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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

domenica, gennaio 15, 2012

L'eutanasia

Se fosse ancora  vivo, Cesare Beccarla  potrebbe dare ancora  un grande contributo  alla lotta contro la tortura e forse riuscirebbe a scrivere un testo altrettanto efficace del suo “Dei delitti e delle pene” di chiara ispirazione illuministica  che, a suo tempo, servì a rendere più civile la condizione dei reclusi e ad abolire la pena di morte. Egli era stimolato ad interessarsi di problemi giuridici, da quel Alessandro Verri che fondò la rivista “Il caffè” ed appartenne  all’accademia dei Pugni. Era insomma un animo libero che subiva l’influenza di gente illuminata come Locke,  Helvetius, Condillac ed il suo testo ricevette l’elogio degli enciclopedisti e  persino di Voltaire in persona. Il concetto fondamentale che traspare da un’attenta lettura del libro, è quello di LIBERTA’. Partendo dal principio che  la società  fonda il suo vivere civile su un contratto teso a salvaguardare i diritti degli individui, Beccaria sosteneva che la società nel suo complesso gode  di un diritto di autodifesa,  per cui, per esempio,  può comminare pene proporzionali  al delitto commesso, ma non tali, come  la pena di morte, da travalicare  il suo diritto di auto tutelarsi da crimini e misfatti. Le carceri italiane, a giudicare dai tentativi di suicidio,  travalicano e di molto le pene comminate dalla magistratura giudicante.  Ma se ci schieriamo senza indecisioni contro la pena di morte, in egual misura ci pronunciamo contro la pena di vita. O dobbiamo fingere di non sentire  quel grido silenzioso e straziante  che i malati terminali lanciano attraverso gli occhi  agli aguzzini che, contro la loro volontà, continuano a tenere apparentemente in vita, i loro corpi esausti che hanno  esaurito la loro  carica vitale e che respirano e pulsano soltanto attraverso  sofisticati  macchinari? Quegli sguardi imploranti che cosa altro sono  se  non una richiesta di vivere dignitosamente i loro ultimi istanti di vita? “Libertà, libertà” ci gridano, voglio vivere  scegliendo come morire, voglio riacquistare la mia dignità di UOMO, di essere pensante, capace di libero arbitrio, capace di intendere e volere se non adesso nel momento in cui ho lasciato ben chiaro un testamento biologico che mi mettesse al sicuro da simili atrocità.  E comunque non voglio vegetare come una pianta che almeno è capace di vita  autonoma. I reclusi senza colpa li chiamo io questi esseri torturati oltre ogni limite nel corpo e nello spirito per un accanimento non solo terapeutico ma morale,  erroneamente etico, che trova la sua genesi non in argomentazioni razionali,  non in propositi  di generosità, ma nell’ottusa formulazione di assiomi neanche remoti ma di recente acquisizione dove politici male informati o volutamente  in mala fede,  sposano le tesi di prelati fuori dal tempo e   dalla scienza. La biologia ci insegna che un essere vivente, per dirsi tale, deve essere capace di vita autonoma e che un uomo si distingue dagli animali per la sua capacità d’astrazione. Un  essere umano o vegetale che dipenda da una macchina che a sua volta dipende da un’infinità di organi accessori, dai computers all’elettricità, dai  tubicini di gomma all’ossigeno, dalle  cannule alle maschere ed a tutti gli artifizi della odierna tecnologia,  non può dirsi tale se non esistono prove certe di una sua possibile restituzione ad una vita cosciente.  E il medico è eticamente tenuto non solo a curare un malato ma assecondarlo nelle sue scelte se non si vuole declassare tutta l’umanità ad un  pezzo di materia putrescente che  DEVE soffrire in ottemperanza a principi etici di parte.  Si obietterà che molti malati terminali, pur immobilizzati, sorridono ancora alla vita e naturalmente mai io mi sognerei di privarli di tutto il sostegno della scienza e della tecnologia. Ci saranno ancora dei casi in cui il paziente terminale ha, a suo tempo, lasciato istruzioni in merito alla sua volontà di soffrire fino alla fine, in ottemperanza magari ai suoi principi religiosi, ed anche in questo caso le sue volontà devono essere  scrupolosamente rispettate.  Ma chi ha convincimenti etici  diversi, chi ha espresso di voler morire dignitosamente, chi, al solo pensiero di sentirsi intrappolato nel proprio corpo, soffre pene rispetto alle quali un attacco di claustrofobia è un mero divertimento, costui perché deve essere sottoposto a tali  atroci sofferenze?  Possibile che  un UOMO non possa disporre neanche della propria salute  e della propria vita? Chi vieta a un cattolico di vivere secondo la sua etica? Certamente non io che rispetto i convincimenti e le opinioni altrui. Ora perché  un agnostico, un assiduo ricercatore della Verità, magari animato da un  altissimo sentimento religioso deve sottostare al volere di un Credo altrui? “Non fare agli altri ciò che non vorresti gli altri facessero a te” recita il Vangelo, come la Thorà, come il Corano come il laicissimo imperativo categorico di Kant.  Perché si commettono tali atrocità ? e, cosa ancor più grave, perché nel commetterle, si chiama in ballo addirittura la parola di Dio? Siete così certi di essere nel giusto, politici di uno Stato laico? Mai vi ha sfiorato il dubbio di sbagliare? Perfino il cattolicissimo Alessandro Manzoni diceva: Meglio agitarsi nel dubbio che riposare nell’errore. Ma nessuno pare voglia ascoltare tali ragioni.

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