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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

sabato, febbraio 25, 2012

Torni la gioia nei nostri cuori




Il mio vecchio cuore si è stancato di andare al passo. Come un cavallo impazzito, si è liberato delle redini e del morso e si è messo a galoppare disordinatamente come in una folle corsa verso l’inferno,  il paradiso o, più probabilmente, verso il nulla eterno. Vedevo camici bianchi e verdi che si alternavano nella gara contro la nera signora, li vedevo tra gli effluvi di ossigeno che inondavano il mio volto pallido  mentre tubi e aghi di ogni genere  foravano la mia pelle, monitoravano ogni battito, ogni respiro del mio corpo stanco. Pensavo incredibilmente agli uccelletti che popolano il mio cortile, mi chiedevo se mia moglie si fosse ricordata di  lasciare loro la solita manciata di briciole. C’è un pettirosso che litiga con tutti gli altri: difende il suo terreno, la sua briciola di pane,  come tanti uomini  accecati dal dio denaro, dalla fallace illusione di un potere caduco e fatalmente precario. Come mi sono sembrate simili le nostre umane storie a quelle degli uccelletti  svolazzanti e piacevolmente chiassosi, loro che, come noi,  lottano per la vita in un gioco infinito e misterioso, cui alcuni, sposando fedi diverse, credono di dare un senso  compiuto. Ma ormai sono tornato a casa e, quasi fosse un segnale trascendente, dopo tanti giorni di pioggia e gelo,  è tornato il Sole. Il Sole che scalda  i cuori, un assaggio della vicina primavera che rinnova e rigenera il mondo. Il bosco ha offerto la chioma  alle piogge nuziali e gli uccelli, gli insetti, tutte le creature del creato, si accoppiano felici mentre dalle onde del mare, biancheggianti di una spuma divina,  riemerge ancora Venere e comanda amore. Le gemme dei fiori si gonfiano a dismisura  ancora intrise della rugiada della notte, i mandorli si vestono a festa mentre l’instancabile Cupido lancia le sue frecce dorate in ogni direzione. Le ninfe dei boschi aprono le danze nuziali, i satiri fremono il loro bisogno d’amore, Pan suona il suo flauto  e gli fa eco Orfeo e Apollo con la sua lira. Il tempo e lo spazio si annullano: è tempo di sognare, è tempo di rubare alla vita quanto di bello ci regala, è tempo di rubare gli istanti : è primavera ed io, forte di una nuova esperienza, auguro a tutti voi di trascorrere una bella giornata piena di sole e di speranza e di Amore.

sabato, febbraio 18, 2012

Sete d'amore



                                            Dino Licci-Gabbiani nel sole-acrilico su tela 50X70




Ho bisogno d’amare

In questo mondo spietato.

Ho bisogno di gridare

La mia rabbia d’amore.

Piovono dolci note

Intorno alla mia stanza,

Una musica lieve

Mi trascina lontano.

C’è un tramonto dorato

Nel mondo dei miei sogni,

Un sorriso di bimbi,

Il volo di un gabbiano.

Ho bisogno d’amare

E volare più in alto,

Ho bisogno di andare

Più lontano del Sole.

Vedo spuma d’argento

Sopra i mari incantati,

Vedo candide vele

Solcare gli orizzonti.

Ho bisogno d’amare

E canto la mia rabbia,

Ho bisogno d’amare

Per non spegnere il Sole!






venerdì, febbraio 10, 2012

L'evoluzione della Chiesa

 
                                                                          

Vi ho più volte parlato del Concilio Vaticano II, il grande concilio ecumenico presieduto da Giovanni XXIII, che stava davvero modernizzando la Chiesa. Poi incredibilmente c’è stata una lenta ma continua recessione di questo processo evolutivo fino a poter riconoscere, proprio nella Chiesa dei nostri giorni, comportamenti delle alte sfere ecclesiastiche che furono tipici del periodo medievale. Vi ricordate che vi ho parlato di un libro “In principio era la gioia” che finalmente è stato tradotto in Italiano? Si tratta di un testo scritto circa vent’anni fa, da un domenicano, certo Mattew Fox, espulso dall’ordine dall’allora cardinale Ratzinger. Ratzinger era allora il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ex sant’Uffizio, quello fondato da Paolo III in sostituzione della Santa Inquisizione. La versione italiana è curata da una bella prefazione di Vito Mancuso, che ci fa notare come la vicenda di Fox ricalchi appieno le orme di un altro domenicano, Giordano Bruno, arso vivo a campo de’ fiori per eresia. La stessa sorte che rischiò di fare il più prudente Galileo che, come si sa, fu costretto ad abiurare.

Ora, nel 1992 ci fu la riabilitazione postuma di Galileo da parte della Chiesa cattolica. Oltre tre secoli dopo averlo condannato, il Vaticano riconosceva (ma come poteva non farlo) che lo scienziato pisano aveva ragione. Negli ultimi anni le gerarchie ecclesiastiche hanno addirittura organizzato alcuni eventi commemorativi in suo onore.

Ma oggi apprendiamo da Saturno, il supplemento culturale del Fatto Quotidiano, che c’è stata una sorta di retromarcia da parte delle gerarchie ecclesiastiche, quasi un constatare che ci si era spinti troppo in là nell’accettare i progressi della Scienza. Apprendiamo che il gesuita Ennio Brovedani, nel 2009, aveva organizzato a Firenze un convegno su Galileo, al quale presenziò anche il presidente Napolitano. Una volta pubblicati gli atti, Civiltà cattolica chiese a Brovedani un articolo che evidentemente non piacque alle alte sfere ecclesiastiche perché fu dapprima modificato, poi definitivamente rifiutato dagli zelanti redattori di “Civiltà cattolica” che intervennero anche su un altro articolo, scritto dall’ex direttore della specola Vaticana, padre Coyne, a sua volta allontanato. Insomma Scienza si ma solo se, come ai tempi della scolastica di San Tommaso, non alteri, con le sue conquiste, le verità dogmatiche, che vogliono riprendersi il proscenio. Io mi chiedo come si possa, in un mondo globalizzato come l’attuale, desiderare di regredire ai tempi di Aristotele che, se fosse vissuto ai nostri giorni, avrebbe di buon grado accettato di capire come stavano effettivamente le cose e sarebbe stato  il primo a potenziare gli studi per una maggiore conoscenza razionale delle cose del mondo.
La Chiesa si dimostra "Povera" di spirito. Forse sono più ricchi loro:

