Informazioni personali

La mia foto
Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

venerdì, ottobre 28, 2011

E' cambiato il vento




Che strana primavera, che tormento!

Mentre ascolto Vivaldi in allegria

arriva forte un turbinio di vento

e spazza via ricordi e fantasia!



Corron le nubi, lascian cieli tersi,

c’è un vortice di foglie, confusione,

c’è chi scappa veloce, chi ripara

in un portone e suona una campana.



Vedo rugoso e curvo un vecchio ulivo

che nascondeva nella folta chioma

un uccelletto, dolce capinera,

che prende il volo e svelta s’allontana.



Agita i rami in segno di protesta,

non sa se richiamarla o farla andare:

era al sicuro nella sua foresta,

ma che c’è di più bello del volare?

Brandelli di storia : Enrico VIII, Caterina d’Aragona, Anna Bolena


Enrico VIII
Un elegante vestito scuro ed una sottoveste color cremisi. Così Anna Bolena si avviò al patibolo, elegante e composta, e mentre pregava per il marito che la stava mandando a morte, trovò la forza di scherzare sull’abilità del boia e la sottigliezza del suo collo. La testa cadde infatti sotto un sol colpo assestatole da un abile spadaccino. Pare che ella la raccolse mentre rotolava in terra e, tenendosela sotto braccio, continuerebbe a vagare, nelle vesti di un fantasma, ancor oggi nei meandri della torre di Londra, ove era stata rinchiusa accusata di adulterio, incesto e stregoneria. Per avallare queste false accuse, ben cinque uomini furono torturati fino ad ammettere di essere stati suoi amanti, mentre suo marito Enrico VIII convolava alle sue terze nozze alle quale ne sarebbero seguite altre tre per un totale di sei. Enrico VIII era nato dall’unione del potente Enrico VII della dinastia dei Tudor con Elisabetta di York e, se si proiettasse la sua storia in televisione invece delle “telenovelas” che appassionano migliaia di massaie, la storia ne trarrebbe grande beneficio, mentre si capirebbe come gli intrecci sentimentali più fantasiosi, non possono superare per complessità ed immaginazione, la vita di questo grande che mutò la storia d’Europa. La sua prima moglie, Caterina d’Aragona, era rimasta vedova del fratello di Enrico, Arturo, che morì giovinetto e, per sposarsi col velo, dovette dimostrare che il suo primo matrimonio non era stato consumato. Per questo ottenne una speciale dispensa dal papa. Ma per quanto il re si desse da fare, la regina non riuscì a dargli un erede maschio ma solo una sfilza di aborti ed una femminuccia, Maria la sanguinaria, che meritò il suo appellativo per la ferocia con cui, cattolica, condannò a morte i capi religiosi protestanti nominati dal padre. Ma facciamo un passo indietro. All’epoca non si conosceva la genetica e si pensava che il sesso del nascituro dipendesse dalla predisposizione femminile, per cui Enrico scelse, tra le sue numerose amanti, di sposare l’affascinante Anna Bolena nella speranza di avere un erede maschio. Siamo nell’anno 1533 e, come sappiamo, l’Europa era pervasa dall’onda protestante che tracimava sul cattolicesimo ad opera di Lutero, Calvino, Zwingli ed Anna Bolena era appunto protestante. Per potersi sposare con Anna, Enrico doveva farsi annullare il matrimonio con Caterina, doveva insomma ora provare il contrario di quanto aveva precedentemente dimostrato: che cioè il primo matrimonio di Caterina con Arturo era stato in realtà consumato, per cui il suo non era valido. Ma il papa, che ora era Clemente VII, non voleva certo inimicarsi il potentissimo imperatore Carlo V che era zio di Caterina d’Aragona e quindi non concesse l’annullamento richiesto. Aveva sottovalutato la determinazione di Enrico. Egli fece varare dal parlamento una legge che affidava al re l’autorità religiosa e proibiva l’intervento del papa in questioni matrimoniali. Così l’arcivescovo di Cantebury poté accontentare i desideri del re , che però fu immediatamente scomunicato dal papa. La contromossa di Enrico VIII, ad opera dei suoi ministri, fu quella di confiscare gli immensi possedimenti della Chiesa e con il ricavato sostenere le spese di guerra che si profilavano all’orizzonte. La riforma di Enrico VIII non fu condivisa da tutti (Tommaso Moro, l’autore di “Utopia” pagò per esempio con la testa il rifiuto di accettare che il re fosse il capo della Chiesa) e, per quanto non fosse una totale adesione al protestantesimo, essa riformò il cattolicesimo laddove ora i preti potevano sposarsi e le immagini sacre venivano sistematicamente distrutte(iconoclastia). Intanto, per tornare ai matrimoni, dopo essersi sbarazzato di Anna Bolena, Enrico VIII ebbe finalmente un figlio maschio da Jane Seymour, a cui fu imposto il nome di Edoardo VI ma, ironia della sorte, questi morì giovanissimo per cui l’eredità del re fu raccolta da Maria che, come abbiamo visto, si sbarazzò degli eretici protestanti. Ma dopo cinque anni le successe Elisabetta I, figlia di Anna Bolena che invertì ancora una volta la direzione e, ristabilendo le riforme del padre ed anzi arricchendole di alcuni prinipi calvinisti, sancì una volta per tutte la piattaforma dottrinale su cui ancora oggi si basa l’Inghilterra moderna.

