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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

lunedì, aprile 30, 2012

Pensieri

 


Molecole vaganti anche nei tuoi pensieri,

un misto di energia che sfugge alla misura,

ma che vaga infinito nel tempo senza fine,

disperso negli spazi che non hanno confine!

La strega e l'inquisizione


Dino Licci-L'inquisizione-acrilico su tela 50X70


Ed ora bruci sgomenta tra i tormenti,

tra croci e preci e monaci impietosi:

Curasti gli ammalati tra i lamenti

dissero ch’eri strega quei potenti!



Torturata, straziata e condannata,

fosti legata a un palo e poi bruciata

per il tuo bene, per la tua salvezza,

da questi santi, mistici vegliata!



Questa è la fede, questa la speranza,

e ti gettavan acqua a ritardare

che tu esalassi l’ultimo respiro,

ma te ne andasti con un gran sospiro.



Accanto a te squartato un gatto nero

condivideva il tuo destino infame:

Una croce, una tiara, un tribunale.

Tal la pietà di chi combatte il male!

domenica, aprile 29, 2012

Lesbia




Ed ecco Lesbia

che cantò Catullo,

ebbro d’amore

passione, gelosia!

Ecco i suoi fianchi

tondi ed i bagliori

dei suoi seni rigonfi

di allegria.

Cantava il vate

della sua passione

per gli uccellini,

(non sappiamo quali)

se la trovò per caso

nei quadrivi

che ci fanno pensare

ai lupanari.

“Dammi i tuoi baci Lesbia

E ancora mille”

Catullo la implorava

con ardore,

Ma poi la odiava

e l’adorava ancora…

Nei sui carmi

ricolmi

di dolore!

venerdì, aprile 27, 2012

Preghira d'agnostico

                                                                      Dino Licci-autoriratto.acrilico su tela


Ti sento, Cristo Dio nel tuo Creato,

Ti sento nella vita che m’hai dato,

e nelle canne al vento, nel Tuo Sole

e guardo a Te con infinito amore.

Ma sei Gesù, sei Buddha, sei Mandè?

che dubbi per un uomo come me!

Son polvere di stelle, sono nato,

come ogni altra cosa del Creato,

dallo scoppio iniziale, dal Big Bang.

Perché ti cerco? e gli altri cercan Te?

Ti cerca il pesciolino che ho allevato

nell’acqua dolce della mia cucina?

E ti cercava il ragno che ho schiacciato?

Ti cerca la bertuccia, mia cugina?


Nel mezzo degli spazi siderali,

tra miliardi di astri e nuovi soli,

il mio pensiero scruta, s’arrovella,

mi stanno per scoppiare le cervella.

Aristarco, Platone e voi di Samo,

ora voi lo sapete chi noi siamo?

Conoscete il mistero, l’Esistenza?

perché nell’uomo oggi c’è Coscienza?

Uomo scimmione, uomo troglodita,

quant’era più felice la tua vita!

Uomo di Grecia, uomo d’Afrodite,

voi ora che pensate, che ne dite?

La via lattea non è latte di Era

e siamo imprigionati in questa sfera

più del passato, molto più di prima,

perché s’è fatta avanti la Regina.

La dea Ragione non ammette errori,

ne fa brandelli dei tuoi vecchi voli.

Anche Tu sulla croce sei cascato,

Lei t’ha falciato, t’ha disintegrato.


Così la vita è angoscia, è un gran tormento,

però, Signore Iddio, io ancor Ti sento:

Ti sento nel profumo d’un bel fiore,

Ti sento negli abeti e nelle viole.

Ma Tu lo senti il grido, il nostro pianto?

E dì, lo senti, senti il nostro canto?






mercoledì, aprile 25, 2012

Sgomento d'agnostico




M’immagino un Dio vagare beato

tra stelle, comete, sorretto da un fiato,

divino tepore, e correre alato,

cullato dai venti, da un mare infuocato.



Galassie, pianeti e nebule in fiore

si fondono, spandono il fuoco e l’amore

al tocco divino si forma il carbone,

poi l’elio, l’azoto risorge e poi muore.



Un gioco infinito, un’altra esplosione

si specchiano, corrono, e fondono il Sole

già cento milioni di sue consorelle,

milioni e miliardi di nuove facelle.



Perché tutto questo? E aver l’ illusione

Di essere il centro di tanta attenzione,

non è forse segno di gran confusione?

Non è irriverente riguardo al Signore?



Io resto estasiato, silente e sgomento

Mi perdo, sprofondo e poi mi spavento

La giostra infinita continua a girare,

coi mari, le nubi: mi vien da pregare!





