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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

mercoledì, novembre 30, 2011

La Luce


Oggi voglio farvi meditare. Avete mai pensato che l’immagine del cielo stellato che noi vediamo, non è quella reale, ma tale qual era quando la luce è partita  dagli astri milioni  di anni fa?  Pur viaggiando a 300.000 Km/sec, la luce impiega  anni o decenni o milioni di anni per percorrere le enormi distanze dell’Universo. Similmente un osservatore che  si trovasse  su un ipotetico pianeta distante molti anni luce da noi, vedrebbe la terra non com’è adesso, ma com’era  molto tempo fa. Faccio un esempio. La luce del sole impiega 8 minuti a raggiungerci quindi l’immagine che vediamo all’alba è quella del sole qual era 8 minuti prima di quando appare all’orizzonte così come, se guardiamo una gigante rossa, la stella Arturo, che dista da noi soltanto 37 anni luce, la vediamo qual era 37 anni fa. E se un osservatore si trovasse sulla stella Arturo vedrebbe  la terra com’era 37 ani fa. Quindi vedrebbe i miei genitori come se fossero ancora vivi. Senza portarla alle lunghe queste considerazioni mi hanno ispirato un quadro e una poesia:

    L’interruttore scatta,

una scintilla…

e la luce si perde all’improvviso

e sei nel buio

a domandarti

dove sta proiettando,

rubate agli occhi tuoi,

le immagini e il tepore

che ora devi provare a ricordare.

E non sai come

e perché

e dove

vagano per lo spazio con furore

volti che ritenevi tuoi,

cose d’amore,

che forse incontreranno altre scintille,

si fonderanno,

correranno insieme

tra mille stelle

o torneranno al Sole!!!

Chiacchierata mitologica: Ermes







La mitologia mi ha sempre affascinato anche perché non è infarcita solo di ingenuità, ma spesso contiene significati profondi e mette in stretta relazione fenomeni fisici, astronomici e sociologici. Quando rivolgo il mio sguardo al cielo stellato, non posso che inchinarmi davanti alla fantasia degli antichi greci che, collocando nel cielo i tanti personaggi della loro fantasia, mostravano di avere una buona conoscenza dell’Universo stellato come già gli antichi Egizi che avevano nelle stelle di punti di riferimento ben precisi.. Sto pensando alle Pleiadi, le sette figlie del titano Atlante trasformate da Zeus in stelle perché potessero sfuggire alle brame di Orione, che le inseguiva da sette anni per soddisfare su di loro i suoi lascivi appetiti.. Se nelle notti d’estate alziamo lo sguardo al cielo, ancora le potremo vedere poste lì tutte assieme, inseguite da Orione, anche lui trasformato in una costellazione.

Fra queste Pleiadi c’è Maia che viveva in una caverna sul monte Cillene in Arcadia. Zeus se ne invaghì ed una notte, profittando del sonno della gelosissima Era, la sedusse e dal loro amore nacque Ermes, il messaggero degli dei, la guida delle ombre nell’Ade ( il regno dei morti) o, se vogliamo, il protettore dei ladri e dei mercanti accomunati insieme da un’arguzia pungente.

Ermes (adottato dai romani come Mercurio), viene rappresentato con un elmo fornito di ali. Ha in mano il “caduceo”e piedi anch’essi alati a ricordare la sua velocità. Il caduceo è ornato da due serpenti a ricordo del giorno che i rettili si attorcigliarono al suo bastone mentre cercava di dividerli ed è il simbolo dei farmacisti perché Ermete s’interessò anche di alchimia.