Evoluzionismo

giovedì, ottobre 27, 2011

I fantasmi della notte

I fantasmi della notte

vagano silenziosi

nella mia mente inquieta

e confondono sogno e realtà.

Parlano di te,

parlano di me

fuori dallo spazio

e dal tempo.

E passato e presente

si contendono

il nostro divenire

nell’incerto scorrere

di ore senza senso,

nel groviglio della memoria

ricca di gioie,

paura

e dolore.

domenica, ottobre 23, 2011

sabato, ottobre 15, 2011

Atteone e la conoscenza


                                       Dino Licci - Atteone e la conoscenza- acrilico su tela 180X110


Sto leggendo l’ultimo saggio si Stephen Hawking “Il grande disegno” e la sua lettura, benché non si tratti di una passeggiata, mi appassiona oltre ogni dire. Ho deciso di farne dei riassunti, secondo il mio costume, mano a mano che procedo nella lettura per due motivi:

-il primo è egoistico perché riassumere ciò che si è letto ricontrollando l’esattezza dell’argomento trattato, aiuta a fermare nella mente i concetti;

-il secondo è altruistico perché mi piace condividere con gli amici la gioia di una nuova scoperta scientifica o la discussione costruttiva che può seguire ad una pubblicazione di tal genere.

Ma prima di cominciare voglio ricordare due figure che sono state immolate alla scienza dalla Santa Inquisizione. Si tratta di due domenicani. Il primo, noto a tutti, è Giordano Bruno, il secondo, meno conosciuto, è Giulio Cesare Vanini, mio conterraneo che non ebbe migliore sorte. Anzi leggendo nei dettagli il profilo biografico trattato dal filosofo Cesare Teofilato, padre del mio caro amico Glauco, credo che le torture cui fu sottoposto, superarono addirittura quello che furono inflitte a Bruno. Colpa dei due religiosi fu l’aver dubitato della SS Trinità ed aver asserito l’esistenza di altri mondi, quelli della cui esistenza che oggi nessuno più dubita. Ma come poteva una mente libera come quella di Giordano Bruno che precorreva i tempi nella visione della pluralità dei mondi, accettare decisioni dogmatiche prese sulla scia del fanatismo, trascurando del tutto la ragione e la conoscenza? Per capirlo appieno voglio ricordarvi il mito di Atteone e il diverso significato assiologico che il nostro attribuì alle azioni del cacciatore. Io sto dipingendo, in questi giorni, un enorme quadro che ha come protagonista proprio Atteone e, dietro di lui, la filosofia di Bruno. Mi piacciono molto i miti perché nascondono sempre una verità di fondo anche se diversamente interpretabile come in questo caso. Dunque Atteone si inoltra per una selva fitta e impervia fino a raggiungere un laghetto dove si bea della visione di Diana che fa il bagno nuda e, per tale motivo, viene trasformato in cervo e sbranato dai suoi cani che non lo riconoscono. Il significato del mito era interpretato in senso fortemente negativo perché metteva in risalto la giusta punizione per l’uomo che, colpevole di tracotanza (Ubris), era restio ad accettare la sua condizione di sottomissione e cieca ignoranza. Vi ricordate del mito di Prometeo che rubò il fuoco (la conoscenza) agli dei?