domenica, aprile 22, 2012

La nascita del fascismo



Con la Prima guerra mondiale si abbatterono sul mondo intero avvenimenti nefasti che andavano dalle numerose perdite delle vite umane alla distruzione di molte città, con uno sconvolgimento totale della personalità dei singoli che, ascrivendo al progresso tecnologico i guasti di una guerra così devastante, si rifugiarono dell’esistenzialismo, quasi una contrapposizione al positivismo che aveva suscitato grandi speranze e fiducia nel progresso scientifico. Un comprensibile stato di smarrimento investì la società in tutte le sue espressioni, mentre si andavano concretizzando quei disagi profondi dell’esistenza che già affioravano nelle opere di Kierkegaard, Nietzsche, Kafka o Dostoevskij. Ma non in tutti i campi si verificò questo repentino cambiamento dell’umore. Durante la prima guerra mondiale si erano verificati episodi di eroismo che avevano fortemente gratificato un gruppo di giovani combattenti che proprio nella violenza, nell’uccisione dei nemici della patria, avevano trovato uno scopo per la loro vita e pareva stessero aspettando un momento favorevole per esaltarsi ancora con le loro gesta che, in ultima analisi, consistevano nell’apoteosi della violenza. L’occasione fu loro offerta il 23 marzo del 1919 quando, nei locali messi a disposizione dall’alleanza industriale e commerciale che aveva sede a Milano in piazza San Sepolcro, fu convocata un’assemblea ad opera di un quotidiano: “il Popolo d’Italia”, diretto da Benito Mussolini, che al tempo aveva idee vagamente socialiste. Gli intervenuti, tutti molto giovani, non superavano il centinaio, provenivano da diverse classi sociali e pescavano nelle fila sia degli anarchici che dei repubblicani. Se ci aggiungiamo anche qualche futurista tipico dell’epoca, ci apparirebbero come un agglomerato eterogeneo, se non li avesse accomunati il fatto di essere ex combattenti che magari, come il corpo degli “arditi”, si erano particolarmente distinti in guerra per il coraggio e la determinazione con cui avevano affrontato il nemico. Cosi cominciarono ad organizzarsi scegliendosi dei simboli che diventeranno tipici dell’iconografia fascista: il pugnale, il teschio e il fascio littorio dell’antica Roma. Ma essendo finita la guerra, questa volta il nemico bisognava inventarselo e questi fascisti ante litteram lo trovarono dapprima nei socialisti che costituivano la parte egemone nel mondo del lavoro, poi, quando si organizzeranno in un partito, estenderanno la loro inimicizia verso tutti coloro che non sposeranno la loro causa perché, a loro dire, solo i fascisti potevano considerarsi italiani e difensori della patria e della bandiera. Ma andiamo per gradi. Inizialmente questi fasci di combattimento, come vennero definiti in principio, nelle intenzioni di Mussolini non avrebbero mai dovuto costituire un partito politico, ma un movimento antipartitico il cui programma stilato nel giugno del 1919, inizialmente aveva sposato idee fortemente progressiste (diritto di voto alle donne e ai diciottenni) e fortemente anticlericali (si parlava perfino di sequestrare i beni alle congregazioni religiose). Erano dislocati prevalentemente nel nord e, disponendo anche di poche risorse economiche, quando si presentarono alle elezioni nel 1919, le persero malamente.

Fu solo allora che cominciarono a maturare l’idea di diventare un vero partito politico ed infatti, verso la metà del 1922 ci fu la cosiddetta “svolta a destra” e questi primi sparuti “fasci di combattimento” diventarono delle vere squadracce che sposarono in tutto la violenza come mezzo di convincimento politico.

Tutto questo avveniva in pieno “biennio rosso” quando i tumulti dei socialisti, le manifestazioni operaie, l’occupazione dei terreni e delle fabbriche soprattutto nel centro nord, turbavano l’ordine pubblico arrivando a veri scontri cruenti tra le parti avverse. Le azioni dei fasci di combattimento, sia pure di natura violenta, dapprima sembravano volessero contrastare l’ondata di scioperi e rivolte organizzati dal partito socialista, tanto che Giovanni Giolitti credé di potersi servire di loro per sedare i tumulti e riportare alla normalità la situazione italiana. La sua fiducia nei fasci arrivò al punto d’inserirli nei “Blocchi nazionali”, una componente di destra della democrazia italiana, ritenendo così di riassorbire i fascisti nell’alveo della dialettica parlamentare, ma, come vedremo, si sbagliava ed anzi fu proprio questo errore, il “primum movens” verso l’instaurazione del regime totalitario che sarebbe durato vent’anni. La campagna elettorale si basò sulla violenza: squadristi violenti potarono la politica dal parlamento nelle piazze con riti efferati che si concludevano con la distruzione di quanto apparteneva all’avversario politico, che doveva essere visto semplicemente come un nemico da abbattere e punire. Le “spedizioni punitive” si concludevano col fuoco e con i canti che inneggiavano a sempre maggiore violenza ed omaggio alla bandiera. L’avversario doveva essere punito a prescindere da come si comportava e veniva picchiato, bastonato, deriso perché colpevole di non sposare la loro stessa causa. Pure la classe politica liberale e la stampa tolleravano e favorivano questi metodi mentre nel resto della popolazione s’instaurava un clima di terrore.

