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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

martedì, agosto 23, 2011

Libertà



 Un tripudio d’amore
Ruota veloce al Sole!
voglia di libertà
Nel frusciante candore!

lunedì, agosto 22, 2011

Perchè la Chiesa non paga le tasse?

COSTITUZIONE ITALAINA

Articolo 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge [cfr. artt. 19, 20].Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Articolo 19

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume

Articolo 20

Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività
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Mi lasciano molto perplesso le ultime tre o quattro parole dalle quali si evincerebbe che le attività di lucro della Chiesa non possono essere tassate.
E questi articoli sono la conseguenza dei patti lateranensi che prevedono l’esenzione Ici e delle tasse sulle attività commerciali, per gli immobili (oltre il 30% del patrimonio nazionale ), le attività ospedaliere, alberghiere appartenenti alla Chiesa? Io chiedo il vostro parere o meglio che vi associate a me per chiedere spiegazioni ai nostri politici con questa semplice domanda:

non sarebbe ora, in un momento di crisi di rivedere questi accordi che gravano la nostra Italia di elargizioni insostenibili nei riguardi della Chiesa cattolica? E perché dobbiamo anche regalare l’8 per mille dei nostri redditi e dobbiamo anche subire che le malefatte dello IOR che ha istradato in modo illecito miliardi di euro verso la Polonia in rivolta ed i paesi sud americani restino impunite? Vi esorterei a leggere :



Poteri forti di Ferruccio Pinotti

Vaticano SPA di Gialuigi Nuzzi

Wojtyla segreto di Ferruccio Pinotti e Giacomo Gaelazzi

L’Entità di Erik Frattini



Scoprirete verità incredibili come le ho scoperte io che sono rimasto basito e mortificato