Atteone, a mio avviso, ne ricalca le orme e, nell’interpretazione di Bruno, questa sua sete di conoscenza è un evento molto positivo in accordo, oserei dire, con l’evoluzionismo biologico, che vede l’autodeterminazione dell’uomo come fine ultimo della sua avventura terrena. Bruno vede nell’incauto cacciatore, l’uomo o meglio ancora il filosofo, che spazia con l’ausilio delle sue facoltà primigenie (la volontà e l’intelletto simbolizzate dai suoi cani), in tutti i campi dello scibile, per carpire alla natura (Diana) i suoi segreti. Diana riflette la sua immagine nel laghetto e Bruno attinge ad un’espressione che fu già di San Paolo cioè riesce a conoscere la divinità “per speculum” ma fa di più: questa sua primitiva conoscenza seguita nella sua trasformazione in cervo, per Bruno significa che l’uomo, la divinità, la natura, sono una sola cosa precorrendo, a mio avviso, i temi della filosofia di Spinoza. Ma in Bruno c’è ancora di più: c’è lo spirito aristocratico di Averroè e oserei dire di un Nietzsche ante litteram perché la foresta in cui s’inoltra (la conoscenza) è talmente impervia, che solo pochi eletti possono riuscire ad attraversarla e solo con l’ausilio della filosofia. Ora io mi permetto di aggiungere che le moderne acquisizioni sulla meccanica quantistica, la bilocazione delle particelle elementari di cui, ripeto, tutti siamo costituiti, l’entanglement quantistico, preludono forse a studi atti ad avallare la tesi secondo cui noi, la natura, la divinità, siamo fusi insieme da una misteriosa rete energetica, ancora inesplorata ma seducente ed elegante che qualcuno definisce pomposamente col nome di “Matrix divina”. Ma mi fermo qui accingendomi a riassumere per me e per voi le prime pagine del saggio di Hawking, una delle menti più razionali del nostro tempo.






venerdì, ottobre 14, 2011

Il cane innocente

La donna del bar era rubiconda e gioviale. Non ho mai visto una donna rubiconda che non fosse anche gioviale ed in più le piaceva il suo lavoro ed a furia d’impastare cassate, pasticcini, biscotti e cannoli, aveva finito per somigliare ai suoi prodotti. Ecco : la donna del bar somigliava ad un babà. Sedeva alla cassa del bar con un grembiule bianco che odorava di crema. Un odorato più allenato avrebbe colto l’odore pungente dell’ammoniaca ed anche l’aroma leggero e fragrante della cannella. La cannella mi ricordava mia madre ed il suo vasetto di vetro ripieno di questi piccoli rotoli dal colore scuro. Entravo ogni mattina a prendere il caffé in quel Bar, forse attratto proprio da quel saporoso richiamo di pasticceria appena sfornata e non dovevo essere l’unico a subirne il richiamo, perché il bancone era sempre affollato ed insieme col caffé venivano sempre serviti un cornetto, una brioche o un croissant.

