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martedì, febbraio 07, 2012

L'esistenzialismo

L'urlo di Munch



L’evoluzione gnoseologica dell’uomo e le sue conquiste scientifiche e tecnologiche, hanno enormemente aumentato, nel tempo, le sue potenzialità di carattere scientifico e tecnologico. Una volta emerso dai secoli bui in cui il medioevo l’aveva imprigionato, l’uomo cominciò a crescere culturalmente, passando attraverso periodi fecondi di enorme progresso, vuoi per le conquiste sociali che seguirono la rivoluzione francese e l’illuminismo, vuoi per l’eccezionale creatività che sarebbe emersa dal periodo romantico. E quando la Scienza e la tecnologia crebbero tanto da infondergli un tale entusiasmo da fargli credere che anche le azioni dell’uomo fossero programmabili e calcolabili in un Universo totalmente organizzato, fu la stessa scienza per prima a spegnere le sue speranze e le sue aspirazioni con la scoperta di due discipline, la relatività generale di Eisntein e la meccanica quantistica, che lo fecero immediatamente ridimensionare e presto sprofondare in un cupo pessimismo esistenziale. Contemporaneamente a queste due discipline infatti, si abbatterono sul mondo intero, avvenimenti nefasti che culminarono con la Prima guerra mondiale. Gli uomini del tempo la interpretarono come figlia del progresso tecnologico, quel progresso che aveva consentito l’uso di armi sofisticate e nefaste per una società che, senza distinzione tra vinti e vincitori, dovette subire gravi danni sia in perdite di vite umane, che in sconvolgimenti morali e materiali senza precedenti: distruzioni di città, grave svalutazione della moneta, sconvolgimenti profondi della personalità dei singoli, perdita di fiducia verso i grandi sistemi razionali che avevano caratterizzato il secolo precedente, uno scoramento totale e profondo. L’ottimismo positivista di colpo cessò e un comprensibile stato di smarrimento investì la società in tutte le sue espressioni, mentre si andavano concretizzando quei disagi profondi dell’esistenza che già affioravano nelle opere di Kierkegaard, Nietzsche, Kafka o Dostoevskij. Nasceva l’esistenzialismo, una corrente multidisciplinare che vedrà sconvolgere tutte le sfere della conoscenza, mentre ad un mondo totalmente deterministico subentreranno l’incertezza e l’imprevedibilità degli eventi. A questa situazione estremamente precaria di un mondo sconvolto nelle sue fondamenta, l’esistenzialismo risponderà considerando l’uomo come finito nel tempo e limitato nelle sue capacità, “un progetto gettato” in un mondo oberato da difficoltà d’ogni genere. Anche nel campo dell’arte, i canoni figurativi dell’ottocento verranno del tutto stravolti perché l’avanguardia artistica si manifesterà come un ribellione alla tecnologia, una presa di coscienza della profonda crisi spirituale ad essa consequenziale e diventerà l’espressione del profondo disagio che alberga nell’animo umano. Si scaverà in profondità fin nei sentimenti più profondi dell’individuo e le immagini risulteranno deformate proprio da questa estrema ricerca, che mette a nudo le angosce e gli aspetti più irrazionali dell’animo umano.

Nasceranno così l’espressionismo, il dadaismo, il cubismo, il fauvismo, il surrealismo, correnti tutte riconducibili, se vogliamo, al celeberrimo “Urlo” di Munch che sprigiona, nella sua apparente semplicità, l’uomo nella sua complessità, l’uomo come ente che “è” nel mondo e l’analisi del suo “esserci” condizionato dalla altre strutture del mondo, anche quelle più irrazionali che il secolo precedente aveva escluso. E si studia l’uomo nella sua soggettività, come singolo individuo che sarà quello che egli ha deciso di essere pur nella diversità dialettica dei filosofi più rappresentativi del tempo: Kierkegaard, Heidegger, Sartre, Marcel e Jaspers , ognuno a suo modo, apporteranno un contributo notevole a questo periodo storico come vedremo. Vediamo di analizzarli separatamente:


