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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

martedì, gennaio 31, 2012

FEDERICO II


Dino Licci-Pier delle Vigne- acrilico su tela 50X70

Mentre si festeggia l’Unità d’Italia, mi sembra doveroso ricordare Federico II, il grande imperatore alla cui corte, fra pensatori ed artisti nostrani, islamici ed europei, emise i primi vagiti la lingua italiana. Ne parlo perché lo considero uno dei personaggi più eclettici del passato. Versatile e poliglotta, avrebbe potuto veramente unificare l’Italia che amava, molti secoli prima del 1861 e, se non ci riuscì, certamente la colpa non fu sua. Egli abolì il diaframma tra sé e i propri sudditi promulgando quelle COSTITUZIONI DI MELFI che attingevano alle pandette giustinianee e quindi al diritto romano, dimostrandosi un fulgido esempio di democrazia se pensiamo che operava in pieno Medio Evo con la Chiesa che lo pressava e combatteva per la paura che davvero riuscisse nell’intento di unificare l’Italia. Egli perse questa battaglia con la Chiesa e perse i lumi nell’estenuante confronto con essa tanto che, negli ultimi anni della sua vita, il colto, spavaldo, illuminato, poliedrico sovrano, diventò un despota diffidente e sanguinario al punto da fare accecare, roso dal sospetto che tramasse contro di lui, anche quel fidatissimo Pier delle Vigne, che Dante colloca suicida nell’inferno, accorato esempio di fedeltà incompresa.

Ma dicevamo che la Chiesa vinse questa guerra, la Chiesa vinse tutte le guerre perché il suo scopo principale (parlo del suo potere temporale), era proprio quello di impedire l’unificazione d’Italia e per far ciò usò la tecnica del “Divide et impera” proprio il contrario di quanto tentava di fare lo “Stupor mundi” come ancor oggi molti definiscono il grande imperatore. Erano secoli bui, checché ne dicano gli estimatori del medioevo. Erano i tempi in cui, nella nostra penisola, per fugare la possibilità di diventare preda di guerra degli stranieri che il papa chiamava a sua difesa, sorsero prima i comuni poi le signorie, ma erano tempi in cui la sperequazione sociale era evidentissima ed ancora possiamo ravvisarne vistosi segni nei monumenti, basiliche, palazzi, opere gigantesche e superbe, belle e sublimi come il sangue ed il sudore degli uomini, tanti, chiamati a costruirle per il piacere dei papi e dei Signori. Questa era l’EGUAGLIANZA di quei tempi e le cose tendevano a peggiorare da questo punto di vista fino a raggiungere uno sfarzo tale che ad un certo punto l’uomo medioevale si stancò: si stancò del barocco, si stancò del rococò, si stancò di essere semplicemente suddito e riscoprì la cultura neoclassica e volle tornare indietro nell’arte e nella letteratura ed anche la filosofia e la politica si accorsero che c’erano troppi uomini schiavizzati e troppi nobili che godevano, a loro spese, di privilegi inauditi. Siamo vicini a uno sconvolgimento totale della vita pubblica, siamo alla vigilia dell’illuminismo, della rivoluzione francese, che produrrà effetti storico-politici veramente dirompenti e vedremo come anche quest’improvviso risveglio della razionalità, del calcolo, della tecnica, non durerà a lungo, lasciando spazio a  un nuovo movimento  che esalterà il soggettivismo,  il nazionalismo, la creatività. Nascerà così  quel movimento romantico ricco  di  sentimento e impulsività, che in Germania chiameranno  "Sturm und Drang" e che  in italiano può tradursi come assalto, impeto o tempesta.

lunedì, gennaio 30, 2012

Le tarantate


                                              Una tarantata

Una musica martellante, donne che si contorcono in preda ad un isterismo che diventa collettivo, mentre i suoni continuano, ritmici, ossessivi, trascinanti, sublimi. C’è tutta la storia atavica della nostra gente nel tarantismo salentino. Un suonatore di violino si contorce tutto donando alla sua musica un sapore mistico mentre il tamburello ritma in un crescendo senza fine le contorsioni di una donna giovane, che striscia seminuda come un ragno per il pavimento di una casa rupestre. I suoi occhi roteano dilatando le sue orbite stanche, mentre lei tenta di arrampicarsi sulle pareti contorcendosi tra smorfie di dolore e così per ore e ore fino allo sfinimento totale. Questo pare succedesse anni fa e molti studiosi descrivono il fenomeno così come ce lo raccontavano i vecchi di un tempo quando si pensava che, durante il raccolto estivo, le giovani contadine venissero pizzicate dalla "taranta". Si rivolgevano perciò al santo, a San Paolo di Galatina perché le guarisse da quei fenomeni che oggi si ascriverebbero a crisi isteriche o comunque a forti distonie neurovegetative. Ma io non sono così superficiale da pensare che tutto si spieghi semplicemente con un disturbo nervoso. Qui, nella Graecia Salentina, dove alcune popolazioni ancora parlano il “grico”, la danza ha origine antiche e un tempo manifestava una sofferenza molto più profonda, un’esplosione appariscente e plateale di un tormento atavico e tutto femminile. Bisogna tornare alle baccanti, alle danze tribali dei riti dionisiaci, per afferrare tutto il misticismo e il senso di ribellione che la donna tarantolata scatena con questo strano espediente che il tempo ha attenuato fino a trasformarlo in una danza gioiosa e coinvolgente. Con il passare del tempo la pizzica ha invaso la regione, poi tutta l’Italia fino a divenire un vero e proprio fenomeno popolare che si traduce in moltissime rassegne musicali tra cui la "Notte della Taranta" che richiama centinaia di migliaia di appassionati da ogni parte del mondo. Questa manifestazione,  che coinvolge molti centri del leccese,  culmina,  nella seconda metà di Agosto,  nel comune di  Melpignano in un’apoteosi di canti e danze, che costituiscono un appassionato connubio di modernità e tradizioni popolari.

Ma trascurando il folklore e la popolarità che oggi hanno raggiunto, queste danze ci riportano, come ho accennato, a Dioniso ed avallano la nostra provenienza in parte bizantina. Ma chi era Bacco cui vagamente somigliano le tarantate di una volta?

