiero. Filolao, seguace di Pitagora, accetterà l’idea d’infinito solo come contrapposizione al finito, ma soltanto con Melisso di Samo ci sarà un’elaborazione in senso positivo del concetto d’infinito. Egli infatti, partendo dalla tesi parmenidea dell’unicità dell’Essere (che Parmenide però considerava come unità finita), arriverà alla conclusione che proprio l’essere debba considerarsi infinito, escludendo come “non essere” tutto ciò che è fuori di esso. Ma dall’idea d’infinito si continuò a rifuggire nel pensiero greco e Aristotele condizionerà tutti i secoli a lui successivi, con una visione di un Universo statico, finito e circoscritto dalle stelle fisse. Il grande stagirita razionalizzò la ricerca scientifica facendo seguire ad ogni causa scatenante un determinato effetto e identificò nel primo motore (Dio) il propulsore di una catena altrimenti infinita di cause-effetto (se ogni effetto ha una sua causa, il processo durerebbe all’infinito senza una causa prima).
Furono i seguaci di Epicuro con precisi riferimenti agli atomisti ( Leucippo e Democrito), e precisamente alla loro teoria del vuoto, a dare un significato positivo all’idea d’infinito, identificandolo col vuoto da cui tutto proviene.
Con l’avvento del Cristianesimo, il concetto d’infinito diventò senz’altro positivo attraverso l’idea dei neoplatonici come Plotino, che ammettendo la presenza contemporanea del finito e dell’infinito nel divino, sposerà le tesi che saranno poi di San Basilio, Sant’Anselmo e San Tommaso, il quale sosterrà che l’essenza divina non può che essere infinita se non altro per la sua stessa prerogativa di infinita creatività.
Le riflessioni di Scoto e di Nicola Cusano, unificheranno il concetto astratto dell’infinito matematico con l’infinità reale di Dio in una concezione dell’Universo dove finito, infinito, Dio e mondo si trovano fusi in una “coincidentia oppositorum”
Ma il momento cruciale per una definizione e concezione moderna ed astronomica dell’idea d’infinito, la dette Giordano Bruno, che pagò con la vita (fu arso vivo a Campo de’ fiori nel 1600) quella sua geniale intuizione sulla pluralità dei mondi, che la Chiesa Cattolica considerò eretica. Fino a quel momento tutti si erano rifatti a quanto Aristotele aveva scritto nel suo “De coelo” e cioè che ci fosse un mondo sublunare imperfetto con l’uomo e la terra al centro dell’Universo. Ignorando il fenomeno della parallasse, egli credeva che le stelle fisse racchiudessero un Universo finito e statico. Persino Copernico e Keplero erano condizionati dalla visione tolemaica del mondo sposata dalla Chiesa cattolica, che tenne banco per tutto il medioevo. L’ipse dixit di Aristotele era intoccabile ed il terrore dell’inquisizione o del Santo Uffizio era un deterrente per qualsiasi teoria innovativa. Tornando a Bruno c’è da considerare che, mentre Galileo e Newton esplorarono l’Universo con l’ausilio della matematica e dell’astronomia, egli arrivò invece all’idea della pluralità dei mondi attraverso lo studio della teologia. Rifacendosi al I concilio di Nicea, durante il quale si era stabilito che Cristo era costituito della stessa sostanza del padre, egli confutò questa tesi sostenendo che l’infinito (Dio) mai e poi mai si sarebbe potuto identificare e sovrapporre al finito (Gesù) e partendo da quest’assunto, arrivò a formulare l’idea della pluralità dei mondi. Disse che un Cristo, metà uomo e metà Dio come definito dal concilio di Nicea, era come un centauro, cioè una chimera, una fiaba, e si spinse a criticare la figura di Cristo persino come mago, essendo inferiore, nella sua opera miracolistica, a quello che Bruno, appassionato di pratiche alchemiche, considerava il suo maestro: Ermete Trismegisto. La concezione bruniana di un mondo reale appartenente ad un Universo infinito, costituirà l’impulso per gli studi astronomici ma anche il “ primum movens” di speculazioni metafisiche che porteranno all’idea di “sostanza” di Spinoza (Dio in ogni cosa) , l’Io puro di Fichte, l’Assoluto di Shelling e lo Spirito di Hegel.