La componente di destra alle elezioni del 1921 prese il 19% dei consensi con 105 seggi dei quali 35 andarono appunto ai fascisti che, gratificati da questo successo, estesero la loro influenza su tutta la nazione raddoppiando il numero degli iscritti. Si pose a questo punto il problema se trasformare il movimento in un vero partito ma la decisione non fu facile perché i capi squadristi avevano paura di perdere parte del loro potere se ciò fosse avvenuto. Mussolini riuscì a trattare con loro convincendoli ad aderire al “Partito nazionale fascista” che esordì come tale nel Novembre del 1921. Il neonato partito era una sorta di milizia di Credenti, violenti e saturi di retorica, combattenti in nome della fede dell’identità nazionale e presentava al suo interno l’evidente anomalia di salire al potere con il manifesto intento di distruggere lo Stato liberale. E sempre minacciando un’esacerbazione della violenza, il 28 Ottobre del 1922 alcune decine di migliaia di militanti fascisti si diressero verso la capitale (La marcia su Roma) rivendicando dal sovrano Vittorio Emanuele III, la guida politica del regno d’Italia, cosa che ottennero quando il re incaricò Mussolini di formare il nuovo governo. Dalla nascita del Sansepolcrismo come veniva ormai definita la nascita dei “Fasci italiani di combattimento” all’ascesa al potere di Mussolini, erano trascorsi poco più di tre anni, che però bastarono ad effettuare la Rivoluzione fascista che avrebbe trascinato la nostra nazione in una dittatura che sarebbe durata fino al 1943.

In occasione della giornata della Terra: é scoppiata la vita

Un video molto artigianale con una mia poesai letta da Monica Bisin

domenica, aprile 15, 2012

Appunti sulla politica europea








Vorrei proporvi di fare chiarezza, una volta per tutte, sulla contrapposizione politica che esiste in Italia e nel mondo sul concetto di DESTRA e SINISTRA. Ma un discorso serio su questo punto presuppone conoscenze storico-politico-filosofiche che non tutti noi abbiamo sviluppato e non sarò certo io, che opero in un campo completamente diverso, ad esautorare il tema che mi sono proposto, ma potrò tracciarne le linee guida sulle quali sviluppare la discussione, l’arricchimento, il dialogo ed il confronto. Storicamente si indica come destra quella parte dei parlamentari che siede alla destra del presidente (in Italia della Camera o del Senato) e come sinistra naturalmente quella che siede nelle fila opposte. Ma non avrebbe senso indicare questa contrapposizione da un punto di vista puramente topografico, essendo esse contraddistinte da una visione della vita, della politica, dell’etica e dell’economia che muta coi tempi e si adegua ai cambiamenti epocali che l’Evoluzione comporta anche in questo campo. Un gran numero degli stati moderni trovò nel sangue e nella rivoluzione la forza di rovesciare antichi privilegi del clero e dell’aristocrazia, liberando l’uomo comune dalla condizione di suddito e promuovendolo alla dignità di cittadino. Ciò dette la stura a quei tanti tentativi di trovare una tipologia di governo capace di soddisfare tutte le categorie che contribuiscono a creare un popolo, una nazione, uno Stato. Prescindendo dalle utopiche visioni di eguaglianza (che tali non erano), prospettate dalla



“Repubblica” di Platone (427 a.C. - 347 a.C),



la “Politica” di Aristotele ( 384 a.C. – 322 a.C.)



la “Città di Dio” di sant’Agostino (354 - 430),



l’Utopia di Tommaso Moro (1480 – 1535),



o “la Città del Sole” di Tommaso Campanella (1568-1639),



la nascita dello Stato moderno si fa risalire alla filosofia di



Tommaso Hobbes (1588-1679)

il quale molto realisticamente partiva dal concetto (parafrasando Plauto) che l’uomo, lasciato a se stesso, è lupo del suo simile( homo homini lupus) e quindi “auctoritas non veritas facit legem” che vuol dire che è l’autorità dello Stato che deve intervenire per imporre anche con la forza il rispetto dell’ordine e della legalità impedendo che la legge naturale insita nell’aggressività del singolo, lo induca a farsi giustizia da sé. Interessante poi la posizione di Hobbes nei riguardi della Chiesa che deve anch’essa sottostare all’autorità dello Stato, unico detentore del potere vuoi che lo detenga il popolo, l’aristocrazia o la monarchia (forma che lui prediligeva).

Una separazione netta tra politica (l’agire attraverso il potere) e la morale (l’agire secondo il sentimento comune), c’era già stata con



Machiavelli (1469-1527)

che con questa distinzione rende la politica indipendente dalla morale religiosa, la rende a-morale rafforzando il significato dell’alfa privativo ed introducendo il concetto di politica come Scienza che ha ormai una sua morale secondo la quale il “Principe” può avvalersi di qualsiasi mezzo per raggiungere il bene dei cittadini (il famoso fine che giustifica i mezzi). Tornando ad Hobbes alla sua visione pessimistica dello Stato che vuole una coercizione dall’alto per contenere le intemperanze individuali, la sua filosofia si contrappone ad un ottimismo illuminista, quello dei filosofi francesi che favoriranno la nota rivoluzione dalle cui fila le frange più estreme, quelle dette giacobine, partoriranno col tempo quelle idee di eguaglianza che troveranno terreno fertile nell’ideologia socialista e sfoceranno nel pensiero marxista e l’avvento del comunismo nella scena politica. Ricordiamo che



Rousseau (1712-1778)

già ipotizzava nel “Contratto sociale” la necessità di una struttura politica democratica per tutelare al meglio la volontà e i diritti dei cittadini.

Egli preferiva la democrazia diretta alla democrazia rappresentativa, mentre il suo contemporaneo



Voltaire (1694-1778)

era per un “dispotismo illuminato” retto da un re filosofo saggio e magnanimo. Per inciso ricorderemo che le idee di Rousseau preludevano a quel romanticismo che poi attraverso



Byron(1788-1824), Schopenhauer(1788-1870) e Nietzsche(1844-1900)

sarebbero degenerate

nel fascismo di Mussolini (1833-1945) e nel nazismo di Hitler(1889-1945).