Bacco (Dioniso) era in origine un dio della Tracia, terra molto meno civile della Grecia che, colonizzata da essa, sposò l’adorazione di questo dio (uomo o toro?) soprattutto quando si scoprì che il suo culto era legato alla produzione della birra e, in un secondo tempo, del vino. Dioniso divenne il protettore delle messi e conteneva elementi barbarici come l’usanza di fare a pezzi gli animali e mangiarne le carni crude.
Gli elementi di similitudine con le nostre “tarantate” io li colgo nel fatto che, a quei tempi, rispettabili matrone spesso coperte da pelli di leopardo, si scatenavano in danze selvagge che duravano tutta la notte fra lo stupore e la condiscendenza dei mariti, che non osavano opporsi al volere degli dei. Esse, come si evince da una attenta lettura delle “Baccanti”di Euripide, si scatenavano in danze ritmate e condite dal vino arrivando fino all’Entusiasmo estremo che prevedeva l’ingresso di un Dio nel corpo del danzatore. Se sostituiamo al dio politeista il nostro San Paolo il gioco è quasi fatto perché misticismo, mito, leggenda, religione e realtà sono sempre profondamente mescolati tra loro.

I concili di Nicea e di Efeso.

Dino Licci-trinità-acrilico su tela 80-110


Io a volte mi chiedo, con profonda meraviglia, di quale prodigiosa macchina pensante disponiamo nascosta nella nostra cavità cranica. Il pensiero, per esempio, viaggia molto più velocemente della luce ed in questo momento mi sta trasportando ai primordi del Cristianesimo quando uomini come noi, ma rivestiti di cariche religiose prestigiose, litigando violentemente tra loro, decisero, nel corso di movimentati concili, che Cristo aveva natura divina e quindi che la Madonna fosse la “Madre di Dio”. Mi riferisco alle lotte intestine alla Chiesa tra Ario, Alessandro, Cirillo, Nestorio e così via.

Districarsi in questi meandri è cosa ardua ma io tenterò di sintetizzare il più correttamente possibile tante verità. Nella peggiore delle ipotesi e cioè nel caso che questo scritto non interesserà nessuno, mi sarà servito a riandare indietro con la memoria fino ai tempi in cui un vecchio giornalaio mi regalò (50 anni fa) una “Storia della filosofia occidentale” di BERTRAND RUSSEL, che avrebbe condizionato in seguito tutta la mia vita culturale. Qualche giorno fa parlavamo con un gruppetto di amici amanti della mitologia greca, del pantheon delle antiche divinità e di Artemide in particolare. Parlavamo insomma della civiltà MICENEA che è quella, colorata da un appassionante velo leggendario, descritta da Omero nella sua Iliade e nella sua Odissea. Questa civiltà attinse molto dalla civiltà MINOICA, quella cretese, per intenderci, civiltà caratterizzata da un’impronta di gaiezza e di lusso che la rendeva molto dissimile dall’austera solennità delle credenze egizie. Di Creta si sapeva molto poco fino agli scavi ed agli studi compiuti da sir Arthur Evans dal quale apprendiamo che era una civiltà marittima che aveva stretti contatti commerciali con gli Egiziani. La civiltà cretese ruotava intorno al "palazzo di Minosse" a Cnosso, il cui ricordo perdura nelle tradizioni della Grecia classica. La sua religione aveva molte affinità con le religioni dell’Asia minore e della Siria e credo di poter azzardare che attingesse anche al Brahmanesimo da cui discende l’attuale Induismo ma anche, in parte, il nostro Cristianesimo.

Bene, i cretesi adoravano, tra l’altro, una divinità: la “SIGNORA DEGLI ANIMALI” che si aggirava nei boschi in compagnia del suo giovane figlio, unica deità maschile nota, a parte il “signore degli animali”, gemello di Artemide, come presto si sarebbe chiamata la “Signora,”. Artemide si sarebbe trasformata, nel mondo romano, in Diana d’Efeso ed appunto col concilio di EFESO, nel 431 d.c. nella VERGINE MARIA nella quale il Cristianesimo trasferì la deità di cui parliamo, che diventò DEIPARA, cioè madre di Dio. Non sono certo io ad assumermi la responsabilità primaria di quanto scrivo in quanto riferisco quanto vado studiando su testi spesso trascurati nella cattolicissima Italia. Insomma “relata refero”, limitandomi a riferire quello che apprendo e allenando la mia mente al raziocinio e all’analisi critica delle Verità rivelate.

Il concilio di Efeso era stato preceduto dal primo concilio di NICEA (325 d.c.) che affermava l’identità sostanziale tra Gesù e Dio (consustanzialità tra il Padre e il Figlio) e dal concilio di COSTANTINOPOLI (381 d.c.), con il quale, alle figure di Gesù e di Dio, venne aggiunto lo Spirito Santo, costituendo definitivamente la SANTISSIMA TRINITA’. Chiarisco che io sono agnostico e riferisco, intorno alle religioni, le notizie storiche che conosco e ricerco contestando, ove posso, tutto ciò che sa di fondamentalismo e intransigenza a qualsiasi credo appartenga. Per questo ho riportato, nella seconda parte del mio saggio, “Lettere a un’amica” scaricabile gratuitamente da “Cultura Salentina”
un compendio di tutte la maggiori religioni del mondo. Buona lettura.

domenica, gennaio 29, 2012

Il ballo delle debuttanti e la pizzica

Ballo delle debuttanti a Vienna

Tornando con la memoria agli anni della mia infanzia felice, mi son ricordato di quando le mie sorelle maggiori, di ben dieci anni più grandi di me, fecero, per così dire, il loro debutto in società (come si diceva allora), con delle feste danzanti che ancora ricordo con grande nostalgia. Si ballavano il valzer e la mazurca e qualche volta anche la quadriglia che mio padre, alto e grosso, guidava mescolandosi ai giovani ed impartendo ordini in francese: “changées la dama, promenade” …
Ma naturalmente non erano che delle semplici festicciole di paese ma s’ispiravano credo al”GRAN BALLO DELLE DEUTTANTI” di Parigi cui, prima della rivoluzione francese, partecipavano le fanciulle aristocratiche in cerca di marito: un fruscio di ragazze stupendamente vestite che uno sfavillio di luci emesse da enormi candelabri di cristallo illuminavano di splendore. E la musica inondava pareti decorate di pregiati stucchi e specchi e tendaggi e pavimenti sfavillanti salutavano le liete fanciulle che porgevano timidamente la mano a giovani ufficiali in alta uniforme.

