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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

martedì, gennaio 31, 2012

FEDERICO II


Dino Licci-Pier delle Vigne- acrilico su tela 50X70

Mentre si festeggia l’Unità d’Italia, mi sembra doveroso ricordare Federico II, il grande imperatore alla cui corte, fra pensatori ed artisti nostrani, islamici ed europei, emise i primi vagiti la lingua italiana. Ne parlo perché lo considero uno dei personaggi più eclettici del passato. Versatile e poliglotta, avrebbe potuto veramente unificare l’Italia che amava, molti secoli prima del 1861 e, se non ci riuscì, certamente la colpa non fu sua. Egli abolì il diaframma tra sé e i propri sudditi promulgando quelle COSTITUZIONI DI MELFI che attingevano alle pandette giustinianee e quindi al diritto romano, dimostrandosi un fulgido esempio di democrazia se pensiamo che operava in pieno Medio Evo con la Chiesa che lo pressava e combatteva per la paura che davvero riuscisse nell’intento di unificare l’Italia. Egli perse questa battaglia con la Chiesa e perse i lumi nell’estenuante confronto con essa tanto che, negli ultimi anni della sua vita, il colto, spavaldo, illuminato, poliedrico sovrano, diventò un despota diffidente e sanguinario al punto da fare accecare, roso dal sospetto che tramasse contro di lui, anche quel fidatissimo Pier delle Vigne, che Dante colloca suicida nell’inferno, accorato esempio di fedeltà incompresa.

Ma dicevamo che la Chiesa vinse questa guerra, la Chiesa vinse tutte le guerre perché il suo scopo principale (parlo del suo potere temporale), era proprio quello di impedire l’unificazione d’Italia e per far ciò usò la tecnica del “Divide et impera” proprio il contrario di quanto tentava di fare lo “Stupor mundi” come ancor oggi molti definiscono il grande imperatore. Erano secoli bui, checché ne dicano gli estimatori del medioevo. Erano i tempi in cui, nella nostra penisola, per fugare la possibilità di diventare preda di guerra degli stranieri che il papa chiamava a sua difesa, sorsero prima i comuni poi le signorie, ma erano tempi in cui la sperequazione sociale era evidentissima ed ancora possiamo ravvisarne vistosi segni nei monumenti, basiliche, palazzi, opere gigantesche e superbe, belle e sublimi come il sangue ed il sudore degli uomini, tanti, chiamati a costruirle per il piacere dei papi e dei Signori. Questa era l’EGUAGLIANZA di quei tempi e le cose tendevano a peggiorare da questo punto di vista fino a raggiungere uno sfarzo tale che ad un certo punto l’uomo medioevale si stancò: si stancò del barocco, si stancò del rococò, si stancò di essere semplicemente suddito e riscoprì la cultura neoclassica e volle tornare indietro nell’arte e nella letteratura ed anche la filosofia e la politica si accorsero che c’erano troppi uomini schiavizzati e troppi nobili che godevano, a loro spese, di privilegi inauditi. Siamo vicini a uno sconvolgimento totale della vita pubblica, siamo alla vigilia dell’illuminismo, della rivoluzione francese, che produrrà effetti storico-politici veramente dirompenti e vedremo come anche quest’improvviso risveglio della razionalità, del calcolo, della tecnica, non durerà a lungo, lasciando spazio a  un nuovo movimento  che esalterà il soggettivismo,  il nazionalismo, la creatività. Nascerà così  quel movimento romantico ricco  di  sentimento e impulsività, che in Germania chiameranno  "Sturm und Drang" e che  in italiano può tradursi come assalto, impeto o tempesta.

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