Insomma dallo stesso ceppo della filosofia francese, attraverso una diversa interpretazione del movimento primigenio, si fecero strada espressioni governative dapprima diverse quindi addirittura opposte a seconda della matrice sentimentale (romanticismo) o razionale (illuminismo) cui facevano riferimento.

La discriminante primitiva tra destra e sinistra consisteva essenzialmente da una parte alla conservazione delle “status quo”dove il collante sociale è dato dalla autorità dello Stato, dall’altro da un ottimismo progressista. Quest’ultimo ribalta ancora il concetto di Autorità con quello di Verità ma non più quella rivelata, metafisica di origine medioevale, ma questa volta Verità ideologica come quella del socialismo e, più tardi, del comunismo. La nascita di queste nuove ideologie ha comportato come una sorta di migrazione dei liberali (che all’inizio dell’ottocento sedevano sui banchi della sinistra in contrapposizione ai conservatori antirivoluzionari), verso la destra che oggi ne costituisce l’ossatura accogliendo come proprie, le idee liberali di Locke (1632-1704) o quelle più liberiste di

Bentham. (1748 - 1832).

La filosofia di Bentham viene detta utilitarista ad evidenziarne il contenuto pratico, materialista ed edonista tanto da meritarsi l’appellativo di filosofia “del ventre e del basso ventre” il che non gli rende certamente giustizia perché tra i suoi allievi-collaboratori figurano James Mill (1773-1836) e suo figlio John Stuart (1806-1873) o quel Robert Owen (1771-1858) che fu tra i fondatori del Socialismo.

Ma soprattutto non gli rendono giustizia se pensiamo che Bentham argomentò a favore della libertà personale ed economica, della separazione fra Stato e Chiesa, della libertà di espressione, della parità di diritti per le donne, della fine della schiavitù, dell'abolizione della tortura, del diritto al divorzio, del libero commercio, della difesa dell'usura, e della depenalizzazione della sodomia e s’interessò persino dei diritti degli animali come aveva già argomentato Cesare Beccaria (Dei Diritti e delle Pene-1764).

La dottrina di Locke invece somiglia in origine a quella di Hobbes ma se ne differenzia per alcune peculiarità fondamentali: se Hobbes riteneva che lo Stato con l’autorità doveva controllare l’individuo in tutto il suo stato naturale, Locke asseriva che esistono tre beni inalienabili (VITA, LIBERTA, PROPRIETA’) insiti ragionevolmente in ciascun individuo e che cessano dove cominciano quelli degli altri, diritti questi sui quali lo Stato non può intervenire. Egli diceva che quando il cittadino entra nel contesto di una società civile, l' unico diritto a cui rinuncia é quello di farsi giustizia da sé, dal momento che proprio la giustizia, ossia la difesa dei diritti individuali, costituisce il compito fondamentale dello Stato. Il liberalismo tratteggiato da Locke si espanderà oltre l’ Inghilterra, ma verrà esaltato anche da personaggi come

Montesquieu (1689-1755) e Voltaire (1694-1778) per poi sbarcare in America con la Rivoluzione Americana.

Come si vede, la concezione dello stato nell'orientamento liberale, è uno Stato in cui la maggior parte delle attività vengono svolte dai privati ed allo stato sono demandate, secondo l'antica visione di Locke, solo le attività indispensabili come la difesa, la giustizia ed i rapporti con gli altri stati. Nella visione democratica invece, lo stato, per poter tutelare i più deboli, deve avere una collocazione più ampia ed una organizzazione più capillare. Non sarà più uno stato minimale ma sarà uno stato a tutto campo, uno stato che interviene nell'economia ed assume il controllo anche sulle azioni imprenditoriali del singolo, diviene quello che comunemente si definisce welfare-state o stato assistenziale. Ma da dove uno stato che voglia assicurare a tutti almeno i principi basilari di sopravvivenza attinge per trovare le risorse che ottemperino a questi bisogni fondamentali? Nella scena politica a questo punto entra prepotentemente

Darwin (1809-1882 e la sua importantissima legge sulla SELEZIONE NATURALE ed un’altra considerazione lapalissiana derivante oltre tutto dagli studi del reverendo Malthus (1766-1834) cui lo stesso Darwin attinse che dimostra l’impossibilità del benessere collettivo senza un adeguato controllo delle nascite. Malthus, forte degli insegnamenti di Condorcet ( 1743-1794), nel suo “Saggio sul principio di popolazione” considera come la popolazione tende ad accrescersi in progressione geometrica e le riserve di sussistenza in progressione aritmetica il che porterà al collasso totale, come già sta avvenendo nelle popolazioni del terzo mondo, se non s’interverrà a tempo con correttivi sull’incremento demografico. Queste teorie purtroppo sono fortemente osteggiate dalla Chiesa Cattolica che stenta a riconoscere la gravità del problema che è legato anche alla difficoltà dello stoccaggio dei rifiuti e prodotti di scarto.