                                                                 Ballo delle debuttanti a MIlano

 La storia c’insegna che il ballo, sia pure con una breve interruzione, sopravvisse alla rivoluzione francese e visse il suo apogeo durante il Congresso di Vienna che fu appunto detto il “congresso danzante” ed anzi in Austria fu proprio Francesco Giuseppe a proporlo al teatro dell’Opera di Vienna.

Ma oggi anche in Italia le fanciulle più ricche possono partecipare a questa festa sfarzosa prenotandosi per tempo in varie città.

A Roma si terrà quest’anno il giovedì grasso e le aspiranti debuttanti dovranno avere un'età compresa tra i 16 e i 23 anni.

Soltanto nel caso in cui si superi la selezione e si accetti di partecipare si avrà diritto:

“per la settimana di prove:
- vitto, alloggio e trasferimenti
- lezioni di ballo
- lezioni di portamento e bon ton
- lezioni di trucco base

per la serata dell'evento:
- abito di Alta Moda creato appositamente per la serata
- coroncina, scarpe, guanti
- bouquet e carnet
- maquillage e Hair Styling per la serata
- cena di gala
- video della serata ”

Da noi , in provincia di Lecce preferiamo la pizzica:

                                                   La pizzica-pizzica nel Salento


Malinconia



Dino Licci-Rigoletto-acrilico su tela 50X70

Che sia dolore o lacerante amore,
che sia struggente anelito di pace,
quanta malinconia nella mia vita
quanti rimpianti e ancor non è finita.

Fiori non colti,ormai sono appassiti
amori giovanili,vani sogni,
la gioventù sciupata nel dilemma,
l’ambiziosa ricerca di uno stemma!

Tutto si tace ormai come le notti
tranquille e silenziose finalmente,
tristi e fide compagne della mente
lontane dalle grida della gente!!!





Frutta fresca

                                            Dino Licci-acrilico su tela 50X70

La sessualità e i neuroni specchio


Immagine tratta da google


In un forum che frequentavo anni fa, due amiche discutevano sul meccanismo della sessualità e sulla sua  facile trasformazione  in “scambio commerciale”. Io vorrei aggiungere qualcosa a completamento delle loro spiegazioni che, devo riconoscere,  erano  molto oculate e dotte, ma trascuravano di spiegare come il sesso nell’uomo non sia soltanto una risposta a stimoli chimici, tattili od olfattivi come negli animali, ma invece un coacervo di sensazioni, messaggi, percezioni, che implicano dei meccanismi tuttora in fase di studio, i principali dei quali io individuerei nei “neuroni specchio”. Queste cellule scoperte di recente  con l’ausilio di ricercatori italiani, sono neuroni che si attivano  sia quando compiamo  un'azione, sia quando osserviamo un’azione  compiuta da altri (in particolare tra animali della stessa specie). Il neurone dell'osservatore "rispecchia" quindi il comportamento dell'osservato, come se stesse compiendo l'azione egli stesso. Questi neuroni sono stati scoperti prima  nelle scimmie  osservando la loro capacità imitativa  poi in alcuni uccelli e finalmente  nell' uomo. Nell'uomo sono localizzati nell'area di Broca (della parola) e nella corteccia parietale inferiore del cervello e questo comporta la capacità, tutta umana, di simulare a distanza anche le parole emesse da una persona cara. Si può portare come  esempio quello della madre che silenziosamente muove le labbra all’unisono con quelle del figlio, che stia recitando una poesia in pubblico. Insomma una manifesta dimostrazione di empatia tra persone che si amano. Sono  così altamente specializzati questi neuroni, da riuscire in pochi secondi ad informarci  se una persona appena conosciuta ci piace o no,  se la desideriamo o se dobbiamo temerla, se vorremo conoscerla meglio o tenerla a distanza. I neuroni specchio  sono  insomma responsabili dell’empatia che caratterizza la razza umana,  una manifesta attrazione  tra persone che si ammirano a vicenda.  Se così non fosse, se l’uomo non fosse un animale sociale, se non  si aiutasse vicendevolmente oltre a farsi la guerra, la razza umana sarebbe estinta  da tempo, come sarebbe estinta se non ci fosse questa forte attrazione tra sessi diversi, talmente forte che, a mio avviso (ma è una considerazione personalissima), la natura ha dovuto provvedere a creare l’omosessualità  per frenare  il pericoloso incremento demografico. Questa attrazione è dovuta anche all’azione dei  neuroni specchio a completamento di quegli altri stimoli  chimici ed olfattivi filogeneticamente più antichi e che le amiche di cui parlavo, avevano  esattamente  individuato. Sul sesso mercenario mi pronuncerei come un variante della sessualità spontanea che, specialmente se condita da sentimenti di vero amore, produce effetti molto benefici sull’organismo e un piacere veramente  esaustivo perché coinvolge insieme  il corpo e la mente. Naturalmente ci sono molte varianti individuali e generalizzare è sempre pericoloso ma  io ritengo che le cose siano messe  in questo modo. Voi che ne pensate? Gradirei molto un vostro commento per poter continuare il dialogo che, per ora è un malinconico soliloquio. Su circa diecimila letture dei miei scritti, finora i commenti sono stati  circa una decina. Ma io ho la volontà di continuare a spronarvi. A presto. Dino

venerdì, gennaio 27, 2012

Per scherzare un poco tra tanti guai




Se mi esprimo con la rima,
a poetare faccio prima.
Ma vorrei poi pubblicare
queste rime in un giornale
per adulti e per piccini,
per sapienti e per cretini!
Sto cercando un editore
oculato e pien d’amore
per le cose pure e belle
come il pane e le frittelle.

Sto creando rime pure,
filastrocche durature,
che riportino l’amore,
la speranza ed il candore!
Il signor Bonaventura
Arcibaldo e Petronilla!
Personaggi d’altri tempi
molto lieti e noi contenti:
Il “Corriere dei piccini”
si leggeva nei camini.

