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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

mercoledì, febbraio 08, 2012

L'attacco di panico


Homunculus di Penfield


Vedete questa  figura apparentemente mostruosa? Non è un disegno horror. E’ invece un importante disegno didattico che aiuta a capire come funziona il nostro cervello e come l’uomo si sia evoluto rispetto agli altri animali. Il disegno ci fa capire come gran parte della massa cerebrale, nell'uomo, riguardi l'uso delle mani  e il centro del linguaggio. Ci sono due modi, a mio avviso, di confrontarsi con la realtà. Quello di credere ciecamente a quanto ci viene imposto in età scolare, per esempio col catechismo, e rimanere ancorato per sempre al dolce tepore della fanciullezza, o fare evolvere il proprio pensiero di pari passo con le conquiste della scienza, anche quando costi molta fatica affrontare razionalmente la realtà. C’è infatti chi ancora crede alla storiella di Adamo ed Eva, storia del tutto comparabile alle credenze dei Maya che pensano l’uomo sia stato creato da un chicco di mais o allo Shintoismo che fa discendere tutto dalla coppia Izanagi e Izanami o all’induismo che crede sia stato Brahma a creare l’Universo, che Vishnu cerca di conservare, mentre Shiva cerca di distruggerlo. Nessuna di queste credenze ha pensato di verificare quanto esse stesse asseriscono, ma in nome del loro Dio portano da secoli morte e distruzione nel mondo. La scienza moderna, che per definizione accetta la verifica ed è pronta a falsificare qualsiasi teoria si dimostri superata, pensa invece con Darwin, la genetica e la teoria delle mutazioni, che ogni essere vivente abbia un progenitore comune, da cui si sono evolute numerosissime forme vitali sia vegetali che animali. Il meccanismo riproduttivo si basa sempre sulla duplicazione del DNA.  Per arrivare alla specie uomo, l’evoluzione ha dovuto modificare soprattutto il cervello delle specie a lui simili, aumentando di molto le zone cerebrali che comandano il movimento delle mani ormai arricchitosi del pollice opponibile, e la capacità di parola che consentirà l’apprendimento e la cultura. Ma se invece di corteccia parliamo di ipotalamo, cioè di una zona del cervello più vecchia filogeneticamente e che abbiamo in comune con gli altri mammiferi, troveremo quelle strutture che comandano il battito cardiaco, l’emozione, la gelosia, la paura, insomma la vita vegetativa in tutte le sue espressioni. Se in questa porzione cerebrale una zona che ha la forma di mandorla, e che infatti si chiama amigdala, non è geneticamente perfetta, il possessore di questo piccolo difetto è molto probabile che, nel corso della vita, vada incontro a quegli attacchi di panico che possono essere fortemente invalidanti per chi li subisce e che molti purtroppo scambiano per crisi isteriche o “fisime” del malcapitato. Faccio un esempio. Se un camion sta per investirci, noi abbiamo, per fortuna, paura. E’ la paura che ci fa prendere le precauzioni per evitare il peggio. E l’amigdala è appunto il centro che regola la paura. E se siamo colti da infarto, facendo i debiti scongiuri, sarà sempre l’amigdala a dare l’allarme all’organismo, per modo che esso possa correre ai ripari. E’ questa la comunissima paura esterna che ci aiuta a vivere correttamente. Ma c’è un altro tipo di paura, la paura interna, che segnala ad un’ amigdala biologicamente difettosa, un pericolo inesistente ma che ha le stesse caratteristiche di un pericolo reale. Una volta accertato che si tratta di un falso allarme, se gli attacchi di panico si ripresentano, il paziente non saprà più distinguere il vero dal falso e vivrà una vita d’inferno laddove il suo disturbo non venga adeguatamente curato.

Io ho sempre avuto paura dei luoghi comuni. Sono il contrario della crescita, sono l'espressione più bieca della chiusura mentale, del pregiudizio e del fanatismo. Quando poi riguardano la nostra salute, allora diventano armi pericolose manovrate con disinvoltura da mattacchioni senza scrupoli che le usano per strappare un sorriso, per avere un attimo di notorietà, magari a scapito di qualche disgraziato, che soffre in silenzio, incapace di reagire. Perfino la letteratura e il cinema hanno contribuito a bollare come pazzi quegli individui perfettamente sani, ma che hanno solo un piccolo difetto neurale che, se correttamente interpretato, può condurre ad una guarigione completa o parziale ma comunque ad uno stile di vita accettabilissimo. Prendiamo "Il malato immaginario" di Moliere. É un testo che odio proprio perché trae in errore, induce alla derisione di un soggetto, che comunque somatizza i suoi dolori che diventano tachicardia, sudorazione, sensazione di morte imminente, afasia e così via, disturbi che comunque non vanno presi sotto gamba perché sono sempre espressione di sofferenza, angoscia, patimento. Se libri come "La donna che morì dal ridere" di Ramachandran fossero letti da tutti o almeno dai medici, che spesso sono incapaci di decifrare la richiesta di aiuto che si cela dietro quei sintomi non oggettivabili, forse il mondo sarebbe migliore come sarebbe migliore se si smettesse di ridere degli omosessuali, dei nani, dei diversi, cercando invece di capire quali cause anatomiche, funzionali o psichiche determinano tale condizione.

C'è una rete invisibile che collega le nostre sinapsi alle nostre azioni e il meccanismo d'interconnessione è percorribile nei due sensi con un condizionamento reciproco di elementi di natura organica e psichica. Fatta una necessaria distinzione tra le nevrosi che vengono avvertite come tali dal paziente e che conservano un adeguato contatto con la realtà, e le psicosi, molto più gravi e per le quali il discorso diventa di stretta competenza specialistica, io mi soffermerei invece a chiedere molto seriamente a chi dovesse incappare in questa sindrome, se qualcosa nel suo lavoro, nella sua vita di relazione, nella propria autostima, nella soddisfazione dei traguardi raggiunti, nella vita sessuale, non vada proprio bene. Perché forse l’amigdala è suscettibile di miglioramento anche senza aiuto farmacologico a volte, quando si individua e si rimuove la causa di un "malessere" esistenziale. Non sto calcando le orme di Freud e della sua psicanalisi, materia affascinante e interessantissima ma che esula totalmente dalla mie competenze professionali, essendo io biologo di professione, un biologo che però si avvale delle sue chiarissime nozioni di neurologia, chimica biologica e fisiologia, per asserire che il dolore e il malessere o l'alterazione della cenestesi di un malato organico non è dissimile da quello di un malato di ansia ove ci sia un errore cerebrale nel riconoscimento del messaggio periferico come ben c'insegnano Ramachandran e altri insigni studiosi dell'anatomia e fisiologia funzionale del cervello. Perché è proprio nel cervello e soltanto lì che il piacere, il dolore, la sensazione di benessere o malessere trovano un riscontro avvertibile. Ciò avviene anche se la sensazione parte addirittura da un arto mancante come potrete capire se vi soffermerete a guardare con attenzione l'immagine dell' homunculus di Penfield, che ho inserito all’inizio della pagina e dalla quale si evince chiaramente come a ogni centimetro del nostro corpo, corrisponda un'area cerebrale che ne regola appunto la funzione, compresa la cenestesi che, in altri e più semplici termini, è la sensazione di benessere o malessere che avvertiamo nella nostra quotidianità. Dino

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