Le Foibe

Che brutta cosa la guerra! Stiamo  ancora celebrando il mese della memoria  riguardante l’orrore della shoah e incappiamo in un altro episodio enormemente  inferiore come numero di morti, ma assolutamente simile allo sterminio nazista  per le crudeltà perpetrate  dagli uomini di Tito contro quegli italiani che egli riteneva fascisti. Uomini seviziati, massacrati di botte, legati col fil di ferro l’uno all’altro e poi fatti precipitare nelle  “Foibe”, le cavità carsiche  dell’Istria. Niente come le vive parole dell’unico sopravvissuto ci possono dare un’idea di quello che avvenne dopo la seconda guerra mondiale. Graziano Udovisi si racconta in un trasmissione di Mixer del 1991: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=60

giovedì, febbraio 09, 2012

LA PASTORALE DI BEETHOVEN

 Sul comodino ho una radio sveglia che si accende alle sei. E stamattina  mi sono svegliato travolto dalle dolci note della “Pastorale”, mentre le prime luci dell’alba filtravano dalla mia finestra creando strani giochi di luce. E allora la mia fantasia ( o forse  era  ancora un sogno)  ha preso a vagare, e la stanza tutta si è riempita di note musicali come fossero un pulviscolo di luce, che fluttuava al suono delle viole o ruotava vorticosamente al timbro della cornamusa che annunciava il celebre temporale. Io mi saziavo di sublime incoscienza lottando tra il sonno e la veglia, mentre il canto dell’usignolo, della quaglie e  del cuculo, mi portavano lontano, fra i campagnoli in festa, ad ammirare un cielo terso che cominciava ad affollarsi di minacciosi nuvoloni. E volavo giulivo tra un mi, un fa, un sol e le note impazzite mi accompagnavano nella folle danza, mentre osavo tuffarmi dall’alto del soffitto su questa marea sonora che stimolava il mio cuore. Un tremolio di bassi sempre più profondo, mi trascinò nel vortice di un pauroso uragano e mi sembrava di non poter più levitare nella dolce atmosfera ma di essere prigioniero del vento che di colpo  però s’acquietò al suono di un melodioso clarinetto. E presto arrivò un corno le cui note profonde mi tenevano al riparo della tempesta sonora, che ormai  andava scemando. E la musica  gradualmente diventò  preghiera, un coro di pastori che cantavano la gioia e la riconoscenza per lo scampato pericolo, una cantilena melodica che mi prese per mano e dolcemente mi riadagiò sul letto,  dove un raggio di sole solleticò le mie  palpebre. E fu subito veglia.

mercoledì, febbraio 08, 2012

L'attacco di panico


Homunculus di Penfield


Vedete questa  figura apparentemente mostruosa? Non è un disegno horror. E’ invece un importante disegno didattico che aiuta a capire come funziona il nostro cervello e come l’uomo si sia evoluto rispetto agli altri animali. Il disegno ci fa capire come gran parte della massa cerebrale, nell'uomo, riguardi l'uso delle mani  e il centro del linguaggio. Ci sono due modi, a mio avviso, di confrontarsi con la realtà. Quello di credere ciecamente a quanto ci viene imposto in età scolare, per esempio col catechismo, e rimanere ancorato per sempre al dolce tepore della fanciullezza, o fare evolvere il proprio pensiero di pari passo con le conquiste della scienza, anche quando costi molta fatica affrontare razionalmente la realtà. C’è infatti chi ancora crede alla storiella di Adamo ed Eva, storia del tutto comparabile alle credenze dei Maya che pensano l’uomo sia stato creato da un chicco di mais o allo Shintoismo che fa discendere tutto dalla coppia Izanagi e Izanami o all’induismo che crede sia stato Brahma a creare l’Universo, che Vishnu cerca di conservare, mentre Shiva cerca di distruggerlo. Nessuna di queste credenze ha pensato di verificare quanto esse stesse asseriscono, ma in nome del loro Dio portano da secoli morte e distruzione nel mondo. La scienza moderna, che per definizione accetta la verifica ed è pronta a falsificare qualsiasi teoria si dimostri superata, pensa invece con Darwin, la genetica e la teoria delle mutazioni, che ogni essere vivente abbia un progenitore comune, da cui si sono evolute numerosissime forme vitali sia vegetali che animali. Il meccanismo riproduttivo si basa sempre sulla duplicazione del DNA.  Per arrivare alla specie uomo, l’evoluzione ha dovuto modificare soprattutto il cervello delle specie a lui simili, aumentando di molto le zone cerebrali che comandano il movimento delle mani ormai arricchitosi del pollice opponibile, e la capacità di parola che consentirà l’apprendimento e la cultura. Ma se invece di corteccia parliamo di ipotalamo, cioè di una zona del cervello più vecchia filogeneticamente e che abbiamo in comune con gli altri mammiferi, troveremo quelle strutture che comandano il battito cardiaco, l’emozione, la gelosia, la paura, insomma la vita vegetativa in tutte le sue espressioni. Se in questa porzione cerebrale una zona che ha la forma di mandorla, e che infatti si chiama amigdala, non è geneticamente perfetta, il possessore di questo piccolo difetto è molto probabile che, nel corso della vita, vada incontro a quegli attacchi di panico che possono essere fortemente invalidanti per chi li subisce e che molti purtroppo scambiano per crisi isteriche o “fisime” del malcapitato. Faccio un esempio. Se un camion sta per investirci, noi abbiamo, per fortuna, paura. E’ la paura che ci fa prendere le precauzioni per evitare il peggio. E l’amigdala è appunto il centro che regola la paura. E se siamo colti da infarto, facendo i debiti scongiuri, sarà sempre l’amigdala a dare l’allarme all’organismo, per modo che esso possa correre ai ripari. E’ questa la comunissima paura esterna che ci aiuta a vivere correttamente. Ma c’è un altro tipo di paura, la paura interna, che segnala ad un’ amigdala biologicamente difettosa, un pericolo inesistente ma che ha le stesse caratteristiche di un pericolo reale. Una volta accertato che si tratta di un falso allarme, se gli attacchi di panico si ripresentano, il paziente non saprà più distinguere il vero dal falso e vivrà una vita d’inferno laddove il suo disturbo non venga adeguatamente curato.

Io ho sempre avuto paura dei luoghi comuni. Sono il contrario della crescita, sono l'espressione più bieca della chiusura mentale, del pregiudizio e del fanatismo. Quando poi riguardano la nostra salute, allora diventano armi pericolose manovrate con disinvoltura da mattacchioni senza scrupoli che le usano per strappare un sorriso, per avere un attimo di notorietà, magari a scapito di qualche disgraziato, che soffre in silenzio, incapace di reagire. Perfino la letteratura e il cinema hanno contribuito a bollare come pazzi quegli individui perfettamente sani, ma che hanno solo un piccolo difetto neurale che, se correttamente interpretato, può condurre ad una guarigione completa o parziale ma comunque ad uno stile di vita accettabilissimo. Prendiamo "Il malato immaginario" di Moliere. É un testo che odio proprio perché trae in errore, induce alla derisione di un soggetto, che comunque somatizza i suoi dolori che diventano tachicardia, sudorazione, sensazione di morte imminente, afasia e così via, disturbi che comunque non vanno presi sotto gamba perché sono sempre espressione di sofferenza, angoscia, patimento. Se libri come "La donna che morì dal ridere" di Ramachandran fossero letti da tutti o almeno dai medici, che spesso sono incapaci di decifrare la richiesta di aiuto che si cela dietro quei sintomi non oggettivabili, forse il mondo sarebbe migliore come sarebbe migliore se si smettesse di ridere degli omosessuali, dei nani, dei diversi, cercando invece di capire quali cause anatomiche, funzionali o psichiche determinano tale condizione.

