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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

sabato, luglio 02, 2011

Pillole di sapere:il concetto d'infinito

Niente di più complesso per le capacità umane, che incappare nella definizione di “infinito”, ma è comunque strabiliante che la sua piccola mente riesca a contenere un concetto che ingloba in sé non solo l’Universo, anzi i diversi Universi oggi ipotizzabili, ma, oltre ad essi, l’idea stessa d’infinito. Ma non è senza paura e riverenziale timore che egli elabora quest’idea che trascende le sue capacità di conoscenza. Proprio questo “Horror infiniti” aveva introdotto, nella Grecia antica, una concezione dell’infinito in termini negativi, in aperta contraddizione con la teoria del cristianesimo che darà dell’Infinito una dimensione positiva trasformandolo in un attributo divino.
Quando i primi pensatori greci, i presocratici aprirono la strada alla filosofia, essi ricercavano gli “archè”, i principi vitali che giustificassero l’essenza stessa delle cose, senza ricorrere ad una teoria creazionistica (ilozoismo). E se Talete identificò nell’acqua l’incorruttibile materia che genera il mondo e Anassimene pensò che essa andasse ricercata nell’aria , con Anassimandro per la prima volta ci scontriamo con “l’apeiron”, l’infinito indefinito da cui tutto proviene e dove tutto tornerà. Piuttosto oscuro il pensiero di Anassimandro sul quale ancora si discute, ma saranno i pitagorici e gli eleatici (paradossi di Zenone)a sviluppare ancor più tale concetto, associando ad esso l’idea dell’imperfezione e della negatività. Ed anche numerosi scienziati del tempo quali Euclide, Eudosso e lo stesso Archimede, avallarono il loro pensiero. Filolao, seguace di Pitagora, accetterà l’idea d’infinito solo come contrapposizione al finito, ma soltanto con Melisso di Samo ci sarà un’elaborazione in senso positivo del concetto d’infinito. Egli infatti, partendo dalla tesi parmenidea dell’unicità dell’Essere (che Parmenide però considerava come unità finita), arriverà alla conclusione che proprio l’essere debba considerarsi infinito, escludendo come “non essere” tutto ciò che è fuori di esso. Ma dall’idea d’infinito si continuò a rifuggire nel pensiero greco e Aristotele condizionerà tutti i secoli a lui successivi, con una visione di un Universo statico, finito e circoscritto dalle stelle fisse. Il grande stagirita razionalizzò la ricerca scientifica facendo seguire ad ogni causa scatenante un determinato effetto e identificò nel primo motore (Dio) il propulsore di una catena altrimenti infinita di cause-effetto (se ogni effetto ha una sua causa, il processo durerebbe all’infinito senza una causa prima).
Furono i seguaci di Epicuro con precisi riferimenti agli atomisti ( Leucippo e Democrito), e precisamente alla loro teoria del vuoto, a dare un significato positivo all’idea d’infinito, identificandolo col vuoto da cui tutto proviene.
Con l’avvento del Cristianesimo, il concetto d’infinito diventò senz’altro positivo attraverso l’idea dei neoplatonici come Plotino, che ammettendo la presenza contemporanea del finito e dell’infinito nel divino, sposerà le tesi che saranno poi di San Basilio, Sant’Anselmo e San Tommaso, il quale sosterrà che l’essenza divina non può che essere infinita se non altro per la sua stessa prerogativa di infinita creatività.
Le riflessioni di Scoto e di Nicola Cusano, unificheranno il concetto astratto dell’infinito matematico con l’infinità reale di Dio in una concezione dell’Universo dove finito, infinito, Dio e mondo si trovano fusi in una “coincidentia oppositorum”
Ma il momento cruciale per una definizione e concezione moderna ed astronomica dell’idea d’infinito, la dette Giordano Bruno, che pagò con la vita (fu arso vivo a Campo de’ fiori nel 1600) quella sua geniale intuizione sulla pluralità dei mondi, che la Chiesa Cattolica considerò eretica. Fino a quel momento tutti si erano rifatti a quanto Aristotele aveva scritto nel suo “De coelo” e cioè che ci fosse un mondo sublunare imperfetto con l’uomo e la terra al centro dell’Universo. Ignorando il fenomeno della parallasse, egli credeva che le stelle fisse racchiudessero un Universo finito e statico. Persino Copernico e Keplero erano condizionati dalla visione tolemaica del mondo sposata dalla Chiesa cattolica, che tenne banco per tutto il medioevo. L’ipse dixit di Aristotele era intoccabile ed il terrore dell’inquisizione o del Santo Uffizio era un deterrente per qualsiasi teoria innovativa. Tornando a Bruno c’è da considerare che, mentre Galileo e Newton esplorarono l’Universo con l’ausilio della matematica e dell’astronomia, egli arrivò invece all’idea della pluralità dei mondi attraverso lo studio della teologia. Rifacendosi al I concilio di Nicea, durante il quale si era stabilito che Cristo era costituito della stessa sostanza del padre, egli confutò questa tesi sostenendo che l’infinito (Dio) mai e poi mai si sarebbe potuto identificare e sovrapporre al finito (Gesù) e partendo da quest’assunto, arrivò a formulare l’idea della pluralità dei mondi. Disse che un Cristo, metà uomo e metà Dio come definito dal concilio di Nicea, era come un centauro, cioè una chimera, una fiaba, e si spinse a criticare la figura di Cristo persino come mago, essendo inferiore, nella sua opera miracolistica, a quello che Bruno, appassionato di pratiche alchemiche, considerava il suo maestro: Ermete Trismegisto. La concezione bruniana di un mondo reale appartenente ad un Universo infinito, costituirà l’impulso per gli studi astronomici ma anche il “ primum movens” di speculazioni metafisiche che porteranno all’idea di “sostanza” di Spinoza (Dio in ogni cosa) , l’Io puro di Fichte, l’Assoluto di Shelling e lo Spirito di Hegel.