mercoledì, agosto 17, 2011

Una chiacchierata sull'evoluzione umana

Filosofando


La comparsa dell’uomo sulla terra e la sua evoluzione non è paragonabile a nessun altro evento noto nella storia dell’universo. Neanche lo scoppio iniziale, il famoso Big bang, da cui ha avuto origine il tutto, possiede quella forza intrinseca di trascendenza che caratterizza la capacità d’astrazione dell’uomo, la sua facoltà di interrogarsi, di chiedersi il perché delle cose, degli eventi che accompagnano il suo cammino e, con lui, quello dei suoi compagni di viaggio: animali e piante. Non per niente una definizione biologica dell’uomo lo definisce: “l’animale che sa di dover morire”. Il “momento” cruciale dell’evoluzione darwiniana culmina appunto in quella fase in cui l’uomo ha acquisito due facoltà fondamentali: il centro di Broca che gli ha regalato l’uso della parola, e la comparsa del pollice opponibile che ha trasformato i suoi arti superiori in perfetti attrezzi capaci di costruire i mezzi delle sua crescita culturale dalla ruota al computer. Questo processo che io ho potuto chiamare “momento” se paragonato ai tempi geologici, è durato milioni di anni e, tra le prime scimmie antropomorfe e l’uomo del XXI secolo, ci sono moltissime forme intermedie di umani che, nel corso dei secoli, hanno visto non soltanto modificarsi le loro strutture anatomiche ma anche la loro cultura e la loro capacità di autodeterminazione. La nostra chiacchierata non può certo partire né dalla nascita dell’Universo che la Scienza suggerisce sia avvenuta 13,7 miliardi di anni fa, né dalla nascita della vita comparsa nel mare da ormai 4,5 miliardi di anni e neppure dall’arrivo dell’uomo ascrivibile a circa 2.500.000 a 500.000 anni fa nelle sue varie fasi evolutive. Sarebbe un’impresa troppo ardua riassumere tali meravigliosi eventi in uno spazio così angusto, per cui dovremo limitarci a trattare il miracolo uomo (ed in modo estremamente sintetico) così come ci appare nel nostro occidente a partire da circa 2500 anni fa. Fu infatti nel sesto secolo a.c. che comparvero, nell’antica Grecia i primi filosofi occidentali, che cominciarono a porsi razionalmente quelle domande esistenziali che non avrebbero mai più abbandonato l’umanità. Superato il mito dell’animismo e del politeismo con cui avevano emesso i primi vagiti teologici ed esistenziali, gli antichi greci cercarono disperatamente un fine che giustificasse la loro presenza sulla terra e cercarono un Dio che li aiutasse nell’impervio percorso, accompagnandoli per mano fino al riscatto, alla meta, senza tradire quella parte razionale del loro essere, che sempre di più emergeva dalle teorie della conoscenza. I primi grandi pensatori, i presocratici, cercavano gli “archè”, i principi vitali che giustificassero l’essenza stessa delle cose (ilozoismo). E se Talete identificò nell’acqua l’incorruttibile materia che genera il mondo, Anassimene pensava che essa andasse ricercata nell’aria e Anassimandro la identificò con “l’apeiron”, l’infinito indefinito da cui tutto proviene. Parmenide coniò la filosofia dell’Essere statico e immutabile mentre Eraclito vedeva nel movimento e nell’eterno divenire (Panta rei) l’essenza primaria delle cose. Il primo grande unificatore di queste contrapposte teorie fu il grande Platone che al divenire del mondo sensibile contrappose l’iperuranio, il mondo delle idee, dove l’uomo tenderebbe e dove ci sarebbe lo “stampo” primigenio ed immutabile di ogni apparenza terrena. Aristotele razionalizzò ancor più queste impervie ricerche, analizzando “scientificamente” i fenomeni osservabili e identificando nel primo motore (Dio) il propulsore di una catena altrimenti infinita di causa-effetto (se ogni effetto ha una sua causa, il processo durerebbe all’infinito senza una causa prima). Ai filosofi si affiancavano i primi matematici (Pitagora, Euclide, lo stesso Talete) e i primi astronomi e scienziati ( Archimede, Eulero, Eudosso, Aristarco, Ipparco, Tolomeo). Gli atomisti del calibro di Democrito descrissero l’infinitamente piccolo avvicinandosi tanto alla realtà che soltanto la modernissima meccanica quantistica ne ha parzialmente smontato l’apparato, mentre l’epicureismo, lo stoicismo, il neoplatonismo, cercavano teorie che aiutassero l’uomo a lenire le sue sofferenze. Ma il bisogno di Dio aleggiava sempre nel pensiero dell’uomo e persino le scoperte scientifiche venivano condizionate da credenze religiose che ne frenavano lo sviluppo. Si assistette per secoli e secoli ad un condizionamento reciproco tra il pensiero e l’ambiente e, per tutto il medioevo (476 d.c. -1492) fu la Chiesa cattolica ad influenzare le scelte dei grandi pensatori del calibro di Sant’Anselmo, sant’Agostino, San Tommaso, il quale inventò la Scolastica, scuola di stampo aristotelico che cercava di coniugare la ragione con la fede. Con la fine del medioevo e prima che la Scienza s’imponesse in tutta la sua maestà, ci furono figure che mescolavano per così dire il sacro al profano (Marsilio Ficino, Pico della Mirandola) usando l’alchimia e la magia come surrogati scientifici. Ma se ad essi sommiamo quel grande, eroico pensatore che fu Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 