C'è una rete invisibile che collega le nostre sinapsi alle nostre azioni e il meccanismo d'interconnessione è percorribile nei due sensi con un condizionamento reciproco di elementi di natura organica e psichica. Fatta una necessaria distinzione tra le nevrosi che vengono avvertite come tali dal paziente e che conservano un adeguato contatto con la realtà, e le psicosi, molto più gravi e per le quali il discorso diventa di stretta competenza specialistica, io mi soffermerei invece a chiedere molto seriamente a chi dovesse incappare in questa sindrome, se qualcosa nel suo lavoro, nella sua vita di relazione, nella propria autostima, nella soddisfazione dei traguardi raggiunti, nella vita sessuale, non vada proprio bene. Perché forse l’amigdala è suscettibile di miglioramento anche senza aiuto farmacologico a volte, quando si individua e si rimuove la causa di un "malessere" esistenziale. Non sto calcando le orme di Freud e della sua psicanalisi, materia affascinante e interessantissima ma che esula totalmente dalla mie competenze professionali, essendo io biologo di professione, un biologo che però si avvale delle sue chiarissime nozioni di neurologia, chimica biologica e fisiologia, per asserire che il dolore e il malessere o l'alterazione della cenestesi di un malato organico non è dissimile da quello di un malato di ansia ove ci sia un errore cerebrale nel riconoscimento del messaggio periferico come ben c'insegnano Ramachandran e altri insigni studiosi dell'anatomia e fisiologia funzionale del cervello. Perché è proprio nel cervello e soltanto lì che il piacere, il dolore, la sensazione di benessere o malessere trovano un riscontro avvertibile. Ciò avviene anche se la sensazione parte addirittura da un arto mancante come potrete capire se vi soffermerete a guardare con attenzione l'immagine dell' homunculus di Penfield, che ho inserito all’inizio della pagina e dalla quale si evince chiaramente come a ogni centimetro del nostro corpo, corrisponda un'area cerebrale che ne regola appunto la funzione, compresa la cenestesi che, in altri e più semplici termini, è la sensazione di benessere o malessere che avvertiamo nella nostra quotidianità. Dino

martedì, febbraio 07, 2012

L'esistenzialismo

L'urlo di Munch



L’evoluzione gnoseologica dell’uomo e le sue conquiste scientifiche e tecnologiche, hanno enormemente aumentato, nel tempo, le sue potenzialità di carattere scientifico e tecnologico. Una volta emerso dai secoli bui in cui il medioevo l’aveva imprigionato, l’uomo cominciò a crescere culturalmente, passando attraverso periodi fecondi di enorme progresso, vuoi per le conquiste sociali che seguirono la rivoluzione francese e l’illuminismo, vuoi per l’eccezionale creatività che sarebbe emersa dal periodo romantico. E quando la Scienza e la tecnologia crebbero tanto da infondergli un tale entusiasmo da fargli credere che anche le azioni dell’uomo fossero programmabili e calcolabili in un Universo totalmente organizzato, fu la stessa scienza per prima a spegnere le sue speranze e le sue aspirazioni con la scoperta di due discipline, la relatività generale di Eisntein e la meccanica quantistica, che lo fecero immediatamente ridimensionare e presto sprofondare in un cupo pessimismo esistenziale. Contemporaneamente a queste due discipline infatti, si abbatterono sul mondo intero, avvenimenti nefasti che culminarono con la Prima guerra mondiale. Gli uomini del tempo la interpretarono come figlia del progresso tecnologico, quel progresso che aveva consentito l’uso di armi sofisticate e nefaste per una società che, senza distinzione tra vinti e vincitori, dovette subire gravi danni sia in perdite di vite umane, che in sconvolgimenti morali e materiali senza precedenti: distruzioni di città, grave svalutazione della moneta, sconvolgimenti profondi della personalità dei singoli, perdita di fiducia verso i grandi sistemi razionali che avevano caratterizzato il secolo precedente, uno scoramento totale e profondo. L’ottimismo positivista di colpo cessò e un comprensibile stato di smarrimento investì la società in tutte le sue espressioni, mentre si andavano concretizzando quei disagi profondi dell’esistenza che già affioravano nelle opere di Kierkegaard, Nietzsche, Kafka o Dostoevskij. Nasceva l’esistenzialismo, una corrente multidisciplinare che vedrà sconvolgere tutte le sfere della conoscenza, mentre ad un mondo totalmente deterministico subentreranno l’incertezza e l’imprevedibilità degli eventi. A questa situazione estremamente precaria di un mondo sconvolto nelle sue fondamenta, l’esistenzialismo risponderà considerando l’uomo come finito nel tempo e limitato nelle sue capacità, “un progetto gettato” in un mondo oberato da difficoltà d’ogni genere. Anche nel campo dell’arte, i canoni figurativi dell’ottocento verranno del tutto stravolti perché l’avanguardia artistica si manifesterà come un ribellione alla tecnologia, una presa di coscienza della profonda crisi spirituale ad essa consequenziale e diventerà l’espressione del profondo disagio che alberga nell’animo umano. Si scaverà in profondità fin nei sentimenti più profondi dell’individuo e le immagini risulteranno deformate proprio da questa estrema ricerca, che mette a nudo le angosce e gli aspetti più irrazionali dell’animo umano.

Nasceranno così l’espressionismo, il dadaismo, il cubismo, il fauvismo, il surrealismo, correnti tutte riconducibili, se vogliamo, al celeberrimo “Urlo” di Munch che sprigiona, nella sua apparente semplicità, l’uomo nella sua complessità, l’uomo come ente che “è” nel mondo e l’analisi del suo “esserci” condizionato dalla altre strutture del mondo, anche quelle più irrazionali che il secolo precedente aveva escluso. E si studia l’uomo nella sua soggettività, come singolo individuo che sarà quello che egli ha deciso di essere pur nella diversità dialettica dei filosofi più rappresentativi del tempo: Kierkegaard, Heidegger, Sartre, Marcel e Jaspers , ognuno a suo modo, apporteranno un contributo notevole a questo periodo storico come vedremo. Vediamo di analizzarli separatamente:


Il caso di Kirkegaard è tipico di chi ha subito un forte imprinting adolescenziale: tutta la sua vita, la sua angoscia, i suoi sensi di colpa gli derivano da un’educazione troppo rigida, dalla figura di un padre che lo delude per piccole deroghe a quelle norme che egli riteneva imprescindibili. Egli comincia a meditare sull’esistenza ma non sull’esistenza in generale, non sull’essere generico ma sull’essenza del singolo individuo, su come esso si pone in questo mondo. Così comincia a contestare anche le teorie di Hegel perché –dice-Kierkegaard- noi siamo al mondo come singoli ancor prima che umanità e spirito e il suo interesse si concentra sull’esistenza del singolo, non sull’essenza della specie. Egli analizza poi il pensiero di Lutero come quello di Pascal per il quale (la famosa scommessa) è più interessante sapere se “convenga” credere piuttosto che cercare la verità assoluta. E qui c’è la risposta al suo rifugiarsi nella religione dopo aver percorso le altre possibili strade dell’esistenza. Già Aristotele infatti aveva evidenziato come la Scienza debba prescindere dall’individualità essendo per definizione universale ed oggettiva. Il discorso di Kierkegaard, tutto rivolto all’esistenza del singolo non poteva essere universale e non poteva che sfociare nell’esistenzialismo. Così egli vede il singolo individuo attraversare più stadi della propria esistenza alla ricerca di una sua personale collocazione definitiva. Lo vediamo vivere, nella prima parte della sua esistenza in modo estetico. Egli così contempla le cose del mondo in modo quasi passivo senza ancora determinare delle scelte che lo definiscano come essere protagonista della propria essenza. Dovrà quindi fare delle scelte in armonia col mondo che lo circonda ma sempre all’interno della sua personalità di singolo: è questo lo stato etico quando deciderà se sposarsi, che lavoro fare, quale ruolo esercitare nella società. Ma qui subentrano i sensi d colpa, la paura del peccato, l’indefinibile angoscia del nulla.


Egli sente di avere bisogno di qualcosa di trascendente cui aggrapparsi per non perdersi i quel sentimento del peccato e della colpa che scaturisce soprattutto dagli insegnamenti delle religioni abramitiche. E siamo giunti alla stato religioso, il definitivo, dove la fede, il rifugio in essa darà un senso all’esistenza del singolo uomo finito che così troverà un esile legame con l’infinitezza cui anela.



Ancora più angosciante e problematica la ricerca dell’essere da parte di Heidegger. Intano egli in “Essere e tempo” contesta la definizione di “essere parmendeo” statico e immutabile in un tempo che invece è dinamismo, continuo divenire, evoluzione. Colta questa contraddizione, egli si angoscia a cogliere una definizione di essere che si adatti all’uomo, non all’uomo come specie ma come singolo individuo, come “progetto gettato” in un tempo e in luogo che comunque lo condizioneranno . Profondamente intriso di teologia egli trova già nel cristianesimo un superamento della dicotomia parmenidea in quanto Dio, attraverso la reincarnazione, non si limita ad essere ma diviene. Ma non sarà solo la teologia a condizionare il suo pensiero, ma anche la fenomenologia di Husserl, suo antico maestro, di cui non esiterà a prendere il posto quando il nazismo al tempo imperante troverà un Heidegger pronto a sostenerne le idee. Ma la sua angoscia permarrà al di là di ogni condizionamento esteriore: è un’angoscia talmente profonda da trovare nella morte un fine ultimo che giustifichi l’esistenza del singolo individuo, che si formerà in un rapporto biunivoco col resto del mondo. Egli, il suo esserci nel mondo, presuppone sempre un carattere trascendente, non essendo solo ciò che egli è in quel momento, ma anche ciò che progetterà di essere in futuro condizionato e condizionante gli avvenimenti esterni.


Più concreto, anche su ugualmente angosciante il pensiero di Sartre influenzato, nella sua formazione filosofica, sia dalla fenomenologia di Husserl sia dall’esistenzialismo di Heidegger. Secondo Sartre la coscienza è libera da condizionamenti per cui ne viene di conseguenza che l’uomo è responsabile di tutte le sue azioni. Il suo pensiero di esistenzialista ateo emerge chiaramente dalla sua prima opera “L’essere e il nulla” dove si evince l’angoscia dell’uomo che, libero nella sua coscienza e nelle sue scelte, cerca di realizzarsi come “ uomo –dio” senza mai riuscirvi perché la sua libertà è basata sul nulla:


“Questa libertà, che si rivela nell'angoscia, può caratterizzarsi con l'esistenza di quel niente che si insinua tra i motivi e l'atto. Non già perché sono libero, il mio atto sfugge alla determinazione dei motivi, ma, al contrario, il carattere inefficiente dei motivi è condizione della mia libertà.”


La libertà del singolo individuo si scontra evidentemente con quella degli “altri” e questo determina una condizione conflittuale che porta allo scontro e alla lotta. L’uomo è solo in questa lotta come è solo nel tentativo di dare un significato alla realtà. Non c’è nessun dio che lo aiuti in questo per cui la vita appare come un interminabile flusso di esperienze che provoca un senso di vuoto e la vertigine della “Nausea”

 
La filosofia di Marcel è tutta rivolta al problema ontologico come fondamento stesso della condizione esistenziale. Ancora una volta il tema fondamentale delle riflessioni di Marcel riguardano l’essere visto non tanto come un problema quanto come un mistero. Dalla sua famosa opera “Il mistero dell’essere” si evince infatti come egli delinei una netta separazione tra un “problema” oggettivo di cui il soggetto deve trovare una soluzione analizzando i dati in suo possesso ed un “mistero” in cui l’oggetto dell’indagine è il soggetto stesso, qualcosa in cui il soggetto si trova, so malgrado, coinvolto. Da qui il ricorso alla trascendenza che, a mio avviso, significa semplicemente prendere atto della insolubilità del problema. Un’altra distinzione che caratterizza il pensiero di Marcel è quella tra “Essere e avere” Il discorso è complicato perché, se pure egli afferma che l’avere è esterno all’essere e quindi oggettivabile, l’essere è insito nell’esistenza stessa dell’individuo. Pure le due cose non sono separabili perché, nello stesso corpo convivono la parte pensante cartesiana con funzioni conoscitive e spirituali e le funzioni biologiche prettamente empiriche. L’uomo pertanto deve impedire che l’avere soverchi l’essere come può succedere quando considerassimo la nostra esistenza concreta( idee, sentimenti) alla stregua dei bisogni oggettivi, senza correggerla con la nostra creatività. La metafisica può venire in aiuto a questo punto, liberando l’uomo dal piacere del possesso ed elevandolo al rango di essere puro.


Al grande filone dell’esistenzialismo appartiene anche la filosofia di Karl Jaspers, che, in armonia con gli altri esistenzialisti (anche se molti rifuggivano da questa etichettatura) si adopera instancabilmente nel tentare di definire l’essere. Intanto egli nota come l’essere, inteso come ciò che tutto avvolge (ritengo nella capacità di contenere nella propria mente la totalità delle manifestazioni degli enti) è da sempre presente in molte culture: l’essere di Parmenide, l’Apeiron di Anassimandro, il logos di Eraclito, il Nivana del Buddismo, il Tao del Taoismo e così via. Nella cultura occidentale l’Essere supremo è identificato, già dai tempi di Platone con Dio.