L’idealismo tedesco superò quella che Kant, nella “Critica della ragion pura” considerava ancora un’antinomia fra l’infinità del mondo e la sua finitezza spaziale e temporale ed introdusse il concetto di un’infinità “buona” dettata dalla ragione, una forza infinita che domina il mondo essendone parte essenziale. Fichte la identifica con l’Io o Autocoscienza e per comprenderne il significato bisogna intendere questa forza come infinità di potenza cosciente, non come un’infinità di estensione o di durata. Shelling chiama “Assoluto” questa forza creatrice che anima il mondo, mentre Hegel supera il concetto di un infinito contrapposto alle cose finite, assegnando alla Storia il fine ultimo del divenire che non può essere caotico ma regolato dalla Ragione che, in polemica con Kant, non è semplicemente una capacità della mente, non è pura astrazione, ma un principio metafisico che regola le leggi del mondo.
Questo nuovo modo d’intendere l’infinito introdotto dal romanticismo indusse l’uomo ad un’ incessante ricerca, nell’arte come in filosofia, dell’oltre limite e cioè di tutto ciò che trascendeva la realtà sensoriale. Forse per reazione all’illuminismo e certamente in palese contrasto con esso, si configurò un interiore bisogno di trascendenza, con una proiezione manifesta verso quella dimensione illimitata, che dona l’ebbrezza del brivido, anche e addirittura proiettando questa sete di Assoluto fin oltre la morte in un eterno, estenuante anelito verso il divino. Ecco quindi che l’infinito diviene il principale protagonista della cultura romantica, inteso come proiezione nel ciclo della natura in senso panteistico, laddove l’uomo stesso viene identificato con lo Spirito che vede nella natura e nel suo divenire un momento specifico della sua realizzazione. E se all’Assoluto, cioè al misticismo storico hegeliano sostituiamo la Storia reale, l’idealismo hegeliano si trasformerà d’incanto nel materialismo di Marx, il Materialismo dialettico appunto, attraverso il quale la filosofia diventa impegno sociale per il cambiamento totale delle cose del mondo.
Ci penserà Kierkegaard a riportare il concetto d’infinito in ambito decisamente religioso descrivendo l’uomo come consapevole della sua finitezza e desideroso di trascenderla in una corsa infruttuosa verso l’infinità di Dio. Il mondo reale ed il mondo infinito che Hegel aveva coniugato nella sua visone circolare della storia (tesi,antitesi,sintesi), vengono con Kirkegaard ancora separati essendo la finitezza prerogativa dell’Uomo che, colto da disperazione, solo con la religione cerca di sublimare il suo stato. Non resterebbe che parlare dell’infinito matematico ma qui si apre una nuova finestra che spazia da Pitagora, Euclide, Platone fino a Georg Cantor, che elabora tesi ardite e complesse sui numeri reali che, nella sua elaborazione concettuale, diventano trascendenti distruggendo le nostre certezze ed aprendo altri capitoli di ricerca.
Le considerazioni che mi sento di fare intorno a queste scoperte matematiche è che esse, per quanto strabilianti siano ( e lo sono effettivamente) hanno come supporto un assioma, una definizione di base su cui il tutto poggia. Se spostiamo il discorso rimanendo nell’ambito scientifico e cioè senza tirare in campo la trascendenza, incapperemo in due discipline tanto importanti quanto contro intuitive e decisamente in contrapposizione tra loro. Parlo della relatività sia speciale che generale di Einstein che della meccanica quantistica. La prima ci dimostra che i concetti di spazio e di tempo non possono essere assoluti ma sono relativi e già questo ci sconcerta perché possono essere assimilati al nostro odorato o al nostro udito come percezioni sensoriali relative. La seconda distrugge il concetto di Laplace sul determinismo scientifico con il principio d’indeterminazione di Heisemberg.
L’uomo resta sconsolato e attonito, basito per le sue stesse conquiste scientifiche che lo portano, con la forza delle proprie idee a reiterati tentativi d’imbrigliare il trascendente come il concetto d’infinito ma, a mi avviso, questo traguardo rimarrà sempre un’utopia. Nel suo essere c’è una propulsione verso la ricerca che forse, col passare dei millenni, porterà a delle mutazioni biologiche tali da ampliare o modificare i suoi recettori sensoriali. Solo così potrà comprendere ciò che oggi è incomprensibile, ma fino a quel momento dovrà accontentarsi di scegliere la poesia e l’arte per consolare il suo stato disperato di uomo, l’animale che sa di dover morire ma non sa se e che cosa ci sarà dopo di lui.

Sconcerto-Dino Licci- acrilico su ela 50X70

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