Analizzando più attentamente il pensiero liberale sia pur corretto da quello democratico e corredato dalle idee della “Teoria dei sentimenti morali” di Adam Smith ( 1723-1790 ), ci accorgeremo che il liberismo, se premia i meriti, pure comporta anche inevitabili disuguaglianze sociali ed anche se queste disuguaglianze scaturiscono dalla capacità imprenditoriali o dall’impegno profuso da chi si è arricchito, pure si fa strada, a partire dalla rivoluzione francese e dalle frange più estremiste dei rivoltosi o dagli stessi filosofi (in primis Jean Iacques Rousseau), un sentimento di vaga insoddisfazione che porterà al desiderio di rivalsa da parte del proletariato nei confronti della borghesia organizzatasi in democrazie rappresentative dopo aver sovvertito il potere assoluto dei monarchi e del clero.Si affacceranno quindi sulla scena i Proudhon (1809-1865), i Max Stirner (1806-1856), i Bakunin (1814-1876), i Kropoktin (1842-1921) che predicheranno violenza contro lo stato considerato una limitazione della libertà e del diritto e le leggi una mortificazione del vivere civile. Sono i cosiddetti anarchici per i quali è con la violenza che si deve combattere la violenza insita in ogni ordinamento statale. Ma prescindendo da questi evidenti estremismi, c’è chi comincia ad ipotizzare un controllo politico sull'organizzazione e gestione delle imprese e sull'ordinamento dello Stato stesso, una trasformazione della società capace di realizzare l'uguaglianza di tutti i cittadini sul piano economico e sociale, oltre che giuridico e pratico. Si fa strada insomma il concetto di SOCIALISMO che presto assumerà i connotati tipici del COMUNISMO, cioè un socialismo che tenderà all’annullamento delle classi sociali e dello stesso Stato e la trasformazione della proprietà privata in proprietà comune in modo da impedire lo sfruttamento del proletariato da parte di un capitalismo borghese.

All’etica della competizione e dell'individualismo si contrappone quella della solidarietà, dell'egualitarismo e della "socializzazione, all’idea di libertà si sostituisce quella di eguaglianza. Per il socialismo, la possibilità di scegliere attraverso le consultazioni elettorali i rappresentanti del popolo da mandare al governo, rischia di diventare solo la facoltà dei cittadini di scegliere il proprio padrone; esso boccia le idee liberali bollandole come "libertà borghesi", nel senso che esse rispondono ad interessi particolari della borghesia e non a quelli del popolo. Il socialismo cerca dunque di edificare una democrazia attraverso un'organizzazione dello Stato capace di favorire un’eguaglianza economica e sociale. Il passaggio però non può essere immediato, ma deve seguire una gradualità come segue una gradualità il passaggio storico dal socialismo così ipotizzato, al comunismo scientifico di

Marx (1818-1883) ed Engels ( 1820-1895).

Marx infatti riteneva utopici i disegni del socialismo e pensava ad una strategia per abbattere definitivamente la società capitalistica. Infatti se il socialismo è il ribaltamento della dittatura che da borghese diventa proletaria con un controllo del parlamento da parte delle masse, il comunismo deve essere invece la fase finale, il punto d’arrivo in cui, eliminate definitivamente le forze borghesi e la divisione della società in classi, non c’è più bisogno di dittatura, lo Stato cessa di esistere e la società può finalmente adottare il principio "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni". Questa idea di eguaglianza totale degli uomini era già vagamente presente nelle idee di Platone o in alcune teorie rinascimentali o addirittura nei primordi del cristianesimo, ma rimasero utopiche se persino la Chiesa edificò poi per la sua sopravvivenza uno Stato pontificio che a me appare verticistico e più che mai plutocratico. Così quando Lenin (1870-1924) tradusse in pratica le idee marxiste con la costituzione ufficiale nel 1918 del”Partito comunista russo” trasferendo in esso la frazione bolscevica del Partito operaio socialdemocratico, cominciò la fase pratica: si fondarono la prima ,la seconda e la Terza internazionale socialista con lo scopo quest’ultima di preparare la rivoluzione mondiale. Ma, contro ogni previsione di Marx, il sogno della “Estinzione dello Stato” crollò miseramente ed anzi questo assunse sempre di più una colorazione politica anzi partitica perché fu il Partito ad assumere il controllo del paese con una centralizzazione oltre che partitica, militare, repressiva e burocratica. Ciò fu reso molto evidente dall’ascesa al potere di Stalin, che elaborò una ideologia, sotto la facciata della continuazione del pensiero di Marx e di Lenin, trasformando l'URSS in un regime totalitario fortemente repressivo. L'ascesa di

Stalin (1879-1953) corrispondeva all'ascesa al potere della burocrazia che disponeva dello Stato e dei suoi mezzi di produzione. Stalin instaurò, nel tempo, un regime di capitalismo di Stato che richiedeva anche la liquidazione dei rivoluzionari. Stalin prima estromise dal potere, con complesse manovre, il vecchio gruppo dirigente bolscevico compreso Leon Trotsky (1879-1940) che ne era l'esponente più rappresentativo, quindi si sbarazzò uno a uno dei suoi vecchi compagni di lotta ed anche dei giovani rivoluzionari, accusandoli di varie deviazioni politiche e tradimenti immaginari (Grandi purghe degli anni '30 che videro tra le vittime quasi tutti gli esponenti del vecchio gruppo dirigente bolscevico).

