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domenica, aprile 15, 2012

Appunti sulla politica europea








Vorrei proporvi di fare chiarezza, una volta per tutte, sulla contrapposizione politica che esiste in Italia e nel mondo sul concetto di DESTRA e SINISTRA. Ma un discorso serio su questo punto presuppone conoscenze storico-politico-filosofiche che non tutti noi abbiamo sviluppato e non sarò certo io, che opero in un campo completamente diverso, ad esautorare il tema che mi sono proposto, ma potrò tracciarne le linee guida sulle quali sviluppare la discussione, l’arricchimento, il dialogo ed il confronto. Storicamente si indica come destra quella parte dei parlamentari che siede alla destra del presidente (in Italia della Camera o del Senato) e come sinistra naturalmente quella che siede nelle fila opposte. Ma non avrebbe senso indicare questa contrapposizione da un punto di vista puramente topografico, essendo esse contraddistinte da una visione della vita, della politica, dell’etica e dell’economia che muta coi tempi e si adegua ai cambiamenti epocali che l’Evoluzione comporta anche in questo campo. Un gran numero degli stati moderni trovò nel sangue e nella rivoluzione la forza di rovesciare antichi privilegi del clero e dell’aristocrazia, liberando l’uomo comune dalla condizione di suddito e promuovendolo alla dignità di cittadino. Ciò dette la stura a quei tanti tentativi di trovare una tipologia di governo capace di soddisfare tutte le categorie che contribuiscono a creare un popolo, una nazione, uno Stato. Prescindendo dalle utopiche visioni di eguaglianza (che tali non erano), prospettate dalla



“Repubblica” di Platone (427 a.C. - 347 a.C),



la “Politica” di Aristotele ( 384 a.C. – 322 a.C.)



la “Città di Dio” di sant’Agostino (354 - 430),



l’Utopia di Tommaso Moro (1480 – 1535),



o “la Città del Sole” di Tommaso Campanella (1568-1639),



la nascita dello Stato moderno si fa risalire alla filosofia di



Tommaso Hobbes (1588-1679)

il quale molto realisticamente partiva dal concetto (parafrasando Plauto) che l’uomo, lasciato a se stesso, è lupo del suo simile( homo homini lupus) e quindi “auctoritas non veritas facit legem” che vuol dire che è l’autorità dello Stato che deve intervenire per imporre anche con la forza il rispetto dell’ordine e della legalità impedendo che la legge naturale insita nell’aggressività del singolo, lo induca a farsi giustizia da sé. Interessante poi la posizione di Hobbes nei riguardi della Chiesa che deve anch’essa sottostare all’autorità dello Stato, unico detentore del potere vuoi che lo detenga il popolo, l’aristocrazia o la monarchia (forma che lui prediligeva).

Una separazione netta tra politica (l’agire attraverso il potere) e la morale (l’agire secondo il sentimento comune), c’era già stata con



Machiavelli (1469-1527)

che con questa distinzione rende la politica indipendente dalla morale religiosa, la rende a-morale rafforzando il significato dell’alfa privativo ed introducendo il concetto di politica come Scienza che ha ormai una sua morale secondo la quale il “Principe” può avvalersi di qualsiasi mezzo per raggiungere il bene dei cittadini (il famoso fine che giustifica i mezzi). Tornando ad Hobbes alla sua visione pessimistica dello Stato che vuole una coercizione dall’alto per contenere le intemperanze individuali, la sua filosofia si contrappone ad un ottimismo illuminista, quello dei filosofi francesi che favoriranno la nota rivoluzione dalle cui fila le frange più estreme, quelle dette giacobine, partoriranno col tempo quelle idee di eguaglianza che troveranno terreno fertile nell’ideologia socialista e sfoceranno nel pensiero marxista e l’avvento del comunismo nella scena politica. Ricordiamo che



Rousseau (1712-1778)

già ipotizzava nel “Contratto sociale” la necessità di una struttura politica democratica per tutelare al meglio la volontà e i diritti dei cittadini.

Egli preferiva la democrazia diretta alla democrazia rappresentativa, mentre il suo contemporaneo



Voltaire (1694-1778)

era per un “dispotismo illuminato” retto da un re filosofo saggio e magnanimo. Per inciso ricorderemo che le idee di Rousseau preludevano a quel romanticismo che poi attraverso



Byron(1788-1824), Schopenhauer(1788-1870) e Nietzsche(1844-1900)

sarebbero degenerate

nel fascismo di Mussolini (1833-1945) e nel nazismo di Hitler(1889-1945).

Insomma dallo stesso ceppo della filosofia francese, attraverso una diversa interpretazione del movimento primigenio, si fecero strada espressioni governative dapprima diverse quindi addirittura opposte a seconda della matrice sentimentale (romanticismo) o razionale (illuminismo) cui facevano riferimento.