con l’accusa di eresia a Campo de’ fiori in Roma, allora ci renderemo conto che proprio loro consentirono la nascita della vera scienza e se Copernico aveva soppiantato la pur pregevole dimostrazione tolemaica sul movimento degli astri, finalmente il razionalismo di Galileo, Newton, Keplero, illuminò le menti degli uomini che col rinascimento dettero la stura alle enormi capacità dell’intelletto umano. Col rinascimento si fa strada il razionalismo di Cartesio, che sottopone la verità al pensiero dell’uomo, ma incappa nella difficoltà di coniugare la sua “res cogitans” con la “res exstensa” degli empiristi (Hume, Locke, Hobbes) secondo i quali la conoscenza non deriverebbe dalle idee innate dell’intelletto ma unicamente dai nostri recettori sensoriali. Kant col suo criticismo riuscirà a mettere d’accordo le due scuole diametralmente antitetiche affermando che il razionalismo (il pensiero) necessita dell’esperienza sensoriale per aspirare alla conoscenza nella stessa misura in cui l’esperienza empirica abbisogna della ragione per essere coscientemente modellata e percepita. Un superamento del dualismo cartesiano (res cogitans-res extensa) si attua anche attraverso il pensiero di Spinoza che, identificando il pensiero con l’essere e l’essere con Dio e persino con la natura, propone un panteismo che abbraccia razionalismo ed empirismo in un’unica verità che è tutt’altro che materialistica vedendo, per così dire, Dio in ogni cosa e ponendosi anche eticamente, a mio avviso, al di sopra delle parti anche nella “vexata quaestio” che contrappone la Scienza alla Fede. A Kant che può considerarsi come lo spartiacque tra l’uomo succubo degli eventi con l’uomo dominatore (almeno parzialmente degli stessi), seguono gli idealisti tedeschi: Fichte, Schelling e il più incisivo Hegel che osa ignorare il principio di non contraddizione di Aristotele, identificando ogni principio col suo contrario ed affermando la superiorità della razionalità sull’intuizione. Per Hegel, in polemica con Kant, la ragione non è semplicemente una capacità della mente, non è pura astrazione ma un principio metafisico che regola le leggi del mondo. Insomma la storia del mondo persegue un suo fine ultimo che non può essere caotico ma regolato appunto dalla razionalità (l’Assoluto). Se all’Assoluto, cioè a questo apparente misticismo sostituiamo la Storia reale, l’idealismo hegeliano si trasformerà d’incanto nel materialismo di Marx, il Materialismo dialettico appunto, attraverso il quale la filosofia diventa impegno sociale per il cambiamento totale delle cose del mondo. Ma se il marxismo preluderà a quel movimento tellurico che sconvolgerà gran parte del mondo quando Lenin cercherà di mettere in pratica l’ideologia materialistica, un altro grande pensatore, suo malgrado probabilmente, fornirà ad Hitler le basi di un delirio di onnipotenza che porterà allo sterminio di un intero popolo. E questo grande pensatore ha nome Friedrich Nietzsche. Tanti altri filosofi illumineranno prima e dopo di lui il pensiero occidentale da Rousseau a Voltaire, da Bergson a Husserl, da Heidegger a Sartre, da Russell a Jasper, ma quest’uomo, finito in manicomio in giovanissima età, è riuscito a demolire fin dalle fondamenta le tante certezze dettate dalla fede o dal luogo comune. Come filologo ha demolito l’immagine della tragedia greca così come la proponeva il neoclassicismo ancora imperante alla sua epoca e, dalle ceneri della sua spietata analisi, emerge l’uomo greco nella sua doppia essenza: l’apollineo e il dionisiaco, quasi un preludio alla psicoanalisi freudiana, la nascita di una forza istintiva ed ancestrale che si contrappone alla ragione, alla prudenza, alla cautela dell’uomo socratico. E quando si abbandonerà al pensiero filosofico, quando la scoperta dell’Eterno ritorno dell’uguale, lo porterà a sposare le credenze orientali sulla reincarnazione e metempsicosi, ripudiando una finalità lineare delle religioni e dell’evoluzione darwiniana, egli capirà che l’unico scopo della vita, negli animali, nelle piante, in tutti gli esseri della terra, è la volontà di potenza, laddove ad emergere sarà il più forte, il più avveduto, il più congeniale ad occupare un posto preminente nel suo habitat e nella società degli umani. E nascerà così la “Teoria del superuomo”, quella teoria cui Hitler che pure non poteva conoscerlo per motivi cronologici, attingerà per fecondare la sua follia sfociata nello sterminio nazista. Ma non finisce qui. Trascinato dalla musica di Wagner, laddove sembra mescolarsi tutta l’umana follia ribollente nel grande calderone della mente umana come vista da Jung, Nietzsche scoprirà che “Dio è morto” come dirà in “Così parlò Zaratustra”. Dio è morto ucciso dalla Scienza, dalla ragione, dal progresso e come un’eco lontana lo stesso grido disperato riecheggia nelle liriche del nostro Leopardi, nei filmati del grande Bergman, nell’Urlo di Munch e di tutti i pittori espressionisti che ci proiettano l’immagine di un uomo solo, abbandonato a se stesso, ai suoi dubbi, alle sue paure, mentre le tristi note di Mahler si accompagnano all’impeto wagneriano quasi a sancire l’angoscia e le paure di tutta l’umanità.