All’uscita del Bar, sopra un tappeto usurato dal tempo, sostava sempre un vecchio cane. Sembrava godersi un meritato riposo dopo quella che doveva essere stata una brillante carriera d’instancabile segugio. Lo dedussi dalla sua pregiata livrea di setter irlandese e dalle chiacchiere da cacciatore che avevo sentito talvolta fare dall’ormai anziano proprietario del bar. Il cane scodinzolava ogni volta che passavo. Non so se fosse una sua abitudine o se si fosse affezionato alle mie consuete visite mattutine. Fatto sta che non potevo esimermi dal fargli ogni volta una veloce carezza ricevendone in cambio uno sguardo pieno di gratitudine ed affetto. Quello doveva essere un giorno speciale per quel gruppo di anziani signori. Non so che cosa festeggiassero, ma la strada pullulava di gente come non era mai successo. Erano assiepati in piccoli gruppi e chiacchieravano allegramente come nei raduni di vecchi compagni d’armi o vecchi compagni di scuola. Pensai che avrei fatto tardi e stavo rinunciando al mio abituale caffé, quando delle voci concitate mi attrassero all’interno del locale. Un signore dall’aria distinta con barba e capelli bianchi indicava il bancone dove tra fumanti zeppole ricoperte di crema dorata, troneggiava turrito e più volte riavvolto su se stesso un enorme, schifosissimo, repellente escremento fecale. Richiamata dal chiasso e dalle risa, la signora del bar si precipitò sul vassoio ed il suo viso divenne violaceo scambiando per vero quello che in realtà non era che un pezzo di plastica ben modellato e colorato a dovere. I suoi occhi cominciarono a roteare da tutte le parti ed i capelli sembravano rizzarsi sulla sua testa tonda mentre la bocca cercava inutilmente di proferir parola, finché un lampo di genio le illuminò il volto e, presa una scopa, si avventò contro il povero cane che, intuita la mala parata, se ne fuggiva lontano. Intanto il signore barbuto, con abile mossa, fece sparire in tasca il giocattolo di plastica e, richiamata la signora, le disse affettuosamente mentre si serviva di una pasta alla crema:

“Ma che succede, signora? Mi sembra agitata oggi”

“Come che succede? Non vede che ha combinato il mio cane? Scusate signori, scusate, scusate, pulisco subito”

“Ma che deve pulire? Perché non mi fa un bel caffé invece?”

Lo sguardo della signora andò sul vassoio fumante dove mani ingorde si affrettavano a consumare la merce ed allora il suo volto assunse un’espressione indefinibile, il rossore scomparve, i suoi occhi rotearono ancora e, quasi fosse colta da un malore, sbalordita ed incredula, si accasciò sulla seggiola e pesantemente, gravemente giacque.

sabato, ottobre 08, 2011

Lu cane (poesia in vernacolo)

LU CANE



Cce bbole,cu me mozzica stu cane

Ca sta mme face tuttu stu casinu?

Ci la criatu! e nu se staie cittu

Crai senti sorma e puru lu vicinu.



Ma cce lli zzicca, furmine e saietta:

ole cu ssimu, armenu cussì pare,

ma addhruè cca scire, cce bole, na purpetta?

Nà, teni e cittu e lassame mpannare!



E cce la spiccia! essi, essi, vane,

sangu, cce fusce, l’aggiu sicutare

cu visciu propriu ieu cce l’ha ziccatu

furmne de lu focu mpizzicatu!



...Eccu ca mo se spiega la commedia :

sintia ndoru de fimmina stu cane.

Guarda come la ndora nnamuratu,

guarda comu la gira e mò è zumpatu!



Sciamune a casa, Dinu, lassa stare,

lassali stare suli st’animali:

a menzu a quistu munnu discraziatu

cu spiccia bonu armenu pelli cani!!!


Traduzione

Ma che vuole mordermi questo cane

Che mi sta facendo tanta confusione?

Ma chi lo ha creato? E continua a far chiasso

Domani si lamenteranno mia sorelle e gli altri vicini.





Ma che gli prende fulmini e saette:

vuole che usciamo, almeno così sembra

ma dove vorrà andare? Vorrà una polpetta?

Ecco tieni, sta zitto e lasciami dormire.