L’idealismo tedesco superò quella che Kant, nella “Critica della ragion pura” considerava ancora un’antinomia fra l’infinità del mondo e la sua finitezza spaziale e temporale ed introdusse il concetto di un’infinità “buona” dettata dalla ragione, una forza infinita che domina il mondo essendone parte essenziale. Fichte la identifica con l’Io o Autocoscienza e per comprenderne il significato bisogna intendere questa forza come infinità di potenza cosciente, non come un’infinità di estensione o di durata. Shelling chiama “Assoluto” questa forza creatrice che anima il mondo, mentre Hegel supera il concetto di un infinito contrapposto alle cose finite, assegnando alla Storia il fine ultimo del divenire che non può essere caotico ma regolato dalla Ragione che, in polemica con Kant, non è semplicemente una capacità della mente, non è pura astrazione, ma un principio metafisico che regola le leggi del mondo.
Questo nuovo modo d’intendere l’infinito introdotto dal romanticismo indusse l’uomo ad un’ incessante ricerca, nell’arte come in filosofia, dell’oltre limite e cioè di tutto ciò che trascendeva la realtà sensoriale. Forse per reazione all’illuminismo e certamente in palese contrasto con esso, si configurò un interiore bisogno di trascendenza, con una proiezione manifesta verso quella dimensione illimitata, che dona l’ebbrezza del brivido, anche e addirittura proiettando questa sete di Assoluto fin oltre la morte in un eterno, estenuante anelito verso il divino. Ecco quindi che l’infinito diviene il principale protagonista della cultura romantica, inteso come proiezione nel ciclo della natura in senso panteistico, laddove l’uomo stesso viene identificato con lo Spirito che vede nella natura e nel suo divenire un momento specifico della sua realizzazione. E se all’Assoluto, cioè al misticismo storico hegeliano sostituiamo la Storia reale, l’idealismo hegeliano si trasformerà d’incanto nel materialismo di Marx, il Materialismo dialettico appunto, attraverso il quale la filosofia diventa impegno sociale per il cambiamento totale delle cose del mondo.
Ci penserà Kierkegaard a riportare il concetto d’infinito in ambito decisamente religioso descrivendo l’uomo come consapevole della sua finitezza e desideroso di trascenderla in una corsa infruttuosa verso l’infinità di Dio. Il mondo reale ed il mondo infinito che Hegel aveva coniugato nella sua visone circolare della storia (tesi,antitesi,sintesi), vengono con Kirkegaard ancora separati essendo la finitezza prerogativa dell’Uomo che, colto da disperazione, solo con la religione cerca di sublimare il suo stato. Non resterebbe che parlare dell’infinito matematico ma qui si apre una nuova finestra che spazia da Pitagora, Euclide, Platone fino a Georg Cantor, che elabora tesi ardite e complesse sui numeri reali che, nella sua elaborazione concettuale, diventano trascendenti distruggendo le nostre certezze ed aprendo altri capitoli di ricerca.
Le considerazioni che mi sento di fare intorno a queste scoperte matematiche è che esse, per quanto strabilianti siano ( e lo sono effettivamente) hanno come supporto un assioma, una definizione di base su cui il tutto poggia. Se spostiamo il discorso rimanendo nell’ambito scientifico e cioè senza tirare in campo la trascendenza, incapperemo in due discipline tanto importanti quanto contro intuitive e decisamente in contrapposizione tra loro. Parlo della relatività sia speciale che generale di Einstein che della meccanica quantistica. La prima ci dimostra che i concetti di spazio e di tempo non possono essere assoluti ma sono relativi e già questo ci sconcerta perché possono essere assimilati al nostro odorato o al nostro udito come percezioni sensoriali relative. La seconda distrugge il concetto di Laplace sul determinismo scientifico con il principio d’indeterminazione di Heisemberg.
L’uomo resta sconsolato e attonito, basito per le sue stesse conquiste scientifiche che lo portano, con la forza delle proprie idee a reiterati tentativi d’imbrigliare il trascendente come il concetto d’infinito ma, a mi avviso, questo traguardo rimarrà sempre un’utopia. Nel suo essere c’è una propulsione verso la ricerca che forse, col passare dei millenni, porterà a delle mutazioni biologiche tali da ampliare o modificare i suoi recettori sensoriali. Solo così potrà comprendere ciò che oggi è incomprensibile, ma fino a quel momento dovrà accontentarsi di scegliere la poesia e l’arte per consolare il suo stato disperato di uomo, l’animale che sa di dover morire ma non sa se e che cosa ci sarà dopo di lui.

Sconcerto-Dino Licci- acrilico su ela 50X70