lunedì, agosto 15, 2011

Sulla carcerazione preventiva

Quando penso al caso”Tortora” e alla circostanza che per l’errore giudiziario che lo riguardò, nessuno ha pagato, un brivido mi corre lungo la schiena. Nel 1971 Nanni Loy stigmatizzò il problema della carcerazione preventiva con un film, “Detenuto in attesa di giudizio”, che valse ad Alberto Sordi un premio Donatello come migliore attore protagonista. Oggi che Pannella, con i suoi reiterati digiuni, riesce a catalizzare l’opinione pubblica sul problema del sovraffollamento carcerario, mi sembra il caso di tornare sul problema ricordando la celebre frase “In dubio pro reo” contenuta già nel Digesto giustinianeo (D.50.17.125) come esortazione verso i giudici, quando non v'è certezza di colpevolezza, di accettare il rischio di assolvere un colpevole piuttosto che rischiare di condannare un innocente. Mi rendo conto che talvolta la carcerazione preventiva si rende necessaria ( pericolo di fuga, reiterazione del reato, ecc.) ma, data la presunzione d’innocenza prevista dalla nostra costituzione (Art.27.2), non è assurdo che un imputato “sconti” una pena che potrebbe non essergli comminata assieme a detenuti certamente colpevoli? Non si potrebbero i presunti innocenti isolare in luoghi diversi dal carcere comune, visto che, oltretutto, la limitazione di libertà è un marchio che ti segna per tutta la vita? E si può ricorrere alla carcerazione preventiva per spingere un imputato a confessare? Non è forse questa una forma di tortura contro la quale Cesare Beccaria scrisse il celebre saggio “Dei delitti e delle pene”? Credo si debba fare a questo punto un passo indietro chiedendoci se una pena debba essere comminata come punizione o come prevenzione: “ Nemo prudens punit quia peccatum est, sed ne peccetur” (nessun uomo avveduto punisce perché si è peccato ma perché non si pecchi) ci ricorda Seneca parafrasando Platone e questa verità dovremmo tutti scolpircela in testa. Non si può tenere libero un pericoloso criminale solo perché deve scontare la pena, ma perché bisogna salvaguardare la società dalla sua latente pericolosità. Vista da questa ottica la carcerazione non dovrebbe essere luogo di tormento ma di isolamento e la carcerazione preventiva dovrebbe garantire il rispetto per chi potrebbe risultare innocente dopo i tre gradi di giudizio che la nostra società garantista ha previsto. Con lo stesso metro però bisognerebbe vigilare che una pena comminata dopo i tre gradi di giudizio, venga effettivamente scontata sennò assisteremmo al paradosso che un innocente paghi preventivamente una pena non commessa ed un colpevole se la cavi con un periodo di detenzione inferiore a quanto deciso in tribunale.

domenica, agosto 14, 2011

L'ombelico del mondo

Quando si parla di ombelico, il mio pensiero corre al residuo del cordone che ci univa a nostra madre ma, se parliamo di ombelico del mondo, mi devo limitare a cercarlo pazientemente sui libri che parlano di mitologia. Vediamo:
"Chi la fa l'aspetti" sembrerebbe un detto coniato a pennello per Crono, personaggio mitologico nato dall'unione di Urano con Gea a loro volta generati da Caos, dio supremo e onnipotente che io paragonerei allo stato confusionale in cui versava l'universo prima che il demiurgo platonico vi mettesse ordine o addirittura al "Caso" dell'evoluzione biologica partorita dalla felice intuizione di Darwin. Il paragone non vi meravigli perché io spesso vado comparando eventi scientifici e verificabili, con intuizioni metafisiche e astratte come quelle degli sciamani che descrivono fra le loro "visioni" estatiche, serpenti attorcigliati come una doppia elica che si avvinghiano e copulano generando la vita a guisa del nostro Dna, che è forgiato proprio a forma di una coppia di serpenti.
Ma torniamo al nostro Crono. La storia non è esente da una certa crudezza, ma anche la nostra Bibbia contiene passi incestuosi e di violenza inaudita, come potrà verificare chi avrà l'accortezza di leggerla magari con l'aiuto di qualche studioso che abbia il dono dell’obiettività.
Dunque Crono, che aveva come sposa e sorella la titanessa Rea, fu re dei Titani e doveva avere una carica sessuale simile a quella del padre Urano, che pare avesse respinto nel ventre della moglie Gea, i Giganti e i Ciclopi, pur di continuare a esercitare il suo ruolo di maschio con instancabile fervore. Per vendicarsi di tanto affronto, Gea dette a Crono un falcetto pregandolo di evirare Urano, nonostante fosse suo padre, non appena questi avesse di nuovo voluto giacere con lei. Crono tagliò i genitali del padre (brrrrrrrrrrrrr) in un momento di estasi e dalle gocce del sangue versato, nacquero le Erinni, i Giganti e le Ninfe.
Così Crono governò al posto del padre in modo altrettanto dispotico ma gli fu predetto che uno dei suoi figli gli avrebbe fatto fare la stessa fine che lui aveva riservato al rude Urano, che poi sarebbe il Saturno romano. Intimorito da tale vaticinio, Crono ingoiò tutti i suoi figli alla nascita, tutti tranne Zeus che Rea riuscì a salvare sostituendolo con una grande pietra. Allevato sul monte Ida dalla capra Amaltea, Zeus cresciuto riuscì a far bere a Crono un emetico cosi che egli vomitò gli altri cinque figli: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone.
E con i figli Crono vomitò anche la grande pietra che fu posta a Delfi a indicare lì l'ombelico del mondo.
Quale significato assiologico dare a questo mito crudele? Qualcuno erroneamente identifica Crono col tempo e l'etimo parrebbe dargli ragione e anche alcune raffigurazioni che ritraggono il tempo come un vecchio armato di falcetto.
Ma altri più opportunamente (non si dimentichi che persino Freud pesca con la sua psicanalisi nell'Edipo re di Sofocle), vedono in Crono il padre possessivo e despota, restio a far crescere i figli fino alla loro piena maturità, vittima e carnefice insieme della sua stessa crudeltà. Amante grossolano come il padre che crede di esternare la sua virilità usando il fallo come una clava, tratta la sua donna come una schiava. Insensibile alle sue esigente e bisogno di tenerezza, resta evirato anch'esso perché incapace di donare e capire e coniugare nell'amplesso generatore di vita, le qualità dell'Uomo vero, la forza e la generosità, la passione e la tenerezza, la bramosia e la devozione. Beh, oggi ho voluto essere tenero verso il gentil sesso. Buona notte. Dino