Egli nota come la Scienza moderna trascuri di esplorare l’essere come “ente avvolgente il tutto” limitandosi ad esplorare i meccanismi, le leggi fisiche che regolano l’esistenza. Solo la filosofia può speculare dialetticamente su quella trascendenza dell’essere che sfugge a qualsiasi controllo oggettivo.


La Trascendenza è quindi qualcosa d'illogico e inconoscibile proprio perché non può essere compresa come presenza oggettiva e deterministica ( ecco il superamento del periodo positivista!) Ne deriva che il mondo intero, il mondo dei fenomeni, è un naufragio nel quale noi uomini siamo costretti a nuotare come in balia delle onde della trascendenza imprevedibile e non determinabile scientificamente.

La vita dell’uomo è un continuo tentativo di trovare un’ancora di salvezza, cui aggrapparsi per trovare un fine ultimo che giustifichi questo viaggio che inesorabilmente finisce con la morte. Ma l’uomo non potrà mai gestire e neanche capire la propria realtà proprio perché essa è trascendente e , come tale, sfugge ad ogni oggettivazione e ad ogni logica . L’uomo non è un “essere” come la trascendenza ma semplicemente un “esserci” ognuno in un certo tempo ed in certo luogo ma sempre costretto a lottare nel dolore supremo della non conoscenza. Non gli resta che la rassegnazione per mezzo della quale trovare la pace considerando l’essere con i suoi insuperabili limiti e quindi vivere il suo esserci senza più porsi domande senza risposta. Sarà , come sempre, la metafisica, il rifugio in un Credo che gli dia l’illusione di eternare la sua vita che aspira alla conoscenza di Dio e della sua vera essenza.


Dino Licci



domenica, febbraio 05, 2012

Madonna delle Grazie di Sanarica

Dino Licci-Madonna delle Grazie -tecnica mista- 50X70

Frankenstein e il romanticismo



Viandante sul mare di nebbia-Caspar David Friedrich

Forse non c’è niente di più espressivo del romanzo “Frankenstein” di Mary Shelley per delineare la corrente romantica che s’impose in tutta Europa fra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX. Ho già trattato il tema del romanticismo nel mio blog, quindi è inutile che qui ne riassuma le linee essenziali limitandomi proprio a capire la psicologia di un personaggio che forse può essere preso come prototipo della corrente di cui parliamo. Il mostro, che nel romanzo viene chiamato “creatura” essendo Frankestein il nome del suo creatore, tratteggia, più che altro, la complessità dell’animo umano anche al di fuori di qualsiasi collocazione storica:

E’notte, una notte tenebrosa e sublime. Il mostro vaga fino a vedere una luce, allora si avvicina furtivo ad una casetta di contadini e li spia, ne segue ogni mossa, vorrebbe catturare la loro benevolenza, il loro amore. Il suo è un animo gentile, teneramente voglioso d’amore, di calore e d’affetto, ma presto si accorgerà che il suo aspetto genera paura, repulsione, finanche terrore e solo dopo, quando si renderà conto della sua bruttezza e dei sentimenti che essa ispira nell’ oggetto dei suoi desideri, solo allora egli diventerà violento, fino ad uccidere, fino a chiedere, straziato dalla solitudine dei suoi sentimenti, al suo creatore Frankenstein di forgiare una femmina mostruosa come lui e, quando questi rifiuterà, lo ucciderà in un impeto di rabbia incontrollabile. Soltanto dopo, quando si accorgerà o meglio prenderà coscienza di ciò che ha fatto, lo sentiremo mestamente dire:

 

“Anche questa è una mia vittima! con la sua uccisone, i miei delitti sono consumati; il miserabile genio del mio essere è ferito fin nel profondo. Oh Frankenstein, generoso e devoto essere !che vale che ora io ti chieda di perdonarmi?”

 

Perché ho preso questo mostro come espressione tipica del romanticismo? ma perché la scala dei valori dei romantici era profondamente alterata. La conseguenza di una forte passione passava in secondo piano, secondo i romantici, davanti alla sublime grandezza della passione stessa. L’amore romantico, se non condiviso, se sfortunato, acquistava grandi meriti e passioni forti e distruttive come l’odio, la gelosia, il rimorso, la disperazione, l’orgoglio, davano succo alla vita come l’eroe Byroniano che i romantici vagheggiavano. Esso doveva essere violento e antisociale, anarchico e conquistatore. L’uomo doveva ormai rinnegare proprio quelle conquiste della ragione che l’illuminismo gli aveva regalato: la solidarietà, la fratellanza, l’eguaglianza per cedere il posto al più degradante solipsismo.

La sua anima si ammanta di misticismo e l’uomo, preso dalla estatica contemplazione dell’infinito, si sente esentato dai suoi doveri verso il prossimo e più soffre, più s’incarna nella stessa natura di Dio. Il mistico romantico diviene egli stesso Dio, la verità degli altri è la sua Verità in un crescendo di emozione e convinzione, che conduce alla dittatura, alla violenza o alla pazzia.

Se in Italia tale movimento fu meno sentito che nel resto d’Europa, se le pagine del Manzoni furono meno colorate di paura e mistero, lo dobbiamo al fatto che da noi il movimento romantico coincideva cronologicamente con le pagine del risorgimento che ci avrebbe presto portati all’Unità d’Italia. Ma anche l’intima essenza di questi accadimenti storici, così ricchi di amor patrio ed individualità, sono in parte da ascriversi al movimento romantico, che vedeva il risorgere del concetto di nazione e rispolverava il Medioevo anche nell’arte, proponendo pagine di orgoglio nazionale tratte dal periodo medioevale quali i “Vespri Siciliani”, “La disfida di Barletta” e così via.













venerdì, febbraio 03, 2012

Il Carnevale

                                                     Il carnevale di Ivrea

                                                         

“Semel in anno licet insanire” (Una volta all’anno è lecito impazzire)

Con questa breve ma molto incisiva locuzione latina si può sintetizzare il periodo dell’anno che va sotto il nome di “Carnevale”, concetto espresso anche da Sant’Agostino, celebre per le sue accorate confessioni o, con qualche variante, da Orazio che ci racconta come sia dolce impazzire a tempo debito: “Dulce est desipere in loco”. Così gli antichi. Ma anche studiosi moderni del calibro di Renè Guènon c’introducono al concetto di carnevale sottolineando come gli eccessi alimentari, sessuali e comportamentali, cui ci si lascia andare in questo periodo, se limitati nel tempo, costituiscano una valvola di sfogo per un’aggressività troppo a lungo repressa. Freud ci racconta infatti come il nostro subconscio nasconda quella parte istintivamente aggressiva del nostro essere che la coscienza, la cultura e la volontà (il super Io) riescono a dominare e controllare con un certo sforzo. E forse già gli antichi avevano intuito che le cose stavano così, se, in questo breve periodo dell’anno, addirittura i padroni accettavano di buon grado di scambiarsi i ruoli con i servitori, sovvertendo del tutto l’ordine sociale e rendendo in questo modo inoffensive quelle tendenze sovversive che s’intuisce chiaramente esistano in chi deve sopportare da sempre una condizione di sudditanza. Si credeva che lo sfogo, limitato a un breve e ben circostanziato periodo, di questi istinti primordiali, esorcizzasse una vera ribellione anche se a volte la storia c’insegna che proprio questa usanza fu all’origine di rivolte e disordini vari.