Anche alla luce di queste vicende storiche, qualcuno cominciò a pensare che non fosse necessaria una rivoluzione totale per un’ascesa al potere della classe operaia o perlomeno un miglioramento delle sue condizioni di vita, si notò che anche nello Stato tradizionale, i salari mostravano una tendenza all’aumento e che il socialismo riusciva ad ottenere continui miglioramenti per la classe che rappresentava anche con una lotta democratica. Si fece quindi strada il concetto di Socialdemocrazia il cui massimo rappresentante fu

Eduard BERNSTEIN (1850-1932), autore de “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia”. Egli rifiutava l'idea di un crollo inevitabile e imminente del capitalismo, suggerendo che l'ascesa al potere fosse possibile anche senza una rivoluzione cruenta, si convinse che il socialismo potesse correggere non debellare il liberalismo, accettava la lotta politica secondo le regole della democrazia liberale. Il fine ultimo, la società socialista, era riconfermato, ma diventava un semplice ideale. Ciò che dovevano contare erano le conquiste continue, il miglioramento progressivo. Si può quindi parlare di revisionismo marxista, si allontanava l’idea della conquista del potere violenta e rivoluzionaria, si auspicava con KAUTSY (1854-1938) la formulazione di una nuova costituzione, ritenendo che il proletariato sarebbe infatti divenuto la maggioranza del popolo e avrebbe aderito all'idea socialista. Kautsy prese le distanze dall’ideologia marxista ritenuta inattuabile senza il ricorso alla dittatura, accettava il metodo democratico ritenendo che si potesse andare al potere soltanto ed esclusivamente col consenso della maggioranza della popolazione.

Nel secondo dopoguerra la socialdemocrazia, ad es. in Germania, ha raggiunto un compromesso fra socialismo e capitalismo, accettando le idee marxiste come correttivo dell’eccessivo liberalismo. La democrazia parlamentare, l’impresa privata, la logica del mercato, secondo la socialdemocrazia, devono restare in piedi ma arricchite da una le politica di ridistribuzione del reddito e di servizi sociali efficienti.



giovedì, aprile 12, 2012

Horror




Ma che schifo questo sangue
c’è uno scheletro che langue,
sta scolando il suo cervello,
mentre vola un pipistrello.

E non basta: qui c’è un dito
che da solo inorridito
scappa via dalla sua mano.
C’è un sapore sovrumano

di vampiri, maghi, streghe
e coltelli e pure seghe
per tagliare a pezzettini
donne, uomini, bambini!

Ma che cavolo leggete
dite un po’, dove vivete?
nell’interno d’un vulcano?
in un astro assai lontano?

Io qui vedo cielo e mare
ed al più posso ammazzare
una mosca, una zanzara
se non scappa e s’allontana.

Non vi piace più l’amore
e raccogliere un bel fiore
da donare ad una bella
risplendente come stella?

Non vi piace passeggiare
bere, ridere, scherzare?
non vi piace più nuotare
fra le onde di un bel mare?

Su, prendete una chitarra
fate un poco di gazzarra
fra fruscianti ragazzine
e bellissime bagnine!

Inondatevi di sole
e godetevi il tepore
di un’estate generosa,
del profumo di una rosa!

Quanto è bello poi cantare
Quando è sera in riva al mare
Son lontani i pipistrelli
S’odon solo menestrelli!

mercoledì, aprile 11, 2012

Madonna di Sanarica

 Dino Licci-Madonna di Sanarica - tecnica mista- 50X70 omaggio di Dino Licci al Santuario di Sanarica

domenica, aprile 08, 2012

Il "processo" di Kafka

Franz Kafka


Ho appena finito di leggere “Il processo” di Kafka. E’ stato come uscire da un incubo, da uno di quei sogni che rimangono impressi nella mente per tutta la vita. Ho provato una sensazione simile a quella del vero risveglio quando, ancora assonnati, stentiamo a scacciare le immagini terrificanti che hanno turbato il nostro sonno. Ma una volta ripresomi dal “fascino” della lettura, mi sono chiesto, attonito, quale messaggio o quale insegnamento si nascondesse dentro quelle pagine così colme di ansia e angosciante trepidazione. Ma prima di dedicarmi, come sempre faccio, all’analisi di quanto ho appena letto, mi sono accostato alla finestra più vicina , ne ho aperto le ante ed ho respirato a lungo l’aria pura dell’alba quasi immedesimandomi nel protagonista del romanzo, costretto ad aggirarsi in stanzette tetre, maleodoranti, sporche, prive di finestre e popolate da personaggi da incubo. Il signor K. viene arrestato senza sapere perché e senza essere privato apparentemente della sua libertà. Può muoversi liberamente mentre comincia il processo contro di lui, uomo integerrimo e stimato procuratore di un importante istituto bancario. Inutilmente cercherà di scoprire il motivo di un estenuante processo dove pare che i ruoli tra carcerieri e imputati si confondano mentre vagamente si delineano delle gerarchie di giudici che pare non abbiano mai fine. L’angoscia cresce ad ogni pagina, l’incubo si manifesta impreciso, nebuloso, impalpabile mentre l’accusato comincia a sentirsi in colpa sia pure ignorando affatto di quale crimine possa essere imputato.