Già nel primo giorno di vita Ermes, che era precocissimo, ne combinò di tutti i colori. Rubò, per esempio, cinquanta giovenche alla mandria di Apollo che, trovandolo addormentato nella culla nel suo primo giorno di vita, dapprima non sospettò di lui ma dovette subito ricredersi perché, mentre Apollo indagava, il piccolino gli rubò la faretra e le frecce. Mosso da ammirazione per l’abilità del fanciullo, Apollo lo perdonò e gli affidò l’armento in cambio di una lira che, sempre nello stesso giorno, Ermes aveva costruito con il guscio di una tartaruga morta. Maia insomma, aveva generato un gran birbante che la leggenda vuole accompagnasse sempre sua madre. Essa è considerata la dea della fecondità e del risveglio della natura con l’arrivo della primavera. Il mese di Maggio le deve il nome come pure la parola maiale perché pare che il dio Vulcano le sacrificasse una scrofa gravida il primo giorno del mese di Maggio perché anche la terra fosse gravida di frutti per l’umanità. Sebbene versioni contrastanti la vogliono da una parte nel cielo assieme alle sue sorelle, dall’altra sulla terra, nel cuore della Maiella, questa madre natura, altrimenti rappresentata in tante altre storie antiche ammantate di mistero, è sempre quella Dea che protegge i raccolti ed indirettamente gli armenti, ad assicurarci il grano, il cibo, il ricambio, le stagioni, il sole, in ultima analisi la Vita.

martedì, novembre 29, 2011

Catullo e Lesbia

Catullo e Lesbia


                                                         Dino Licci- Catullo-


Ho voluto dedicare qualche rigo a Catullo perché, leggendo questo straordinario autore latino, sembra quasi di trovare la sintesi di tutte le passioni umane, dei nostri slanci, dei nostri trasporti e delle nostre paure. Sentiamo spesso parlare di Abelardo ed Eloisa giustamente ricordati dal romantico Rousseau, conosciamo la storia di Paolo e Francesca immortalata dal sommo poeta Dante e la versione tragica del trasporto delle passioni di Giulietta e Romeo così come ci appare nel capolavoro di Shakespeare, ma non parliamo mai di Catullo e del suo amore per Lesbia. Ebbene in Catullo c’è la sintesi di quella apparente contraddizione che esiste nell’animo umano e che va ora sotto il nome di sentimento ora sotto il nome di razionalità in un gioco ritmico, altalenante, ripetitivo che sembra poi proiettarsi in quei corsi e ricorsi storici la cui genesi e la cui natura riusciremo a capire nel tempo. Così, come all’illuminismo segue la fase romantica e quindi un positivismo che rivaluta il ruolo della ragione per lasciare ancora il passo ad un decadentismo che partorisce ancora opere dettate dal trasporto dell’impulso emotivo, con gli stessi cicli forse inconsapevoli ma cadenzati, Catullo stigmatizza la cascata di diverse emozioni cui l’innamoramento conduce. .

Lesbia è già sposata quando Catullo ne diventa l’amante. Egli si accorge subito che la femminilità che la donna sprigiona è in stridente contrasto con la fedeltà e la dedizione, ma si abbandona all’amore. E’ la fase del sentimento, quel bisogno di abbandonarsi al gioco, alla contemplazione estatica dell’oggetto del suo amore ed il fanciullo che è in lui emerge in tutta la sua prorompente vitalità e nascono i primi versi di struggente poesia anche se un’ istintiva consapevolezza della caducità della vita, un’improvvisa trepidazione davanti al pensiero delle tenebre eterne, vela la felicità degli amanti ancora presi dai primi giochi d'amore :

II. Passer, deliciae meae puellae

Passer, deliciae meae puellae,

quicum ludere, quem in sinu tenere,

cui primum digitum dare appetenti

et acris solet incitare morsus,

cum desiderio meo nitenti

karum nescio quid libet iocari

et solaciolum sui doloris,

credo ut tum gravis acquiescat ardor:

tecum ludere sicut ipsa possem

et tristis animi levare curas!

II. Il passero, delizia della mia ragazza…

Il passero, delizia della mia ragazza,

con cui suole giocare, e tenerlo in seno,

ed a lui bramoso dare la punta del dito

ed eccitare focosi morsi,

quando alla mia splendida malinconia

piace scherzare a non so che di caro

e piccolo sollievo del suo dolore,

credo perché allora s'acquieti il forte ardore:

teco potessi come lei giocare

ed alleviare le tristi pene del cuore!