sabato, agosto 13, 2011

La comparsa del linguaggio

In un paese a forte tradizione cattolica, infarcito di dogmi, credenze e verità rivelate, parlare di evoluzionismo, di etologia, di Scienza, potrebbe sembrare irriverente (se addirittura si voleva eliminare Darwin dalla scuola), ma la Conoscenza non può avere limiti prefissati e la storia dell’Uomo, la sua corsa irrefrenabile verso l’autodeterminazione, non può essere irretita in fosche superstizioni, in una visione oscurantista della Vita che invece è movimento, dinamica, continua trasformazione. La stessa crosta terrestre fa rumorosamente parlare di se lanciando un segnale di vita a tutti gli esseri che la abitano, quasi un monito, un simbolo, una presenza impalpabile e vera nella sua abissale drammaticità. La deriva dei continenti non è un fatto remoto ma attualissimo e tale che la crosta terrestre muta continuamente di forma anche se l’osservazione andrebbe valutata in migliaia di anni. La lava, i lapilli, le eruzioni vulcaniche, i terremoti, i maremoti, sono il respiro della terra, sono la sua vita, la stessa vita che si manifesta con l’atmosfera, i temporali, le maree, le stagioni, le eclissi, le aurore boreali, le nostre albe e i nostri tramonti. Tutto scorre, come diceva Eraclito tanti secoli fa, e tutto si modifica, anche la nostra materia cerebrale che si arricchisce di nuovi strati, di nuove strutture, frutto della conoscenza che stimola i neuroni a modificarsi, complicarsi, evolversi in un “continuum” infinito che interagisce con i nostri cromosomi, col nostro patrimonio genetico, in un gioco più grande di noi che ci spaventa e ci affascina, ci sprona e c’inchioda al nostro, a volte tragico, destino.
Nell’enciclica “Humani generis” del 1950, la stessa Chiesa cattolica ammette la teoria evolutiva di Darwin, che qualcuno ancor oggi si ostina ad osteggiare, intendendo la creazione dell’uomo come l’immissione di un’anima immortale in un corpo animale, fatto che sarebbe avvenuto nel primo pleistocene e cioè circa 800.000 anni fa.(Hans Hass -Noi Uomini-pag 19). E non è cosa da poco se pensiamo all’inquisizione, alla fine che facevano i grandi pensatori dell’antichità come Giordano Bruno, arso vivo a “campo dei fiori” perché asseriva la pluralità dei mondi o Galileo costretto ad abiurare verità oggi date per scontate. E appunto Darwin, in campo metafisico, oltre che filosofico e biologico, ha attuato una vera e propria rivoluzione copernicana. Come Copernico ci ha liberati dalla visione tolemaica del mondo, che vedeva la terra centro dell’Universo, così egli ci ha liberato da quella visone antropocentrica della vita che relega il mondo animale e vegetale in una condizione di servilismo innato di tutte le specie viventi nei confronti dell’uomo, signore incontrastato di tutta la natura. La chiave di lettura è diversa e va ricercata appunto in un contesto evolutivo che ci veda proiettati verso il futuro, verso una condizione superiore che ci trovi, chissà quando, chissà come, possessori di tali qualità recettive capaci di spiegarci quei fenomeni metafisici cui tutti aneliamo ma che sfuggono, senza un passivo atto di fede, alla nostra conoscenza razionale. Quando l’umanità sarà in grado, semmai lo sarà, di trasformare il “noumeno”di kantiana memoria in fenomeno verificabile, la sua corsa verso la conoscenza sarà compiuta. Prima di allora il povero transeunte striscerà sulla terra, sia pure con balzi eccelsi che hanno il sapore della musica, dell’arte, della poesia, chiedendosi instancabilmente chi è, da dove viene, dove va e soprattutto il perché del suo misterioso divenire.
Ma in questo contesto, stretti un uno spazio necessariamente angusto, l’argomento che vorrei trattare (comparsa del linguaggio e rapporti ecologici con le altre specie viventi), non può certo essere esposto in modo esaustivo ma, per prima cosa, potrei cercare, alla luce delle moderne conoscenze, di riabilitare il mondo degli animali col tentativo di “entrare nei loro pensieri” attraverso la conoscenza elementare delle loro strutture cerebrali.
Intanto, carte anatomiche alla mano, possiamo dimostrare come i sentimenti, il dolore, il piacere, la gelosia, l’emozione, l’affetto, la simpatia, la permalosità e così via, siano caratteristiche comuni a tutti i mammiferi perché il cervello (evidente per chi conosce la neurologia comparata) è composto come da più strati sempre più complessi man mano che si progredisce verso l’alto nella scala zoologica .