La liturgia cattolica, pur comprendendo il carnevale, non lo accetta proprio di buon grado ed anzi i tentativi della Chiesa furono nel tempo volti ad allontanare il più possibile gli scherzi carnascialeschi dal mese di Dicembre per non turbare la sacrale atmosfera natalizia. Ma il clima gioioso della festa permane, sia pure in forma ridotta, anche nell’ultimo mese dell’anno con la ricorrenza dei Santi Innocenti e le feste dell’Episcopiello e dell’Asino che si tengono addirittura all’interno delle Chiese. Un altro retaggio rimane nelle rumorose notti di San Silvestro, ma l’inizio del carnevale è stato spostato gradualmente nel tempo dal giorno di santo Stefano fino al 17 Gennaio, festa di San’Antonio abate. La sua fine invece è stata fissata con l’inizio della quaresima.

A ROMA, intorno a queste feste, che talvolta assumevano sembianza di cerimonie, sorsero molte leggende, alcune delle quali ci sono state raccontate da Apuleio o da Ovidio e sarebbe per me troppo arduo riportarle qui ma, per coglierne il significato, bisogna ricordare che, nell’antica Roma, l’anno si faceva cominciare col mese di Marzo, mese dedicato a Marte, padre di Romolo e Remo. In suo onore si tenevano delle feste di sapore carnascialesco che slittarono a Febbraio con l’introduzione di questi nuovi mesi e si chiamavano Equiria. Esse consistevano, tra l’altro, nelle corse di cavalli che si tenevano nei pressi del Celio come ci racconta Ovidio nei “Fasti”.
Degna di nota poi la leggenda secondo la quale Numa, per conservare uno scudo regalatogli da Giove a protezione dell’Impero Romano, ne fece costruire altri 11 da un fabbro di nome Mamurio Veturio ma, date le calamità che seguirono a questo episodio, lo stesso fabbro fu additato come il responsabile di tali sventure e quindi, ogni metà mese di Marzo, un uomo si mascherava da Mamurio e veniva inseguito da una folla armata di bacchette con cui si colpiva il malcapitato. In effetti Mamurio personificava l’anno vecchio e la data (ricordiamo che l’anno cominciava a Marzo), era stata scelta per scacciare gli ultimi retaggi dell’anno precedente (la prima metà del mese) e potersi finalmente affacciare al nuovo anno con la primavera incombente.

Nell’antica Grecia, tra il mese di Febbraio e Marzo, sempre in accordo con l’arrivo della primavera, si celebravano le “antesterie” in onore del dio Dioniso e della durata di tre giorni. Il Dio arrivava dal mare nel secondo giorno di tali festività quando già si erano aperte le brocche ricolme di vino ed appariva trainato da una barca fornita di ruote, col capo ricoperto di grappoli d’uva come nel celebre dipinto del Caravaggio e scortato da due satiri nudi che suonavano il flauto. La processione prevedeva personaggi mascherati, come nei moderni carri, la presenza di un toro da sacrificare ed altri suonatori di flauto. Al culmine della festa si celebrava il ritorno dei morti indispensabili a favorire la fertilità perché è dalla morte che rinasce il germe della vita. In questa concezione è racchiusa l’immortale tematica dell’alternarsi della vita e della morte, dell’eterno ritorno dell’uguale avrebbe detto Nietzsche, con questo Dio che muore e rinasce e che Eraclito chiama Ade quando è nel regno dei morti, Dioniso quando riguadagna il mondo dei vivi. C’è il rito della nostra salentina  "caremma" che, morendo durante la quaresima, ci restituisce gli agrumi con cui l’avevamo adornata e c’è forse qualcosa delle religioni orientali con lo Yin e lo Yan, aspetti diversi e contrari di una stessa realtà. E questo carro che trascina il Dio che rinnova il mondo non è forse simile ai carri della Roma imperiale che simboleggiavano il percorso astrale e dei pianeti che si avviavano verso la primavera? Nel “Pervigilium Veneris” di autore anonimo ma di età imperiale c’è racchiusa tutta la poesia della primavera nascente:
                                  Dino Licci-Pervigilium Veneris- acrilico su tela 120X90

Nuova primavera, sì, primavera di canti;

in primavera nacque il mondo,

in primavera s'accordano gli amori,

in primavera si sposano gli uccelli

e il bosco scioglie la chioma per le piogge nuziali.”

Si festeggia la Vita nel suo eterno rinnovarsi al di fuori dello spazio e del tempo!
Se a Dioniso sostituiamo il dio Marduk ci troveremo proiettati nell’antica Babilonia dove questo dio salvatore lottando con il drago, il dio Tiamat, lo vince e lo scaccia consentendo il ritorno della vita. Le cerimonie propiziatrici per il raccolto e la nuova stagione, erano ricche di simboli che si rifacevano al mondo astrale. Secondo le credenze babilonesi infatti, la terra era una copia della realtà che risiedeva nel cielo(una sorta di iperuranio, il mondo delle idee di Platone). Ma per i babilonesi la trasformazione dell’idea astratta in realtà empirica, aggredibile da parte dei nostri sensi, era possibile grazie alla personificazione degli dei. Così Marduk personificava la vita, la rinascita, la vittoria sulla morte. Durante le festività, nei cortei allegorici, non mancavano i carri del Sole e della Luna che, percorrendo la via lattea, dalla parte alta del cielo raggiungevano Babilonia per donarle la primavera. E come nei saturnali romani, questo periodo festivo prevedeva che gli schiavi prendessero il posto dei padroni sapendo bene che il “re del carnevale” era destinato a morire dopo questo breve periodo di sregolatezza che accompagnava il difficile passaggio dal vecchio al nuovo anno.

Singolare la rappresentazione medioevale di questo periodo col “passaggio delle acque”. Ci si imbarca nella “nave dei folli (stultifera navis)”per raggiungere la sponda opposta (l’anno nuovo) e, durante la traversata, l’anno vecchio, frantumandosi, fa perdere la propria identità e la pazzia dell’uomo custodita gelosamente nel subconscio (se vogliamo rifarci a Jung), emerge tumultuosamente invertendo i ruoli e gli stessi sessi e da questa danza orgiastica, come da un vaso di Pandora, per un gioco divino propiziatorio, fuoriescono anche i morti che spaventano, aggrediscono o scherzano tra il rumore assordante che ai nostri giorni releghiamo all’ultimo giorno dell’anno. Ma i morti regalano la vita, dal loro disfacimento prenderà nutrimento il nuovo che avanza, rinnova e ristora.