Ed ancora:
V. Vivamus

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,

rumoresque senum severiorum

omnes unius aestimemus assis!

soles occidere et redire possunt:

nobis cum semel occidit brevis lux,

nox est perpetua una dormienda.

da mi basia mille, deinde centum,

dein mille altera, dein secunda centum,

deinde usque altera mille, deinde centum.

dein, cum milia multa fecerimus,

conturbabimus illa, ne sciamus,

aut ne quis malus invidere possit,

cum tantum sciat esse basiorum.



V. Viviamo

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,

i brontolii dei vecchi troppo seri

valutiamoli tutti un soldo!

I soli posson tramontare e ritornare:

per noi, quando una volta la breve luce tramonti,

c'è un'unica perpetua notte da dormire.

Dammi mille baci, poi cento,

poi mille altri, poi ancora cento,

poi sempre altri mille, poi cento.

Poi, quando ne avrem fatti molte migliaia,

li mescoleremo, per non sapere,

o perché nessun malvagio possa invidiarli,

sapendo esserci tanti baci.



E’ la primissima fase del suo amore ma, come in ogni storia che si rispetti, cupe e dense nuvole si addensano già all’orizzonte, tali che partoriranno altre poesie, altri versi, altra gioia ma anche tanta sofferenza.

Infatti gradualmente, lentamente, l’infatuazione si trasforma in amore, quindi cocente passione e passerà attraverso le fasi del dissidio e della delusione, per sfociare nell’angosciosa e drammatica fase della disperazione e dell’abbandono totale. Se finora il poeta si è lasciato trasportare dai giochi infantili della sua amata dando libero sfogo al sentimento ed alla spensieratezza, i tradimenti di Lesbia lo costringono a far riaffiorare sprazzi di razionalità in una drammatica tensione che vede contrapposti odio ed amore, speranza e delusione. E nel presentimento del tragico epilogo, il suo animo partorisce pensieri più profondi, il suo dolore , per così dire, si universalizza perché la sua condizione la ritroveremo nel tempo negli amanti di qualsiasi epoca e di qualsiasi età .
                                                      Dino Licci- Lesbia-


Carme 72

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,

Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.

Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,

sed pater ut gnatos diligit et generos.

Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,

multo mi tamen es vilior et levior.

"Qui potis est", inquis? Quod amantem iniuria talis

cogit amare magis, sed bene velle minus.

Un tempo dicevi di amare soltanto Catullo,

o Lesbia, e per me di non volere l'abbraccio di Giove.

Allora ti amai, non solo come il volgo l'amante,

ma come il padre ama i suoi figli e i suoi generi.

Ora ti ho conosciuta; perciò anche se brucio più forte,

tuttavia mi sei molto più vile e leggera.

"Come è possibile?", dici. Perché tale offesa costringe

l'amante ad amare di più, ma a volere meno bene.



Quindi esplode nel tormentato carme 85:



Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et exrucior.



Odio e amo. Perché io faccia questo, forse domandi.

Non lo so. Ma sento che accade e mi tormento.

Quando poi egli scoprirà che la sua Lesbia , proprio lei frequenta i vicoli più malfamati della città , il suo dolore, la sua costernazione esplodono e, come spesso accade, proprio allora esplode la vera poesia:





Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,illa Lesbia,

quam Catullus unam plus quam se

atque suos amavit omnes,

nunc in quadriviis et angiportis

glubit magnanimi Remi nepotes."


O Celio, la nostra Lesbia,

proprio Lesbia,quella Lesbia,

che solo Catullo amò

più che se stesso e più dei suoi parenti,

ora nei quadrivi e negli angiporti

sugge i discendenti del magnanimo Remo." ...

Disperazione e dolore!