Per esempio al TRONCO ENCEFALICO, il cosiddetto cervello RETTILIANO (midollo spinale, midollo allungato, ponte di Varolio, mesencefalo), che si è formato circa 500 milioni di anni fa, nel corso dell’evoluzione si è aggiunto (200-300 milioni d’anni fa) il CERVELLETTO e quindi il SISTEMA LIMBICO (fornice, talamo, ipotalamo, ipofisi, ippocampo, amigdala) detto anche MAMMALIANO perché tipico dei mammiferi e sede dei sentimenti che ho appena elencato.
Questo fa sì che anche gli altri mammiferi soffrano, godano, palpitino d’amore e gelosia proprio come noi, mentre invece in nessun caso essi saranno capaci d’astrazione perché non hanno le strutture atte a sviluppare tali pensieri. Quando si formerà la CORTECCIA che sarà sede d’astrazione, pensiero, idea, allora l’animale sarà diventato Uomo, l’animale che sa di dover morire, e appunto egli comincerà a chiedersi chi è ed eleverà al cielo le sue braccia, le sue preghiere, le sue aspirazioni o s’invaginerà in se stesso, conscio dei propri limiti, schiavo della sua cavità cranica che non è ancora abbastanza sviluppata da svelargli il mistero della sua esistenza, ma abbastanza capiente da contenere i suoi dubbi, le sue angosce, le sue ansie, l’immagine elaborata e infinita dell’universo intero.
Con la comparsa della corteccia compare il linguaggio e compare la capacità di muovere la mano in senso completo, col pollice opponibile che consentirà a questa creatura di crearsi l’organo accessorio, dalla clava al computer, dalla ruota all’astronave, con un ‘enorme amplificazione delle sue potenzialità accresciute dalla capacità acquisita col linguaggio, di trasmettere ai posteri le proprie conquiste e moltiplicare enormemente le proprie conoscenze.
E il linguaggio non dipende soltanto da un’evoluzione del nostro apparato vocale, ma soprattutto dall’evoluzione del nostro cervello che aggiunge alle aree di cui vi ho parlato prima e con la corteccia, la capacità d’astrazione, la capacità di elaborare concetti, immagini, suoni e opinioni trasformandole in idee che il centro di BROCA traduce in linguaggio. Questo centro, si trova nella nostra corteccia, nell’emisfero di sinistra e fu scoperto da Broca nel 1860 quando il grande fisiologo si accorse, a mezzo dell’esame autoptico, che tutti i pazienti che avevano sofferto di difficoltà di linguaggio (l’afasia di Broca oggi si dice), mostravano anche una lesione nel loro lobo frontale sinistro. Interessante, molto interessante, sottolineare che questi pazienti erano in grado di capire il linguaggio ma non sapevano elaborarlo mentre altri pazienti, che erano in grado di scrivere e di parlare, non erano in grado di capirlo e questi ultimi, come scoprì successivamente un altro grande neurologo, Karl Wernicke, avevano invece una lesione nella zona parieto-temporale sempre dell’emisfero sinistro. Questa fu detta area di Wernicke dove arrivano gli stimoli (visivi dal lobo occipitale ed uditivi dal lobo temporale), per venire poi trasformati in una specie di “codice neurale“ del linguaggio e trasportati attraverso una via nervosa (il fascicolo arcuato) al centro di Broca, dove finalmente il linguaggio prenderà forma. Insomma il cervello è molto più complesso di quanto crediamo ed è il grande mistero della biologia. Mi spiego meglio: a ogni parte del corpo (come cominciarono a dimostrare fin dal 1870 Fritsch e Hitzig e come oggi è più facile vedere anche in vivo attraverso la tomografia assiale e la risonanza magnetica funzionale), corrisponde un’area corticale che, se stimolata, ne induce il movimento o l’attivazione (col cosiddetto Homunculus di Penfield se ne proietta un’immagine didattica). Quindi, nel caso della parola, è il nostro cervello sinistro, la corteccia, a produrla con una interreazione di più aree, più regioni che collaborano insieme per il raggiungimento di uno stesso fine. Il linguaggio, nel senso letterale della parola, è, come abbiamo visto, una conquista dell’uomo ma questo non vuol dire che il resto del mondo vivente non comunichi con i suoi simili. E non sono solo i cani, i gatti, i nostri animali domestici a strabiliarci con le loro capacità innate od acquisite di comunicare tra di loro, ma anche i pesci, i rettili, gli insetti e perfino forme di vita ancora più elementari. Tutto sta nel saper decodificare i messaggi nascosti come in un gioco crittografico dei nostri quiz enigmistici . Ma di questo parleremo un’altra volta.