Gli attuali carri allegorici hanno per lo più sapore sarcastico o ironico, se si vuole, e riguardano soprattutto il mondo della politica ma ce n’è uno, ad Ivrea che si rifà ad un’antica leggenda che vorrebbe punire un marchese che abusava di tutte le donne del paese avvalendosi dello “Ius primae noctis”. Chissà perché , in ricordo di questo episodio, si è soliti lanciare le arance i testa a tutti i malcapitati che non indossino un berrettino rosso.

Sarebbe troppo arduo riportare tutte le usanze legate a questo periodo dell’anno in tutte le regioni del mondo. Ma un punto di unione c’è che le congloba tutte: il rinnovamento simbolico dell’anno solare che ritroviamo anche nei “Canti carnascialeschi di Lorenzo il Magnifico. Ascoltiamoli insieme:




mercoledì, febbraio 01, 2012

La candelora



Oggi si festeggia la “Candelora”, una festa che nel VII secolo d.c. la Chiesa adottò dalla Chiesa orientale che invece la celebrava sin dal IV secolo d.c. come presentazione di Gesù al tempio. In questa occasione, che originariamente si chiamava festa di San Simeone in omaggio al Santo ricordato nel vangelo di Luca, ogni maschio primogenito, portava in sacrificio al Signore una coppia di tortore ed una di colombe. A questo Simeone lo Spirito Santo aveva predetto che non sarebbe morto prima di vedere il Messia, cosa che avvenne il giorno della “presentazione” quando appunto il vecchio santo, preso in braccio Gesù bambino, lo chiamò “Luce per illuminare le genti” e, rivolgendosi alla madre soggiunse che “Egli era qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele” vaticinando gli eventi futuri della vita di Cristo. La madre di Gesù doveva necessariamente trovarsi nel Tempio il 2 di Febbraio perché una donna che avesse partorito, era considerata impura per quaranta giorni dopo il parto ed avendo Maria partorito il 25 Dicembre, i 40 giorni scadevano appunto il giorno della Candelora:

« Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione » (Levitico 12,2-4)

Oggi, ricorrenza della presentazione di Gesù al tempio, si benedicono le candele proprio in riferimento alla frase con cui Simeone indicò Gesù come la luce delle genti, ma anche come alternativa alle usanze politeistiche che festeggiavano nello stesso giorno la “Dea Februa” ( Iunio februata) con chiari riferimenti alla dea Giunone.

Si legge infatti nel “Lunario Toscano” del 1805:

La mattina si fa la benedizione delle candele che si distribuiscono ai fedeli,la qual funzione fu istituita dalla Chiesa per togliere un antico costume ai fedeli che in questo giorno, in onore alla falsa dea Februa, con fiaccole accese andavano scorrendo in città mutando quella superstizione in religione e pietà cristiana”.

Io prudentemente mi astengo da commenti di qualsiasi genere, limitandomi a riferire asetticamente usanze, superstizioni, credenze, aneliti religiosi, che, comunque interpretati, fanno parte della nostra storia e delle nostre tradizioni. Probabilmente l’usanza che rivive anche nei nostri giorni di adornare le strade con lumini o di tenere in mano una candela accesa durante le processioni, risale anche alla festa cristiana che si teneva a Roma del VII secolo d.c. quando la popolazione procedeva, con le candele in mano, da ogni parrocchia fino alla Chiesa di Sant’Adriano e da qui fino a Santa Maria Maggiore in segno di penitenza avverso le licenziosità con cui il periodo carnascialesco aveva contaminato la città.

L’etimologia di candelora ci riporta anche alle calende con cui il mondo latino indicava il primo giorno del mese ed è facile notare come sia anche simile all’etimo di calendario. Alle calende di Febbraio, prima dell’avvento del cristianesimo si festeggiava, come abbiamo visto Giunone, (la dea februa) ed alcuni studiosi collegano questa festività all’Imbolc, l'antica festa irlandese, che cadeva tradizionalmente il 1º febbraio, nel punto mediano tra il solstizio d'inverno e l'equinozio di primavera. Da notare che la celebrazione cominciava tuttavia al tramonto del giorno precedente, in quanto il calendario celtico faceva iniziare il giorno appunto dal tramonto del sole.. Che la Candelora abbia riferimenti meteorologici, lo si può dedurre anche dai tanti proverbi tipici per ogni regione di provenienza fra i quali ho scelto il più noto in assoluto:

 
Quando vien la Candelora

de l’Inverno siamo fora;

ma se piove o tira vento

de l’Inverno siamo dentro”

E che questa festività si situi al culmine dell’inverno, ce lo dimostrano anche il freddo ed il brutto tempo di questi giorni, che solitamente si è soliti definire come i “Giorni della merla”. Anche sulla genesi di questa locuzione, ci sono molte versioni la più accreditata delle quali ci racconta che per ripararsi dal gran freddo, una merla e i suoi pulcini, in origine bianchi, si rifugiarono dentro un comignolo, dal quale emersero i primi giorni di Febbraio tutti neri a causa della fuliggine. Da quel giorno tutti i merli furono neri. Anche in questo caso la fantasia non rispetta la realtà, che invece vuole i merli dotati di un forte dimorfismo sessuale laddove la femmina è grigia e il maschio nerissimo, lucente e fornito di un brillante becco arancione.

Dalle crociate ai nostri giorni

                                             Immagini di guerra

Parlare di Palestina, soprattutto per chi abbia ricevuto un’educazione cristiana, evoca teneri ricordi legati all’infanzia, al presepio, ai Magi, alla nascita di Gesù, ai vangeli, con tutto ciò che di sacro e storico vi ruota attorno. Ma non solo noi cristiani siamo legati a questa terra che vide Cristo bambino e che ospita centri di grande importanza religiosa come Betlemme, Nazareth e Gerusalemme. Anche i musulmani hanno in Gerusalemme i fondamenti del loro credo e, come se non bastasse, anche gli Ebrei considerano questa città come parte integrante della loro stessa essenza. Insomma in Gerusalemme convergono le tre grandi religioni monoteistiche dell’Umanità: il Cristianesimo, il Maomettismo, l’Ebraismo. Da qui le lotte secolari per impossessarsi di questa ambita meta da parte di popoli che, pur avendo come base di partenza, principi sani di fratellanza ed eguaglianza, affogano nel sangue il loro fondamentalismo, dimostrandosi incapaci di razionalizzare un’esigenza spirituale che, lungi dal saziare il loro “bisogno di Dio”, comporta scontri cruenti che lasciano presagire ancora lunghi anni di tensione e di odio.