C’era il nonno e la befana
con la scopa e una campana
che annunciava il lieto evento,
ogni cuore era contento!
Biancaneve e i sette nani,
favolette artigianali:
mi ricordo Pulcinella,
Arlecchino e pur Brighella!
La vogliamo pubblicare
qualche cosa in un giornale?
Se qualcuno è interessato
io son qui pronto e gasato!

giovedì, gennaio 26, 2012

Il sogno




Cavalli alati, turbinio, tormento,
confonde il crine e i tuoi capelli il vento.

 Onde di mare, fulmini e bagliori,
brucia il tuo corpo, arde di passioni!

Ondeggia il letto, spumeggiante appare
Come tempesta, come temporale.

E tu che rubi al sole il suo splendore,
pur nella corsa mostri il tuo pudore.

Si quieta l'aria satura d'ozono,
tace il tuo corpo sazio in abbandono.

Il mare torna ad essere lenzuola,
il sole lampadina ed è già ora!

mercoledì, gennaio 25, 2012

Il giorno della memoria



La musica di Wagner risuona tetra ed evocativa mentre immagini spettrali affollano la mia mente inquieta e sgomenta. Corpi esanimi, scheletri viventi, sembrano sfilare silenziosi e mesti tra i resti fumanti di forni crematori, grovigli di filo spinato, una sensazione di morte enfatizzata da questi suoni pomposamente colmi di retorica e capaci di eccitare le masse, l’armento da trascinare in un olocausto purificatore, nell’idea di redenzione che animava il compositore e saggista tedesco.

Hitler

 
Hitler ne è soggiogato e s’inebria nella folle convinzione di una superiorità della razza ariana, del popolo tedesco che non può essere contaminato dal sangue degli ebrei. L’ideologia, il misticismo religioso, secoli e secoli di persecuzione verso i giudei deicidi, esplodono in una pazzia collettiva che farà proseliti in tutta Europa. Il primo a scrivere un saggio ferocemente antirazzista fu il conte francese Joseph Arthur de Gobineau, mentre il primo a coniare il termine di antisemitismo fu l’agitatore tedesco Wilhelm Marr. Così l’idea della razza pura sconvolse l’Europa ed il mondo intero e sembra quasi di sentire ancora l’odore del gas e dei forni crematori evocando i sei milioni di vittime che il terzo Reich fece ai danni degli ebrei.

La notte dei cristalli

Durante la notte tra il 9 ed il 10 Novembre 1938 in Germania, Austria e Cecoslovacchia cominciò, ad opera dei nazisti, un’opera di devastazione sistematica che sarebbe sfociata nel sacrificio supremo. In questa prima incursione, gli ebrei subirono danni incalcolabili: più di 7000 negozi distrutti, decine e decine di templi e sinagoghe date alle fiamme, centinaia di morti e circa 30 000 ebrei deportati nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen.

Fu la “Notte dei cristalli”, termine usato ironicamente dai nazisti per ricordare le innumerevoli vetrine rotte e l’assurda richiesta di far rimborsare agli ebrei il controvalore economico dei danni subiti. Comincia così la “Shoah” che indica il genocidio di un intero popolo ed il termine è molto più appropriato di “olocausto” avendo quest’ultimo un significato vagamente religioso che potrebbe far pensare all’espiazione di una colpa mai commessa.
Ma la notte dei cristalli non fu esattamente l’inizio della persecuzione. Se ne ebbe sentore fin dal 1933 e dal 1935 con le “leggi razziali di Norimberga” e si protrasse fino al 27 Gennaio del 1945, quando le truppe sovietiche dell’Armata rossa, marciando verso Berlino, s’imbatterono nella tristemente famosa Auschwitz, scoprendo il campo di concentramento dove i poveri esseri, scampati al massacro, furono finalmente liberati.

 Il giorno della memoria


Il 27 gennaio è così diventato il giorno della memoria e lo si commemora sia per un doveroso ricordo di tante vittime innocenti, sia per evitare che casi simili si possano orribilmente ripetere in futuro. Ma perché la celebrazione non resti vuota retorica, dovremmo capire il motivo di tanta ferocia che colpì, oltre gli ebrei, gli zingari, i prigionieri politici, i testimoni di Geova, i partigiani, gli omosessuali, i portatori di handicap e per finire anche una parte del clero ma solo quando papa Pio XI prese finalmente posizione contro la Germania nazista con l’enciclica “Mit Brennender Sorge” (con viva preoccupazione).


L’accusa che inizialmente fu lanciata contro gli ebrei fu quella di deicidio e certamente bisogna ascrivere alla Chiesa cattolica la responsabilità di questa calunnia. Il potere temporale del papato usò per secoli questa motivazione a scopo punitivo nei confronti di questo popolo che si sarebbe macchiato dell’uccisione di Cristo e spinse il suo furore mistico fino ad introdurre misure restrittive anche riguardo la libertà personale degli ebrei, con la creazione dei Ghetti dove questi venivano relegati e con la pratica della conversione forzata effettuata a mezzo dell’Inquisizione.

Era talmente diffusa la pratica di emarginazione degli ebrei, che non c’è da meravigliarsi nel leggere la bolla con cui Paolo IV avallò, il 15 Luglio 1555 la creazione dei ghetti, spiegando con queste parole la necessità delle misure antiebraiche:

« Cum nimis absurdum et inconveniens existat ut iudaei, quos propria culpa perpetuae servituti submisit, sub praetextu quod pietas christiana illos receptet et eorum cohabitationem sustineat, christianis adeo sint ingrati, ut, eis pro gratia, contumelian reddant, et in eos, pro servitute, quam illis debent, dominatum vendicare procurent: nos, ad quorum notitiam nuper devenit eosdem iudaeos in alma Urbe nostra e nonnullis S.R.E. civitatibus, terris et locis, in id insolentiae prorupisse, ut non solum mixtim cum christianis et prope eorum ecclesias, nulla intercedente habitus distincione, cohabitare, verum etiam domos in nobilioribus civitatum, terrarum et locorum, in quibus degunt, vicis et plateis conducere, et bona stabilia comparare et possidere, ac nutrices et ancillas aliosque servientes christianos mercenarios habere, et diversa alia in ignominiam et contemptum christiani nominis [...] »

Traduzione:

« Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli ebrei, che sono condannati per propria colpa alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall'amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi, da rendere loro ingiuria in cambio della misericordia ricevuta, e da pretendere di dominarli invece di servirli come debbano; Noi, avendo appreso che nella nostra alma Urbe e in altre città e paesi e terre sottoposte alla Sacra Romana Chiesa, l'insolenza di questi ebrei è giunta a tal punto che si arrogano non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche in prossimità delle chiese senza alcuna distinzione nel vestire, e che anzi prendono in affitto case in vie e piazze principali, acquistano e posseggono immobili, assumono balie e donne di casa e altra servitù cristiana, e commettono altri misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano [...] »

Ghetto

Il documento continua su questo tono e pensate quanti danni ha potuto produrre un atteggiamento del genere nell’opinione pubblica mondiale. Queste accuse furono mosse per secoli nei confronti dei Giudei e rimosse soltanto alla fine del XX secolo quando la Chiesa Cattolica, ad opera di papa Roncalli, iniziò ad assumere un atteggiamento di apertura verso gli altri credo religiosi.
Il Concilio ecumenico Vaticano II (ottobre 1965) finalmente abolì con il decreto "Nostra Aetate" la definizione di Ebrei deicidi.

E a questo punto non posso non citare quel grande giornalista ormai scomparso che gratificò la mia giovinezza con scritti sempre ricchi di nozioni altamente formative per il ragazzo che ero allora.

Parlo di Augusto Guerriero che scriveva anche sulla rivista Epoca degli anni ‘60 con lo pseudonimo di Ricciardetto e che ha scritto un libro ormai introvabile ma di cui io custodisco gelosamente una copia. Il libro si chiama: “Quaesivi et non inveni” e fa riferimento proprio all’accusa ingiusta mossa agli ebrei cercando inutilmente la prova della loro colpevolezza. Ecco due piccoli passi estrapolati dall’interessantissimo saggio:

La favola nefasta del deicidio. Nel merito, bisogna proclamare alto e forte che è «assurdo», che è «stupido», che è un insulto all’umana intelligenza chiamare deicida il popolo ebraico (17).

Gesù e gli ebrei. L’accusa iniqua è stata sepolta. Ma - mi duole dirlo - credo che l’antisemitismo continuerà. […] Sono radici profonde, che non si svellono in un giorno. La predicazione della Chiesa fu efficacissima quando insegnava ad odiare l’ebreo. Sarà meno efficace ora che cercherà di insegnare ad amarlo. Perché allora secondava i bassi istinti dell’uomo. Da ora innanzi li contrasterà (35).

E così continua fino all’assoluzione completa dell’accusa di deicidio nei confronti del popolo ebraico.

Ma c’è un alto fattore scatenante che può aver indotto una mente contorta come quella di Hitler a compiere tali atrocità. Egli predicava la superiorità della razza ariana incarnata dal popolo tedesco, su tutte le altre. Per raggiungere questo scopo, decise l’annientamento delle razze inferiori, che avevano contaminato la purezza germanica. Da quali insegnamenti gli derivavano queste sue intime convinzioni? Qualcuno si spinge a pensare che fece sua la “teoria del superuomo” di Nietzsche, che non poteva aver conosciuto personalmente perché il filosofo impazziva proprio durante gli anni in cui il dittatore nasceva. Ma gli insegnamenti di Nietzsche aleggiavano in quell’aria contaminata dalla follia e furono certamente male interpretati. La sorella di Nietzsche aveva raccolto in un volume “Volontà di potenza” tutti gli appunti del fratello e sicuramente ebbe contatti sia con Hitler che fu suo ospite a Weimar, che con Mussolini anche se in forma epistolare. In qualche modo Hitler dovette essere influenzato dal filosofo e dalla musica di Wagner che Nietzsche aveva molto frequentato. Nietzsche era molto addentro agli studi biologici e dalla teoria evoluzionistica di Darwin aveva appreso come la natura sia selettiva favorendo la sopravvivenza del più forte.
Inoltre pensava che, se tutte le forme inferiori si erano evolute migliorandosi fino all’uomo, anche l’uomo avrebbe dovuto migliorarsi fino alla qualifica di superuomo. Quello che ne derivava, contro le stesse intenzioni del filosofo, era che se fosse esistita una razza di superuomini, ci sarebbe dovuta essere pure una razza di sottouomini che appunto Hitler identificò con gli ebrei. Il resto è storia. Ed è la storia più drammatica del ventesimo secolo. Faremmo però un grande torto ad uno dei filosofi più importanti della Storia se ascrivessimo a Nietzsche la colpa dei nefasti avvenimenti di cui trattiamo. Egli infatti si schierò apertamente contro l’amico di un tempo, il grande musicista Wagner accusandolo di decadentismo e condannando i suoi istinti nichilisti, la fatica, la morte come venivano glorificati dal Maestro. Niezsche amava il flauto, la musica dionisiaca e non poteva accettare l'ideale wagneriano secondo il quale la musica non sarebbe un punto di arrivo, ma un mezzo per esaltare il suo fervore mistico e l’antisemitismo sfrenato, dal quale Nietzsche, nonostante si pensi il contrario, era indenne .
Nietzsche

Certo entrare nella mente di uomini che hanno fatto la Storia è cosa ardua e difficile, soprattutto in questo caso che resterà scolpito nella mente di tutta l’umanità per l’orrore e lo sgomento che ha suscitato.

Per questo il 27 Gennaio si celebra il Giorno della memoria oltre che in Italia, nella stessa Germania, in Gran Bretagna e in tutti i paesi dell’Onu in omaggio alle vittime di una persecuzione assurda e incredibilmente feroce. L’episodio è considerato una catastrofe di tali dimensioni da scuotere le coscienze degli abitanti di tutto il mondo e va costantemente ricordata ad impedire che episodi analoghi si verifichino in futuro.

E proprio conseguentemente all’orrore che la Shoah ha suscitato nel mondo, nel 1948 è stata promulgata da parte delle Nazioni Unite la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” che qui possiamo sintetizzare citando il suo primo articolo che deve rimanere come segno inconfutabile dell’eguaglianza di tutti i cittadini del mondo: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Anna Frank

Molti saggi ed opere letterarie sono stati scritti intorno alla Shoah e io non posso certo esimermi a questo punto di ricordare  Anna Frank e il suo celebre diario e Primo Levi che ha contribuito a tratteggiare con grande maestria le brutture di questo nefasto periodo storico. “Se capire è impossibile, conoscere è necessario” egli ha scritto, sintetizzando così l’enorme difficoltà che si prova nell’accettare che tutto ciò sia veramente accaduto.