Riporto la recensione della professoressa Angela di Salvo che arricchì il mio scritto in “Braviautori” qualche tempo fa:


Le poesie riportate nel saggio, in cui l'autore da' prova di conoscere tutte le vicissitudini di questo amore in bilico fra odio e amore, fra passione e sentimento,fra frequenti addii e continui ritorni, appartengono senza dubbio alla letteratura d'amore. Ma né io da studentessa di allora né altri studenti di oggi hanno mai potuto leggere a scuola, fra i banchi, per ovvi motivi di decenza e di censura, le innumerevoli altre liriche erotiche che Catullo dedicava alla sua Lesbia. Vi sono descritte, con una minuziosità sorprendente, le innumerevoli posizioni in cui i due amanti facevano all'amore, le varie modalità di amplessi, gli orgasmi e gli abbandoni, le carezze dell'amore e le carezze della libido. Quando le ho lette, molti anni dopo, all'interno di tutto il "Carmen catullianus" (che raccoglie tutto il suo corpus poetico), di cui conoscevo solo le liriche più famose e più "innocenti", sono rimasta sconvolta. C'erano termini erotici di cui non v'è traccia alcuna nei vocabolari in circolazione. Catullo senza dubbio, da giovane non tanto esperto qualche era (morì a soli 26 anni), si fece letteralmente soggiogare dalla raffinata esperienza di donna passionale e carnale quale era Lesbia che amava collezionare amanti per poi tornare dal "fesso" e sempre innamorato Catullo. Se non fosse morto così giovane e si fosse sottratto alla schiavitù di questo amore morboso, sarebbe andato ancora a cercare Lesbia, pur avendo avuto reiterate prove della sua patologica dissolutezza e della sua inguaribile infedeltà.

Sogno medioevale

Il déjà vu

Il noto fenomeno del déjà vu (già vissuto in italiano) stimola la nostra fantasia e rispolvera vecchie teorie sulla metempsicosi o reincarnazione come già avveniva nella vecchia scuola pitagorica. Certo per un laico come me, profondamente ancorato alla sua razionalità abituata alla verifica ed alla falsificazione (per usare un termine caro a Popper), ascrivere il fenomeno alla certezza di aver già vissuto un’altra vita, magari nelle vesti di un sovrano o di un animale, è cosa difficile da accettare. Più facile pensare ad un’alterazione delle funzioni cognitive o a frammenti di DNA tramandatosi per una imperfetta replicazione cromosomica (per esempio durante la fase del “crossing over”). Ma il forte stimolo emotivo che esso produce soprattutto nei casi in cui non si ricorda l’avvenimento come se fosse stato un sogno ma invece come se effettivamente fosse stato vissuto nel passato, fanno pensare a fenomeni di chiaroveggenza, precognizione, profezia. Oggi ci sono numerose teorie, più o meno accreditate, atte a spiegare scientificamente il fenomeno, ma guardate con quale maestria entrava nel tema Platone in “Fedro” ricorrendo, come spesso faceva, alla suggestione del mito:

Col mito del carro o dell’Auriga, Platone spiega la sua teoria sulla reminescenza dell’anima, dando quindi per scontato che l’anima, dopo la morte, si reincarni ed approdi in un corpo più o meno nobile a seconda della sua capacità di attingere sapienza e conoscenza durante il periodo latente che la separa da un corpo. Egli quindi ci parla di una biga alata trainata da due cavalli: uno bianco che rappresenta la parte più intellettiva dell’anima, la più nobile che tende a portarla in alto, l’altro nero che rappresenta i suoi più bassi istinti e tende a trascinarla in basso verso la reincarnazione. A guidarli c’è un auriga (la ragione) il cui compito è cercare di guidare la biga verso il luogo dove si ammassano le idee, l’Iperuranio appunto. Più tempo il carro sosterà in questa zona, più sapienza assorbirà e più probabilità avrà l’anima di reincarnarsi in un corpo più nobile. Si noti come la teoria platonica riprenda in parte la teoria di Pitagora e degli orfici secondo cui l’anima è prigioniera di un corpo. Tutto ciò ci potrebbe far sorridere o profondamente meditare ma anche molte dottrine orientali basano il loro credo su concetti analoghi e persino Nietzsche sposò la teoria dell’eterno ritorno. Pitagora e Platone considerano il corpo la prigione dell’anima declassandolo a semplice contenitore, ma anche la biologia moderna si è spinta a pensare al corpo come supporto al gene, il quale gene può sfruttare un batterio, una pianta, un animale, alfine anche l’uomo, per attingere energia e perpetuare nei milioni di anni la sua immortalità dovuta alla capacità di auto duplicarsi nell’organismo che lo ospita ( Dawkins -Il gene egoista-) . Ma tornando al déjà vu, la scienza moderna ritiene che la spiegazione più plausibile sia una sovrapposizione delle vie nervose che sottendono alla memoria a breve termine con quelle responsabili della memoria a lungo termine, insomma una specie di groviglio neurale di breve durata, una specie di corto circuito per cui, prima ancora che la memoria a breve termine memorizzi l’evento, le vie nervose della memoria a lungo termine l’hanno battuta in velocità. Per capire il fenomeno dovete pensare che studi effettuati su volontari con la risonanza magnetica funzionale, hanno evidenziato che un neurone può attivarsi prima ancora che gli sia inviato un segnale. Per esempio, se stiamo per toccare un bicchiere per saggiare la temperatura del liquido contenuto, l’area cerebrale cui sarà diretto il segnale dei nostri recettori tattili, si attiverà prima ancora che noi tocchiamo il bicchiere. Insomma siamo ancora molto lontani dal conoscere perfettamente il funzionamento del nostro cervello nelle sue complesse funzioni e nelle sue enormi potenzialità. Prima di pensare a fatti soprannaturali, a miracoli, veggenze e interventi spiritici, ricordiamoci che i veri miracoli avvengono nel nostro organismo che ci strabilia se ne studiamo a fondo le modalità che sottendono alla nostra vita vegetativa ed a quella di relazione.

IL Violinista folle

Dino LicciIl violinista folle-acrilico su tela 50X70




Il violinista folle…

Tremula l’archetto

e le note impazzite,

musica e poesia per l’aria fumosa.

La vita? cos’è la vita?

“La vita? la vita è amore”grida la grossa puttana

e le sue poppe globose traboccano amore

e le sue mani paffute giocano il bicchiere

e rosso vino di Puglia scorre,

arterie di fuoco,fiumi di sesso e pudore.

“la vita? la vita è lotta! ”il colonnello in pensione,

“fiumi, fiumi di sangue

sparso nei campi ed onore!”

Il violinista folle inarca le reni

e le note salgono

acute

e gravi

e meste.

Le pareti della stanza mostrano i segni del tempo

e il vecchio professore fissa il soffitto crepato:

“la vita? la vita è concetto,

è tormentata opinione”.

E le sue mani attrappite ruotano l’un contro l’altra

come……argomentazione.

E il violinista folle suda i capelli lustrati

e le sue mani nervose corrono il tempo

e immagini fantastiche

saziano gli spazi:

“La vita? la vita è ignoranza

ricerca ,

delusione…”

Il professore di scienze osserva annichilito

le immagini evocate

e il suo ebbro cervello

scaccia le idee della vita

e le sue mani fluttuano l’aere

e dissolvono il fumo,

e disperdono il dogma.

….E il violinista folle

danza la danza della vita

e le sue gambe assecchite

ruotano in cerchio,

girano per la stanza fumosa.