Il caso di Kirkegaard è tipico di chi ha subito un forte imprinting adolescenziale: tutta la sua vita, la sua angoscia, i suoi sensi di colpa gli derivano da un’educazione troppo rigida, dalla figura di un padre che lo delude per piccole deroghe a quelle norme che egli riteneva imprescindibili. Egli comincia a meditare sull’esistenza ma non sull’esistenza in generale, non sull’essere generico ma sull’essenza del singolo individuo, su come esso si pone in questo mondo. Così comincia a contestare anche le teorie di Hegel perché –dice-Kierkegaard- noi siamo al mondo come singoli ancor prima che umanità e spirito e il suo interesse si concentra sull’esistenza del singolo, non sull’essenza della specie. Egli analizza poi il pensiero di Lutero come quello di Pascal per il quale (la famosa scommessa) è più interessante sapere se “convenga” credere piuttosto che cercare la verità assoluta. E qui c’è la risposta al suo rifugiarsi nella religione dopo aver percorso le altre possibili strade dell’esistenza. Già Aristotele infatti aveva evidenziato come la Scienza debba prescindere dall’individualità essendo per definizione universale ed oggettiva. Il discorso di Kierkegaard, tutto rivolto all’esistenza del singolo non poteva essere universale e non poteva che sfociare nell’esistenzialismo. Così egli vede il singolo individuo attraversare più stadi della propria esistenza alla ricerca di una sua personale collocazione definitiva. Lo vediamo vivere, nella prima parte della sua esistenza in modo estetico. Egli così contempla le cose del mondo in modo quasi passivo senza ancora determinare delle scelte che lo definiscano come essere protagonista della propria essenza. Dovrà quindi fare delle scelte in armonia col mondo che lo circonda ma sempre all’interno della sua personalità di singolo: è questo lo stato etico quando deciderà se sposarsi, che lavoro fare, quale ruolo esercitare nella società. Ma qui subentrano i sensi d colpa, la paura del peccato, l’indefinibile angoscia del nulla.


Egli sente di avere bisogno di qualcosa di trascendente cui aggrapparsi per non perdersi i quel sentimento del peccato e della colpa che scaturisce soprattutto dagli insegnamenti delle religioni abramitiche. E siamo giunti alla stato religioso, il definitivo, dove la fede, il rifugio in essa darà un senso all’esistenza del singolo uomo finito che così troverà un esile legame con l’infinitezza cui anela.



Ancora più angosciante e problematica la ricerca dell’essere da parte di Heidegger. Intano egli in “Essere e tempo” contesta la definizione di “essere parmendeo” statico e immutabile in un tempo che invece è dinamismo, continuo divenire, evoluzione. Colta questa contraddizione, egli si angoscia a cogliere una definizione di essere che si adatti all’uomo, non all’uomo come specie ma come singolo individuo, come “progetto gettato” in un tempo e in luogo che comunque lo condizioneranno . Profondamente intriso di teologia egli trova già nel cristianesimo un superamento della dicotomia parmenidea in quanto Dio, attraverso la reincarnazione, non si limita ad essere ma diviene. Ma non sarà solo la teologia a condizionare il suo pensiero, ma anche la fenomenologia di Husserl, suo antico maestro, di cui non esiterà a prendere il posto quando il nazismo al tempo imperante troverà un Heidegger pronto a sostenerne le idee. Ma la sua angoscia permarrà al di là di ogni condizionamento esteriore: è un’angoscia talmente profonda da trovare nella morte un fine ultimo che giustifichi l’esistenza del singolo individuo, che si formerà in un rapporto biunivoco col resto del mondo. Egli, il suo esserci nel mondo, presuppone sempre un carattere trascendente, non essendo solo ciò che egli è in quel momento, ma anche ciò che progetterà di essere in futuro condizionato e condizionante gli avvenimenti esterni.


Più concreto, anche su ugualmente angosciante il pensiero di Sartre influenzato, nella sua formazione filosofica, sia dalla fenomenologia di Husserl sia dall’esistenzialismo di Heidegger. Secondo Sartre la coscienza è libera da condizionamenti per cui ne viene di conseguenza che l’uomo è responsabile di tutte le sue azioni. Il suo pensiero di esistenzialista ateo emerge chiaramente dalla sua prima opera “L’essere e il nulla” dove si evince l’angoscia dell’uomo che, libero nella sua coscienza e nelle sue scelte, cerca di realizzarsi come “ uomo –dio” senza mai riuscirvi perché la sua libertà è basata sul nulla:


“Questa libertà, che si rivela nell'angoscia, può caratterizzarsi con l'esistenza di quel niente che si insinua tra i motivi e l'atto. Non già perché sono libero, il mio atto sfugge alla determinazione dei motivi, ma, al contrario, il carattere inefficiente dei motivi è condizione della mia libertà.”