Ma non la finisce! Si va bene vai

Ma come corre, lo devo seguire

Per vedere proprio che gli è preso

Per tutte le scintille di un fuoco acceso!



…..Ecco che ora si spiega la commedia:

sentiva odore di femmina questo cane.

Guarda come la odora innamorato

guarda come le gira intorno ed ora le è saltato sopra.



Andiamocene a casa Dino, lasciamo perdere,

lasciamoli stare soli questi animali:

in mezzo a questo mondo disgraziato

che finisca bene almeno per i cani!!!

martedì, ottobre 04, 2011

Freud e Jung

Per un biologo appassionato di filosofia, assistere ad una convergenza frequente ed abituale tra intuizioni geniali della filosofia e realtà verificabili della scienza, è quanto di più stimolante esista in natura. All’evoluzione biologica che regola la vita del pianeta, si accompagna un’evoluzione gnoseologica che, nel caso dell’uomo, creatura cosciente di sé, raggiunge traguardi tanto ambiziosi, da tendere a sfociare nell’autodeterminazione. Da sempre l’uomo si è interrogato sul proprio destino e sulla conoscenza di se stesso e già l’oracolo di Delfi più di duemila anni fa, ammoniva : “conosci te stesso” (gnỗthi seautón) esortando a quell’ esercizio mentale che era l’attività prediletta da Socrate. Platone poi, che di Socrate era il discepolo, nel “Fedro”, col mito dell’auriga, delinea con chiarezza quel coacervo di pulsioni contrastanti che fanno dell’uomo un essere così unico e speciale. Quelle che la scienza moderna indaga come reazioni complesse e misteriose della nostra attività cerebrale, il complesso chimismo che si accompagna a fenomeni elettrici e che sfociano nell’imperscrutabile mondo del pensiero astratto, fin dai tempi antichi prese il nome di anima, concetto quanto mai sfumato, che vorrebbe l’uomo immortale reincarnarsi infinite volte ( metempsicosi, filosofia orientale, eterno ritorno di Nietszche) o finire davanti al giudice supremo per ottenere il premio od il castigo eterno (religioni abramitiche). Platone ci descrive l’anima come una biga trainata da due cavalli, uno bianco (la spiritualità) ed uno nero (la passione) con l’auriga ( la ragione) che si destreggia per non farsi sopraffare dal cavallo nero e raggiungere invece l’iperuranio, il luogo metafisico sede delle idee, laddove l’anima si purifica ritardando il fenomeno della reincarnazione. C’è in questa visone di Platone, un concetto ripreso dalla scienza moderna sia con le geniali intuizioni di Freud e Jung, sia con gli studi biologici dell’etologia e della neurologia comparata. L’anima platonica indicata nel mito della biga alata come un complesso eterogeneo che delinea già un superamento del manicheismo di Zoroastro, prelude a quegli studi molto più complessi che saranno messi a punto dagli studi di un neurologo (Freud) e di uno psichiatra (Jung) che così usciranno dai limiti angusti della pratica medica, per elevarsi a tutto titolo al rango di veri filosofi. Freud, elaborando teorie filosofiche che furono già di Schopenhauer, evidenzia l’esistenza nell’uomo di un subconscio che lo declassa da quella posizione di privilegio cui egli si era abituato. Quella di Freud è la terza ferita inferta all’umanità dalla fine del periodo medievale vissuto sotto l’egida del creazionismo e della visone aristotelica del mondo. La prima ferita gli viene inferta dagli studi di Copernico suffragati dalle scoperte di Galileo e Newton, per cui la terra perderà suo ruolo di centro dell’Universo. La seconda ferita gli deriverà dagli studi di Darwin che dimostra come l’uomo non sia stato creato direttamente da Dio a sua immagine e somiglianza, ma sia un animale in continua evoluzione. Egli, ad un certo punto della sua esistenza, si arricchirà di due peculiarità: il centro di Broca che gli consentirà di formulare il linguaggio e quindi la cultura e l’uso delle mani col pollice opponibile, che gli consentirà di crearsi l’organo accessorio dalla ruota al computer e quindi la tecnologia. La terza ferita la dovrà a Freud, il quale dimostra, con la scoperta dell’inconscio, come l’uomo non sia più “padrone in casa propria”, dovendo fare i conti con quelle “pulsioni” che la mente tende a nascondere, ma che riemergono nei sogni e in alcune patologie mentali. Nel corso dei suoi studi, Freud formula una teoria topica nella quale ipotizza tre “loci” nei quali risiederebbero l’inconscio (zona oscura e sepolta), il preconscio ( zona d’ombra i cui contenuti possono riemergere) ed il conscio ( la nostra consapevole ragione). Molto più interessante la sua seconda teoria, quella dinamica in cui l’uomo si relaziona con se stesso attraverso tre forze : l’Es che è costituito dalle nostre pulsioni e desideri più reconditi, il super io paragonabile all’imprinting dell’etologia, cioè l’insieme delle norme e divieti che abbiamo interiorizzato in età infantile ed adolescenziale e l’io, la parte più razionale che fa da tramite o da cuscinetto tra le spinte impulsive dell’es e le norme morali del super io. L’es è molto di più che un serbatoio di pulsioni, perché priva l’uomo di gran parte del suo libero arbitrio rendendolo un “funzionario della natura” laddove emergono due prerogative salienti non solo dell’umanità, ma di tutte le specie viventi del pianeta: la sessualità e l’aggressività. Senza queste prerogative, la vita cesserebbe d’esistere ma cesserebbe d’esistere, nel caso dell’uomo, animale sociale, anche senza la capacità di relazionare da cui la necessità di regole, fissate nel super io, che supportino il vivere civile. L’io fa quindi da cuscinetto impedendo che queste due spinte entrino in contatto generando un corto circuito, una psicosi, di cui la psicoanalisi freudiana non si occupa (se ne occuperà invece Jung) o una nevrosi quando, pur non venendo in contatto, il super io eserciti un’azione troppo drastica nei confronti delle pulsioni dell’es. Sempre secondo Freud, i desideri repressi ricompaiono nei sogni sotto forma di segni, per lo più di carattere sessuale che darebbero precise indicazioni sulle origini di una nevrosi. La sessualità riveste una grande importanza per Freud e, nel corso della vita, è legata agli orifizi che mettono in comunicazione l’interiorità dell’individuo con il mondo esterno. La bocca è legata all’assunzione del cibo e, nello sviluppo della personalità, costituisce la fase orale legata al piacere che il bambino prova nel suggere il latte e che porterà a gravi patologie alimentari (anoressia, bulimia) ove fosse viziata da carenze iniziali.