giovedì, agosto 11, 2011

Gli astri e la terra


Sconcerto, turbamento, confusione.
La mente mia vacilla: un’eruzione
di galassie, comete, nebulose
un girotondo immenso, un’esplosione!

E tutto questo immenso, eterno mare,
fatto di fuochi, nebule e scintille,
ruota nel cosmo ed infinito appare:
al mio pensiero il limitar scompare.

Piccola terra, sembri una bambina
vestita a festa con l’azzurro mare.
Tu sola colorata ed animata
tra tanti fuochi sola a navigare.

Pensare che ti stiamo rovinando:
inquinamento, guerre, distruzione,
mentre tu giri ignara ritmando
ancora giorno e notte e le stagioni.

Potessimo vederti da lontano
forse ci sentiremmo più fratelli
raccolti in un puntino luminoso,
splendenti come fossimo gioielli!!!

mercoledì, agosto 03, 2011

PRIMAVERA MALINCONICA




Spuntano i fiori già nel mio giardino,
giacinti,tulipani e gelsomini
e il salice piangente qui vicino
sovrasta ombroso tanti ciclamini.

Si rivolge alla rosa rigogliosa
Che gli sta accanto ritta e un po’ superba,
le chiede il suo profumo, un po’ d’amore……
E la rosa ch’è bella e appena schiusa….

“io ho la vita davanti,da regina!
Vuoi che venga con te che piangi sempre?
Vuoi che muoia per te che sei meschino?”
E il salice un po’ timido e impacciato

Cerca, lui grande, d’apparir piccino…..
E la rosa che è bella vien recisa,
allontanata da quel poverino!!!
E mentre se ne va per la sua via,

la rugiada ch’è in lei cade per terra,
pare che pianga anch’essa per amore
e, mentre piange, lentamente muore!
E il salice piangente che ha veduto,

alza i suoi rami al cielo verso il sole
come per darle l’ultimo saluto…….
”guarda la rosa mia ch’è già finita
Sembrava così bella, è già appassita!!!”