La discriminante primitiva tra destra e sinistra consisteva essenzialmente da una parte alla conservazione delle “status quo”dove il collante sociale è dato dalla autorità dello Stato, dall’altro da un ottimismo progressista. Quest’ultimo ribalta ancora il concetto di Autorità con quello di Verità ma non più quella rivelata, metafisica di origine medioevale, ma questa volta Verità ideologica come quella del socialismo e, più tardi, del comunismo. La nascita di queste nuove ideologie ha comportato come una sorta di migrazione dei liberali (che all’inizio dell’ottocento sedevano sui banchi della sinistra in contrapposizione ai conservatori antirivoluzionari), verso la destra che oggi ne costituisce l’ossatura accogliendo come proprie, le idee liberali di Locke (1632-1704) o quelle più liberiste di

Bentham. (1748 - 1832).

La filosofia di Bentham viene detta utilitarista ad evidenziarne il contenuto pratico, materialista ed edonista tanto da meritarsi l’appellativo di filosofia “del ventre e del basso ventre” il che non gli rende certamente giustizia perché tra i suoi allievi-collaboratori figurano James Mill (1773-1836) e suo figlio John Stuart (1806-1873) o quel Robert Owen (1771-1858) che fu tra i fondatori del Socialismo.

Ma soprattutto non gli rendono giustizia se pensiamo che Bentham argomentò a favore della libertà personale ed economica, della separazione fra Stato e Chiesa, della libertà di espressione, della parità di diritti per le donne, della fine della schiavitù, dell'abolizione della tortura, del diritto al divorzio, del libero commercio, della difesa dell'usura, e della depenalizzazione della sodomia e s’interessò persino dei diritti degli animali come aveva già argomentato Cesare Beccaria (Dei Diritti e delle Pene-1764).

La dottrina di Locke invece somiglia in origine a quella di Hobbes ma se ne differenzia per alcune peculiarità fondamentali: se Hobbes riteneva che lo Stato con l’autorità doveva controllare l’individuo in tutto il suo stato naturale, Locke asseriva che esistono tre beni inalienabili (VITA, LIBERTA, PROPRIETA’) insiti ragionevolmente in ciascun individuo e che cessano dove cominciano quelli degli altri, diritti questi sui quali lo Stato non può intervenire. Egli diceva che quando il cittadino entra nel contesto di una società civile, l' unico diritto a cui rinuncia é quello di farsi giustizia da sé, dal momento che proprio la giustizia, ossia la difesa dei diritti individuali, costituisce il compito fondamentale dello Stato. Il liberalismo tratteggiato da Locke si espanderà oltre l’ Inghilterra, ma verrà esaltato anche da personaggi come

Montesquieu (1689-1755) e Voltaire (1694-1778) per poi sbarcare in America con la Rivoluzione Americana.

Come si vede, la concezione dello stato nell'orientamento liberale, è uno Stato in cui la maggior parte delle attività vengono svolte dai privati ed allo stato sono demandate, secondo l'antica visione di Locke, solo le attività indispensabili come la difesa, la giustizia ed i rapporti con gli altri stati. Nella visione democratica invece, lo stato, per poter tutelare i più deboli, deve avere una collocazione più ampia ed una organizzazione più capillare. Non sarà più uno stato minimale ma sarà uno stato a tutto campo, uno stato che interviene nell'economia ed assume il controllo anche sulle azioni imprenditoriali del singolo, diviene quello che comunemente si definisce welfare-state o stato assistenziale. Ma da dove uno stato che voglia assicurare a tutti almeno i principi basilari di sopravvivenza attinge per trovare le risorse che ottemperino a questi bisogni fondamentali? Nella scena politica a questo punto entra prepotentemente

Darwin (1809-1882 e la sua importantissima legge sulla SELEZIONE NATURALE ed un’altra considerazione lapalissiana derivante oltre tutto dagli studi del reverendo Malthus (1766-1834) cui lo stesso Darwin attinse che dimostra l’impossibilità del benessere collettivo senza un adeguato controllo delle nascite. Malthus, forte degli insegnamenti di Condorcet ( 1743-1794), nel suo “Saggio sul principio di popolazione” considera come la popolazione tende ad accrescersi in progressione geometrica e le riserve di sussistenza in progressione aritmetica il che porterà al collasso totale, come già sta avvenendo nelle popolazioni del terzo mondo, se non s’interverrà a tempo con correttivi sull’incremento demografico. Queste teorie purtroppo sono fortemente osteggiate dalla Chiesa Cattolica che stenta a riconoscere la gravità del problema che è legato anche alla difficoltà dello stoccaggio dei rifiuti e prodotti di scarto.