E gira il violinista

e gira la grossa puttana

e il professore di scienze

e il colonnello in pensione

e tutto gira,gira,gira,gira,gira…


Recensione di Vincenzo D'Aurelio sui miei scritti

Gli scritti di Dino Licci, al primo impatto, sembrano tra loro slegati – anche quando sono raccolti in un unico volume – e ciò sia per la molteplicità degli argomenti trattati e sia per il suo modo di affrontarli perché spazia dall’impalpabilità della speculazione filosofica alla dimensione del razionalismo puro dove, quasi con un senso di arrendevolezza scontata, è sopraffatto dalla logica e dallo scientismo. Per trovare, allora, una chiave di lettura che possa fungere da filo conduttore in tutto ciò che Dino produce, bisogna liberarsi da ogni preconcetto, dalle convinzioni e da tutti quei paletti che nella nostra cultura sono simili a pilastri inamovibili sui quali è stato plasmato il nostro sapere e il nostro credo. In tal modo, gli scritti di Dino trasudano una straordinaria tensione intellettuale con la quale mira a soddisfare il suo struggente desiderio di comprendere il senso della vita manifestato in quel creato dove il sapere scientifico non è ancora riuscito a spiegare il tutto. Ciò, tuttavia, non significa per Dino abbandonarsi all’idea dell’esistenza di un’entità superiore la cui intelligenza va ben oltre le nostre percezioni e le nostre capacità intellettive quanto, invece, cercare di comprendere se questo possa esistere realmente oppure possa definitivamente dirsi “fantasia”. Ecco, quindi, che all’orizzonte appare quel thâuma dal quale discende la filosofia ovvero quella speculazione che da secoli si domanda: da dove veniamo? E dopo la morte, dove andiamo?

Dino, per questo, vede nel credo religioso una sorta di “cultura preconfezionata” creata per illudere e, al contempo, terrorizzare e perciò la fede diventa per lui un meccanismo psicologico di controllo della ragione umana la quale, se libera da ogni preconcetto, diverrebbe pericolosissimamente destabilizzante e ciò, ancor più, nelle società dove sul controllo umano si sono fondate le gerarchie di potere e, di conseguenza, le diseguaglianze sociali ad ogni livello, in ogni epoca, manifeste o argutamente mimetizzate nella cosiddetta “naturalezza delle cose”.

Bisogna partire dalla “vita” per comprendere ciò che fu e ciò che saremo, pare scrivere il Licci in ogni pagina dove si sofferma sull’osservazione della natura oppure dove accenna alla biologia e alla chimica. Allontanatosi allora, così come scritto, dal cercare la spiegazione della “vita” nella dottrina religiosa di tradizione abramitica poiché falsata, è la scienza, invece, a dargli quelle certezze incontestabili dalle quali poter procedere a passi lenti ma sicuri. E’ lo studio di Darwin, così come si apprende nel “Violinista Folle”, a caratterizzare definitivamente la sua tensione intellettuale ma egli non sprofonda mai nell’evoluzionismo puro e tantomeno rigetta del tutto il creazionismo ma si pone in equilibrio riuscendo a mediare “il conflitto” attraverso la speculazione filosofica nella quale spuntano i caratteri della metafisica aristotelica e del Timeo di Platone dove l’immutabilità delle Idee costituisce il punto di partenza della materia. Su questi principi, nuovamente, Dino si interroga e pertanto lo studio della fisica, quale strumento per spiegare il fenomeno o meglio per ricercare la causa di esso, si accosta alla sua osservazione della natura che diventa ancor più scientifica grazie alla sua formazione professionale che lo ha edotto nelle scienze naturali. Spaziando dalla meccanica quantistica, alla teoria del Bing Bang e buchi neri, alla selezione della specie, all’evoluzionismo, alla geologia, passando per la religione e la politica, Dino convoglia tutto questo “sapere” per dirigerlo sempre verso quel suo logorante obiettivo: capire il senso della vita per risolvere l’atavico thâuma. Ma ciò non gli basta e non lo appaga perché all’uomo è dato immaginare l’infinito e l’intangibile ma la ragione gli impone di riflettere su quanto può essere dimostrabile e così Dino si rigetta nello studio aggiungendo conoscenze al suo già vasto bagaglio culturale sino, ad un certo punto, dire che la fame di cultura è diventata una dannazione.

L’arte in Licci svolge un ruolo fondamentale perché attraverso la pittura prendono forma i suoi pensieri e pertanto la materia del colore permette di dare materialità al suo mondo interiore che è dannato, esausto, arreso, combattivo, certo, insicuro ecc. ma mai appagato. Accanto alla pittura la musica riesce a placare i suoi tumulti interiori, psicologici e biologici, ed è attraverso di essa che trova l’armonia con tutto ciò che gli gira intorno. E’ la musica che lo rende parte cosciente, ma non indispensabile, di quella magnifica opera che è la natura nella quale solo ora con l’armonia delle note il pensiero del Licci diventa inerte di fronte ai suoi tanti dilemmi sulla vita.