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Saltando a piè pari le crociate, Lepanto, Poitiers, la storia dei templari e tutti gli avvenimenti storici del periodo medioevale, se ci affacciamo nel ventesimo secolo ci accorgeremo che il quadro politico non è cambiato per niente.
La regione palestinese fu oggetto di conquista, durante la prima guerra mondiale da parte della Gran Bretagna che v’impose la sua presenza fin quando, allo scadere del suo mandato, nel maggio 1948, abbandonò questa terra consentendo a migliaia di ebrei di occuparla per costituirvi un libero stato in accordo alle risoluzioni dell’ONU che si era espresso per la creazione in Palestina di due stati distinti: uno ebraico ed uno arabo. Al rifiuto arabo di aderire a questa decisione seguirono numerosi disordini e lo stesso giorno della “creazione”dello Stato d’Israele, il14-5-1948, alcuni stati facenti parte della “lega araba”, (Egitto,Giordania,Siria,Libano), invasero Israele e gli scontri continuarono fino all’armistizio di Rodi (1949) che, pur ponendo fine al conflitto, generarono una sorta di guerra fredda che portò Israele ad avvicinarsi agli Stati Uniti,gli stati arabi all’Unione Sovietica.

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Gli Ebrei, ricordiamolo, uscivano da una triste esperienza: la seconda guerra mondiale aveva conosciuto momenti di inaudita ferocia ed eclatante follia. Hitler, il genio del male, era proteso alla conquista del mondo, le invasioni di liberi popoli non si contavano più, la stessa Italia fu coinvolta, attraverso il movimento fascista voluto da Mussolini, prima da una smania di grandezza che la vide alleata alla Germania, poi da una guerra intestina sviluppatosi soprattutto nell’Italia settentrionale. Qui i sostenitori di un fascismo ormai morente si scontravano duramente con i valorosi eroi della resistenza ma anche con gli affossatori delle tristemente famose “foibe” di estrazione comunista, ed i morti e le crudeltà non si contarono più.
Ma in questo contesto che avrebbe finalmente portato alla LIBERAZIONE, ad avere la peggio furono proprio gli Ebrei fatti oggetto, perché tali, di una vera persecuzione fino allo sterminio nei campi di concentramento e nei forni crematori inventati dal Nazismo per distruggere una RAZZA, l’ebraica, accusata di deicidio. Il popolo ebraico, la cui grande diaspora risale al I secolo d.c.,non è una vera razza ma piuttosto un’etnia, un insieme di genti che hanno in comune le loro origini e la loro religione. Nessun tratto somatico, nessun patrimonio genetico li distingue dalle altre popolazioni della razza bianca ed infatti, durante il vergognoso periodo della loro persecuzione, solo i documenti anagrafici e le numerose delazioni, consentivano ai loro aguzzini di riconoscerli.
Con la fine della seconda guerra mondiale, forse a parziale risarcimento dei torti subiti, agli ebrei fu concesso da parte dell’ONU, come abbiamo già ricordato, di tornare nelle terre d’origine, ma qui lo scontro con le popolazioni arabe, contrarie alla creazione di uno stato Israeliano, era inevitabile. Ai primi scontri del 1948, altri ne seguirono come l’attacco di Israele all’Egitto durante la crisi di Suez del 1956, attacco contenuto dalla decisione dell’ONU di costringere Israele alla ritirata. Ed ancora la guerra dei sei giorni così detta per la breve durata dello scontro che vide Israele ancora vittoriosa con l’occupazione della Cisgiordania (con Gerusalemme), delle alture del Golan,del Sinai e della striscia di Gaza.
A questi successi militari dello Stato ebraico si contrapponevano numerose organizzazioni politico militari di origine araba come Al Fatah e l’OLP che praticavano e praticano numerose forme di terrorismo.Nel ventennio che va dal 1980 all’inizio del XXI secolo, numerosi capi di Stato, laburisti e conservatori, si sono avvicendati a reggere le sorti d’Israele e spesso si è giunti vicino alla pace con l’intermediazione di altri capi di Stato , ma l’uccisione del premier Rabin nel 1995, ha riportato questi tentativi allo stato larvale, mentre il premier Sharon ha ben meritato la qualifica di falco, dato che rispondeva puntigliosamente con azioni militari, ad ogni attacco terroristico delle popolazioni arabe.
Intanto un episodio sanguinoso e paragonabile, per l’emozione mondiale che ha suscitato, solo ai bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, si è verificato l’11settembre del 2001.quando due aerei di linea, dirottati da un commando suicida agli ordini di Bin Laden, rasero al suolo le “torri gemelle”di New York, simbolo non solo della metropoli americana ma di tutto il mondo occidentale. Le immagini di migliaia di morti e dei calcestruzzi che seppellivano i feriti, il fumo, l’angoscia, la disperazione dell’episodio, sono entrati di prepotenza nelle nostre case e non abbandoneranno mai la nostra memoria.
Tutto il mondo ha tremato mentre Bush reagiva allo schiaffo organizzando una spedizione punitiva in Afghanistan ( paese colpevole di dare ospitalità ai Kamikaze del terrore), dove ancora oggi anche i nostri giovani militari lottano perdendo purtroppo perfino la vita. Oggi molti nemici dell’occidente sono morti. Bin Laden, Saddam Hussein, Gheddafi sono usciti di scena nel più cruento dei modi, ma altre iniziative minacciano il medio oriente con una Siria che calpesta giornalmente i diritti umani e un’Iran particolarmente violento ancora una volta contro il popolo ebraico. Il presidente iraniano Ahmadinejad non perde un’occasione per minacciare di radere al suolo lo Stato d’Israele spalleggiato dalla guida spirituale del paese Ali Khamenei, intransigente cultore del fondamentalismo più estremo. Il resto purtroppo fa parte della cronaca violenta dei nostri giorni e noi non possiamo che augurarci che i potenti del mondo trovino il modo di sanare questo conflitto che dura da millenni e che porta morte e distruzione a due civiltà che rischiano di autodistruggersi, due civiltà egualmente meritevoli di rispetto e attenzione.





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La storia del nostro pianeta insomma, dai primordi fino ad oggi, sembra scritta col sangue e quello che stupisce è che proprio le religioni che predicano la pace, le abramitiche in particolare, siano il fulcro della violenza cieca delle parti. A periodi di pace in cui l’uomo faticosamente costruisce il suo benessere e da corpo alla sua naturale evoluzione, altri se ne frappongono di inaudita violenza e ferocia. Forse la natura umana, contrariamente alle più tradizionali convinzioni manicheistiche, che vorrebbero tutto il bene da una parte ed il male dall’altra, è invece un coacervo di passioni, convinzioni, emozioni, altruismo e crudeltà tali, da costituire tutte insieme, una miscela violentemente esplosiva. L’animo umano o forse sarebbe più corretto dire la sua mente, è ancora un continente inesplorato. Nei tempi dei computers e dei viaggi interplanetari, dei cellulari e delle web-camere, degli aerei ultrasonici e delle reazioni nucleari, il nostro cervello rimane il mistero più impenetrabile dell’Universo con tutto il fascino, l’ansia, le paure, i vantaggi e i dubbi che tutto ciò comporta. Noi non sappiamo ancora chi siamo. Speriamo in un futuro migliore!