Onore a lui ed a tutte le vittime dell’umana follia.


Dino Licci (http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=34525171&postID=8244306400577263161)














Figli

Dino Licci-maternità-acrilico su tela 30X40

Passeggiando tra il mirto ed alti tigli

Ho visto un passerotto ed il suo nido:

Volava a soddisfare, già sfinito,

Il becco aperto dei suoi amati figli.

Erano trenta volte che passava

Con un vermetto, boccone preferito

Della sua prole e ancora all'infinito

Volava lieto come fosse un rito.

Anche per noi è sacro sempre un figlio

Anche se fa i capricci e si dispera,

e se una mamma se lo stringe al cuore,

c'inonda di dolcezza e di tepore!



martedì, gennaio 24, 2012

Il concetto di Diritto



Il concetto di diritto è stato oggetto di studio in varie epoche storiche impegnando un grande numero di studiosi ma una chiara definizione di esso non esiste ancora e forse dovremmo scomodare l’ermeneutica per giustificarne il tortuoso cammino nel corso di secoli. Il diritto, come norma universale, è infatti di difficile codificazione ove si consideri come una stessa azione sia diversamente giudicata a seconda del luogo ed il tempo in cui essa viene espletata. Volendo comunque codificarlo in una norma universale, potremmo cominciare col riallacciarlo alla norma “ubi societas, ibi ius”, che, tradotto in italiano, vuol dire: “Dove esiste una società umana, lì esiste una legge”. Già Aristotele definiva l’uomo un animale politico incapace di vivere in solitudine ma Plauto ci ricorda che egli è per natura egoista (Homo homini lupus) per cui abbisogna di norme che ne regolino la convivenza civile. Il filosofo Hobbes, con riferimento al concetto di Plauto, riteneva che dovesse essere lo Stato ad imporre con la forza il rispetto dell’ordine e della legalità “auctoritas non veritas facit legem”, concetto che ha subito diverse correzione da parte di altri eminenti studiosi. Tra cui dobbiamo ricordare Locke che asseriva che esistono tre beni inalienabili (VITA, LIBERTA', PROPRIETA') insiti ragionevolmente in ciascun individuo e che cessano dove cominciano quelli degli altri, diritti questi sui quali lo Stato non può intervenire. Questo concetto è simile a quello di Kant, che definiva il diritto come un insieme di condizioni poste per far convivere l'arbitrio di ciascuno con quello degli altri. Il problema ha origini antiche e le norme che oggi regolano la nostra convivenza vedono la luce già con quel “Diritto Romano”che ha indicato la strada maestra ai giuristi di tutti i tempi. Queste norme, che si iniziano con la “Civitas” già nell’VIII sec a.C., si sono poi concretizzate in quel “Corpus iuris civilis”, in cui Giustiniano, primo imperatore d’Oriente, volle condensarle nel 534 d.C.ad esempio e modello per tutte le generazioni future.

In dubio pro reo”recitava per esempio una norma di quel diritto che rispettava la presunzione d’innocenza fino alla completa dimostrazione del contrario.

Anche in quel tempo infatti esisteva la calunnia e di accuse se ne lanciavano feroci e gravi anche nei confronti dei grandi personaggi del tempo se è vero, come è vero, che lo stesso Cicerone dovette difendersi dall’accusa di corruzione con le famose orazioni “Cicero pro domo sua” ancora oggi citate ad esempio di alta oratoria forense.

Ancora oggi insigni giuristi passano la vita a chiedersi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nella formulazione di una legge, cercando di risolver in primis la “vexata quaestio” se si debba infliggere la pena “quod peccatum est”(perché si è peccato) o” ne peccetur”(perché non si pecchi più). Quando poi entriamo nella pratica quotidiana e cioè nell’applicazione di tali norme, il discorso si complica tanto che si è persino introdotta la “legittima suspicione”quando si paventa che una sentenza possa essere inficiata da una presunta prevenzione da parte del giudice nei confronti dell’imputato.

Io, non avendo una formazione professionale giuridica ma biologica, mi chiedo quanto la genetica influenzi il comportamento individuale e quanto il legislatore debba tener conto di queste varianti individuali nel propinare una pena. La pena dovrebbe servire, secondo me, non tanto a punire il colpevole quanto a salvaguardare la società dal suo comportamento anomalo. Comunque sia, converrebbe informarsi delle leggi di ogni paese in cui si vive anche saltuariamente perché:

Lex vetat fieri, sed si factum sit, non rescindit, poenam infert ei qui fecit”.
"La legge vieta che un determinato atto sia compiuto, ma se viene compiuto, non lo annulla, propina la pena a chi lo ha compiuto"



lunedì, gennaio 23, 2012

Neoclassicismo


                                             Canova -Amore e Psiche


Mi ha sempre appassionato studiare quel particolare periodo storico in cui illuminismo, romanticismo, neoclassicismo si contendono il podio determinando grossi cambiamenti nei costumi della nostra società.

Se vogliamo fotografare appieno il periodo storico che segue la rivoluzione francese, non possiamo ignorare che esso procede  di pari passo col neoclassicismo, pur avendo contorni meno definiti rispetto alla contemporanea corrente romantica, che si affermerà intorno al 1830, quando il neoclassicismo avrà esaurito la sua vitalità.