E la mia mente di musicomane è andata subito a cercare le note del “Bolero” di Ravel, quella musica ossessiva e ripetitiva che pare adattarsi perfettamente a quanto avevo appena letto. Poi ho meditato sui fumosi, vaghi, foschi discorsi di due personaggi chiave del romanzo: l’avvocato e il sacerdote. E allora ho visto l’Uomo, non più il singolo ma l’umanità tutta intera, ho visto la sua incapacità di stabilire un contatto durevole, sincero col mondo che lo circonda o di conoscere il senso, il fine ultimo della sua vita. Ho visto l’individuo cercare invano conforto in fugaci, speranzosi approcci con l’altro sesso potenzialmente teneri, ma incapaci di esorcizzare la solitudine esistenziale cui deve sottostare, vittima di eventi di cui ignora i fini e che scatenano la sua alienazione. E ho visto nel personaggio, la proiezione drammatica del suo creatore, di quel Kafka che viveva una condizione conflittuale col padre e con la società particolarmente crudele con la sua condizione di ebreo appartenente a una minoranza oppressa dai cultori della xenofobia e del razzismo. Kafka, in questo come negli altri suoi scritti, sembra gradualmente superare la sua vicenda personale, per fotografare quel disagio esistenziale tipico del decadentismo, che supportato anche dall’analisi freudiana e dal superamento dell’ottimismo positivista, partorirà artisti e filosofi che sfoceranno nell’esistenzialismo, nella ricerca estenuante e sfibrante della propria intima essenza.

Vi consiglio di leggerlo con cautela e solo se appartenete a quella schiera di impenitenti ricercatori della Verità, che partono già consci dell’inutilità dei propri sforzi, ma che non riescono a contentarsi delle verità aprioristiche e preconfezionate a loro uso e consumo. Io sono uno di loro.

sabato, aprile 07, 2012

Absit iniuria verbis

                                                         
Te devo di ( te parlo un po’ romano ).

che pe’ Cristo la Pasqua è proprio dura:

er chiodo ne la mano, la corona,

le lance ner costato: è na tortura!



Ma nun m’emporta tanto der dolore,

ddopo risorgo e poi, na vorta ito

sai che me frega de quello ch’ho patito?

Torno ner cielo ed è tutto finito!.



Ma so mesto perché, si nu bastasse

tutto quanto su l’ommini ho sentito,

debbo subire n’artra umiliazione

quanno se fanno tutti comunione.



Te piacerebbe d’essere magnato

na vorta, dieci, cento, centomila.

Papà m’ha detto ch’ancor devo patire

anche st’affronto: che te devo dire?





giovedì, aprile 05, 2012

Cristo mesto

Dino Licci-cristo mesto-acrilico su tela 50X70


Nel giorno della passione, io agnostico di educazione cattolica, vedo proiettate nel volto di Cristo quello di un’umanità sofferente e speranzosa di un riscatto eterno.

mercoledì, aprile 04, 2012

Un racconto....piccante!

Uscì come ogni sera, come ogni notte, vagando alla ricerca di se stesso. Un pensiero fisso lo tormentava da giorni e condizionava notevolmente il suo comportamento usuale. Entrò quasi inconsapevolmente in un ristorante orientale che prometteva cibi afrodisiaci di sicuro effetto. Il pranzo fu quanto di più strano potesse immaginare. Un antipasto di ostriche e caviale lo predisposero a fidarsi dello chef che gli propose di continuare con code di rospo in salsa d'acciughe. Il sapore del pesce era esaltato dal tuorlo d'uovo, prezzemolo, scalogno e limone e, al termine del pasto, gli fu servito un bicchiere d'assenzio con vodka alla fragola, cosparso da una polverina grigiastra che si rivelò essere tratta dal corno di un rinoceronte. Uscì, fece un lungo tratto di strada in auto fino a raggiungere una zona periferica della città. La follia, nella sua testa inquieta, si agitava danzando tumultuosamente in un ritmo estenuante e dirompente come in un crescendo di stampo rossiniano.

Camminava lentamente mentre la follia si agitava nel suo contenitore razionale, nelle rigide regole del conformismo abituale, costretta in quella severa maschera sociale che imponeva controllo, padronanza di sé, disciplina, ma intanto cercava disperatamente un pertugio, una fessura, una crepa da cui erompere rumorosamente per dare sfogo ai suoi istinti atavici che pulsavano nella mente dell'uomo come torrenti impetuosi di ancestrale energia. Dov'era il suo contenitore, dove la sua prigione? Nei suoi reconditi pensieri o in quel suo cuore che ritmava fiumi di sangue ardente e rutilante di vita? O forse avvolgeva quel corpo vagante come una nuvola eterea, invisibile, eppure talmente poderosa da risultare invalicabile?