La libertà del singolo individuo si scontra evidentemente con quella degli “altri” e questo determina una condizione conflittuale che porta allo scontro e alla lotta. L’uomo è solo in questa lotta come è solo nel tentativo di dare un significato alla realtà. Non c’è nessun dio che lo aiuti in questo per cui la vita appare come un interminabile flusso di esperienze che provoca un senso di vuoto e la vertigine della “Nausea”

 
La filosofia di Marcel è tutta rivolta al problema ontologico come fondamento stesso della condizione esistenziale. Ancora una volta il tema fondamentale delle riflessioni di Marcel riguardano l’essere visto non tanto come un problema quanto come un mistero. Dalla sua famosa opera “Il mistero dell’essere” si evince infatti come egli delinei una netta separazione tra un “problema” oggettivo di cui il soggetto deve trovare una soluzione analizzando i dati in suo possesso ed un “mistero” in cui l’oggetto dell’indagine è il soggetto stesso, qualcosa in cui il soggetto si trova, so malgrado, coinvolto. Da qui il ricorso alla trascendenza che, a mio avviso, significa semplicemente prendere atto della insolubilità del problema. Un’altra distinzione che caratterizza il pensiero di Marcel è quella tra “Essere e avere” Il discorso è complicato perché, se pure egli afferma che l’avere è esterno all’essere e quindi oggettivabile, l’essere è insito nell’esistenza stessa dell’individuo. Pure le due cose non sono separabili perché, nello stesso corpo convivono la parte pensante cartesiana con funzioni conoscitive e spirituali e le funzioni biologiche prettamente empiriche. L’uomo pertanto deve impedire che l’avere soverchi l’essere come può succedere quando considerassimo la nostra esistenza concreta( idee, sentimenti) alla stregua dei bisogni oggettivi, senza correggerla con la nostra creatività. La metafisica può venire in aiuto a questo punto, liberando l’uomo dal piacere del possesso ed elevandolo al rango di essere puro.


Al grande filone dell’esistenzialismo appartiene anche la filosofia di Karl Jaspers, che, in armonia con gli altri esistenzialisti (anche se molti rifuggivano da questa etichettatura) si adopera instancabilmente nel tentare di definire l’essere. Intanto egli nota come l’essere, inteso come ciò che tutto avvolge (ritengo nella capacità di contenere nella propria mente la totalità delle manifestazioni degli enti) è da sempre presente in molte culture: l’essere di Parmenide, l’Apeiron di Anassimandro, il logos di Eraclito, il Nivana del Buddismo, il Tao del Taoismo e così via. Nella cultura occidentale l’Essere supremo è identificato, già dai tempi di Platone con Dio.


Egli nota come la Scienza moderna trascuri di esplorare l’essere come “ente avvolgente il tutto” limitandosi ad esplorare i meccanismi, le leggi fisiche che regolano l’esistenza. Solo la filosofia può speculare dialetticamente su quella trascendenza dell’essere che sfugge a qualsiasi controllo oggettivo.


La Trascendenza è quindi qualcosa d'illogico e inconoscibile proprio perché non può essere compresa come presenza oggettiva e deterministica ( ecco il superamento del periodo positivista!) Ne deriva che il mondo intero, il mondo dei fenomeni, è un naufragio nel quale noi uomini siamo costretti a nuotare come in balia delle onde della trascendenza imprevedibile e non determinabile scientificamente.

La vita dell’uomo è un continuo tentativo di trovare un’ancora di salvezza, cui aggrapparsi per trovare un fine ultimo che giustifichi questo viaggio che inesorabilmente finisce con la morte. Ma l’uomo non potrà mai gestire e neanche capire la propria realtà proprio perché essa è trascendente e , come tale, sfugge ad ogni oggettivazione e ad ogni logica . L’uomo non è un “essere” come la trascendenza ma semplicemente un “esserci” ognuno in un certo tempo ed in certo luogo ma sempre costretto a lottare nel dolore supremo della non conoscenza. Non gli resta che la rassegnazione per mezzo della quale trovare la pace considerando l’essere con i suoi insuperabili limiti e quindi vivere il suo esserci senza più porsi domande senza risposta. Sarà , come sempre, la metafisica, il rifugio in un Credo che gli dia l’illusione di eternare la sua vita che aspira alla conoscenza di Dio e della sua vera essenza.


Dino Licci



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