Il cibo è legato indissolubilmente alla stessa esistenza ed i disturbi dell’alimentazione evidenziano chiaramente un conflitto interiore sulla volontà di esistere. C’è poi la fase anale, in cui il bambino, conscio di poter, con la sua volontà, trattenere o meno le feci, comincia ad esercitare la sua capacità di controllo, dapprima su se stesso, sui propri giocattoli, sulla propria stanza, quindi sugli altri ed in modo latente, sul resto del mondo. Insomma dalla fase dell’avere si passa alla fase dell’essere ed il regredire o rimanere “fissati” in queste fasi, comporterà gravi disturbi nevrotici. La fase orale dura per i primi due anni ed una lettura puramente biologica, la identifica come un bisogno della specie di educare la prole al proprio sostentamento in modo da poter crescere ed a sua volta procreare (non per niente esistono le cure parentali tanto più complesse e durature quanto più evoluto è il cucciolo cui accudire). La seconda fase dovrebbe durare fino ai quattro anni ed istruisce il bambino sul significato di essere-potere. Un adulto che regredisce o si fissa in questa fase, accorgendosi di non poter dominare tutto il mondo, comincia a pensare che “il mondo” trami contro di lui e fa sfociare questa sua patologia in una sorta di paranoia. La terza fase è quella edipica così detta perché richiama la nota tragedia di Sofocle, “l’Edipo re” e conduce il bambino fin verso i sei anni a trovare la sua identità e capacità di relazionare con gli altri e soprattutto con l’altro sesso. La libido legata alle tre fasi non è da intendersi come prettamente sessuale, ma come l’energia psichica che consentirà la normalità dell’esistenza. Il maschio che vuole uccidere il padre per prenderne il posto e giacere con la madre esaspera e stigmatizza il linguaggio truculento ed ancestrale del nostro inconscio non ancora educato alla ragione, ma praticamente significa voler imitare il padre per scoprire la propria identità maschile ed il desiderio di giacere con la madre, primo essere di sesso diverso in cui incappa, lo indirizza verso i corretti rapporti con l’altro sesso. L’impossibilità che questo suo desiderio venga esaudito porta alla frustrazione in caso di patologia, all’impegno sociale per raggiungere lo scopo prefissato, nella fisiologia comportamentale. Comunque, secondo Freud, per tutta la vita permane un conflitto tra l’es ed il super io. Condizione questa che costringe l’io a mediare in continuazione e vedersi sopraffare dalla nevrosi quando il super-io ed i dettami sociali siano così rigidi da non consentire il soddisfacimento dei propri desideri inconsci o viceversa degenerare nella perversione, quando sia l’es a prendere il sopravvento.