L’epoca storica di cui stiamo parlando, produsse delle conseguenze importanti anche in ambiti diversi dalla rivoluzione vera e propria: essa era stata prodotta, come abbiamo visto, da un sovvertimento dei valori dovuto alla corrente illuministica sia nella versione elegante dei filosofi francesi, Voltaire in primis, che nell’appassionate retorica di Rousseau e produsse delle conseguenze anche nell’arte, nella musica, nella moda. Tra la seconda metà del settecento e la prima metà dell’ottocento, si sviluppò infatti in Europa un movimento artistico che toccò il suo acme nel periodo aureo delle fortune napoleoniche. In opposizione al gusto barocco e rococò al tempo imperante, il neoclassicismo, proprio sotto l’influsso del razionalismo illuministico, esaltò l’armonia, la sobrietà, la purezza delle linee, forme e colori, vagheggiando un ritorno alle forme di classicità greca e romana, prese a modello di perfezione estetica e morale. Si incrementarono gli scavi archeologici nell’antica Grecia come pure ad Ercolano e Pompei, per attingere ai rigori della classicità e tutto divenne più sobrio ed esteticamente più puro. Basti pensare al Canova se parliamo di scultura, al Piermarini o al Cagnola se parliamo di architettura o al Piranesi se parliamo d’incisione. Ma anche l’arredamento risentì di questa moda (stile impero) ed i giardini semplici e squadrati di fattura italiana si contrapponevano ai giardini inglesi, volutamente asimmetrici, disarmonici, perché influenzati dal romanticismo che si affacciava alle porte. E tutti sappiamo, ma forse è bene sottolinearlo, come quest’ultima corrente comportasse un rigurgito nazionalista che fece sì che ogni nazione avesse una sua “porzione”di romanticismo adattata all’ambiente che in alcuni casi sfociò in un rigurgito di patriottismo. Nella nostra Italia si sarebbe, per esempio, concretizzata nel risorgimento e nell’unificazione nazionale. Ma il Romanticismo, al contrario del neoclassicismo, non era uno stile ma una poetica che si ispirava soprattutto in una ricerca armonica dell’uomo nei riguardi della natura (e qui si sente l’influenza di Rousseau e in un ritrovato sentimento della religione di stampo medioevale con un’esacerbazione di un misticismo spesso intriso di enfasi e teatralità;

Ma tornando al neoclassicismo, non possiamo non evidenziare che riprodurre la realtà del mondo classico, non significasse per l’artista riprodurre semplicemente le opere del mondo ellenistico o romano dei tempi antichi, ma piuttosto un tentativo di entrare nella psicologia stessa dell’opera d’arte antica carpendone la sua più intima essenza con un’interpretazione originale e volutamente imitativa.

domenica, gennaio 22, 2012

Profumo di donna

                                              Dino Licci-l'altalena-acrilico su tela 50X70

Vorrei scrivere una lettera, una lettera d’amore. Vorrei scrivere una lettera ad un essere in estinzione. Fanno tanto discutere le foto dei mammiferi in estinzione e non ci accorgiamo che rischiamo di perdere il più bell’esemplare di mammifero che esista sulla terra. Mammifero vuol dire letteralmente “portatore di mammelle”. Ma quale animale conoscete in natura dotato di mammelle così evidenti, così protese in avanti da sembrare baluardi d’amore? Sembrano richiami sessuali creati apposta dalla natura per stregare gli occhi distratti di qualche incauto passante che ne sente l’attrazione violenta ed irresistibile come gli animali in calore sentono i feromoni. E proprio per sopperire alla loro mancanza, che la natura ha creato il pannicolo adiposo che non ha assolutamente funzioni secretorie ma solo esclusivamente estetiche. Quando la femmina d’uomo guadagnò la stazione eretta e la sua cloaca prima si trasformò, poi si ritrasse pudicamente a nascondersi dietro una foglia di fico, già aveva perduto la sua funzione evidentissima negli altri mammiferi di fortissimo richiamo sessuale e così la natura dovette inventarsi qualcos’altro. Coperta dai vestiti ormai dalla nascita, gli umori non erano più avvertiti se non da narici maschili sofisticate ed allenate a sentire anche da lontano il profumo di donna, il profumo più inebriante del mondo. Ed allora la natura, che forse non è acefala ma è retta da una mente pensante, s’inventò il seno per la nostra beatitudine e la nostra dannazione. Non si lamenti però la femmina che non ne sia abbondantemente fornita. Sulla terra ci sono i bosoman (gli amanti del seno) ma ci sono anche i bottoman che amano quell’altra meravigliosa curva che adorna le parti basse della splendida creatura e che i Greci antichi avevano già perfettamente individuato se ci hanno lasciato capolavori scultorei come la Venere callipigia. Tra queste montagnole elastiche, l’occhio può spaziare, se non visto e soffermarsi a lungo a catalogare, inventariare, schedare nel proprio cervello le rotondità nobili, quelle proletarie, quelle impertinenti o quelle popolari.

A che pro la dieta? Perché privare l’umanità di questi meravigliosi regali della natura, perché indossare i pantaloni da manager o la divisa da poliziotte e perdere gli attributi divini che furono di Venere, Minerva, Giunone? Femmine, date ascolto ad un vecchio pittore: voi siete l’apoteosi del sublime: non diventate troppo donne, restate ancora un poco femmine per la nostra gioia e la nostra commozione.

sabato, gennaio 21, 2012

A fiesta patrunale te na fiata




Vista se chiama festa patrunale:
guarda li pali tutti rricamati,
guarda la banna,guarda l’orchestrali
e li botti de fochi colorati!

Pe cci ole grazie è lu momentu bonu:
basta cu porti voti a na cappeddra,
te faci la novena, a passeggiata
e ci era mienza morta, crai è sanata!

Ma la cosa cchiù beddra su li pizzi
de le vagnone ncerca de maritu:
parene pupe, tutte ncresimate
de rasu e de merlettu mpichessate!

Caminane cu l’aria de ‘mpurtanza
de ci nun mbole descia confidenza
e ntra de iddre sta li more u core
ca ciuveddri le nzurta e nu le pienza.

N’urtima cosiceddra pe gradire:
a retu a ddru bancune,cu la panza
c’è nu vecchiu ca bive e bive mieru
cu torna cu la fiesta e cu la banna,

ai sogni antichi, alli tiempi soi
quannu facia de zzippu nu clarinu
e sicutava fieru e cu mpurtanza
la stessa statua ca camina moi !

Quasi com’era prima é puru moi!





FESTA PATRONALE DI UNA VOLTA



Questa si chiama festa patronale:
guarda le luminarie tutte ricamate
guarda la banda, guarda gli orchestrali
e i fuochi d’artificio tutti colorati!

Per chi vuole una grazia è il momento buono:
basta portare offerte a una cappella,
fare una novena, un percorso
e chi era mezza morta, domani sarà guarita!