Quanto scritto non può considerarsi una riflessione completa su Dino Licci perché egli è complesso e difficilmente percepibile in tutte le sue tensioni. Ognuno è più sensibile o meno ad uno dei suoi aspetti e Dino riesce sempre a metterti al centro del suo racconto lasciandoti alla fine l’interrogativo più grande: che cosa sei e perché sei così?



domenica, novembre 27, 2011

L’arte e la ricerca di Dio

“Un'opera d'arte per divenire immortale deve sempre superare i limiti dell'umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica.”

Così De Chirico che nasce col futurismo e di esso è l’antitesi prestandosi bene a definire la metafisica. Avete visto i suoi paesaggi statici, immobili, severi, irreali? Solo apparentemente riproducono la nostra realtà, quella che vediamo con i nostri occhi, che tocchiamo con mano, che aggrediamo con tutti nostri sensi. I colori sono irreali, le figure sono dilatate, statiche, vuote, silenziose, lontane. Intuiamo la loro Verità ma siamo nel surrealismo, quello in cui è maestro Dalì, che scava nel profondo dell'animo più di quanto facesse l'espressionismo perché intanto Freud ha scoperto l'inconscio e, con l'inconscio, il sogno, il trascendente, la follia, l'alienazione che completa l'immagine dell'Uomo. Noi cresciamo con la Scienza e la tecnologia. La Scienza è conoscenza, progresso, evoluzione. Ma non tutto ciò che esiste, è aggredibile dai nostri sensi. C'è qualcosa che intuiamo debba esserci ma non possiamo, non sappiamo vedere, toccare, valutare, soppesare. E' il campo della metafisica, quello che Kant chiama Noumeno contrapponendolo al Fenomeno che la scienza e i nostri sensi possono studiare. Dio non si può vedere, non si può studiare, non si può misurare come non si possono studiare l'anima, lo spirito o il nostro misterioso divenire. Così interviene la Fede a colmare gli spazi vuoti e, per le menti più inquiete, la Filosofia che raccorda, cementa, congloba e rende possibile il confronto senza riuscire sempre a risolvere la “vexata quaestio” tra Scienza e Fede. Intuitivamente consci di questo sconcerto, i poeti, i pittori, i musici, colgono il nostro sgomento e lo ritraggono, raffigurano, stigmatizzano sulla tela, sulla carta, sul pentagramma evocando un’immagine di Dio degna della sua grandezza che trascende il tempo e lo spazio e soddisfa appieno il nostro atavico bisogno di spiritualità e conforto

martedì, novembre 22, 2011

L'amore immortale




Quando saremo là dove non v’è domani,

se e quando ci saremo, se non saremo vani,

cercami tra i sospiri dei corpi ormai diafani,

cercami nel ricordo, se sarà già domani.



T’aspetterò dovunque quando non ci saremo,

aspetterò l’essenza del tuo profumo vero,

m’aspetterò dolcezza dalle tue care mani,

ancora trepidante…carezzami domani.



Dammi già un segno, un bacio che suggelli l’incanto,

promessa di riaverti nel mondo non più stanco,

Voglio carpir l’essenza del tuo labbro imbronciato,



del tuo seno accogliente, del tuo ventre infuocato.

Voglio darti la Vita come già nella vita,

Io fondermi con te anche quando è finita !

Il pittore

E dipingere il mondo coi colori del vento

e le strade d’asfalto con l’azzurro del mare,

salvare verdi campi e bianche cattedrali

nel deserto dei cuori, come lieti gabbiani.



E poi dare ai miei quadri un sapore d’amore,

scaldare col colore questa terra che muore

coperta di cemento laddove c’era il sole

e il ruscello che andava tra quei rovi di more.



E gridare ai potenti di fermarsi a guardare

e imbrattarsi di terra e di sabbia di mare,

lasciare ancora il gusto dell’antico animale

a quest’Uomo che geme il suo infinito andare !