Contro questa visone freudiana per cui l’io, la razionalità, è sempre presente nell’uomo a fa da tramite tra pulsioni ataviche e regole morali, si schiererà ad un certo punto Jung, per il quale la follia fa parte della quotidianità di ogni individuo ed anzi ne delineerà il carattere. Le leggi morali sono infatti identiche per tutti e la peculiarità di ogni individuo dipenderà da quale tra le numerose pulsioni che agitano il suo subconscio, si manifesterà con maggiore evidenza. Il subconscio di Jung è simile al mondo degli dei per i quali non esiste una differenza tra bene e male ma ogni cosa è buona anche se nella nostra visione delle cose appare completamente contraddittoria. Mentre per Freud la libido era asservita alla sessualità, per Jung essa viene intesa come energia vitale, di cui la sessualità è solo una componente sia pure importante. La libido è la forza indifferenziata che caratterizza gli dei, da cui l’uomo proviene, dei che racchiudono al loro interno, anche in modo contraddittorio e casuale, tutte le passioni umane. Dal subconscio descritto da Jung emerge una sola di queste componenti che costituirà la personalità del singolo, mentre la razionalità e la normalità sarà data dalla capacità dell’io di impedire che esse riemergano dal profondo tutte insieme. Questo contenitore tenuto nascosto da una sorta di velo di Maya, è ben rappresentato dal mondo dei sogni laddove non esiste la causalità, non esiste il principio di non contraddizione e non esistono limitazioni spaziali o temporali ma tutto è possibile come un enorme contenitore paragonabile appunto al variopinto pantheon degli dei. Importanti per Jung sono poi i simboli da non intendersi come i segni di Freud riportabili ad un’esperienza passata che l’io ha relegato nel subconscio, ma come una manifestazione di capacità creativa, una potenzialità indifferenziata che emerge per esempio nei poeti e nei bambini quando ancora un simbolo non è stato codificato dalla ragione. Come dobbiamo educare i bambini a riconoscere da un simbolo indifferenziato un segno concreto (una penna serve a scrivere e non ad infilarsela in bocca o usarla come arma) , così giornalmente dobbiamo educare noi stessi alla ragione con un lavoro incessante e continuo che ci preservi dalla follia.