Ludovico e la sua notte inebriante: sublime e nebbiosa, umida e silenziosa con quegli aloni di luce soffusa che avvolgevano invisibili lampioni. Sotto uno di quei lampioni, sinuosa e splendida come un rettile multicolore, come una falena sfavillante, straordinariamente bella e impudica, si agitava, dondolando la borsetta sgargiante di mille bagliori, la dea dell'amore, il demone del sesso, del desiderio, della passione. La follia contenuta dell'uomo, esaltata da quella cena particolare, cercò disperatamente di rompere gli argini, di accostarsi a quell'immagine notturna che aveva popolato i suoi sogni terribilmente erotici: una folla incredibile di appaganti amplessi succedutosi in quei momenti d'immaginazione e di vivido sogno, avevano gonfiato i suoi appetiti mai sazi, mai appaganti nella triste realtà. Si avvicinò timido e impacciato, temendo di essere riconosciuto, lui, preside di un famoso liceo, lui, l'archetipo vivente della moralità, integerrimo detentore dell'etica comportamentale! Il sorriso della dea lo fece dapprima vibrare, poi tremare come un fuscello, impallidire, fuggire lontano. Le gambe non lo reggevano più. L'emozione scatenata da quel timido, malriuscito tentativo d'approccio, lo aveva inchiodato al suolo impedendogli di parlare, di camminare, persino di pensare compiutamente, mentre una lotta immane si svolgeva al suo interno, tra la rigida legge morale che governava solitamente il suo comportamento e l'istinto primordiale che lo straziava inondandolo di una cascata ormonale sempre più impetuosa e travolgente. S'immaginò tra le braccia di quella bellezza provocante, mentre si accasciava sul sedile dell'auto totalmente privo di forze ma non di bramosia. Il profumo della donna gli era penetrato nelle nari e quella figura sinuosa sembrava strisciargli addosso avviluppandolo in una spirale soffocante di desideri repressi.

La follia volteggiava sempre più inquieta: ora che aveva trovato una complice, si era fatta più audace, addirittura temeraria e alfine esplose percorrendo quel corpo distrutto da scariche alterne di adrenalina, dopamina, serotonina e trascinato, suo malgrado, in un coacervo di sentimenti, emozioni, ripensamenti, pentimenti, impaziente frenesia. Si avvicinò cauto e protetto questa volta dal buio abitacolo della sua auto. Fece scivolare in basso un finestrino e riuscì a dire, con un filo di voce: "Sali". Il profumo del sesso inondò la vettura, una mano sapiente prese a carezzarlo per prepararlo all'incontro e dopo un attimo si ritrasse conscia dell'accaduto: "non preoccuparti, non sei il solo sai? — disse la donna — Come la chiamate voi sapienti? Eiaculatio praecox?" E sparì lontano contando il suo denaro. Ludovico si allontanò di qualche metro, abbassò il volto nelle sue mani congiunte e silenziosamente, copiosamente pianse…

martedì, aprile 03, 2012

La forza dell'amore



Nuotando tranquillo sul placido lago,

vi scorgo un ruscello qui proprio di lato:

le acque cristalli di roccia e argentato,

m’invitano a entrare: rimango stregato.



ma l’acqua s’ingrossa, diventa torrente,

io cerco di oppormi a quella corrente

e corro ormai preso fin verso quel fiume

che ingrossa, straripa, mi toglie ogni lume.



Ed eccomi andare fin verso la foce,

annaspo tra i flutti, mi manca la voce.

Poi alfine sgomento mi trovo già in mare,

cavalli di spuma mi fanno affogare.



Potrei dire: “Aiuto” e farmi salvare

da quella barchetta che vedo passare,

potrei farmi forza , cercar di approdare,

la riva è vicina ed io so nuotare.



Ma resto tra l’ onde, mi lascio cullare

dal dolce tepore che viene dal mare:

riverberi d’oro lanciati dal sole

scavalcan le onde, colpiscono il cuore!



lunedì, aprile 02, 2012

Il Nero



Dov’è finito il nero?

Il nero delle notti senza luna,

il buio profondo e misterioso

degli arbori del mondo:

il nero dell’origine

quando il mondo non c’era!,

Poi il mondo fu

e si nutriva di luce il Nero,

si nutriva di luce

prima di donarci il colore.

Ed ora il Nero non ha più niente da donare !

Prima era bianco il Nero.

Era bianco perché pieno di luce e di colore.

Poi ha donato la luce:

il rosso e il giallo

al Sole,

un po’ d’azzurro al mare

ed il celeste al cielo.

Ed ogni cosa ha voluto il suo colore

mentre il nero si spogliava del suo arcobaleno:

rosso, aranciato, giallo...

rose, farfalle, primule e violette

si sono vestite dei suoi brillanti colori.

E il Nero, rimasto nudo,

non ha voluto più farsi vedere.

E’ scomparso per sempre

alla vista degli umani.

Ma noi lo sentiamo

nelle notti silenti

e, tendendo l’orecchio,

incredibilmente

sentiamo

il buio

che ci parla d’amore!

domenica, aprile 01, 2012

Eros e Thanatos




Traversi basito la fitta foresta

E rovi taglienti ti graffiano il cuore.

La dea già si specchia nel lago lucente,

Un cervo s’accascia per il tuo furore.



Ma come sottrarti al vivo richiamo?

La fame t’inchioda al crudo destino.

L’amore t’offusca la vista spietato:

Tu sembri impazzito, sei ormai senza fiato.



E levi le braccia ormai sconsolato,

T’illudi, poi speri, t’innalzi beato

Più in alto e misceli dolore e poesia

Pulsioni di vita e pura follia.



Scacciare l’amore cha sazia il creato

Di fiori armoniosi, di mille colori?

Non è forse amore che t’ha germinato?

Lo stesso del quale pur oggi ti duoli?



Innalzati alto, più in alto del Sole,

Laddove si fondon piacere e dolore,

miserie, lamenti e canti giulivi.

Soltanto sognando beato tu vivi!