Ma la cosa più bella sono i merletti
delle ragazze in cerca di marito:
sembrano bambole, tutte ornate
di raso e di merletti decorate!

Camminano con l’aria compunta
di chi non vuole dare confidenza
ma dentro di loro soffrono moltissimo
se nessuno le corteggia e le nota.

Un’ultima cosetta per gradire:
dietro un bancone c’è un vecchietto
panciuto che beve e beve vino
per ritornare per mezzo della festa

ai sogni antichi del suo tempo
quando usava un rametto come clarino
e seguiva fiero e sentendosi importante,
la stessa statua che ora viene portata in processione!

Quasi come era prima è pure adesso!





giovedì, gennaio 19, 2012

E’ cambiato il vento

                                      Dino Licci -Ulivi del salento-acrilico su tela 50X70
Che brutta tramonatana, che tormento!
Mentre ascolto Vivaldi in allegria
arriva forte un turbinio di vento
e spazza via ricordi e fantasia.

Corron le nubi, lascian cieli tersi,
c’è un vortice di foglie, confusione,
c’è chi scappa veloce, chi ripara
in un portone e suona una campana.

Vedo rugoso e curvo un vecchio ulivo
che nascondeva nella folta chioma
un uccelletto, dolce capinera,
che prende il volo e svelta s’allontana.

Agita i rami in segno di protesta:
non sa se richiamarla o farla andare.
Era al sicuro nella sua foresta,
ma che c’è di più bello del volare?





Code di rospo in salsa d’acciughe (racconto)

Uscì come ogni sera, come ogni notte, vagando alla ricerca di se stesso. Un pensiero fisso lo tormentava da giorni e condizionava notevolmente il suo comportamento usuale. Entrò quasi inconsapevolmente in un ristorante orientale che prometteva cibi afrodisiaci di sicuro effetto. Il pranzo fu quanto di più strano potesse immaginare. Un antipasto di ostriche e caviale lo predisposero a fidarsi dello chef che gli propose di continuare con code di rospo in salsa d'acciughe. Il sapore del pesce era esaltato dal tuorlo d'uovo, prezzemolo, scalogno e limone e, al termine del pasto, gli fu servito un bicchiere d'assenzio con vodka alla fragola, cosparso da una polverina grigiastra che si rivelò essere tratta dal corno di un rinoceronte. Uscì, fece un lungo tratto di strada in auto fino a raggiungere una zona periferica della città. Nella sua testa inquieta la follia, proprio quella di cui parla Jung, si agitava danzando tumultuosamente in un ritmo estenuante e dirompente come in un crescendo di stampo rossiniano.

Camminava lentamente mentre la follia si agitava nel suo contenitore razionale, nelle rigide regole del conformismo abituale, costretta in quella severa maschera sociale che imponeva controllo, padronanza di sé, disciplina, ma intanto cercava disperatamente un pertugio, una fessura, una crepa da cui erompere rumorosamente per dare sfogo ai suoi istinti atavici che pulsavano nella mente dell'uomo come torrenti impetuosi di ancestrale energia. Dov'era il suo contenitore, dove la sua prigione? Nei suoi reconditi pensieri o in quel suo cuore che ritmava fiumi di sangue ardente e rutilante di vita? O forse avvolgeva quel corpo vagante come una nuvola eterea, invisibile, eppure talmente poderosa da risultare invalicabile?

Ludovico e la sua notte inebriante: sublime e nebbiosa, umida e silenziosa con quegli aloni di luce soffusa che avvolgevano invisibili lampioni. Sotto uno di quei lampioni, sinuosa e splendida come un rettile multicolore, come una falena sfavillante, straordinariamente bella e impudica, si agitava, dondolando la borsetta sgargiante di mille bagliori, la dea dell'amore, il demone del sesso, del desiderio, della passione. La follia contenuta dell'uomo, esaltata da quella cena particolare, cercò disperatamente di rompere gli argini, di accostarsi a quell'immagine notturna che aveva popolato i suoi sogni terribilmente erotici: una folla incredibile di appaganti amplessi succedutosi in quei momenti d'immaginazione e di vivido sogno, avevano gonfiato i suoi appetiti mai sazi, mai appaganti nella triste realtà. Si avvicinò timido e impacciato, temendo di essere riconosciuto, lui, preside di un famoso liceo, lui, l'archetipo vivente della moralità, integerrimo detentore dell'etica comportamentale! Il sorriso della dea lo fece dapprima vibrare, poi tremare come un fuscello, impallidire, fuggire lontano. Le gambe non lo reggevano più. L'emozione scatenata da quel timido, malriuscito tentativo d'approccio, lo aveva inchiodato al suolo impedendogli di parlare, di camminare, persino di pensare compiutamente, mentre una lotta immane si svolgeva al suo interno, tra la rigida legge morale che governava solitamente il suo comportamento e l'istinto primordiale che lo straziava inondandolo di una cascata ormonale sempre più impetuosa e travolgente. S'immaginò tra le braccia di quella bellezza provocante, mentre si accasciava sul sedile dell'auto totalmente privo di forze ma non di bramosia. Il profumo della donna gli era penetrato nelle nari e quella figura sinuosa sembrava strisciargli addosso avviluppandolo in una spirale soffocante di desideri repressi.

La follia volteggiava sempre più inquieta: ora che aveva trovato una complice, si era fatta più audace, addirittura temeraria e alfine esplose percorrendo quel corpo distrutto da scariche alterne di adrenalina, dopamina, serotonina e trascinato, suo malgrado, in un coacervo di sentimenti, emozioni, ripensamenti, pentimenti, impaziente frenesia. Si avvicinò cauto e protetto questa volta dal buio abitacolo della sua auto. Fece scivolare in basso un finestrino e riuscì a dire, con un filo di voce: "Sali". Il profumo del sesso inondò la vettura, una mano sapiente prese a carezzarlo per prepararlo all'incontro e dopo un attimo si ritrasse conscia dell'accaduto: "non preoccuparti, non sei il solo sai? — disse la donna — Come la chiamate voi sapienti? Eiaculatio praecox?" E sparì lontano contando il suo denaro. Ludovico si allontanò di qualche metro, abbassò il volto nelle sue mani congiunte e silenziosamente, copiosamente pianse…