Anche riguardo il concetto di nevrosi i due pensatori, che non dobbiamo dimenticare fossero medici, divergono. Se per Freud la nevrosi è la negatività di un avvenimento passato, rivivendo il quale, il disturbo scompare, per Jung essa è anche proiettata nel futuro e compare quando non siamo in grado di realizzare le nostre ambizioni. In questo senso essa è anche un fattore di esortazione e non sempre una nevrosi è sinonimo di malattia e sofferenza ma, sempre secondo Jung, a volte essa ha una finalità positiva e stimolante. Lo scopo della psicanalisi infatti per Jung riporta alla primitiva esortazione dell’oracolo di Delfi: ”conosci te stesso” o , per dirla con Nietszche : “diventa ciò che sei” uscendo dalla pedissequa imitazione dei modelli offertaci, ma scavando in se stessi per scoprire chi in effetti si è e vivere secondo il nostro personale modello. Riuscire a diventare ciò che si è, guiderà l’umano fuori dalla nevrosi e forse addirittura condurrà alle soglie della felicità.

Considerazioni e conclusioni

Il pensiero di Freud e quello di Jung, costituiscono dei capisaldi nella corsa verso la conoscenza dell’Umanità, ma la psicoanalisi non può essere considerata una scienza. Secondo Popper, i seguaci di tale disciplina, tendono a rifiutare le critiche e bollare come disinformato chi non creda ad essa come scienza ma solo come teoria o pseudoscienza. Ma una teoria scientifica deve essere controllabile empiricamente ed essere “falsificabile” e, sempre secondo Popper, la psicoanalisi non lo è perchè tende a mantenersi in vita contro l’evidenza e ad autoconvalidarsi perché costruita in modo da risultare immune da falsificazione e dalle continue correzioni cui invece la Scienza continuamente si sottopone.

Il filosofo francese Ricoeur, ricordando come la psicoanalisi si serva di metodi interpretativi, ne delinea la differenza con le scienze naturali, che invece utilizzano l’osservazione di tipo empirico e sperimentale e si riallaccia alla tradizione ermeneutica, e più precisamente a quel movimento che contestava il primato delle Scienza naturali del positivismo di Comte e Saint-simon, distinguendo tra scienza naturali e scienze umane. Leggendo a fondo Ricoeur, si arriva comunque alla conclusione che la psicoanalisi non sia una scienza esatta non essendo, per forza di cose riproducibile. Infatti la psicanalisi sarebbe una scienza ermeneutica dove i messaggi inviati dal paziente al terapeuta devono essere soggettivamente interpretati e decifrati dall’operatore che si industria di cogliere i singoli eventi nelle loro unicità e irripetibilità (Ermeneutica del sospetto) .

La psicoanalisi sarebbe dunque una scienza idiografica, (interpretativa, narrativa, storicizzante) ma incapace di individuare leggi di carattere generale come invece fanno le scienze naturali che sono invece nomotetiche.

In difesa della psicanalisi è sceso in campo Hartmann , psichiatra ed esponente di rilievo della corrente postfreudiana definita “Psicologia dell’io”, che ha definito la psicanalisi come una scienza empirica ma ancora giovane, scusandone la mancanza di rigore metodologico e l’incertezza concettuale con la difficoltà della materia da trattare.

In conclusione io ritengo che la psicoanalisi, pur non essendo inquadrabile nel novero delle Scienza naturali, abbia apportato un enorme contributo alla conoscenza dell’umanità e debba costituire oggetto di studio e di assidua ricerca. Dino Licci

domenica, ottobre 02, 2011

La capinera


La capinera


Che brutta tramontana, che tormento!

Mentre ascolto Vivaldi in allegria

arriva forte un turbinio di vento

e spazza via ricordi e fantasia!



Corron le nubi, lascian cieli tersi,

C’è un vortice di foglie, confusione,

c’è chi scappa veloce, chi ripara

in un portone e suona una campana.



Vedo rugoso e curvo un vecchio ulivo

Che nascondeva nella folta chioma

Un uccelletto, dolce capinera,

Che prende il volo e svelta s’allontana.



Agita i rami in segno di protesta

Non sa se richiamarla o farla andare

Era al sicuro nella sua foresta,

Ma che c’è di più bello del volare?