Il seno tra sacro e profano



Tra quelle montagnole profumate

Cercavo, appena nato, il nutrimento

E protezione e dolce quel tepore

Che mi avvolgeva dai capelli al mento.



Poi son cresciuto presto, sano e forte

E quel ricordo sacro mi commuove,

Quando mi sfiora chiuso dal pudore

Di una camicetta, il suo splendore!



Non cerco più la dolce protezione

Non cerco il latte o affetto da bambino

Cerco l’essenza stessa dell’amore

Cerco il profumo della donna in fiore!



Quando si erge libero da briglie

oscilla dolcemente e mi trascina

in dolci sogni e mi colpisce il cuore

scatena un desiderio che non muore.



Quando dipingo un seno, i miei pennelli

Prendono a carezzarlo con passione

E m’innamoro come Pigmalione,

di quelle curve degne di scultore.



Infatti vengon fuori dalla tela

Come fossero vere, immacolate,

certo più fredde se paragonate

a quelle vere che ho testè tastate.



Dolce invenzione il seno!la Natura

Ci ha regalato due montagne brune

Sempre accoppiate e proprio sulle cime

Due ciliegine rosa e piccoline.



Evviva il seno, gioia ed esultanza

Sacro rifugio o elargitor d’amore!

Evviva il seno , evviva la baldanza

Di chi lo mostra senza titubanza!!!




martedì, novembre 08, 2011

IN NIHILO AB NIHILO

Triste sarebbe vivere in eterno

nel bagliore accecante

di una mera illusione!

Meglio tornare nel nulla,

avvolti dalla nebbia

dei nostri dubbi,

che scavano,

sconfitti,

le nostre menti inquiete!


Accettare di essere creature in evoluzione sia dal punto di vista  biologico che gnoseologico, non significa essere nichilisti, ma  umilmente consci di essere i tasselli di un disegno molto più grande di noi.  Se accettassimo questa verità, forse ci sentiremmo più fratelli. Ce lo diceva già Seneca in “naturales  quaestines” : Hoc est illud punctum quod tot gentes ferro et igne dividitur? O quam ridiculi sunt mortalium termini!  Noi non siamo ancora in grado di spiegarci molti fenomeni naturali, ma  possiamo sperare che i nostri geni immortali si aggregheranno domani in creature molto più intelligenti (Richard Dawkins –Il gene egosita-).. La meccanica quantistica in quanto verificabile sperimentalmente, è una scienza  vera (Popper) e così la relatività generale. Eppure sono in evidente contrasto tra loro. Noi uomini siamo esattamente a metà tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo e siamo fatti di molecole e quindi di atomi e di quark, forse di stringhe quindi i nostri costituenti essenziali devono ubbidire alle leggi della quantistica compresa la bilocazione degli elettroni (http://www.youtube.com/watch?v=f-9eWTLO_Wg&feature=fvst). Ma viviamo in un Universo così grande che perfino la nostra galassia per non parlare del sistema solare non sono che uno dei tanti puntini di questa massa che si espande contro ogni logica gravitazionale. E della gravità  conosciamo in parte le leggi (Newton) ma non la natura . Anzi delle quattro forze che governano l’Universo, è l’unica sconosciuta. In questo contesto così grande, così  indecifrabile, così misterioso, non è forse un atto di protervia asserire di conoscere la Verità? Non è una mancanza di rispetto verso la Natura che ci ospita e sostenta? Rifugiarsi nel sogno, nell’astrazione, nel trascendente, è prerogativa umana certo, anzi si ipotizza la presenza del gene della religiosità, ma qualcuno asserisce (Hegel)  che ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale e si mette in dubbio, come ci confermano le attuali conquiste scientifiche,  perfino il principio di non contraddizione di Aristotele. In questo contesto così vario, così “colorato” che io non esito a definire sublime, è forse strano che io creda , come semplice individuo, di tornare nel nulla  considerando immortali i miei geni o forse le idee che rubo ai grandi della storia e che spero germoglieranno domani  rendendoci finalmente capaci di spiegarci il “Grande Mistero” dell’Universo?