Analizzando più attentamente il pensiero liberale sia pur corretto da quello democratico e corredato dalle idee della “Teoria dei sentimenti morali” di Adam Smith ( 1723-1790 ), ci accorgeremo che il liberismo, se premia i meriti, pure comporta anche inevitabili disuguaglianze sociali ed anche se queste disuguaglianze scaturiscono dalla capacità imprenditoriali o dall’impegno profuso da chi si è arricchito, pure si fa strada, a partire dalla rivoluzione francese e dalle frange più estremiste dei rivoltosi o dagli stessi filosofi (in primis Jean Iacques Rousseau), un sentimento di vaga insoddisfazione che porterà al desiderio di rivalsa da parte del proletariato nei confronti della borghesia organizzatasi in democrazie rappresentative dopo aver sovvertito il potere assoluto dei monarchi e del clero.Si affacceranno quindi sulla scena i Proudhon (1809-1865), i Max Stirner (1806-1856), i Bakunin (1814-1876), i Kropoktin (1842-1921) che predicheranno violenza contro lo stato considerato una limitazione della libertà e del diritto e le leggi una mortificazione del vivere civile. Sono i cosiddetti anarchici per i quali è con la violenza che si deve combattere la violenza insita in ogni ordinamento statale. Ma prescindendo da questi evidenti estremismi, c’è chi comincia ad ipotizzare un controllo politico sull'organizzazione e gestione delle imprese e sull'ordinamento dello Stato stesso, una trasformazione della società capace di realizzare l'uguaglianza di tutti i cittadini sul piano economico e sociale, oltre che giuridico e pratico. Si fa strada insomma il concetto di SOCIALISMO che presto assumerà i connotati tipici del COMUNISMO, cioè un socialismo che tenderà all’annullamento delle classi sociali e dello stesso Stato e la trasformazione della proprietà privata in proprietà comune in modo da impedire lo sfruttamento del proletariato da parte di un capitalismo borghese.

All’etica della competizione e dell'individualismo si contrappone quella della solidarietà, dell'egualitarismo e della "socializzazione, all’idea di libertà si sostituisce quella di eguaglianza. Per il socialismo, la possibilità di scegliere attraverso le consultazioni elettorali i rappresentanti del popolo da mandare al governo, rischia di diventare solo la facoltà dei cittadini di scegliere il proprio padrone; esso boccia le idee liberali bollandole come "libertà borghesi", nel senso che esse rispondono ad interessi particolari della borghesia e non a quelli del popolo. Il socialismo cerca dunque di edificare una democrazia attraverso un'organizzazione dello Stato capace di favorire un’eguaglianza economica e sociale. Il passaggio però non può essere immediato, ma deve seguire una gradualità come segue una gradualità il passaggio storico dal socialismo così ipotizzato, al comunismo scientifico di

Marx (1818-1883) ed Engels ( 1820-1895).

Marx infatti riteneva utopici i disegni del socialismo e pensava ad una strategia per abbattere definitivamente la società capitalistica. Infatti se il socialismo è il ribaltamento della dittatura che da borghese diventa proletaria con un controllo del parlamento da parte delle masse, il comunismo deve essere invece la fase finale, il punto d’arrivo in cui, eliminate definitivamente le forze borghesi e la divisione della società in classi, non c’è più bisogno di dittatura, lo Stato cessa di esistere e la società può finalmente adottare il principio "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni". Questa idea di eguaglianza totale degli uomini era già vagamente presente nelle idee di Platone o in alcune teorie rinascimentali o addirittura nei primordi del cristianesimo, ma rimasero utopiche se persino la Chiesa edificò poi per la sua sopravvivenza uno Stato pontificio che a me appare verticistico e più che mai plutocratico. Così quando Lenin (1870-1924) tradusse in pratica le idee marxiste con la costituzione ufficiale nel 1918 del”Partito comunista russo” trasferendo in esso la frazione bolscevica del Partito operaio socialdemocratico, cominciò la fase pratica: si fondarono la prima ,la seconda e la Terza internazionale socialista con lo scopo quest’ultima di preparare la rivoluzione mondiale. Ma, contro ogni previsione di Marx, il sogno della “Estinzione dello Stato” crollò miseramente ed anzi questo assunse sempre di più una colorazione politica anzi partitica perché fu il Partito ad assumere il controllo del paese con una centralizzazione oltre che partitica, militare, repressiva e burocratica. Ciò fu reso molto evidente dall’ascesa al potere di Stalin, che elaborò una ideologia, sotto la facciata della continuazione del pensiero di Marx e di Lenin, trasformando l'URSS in un regime totalitario fortemente repressivo. L'ascesa di

Stalin (1879-1953) corrispondeva all'ascesa al potere della burocrazia che disponeva dello Stato e dei suoi mezzi di produzione. Stalin instaurò, nel tempo, un regime di capitalismo di Stato che richiedeva anche la liquidazione dei rivoluzionari. Stalin prima estromise dal potere, con complesse manovre, il vecchio gruppo dirigente bolscevico compreso Leon Trotsky (1879-1940) che ne era l'esponente più rappresentativo, quindi si sbarazzò uno a uno dei suoi vecchi compagni di lotta ed anche dei giovani rivoluzionari, accusandoli di varie deviazioni politiche e tradimenti immaginari (Grandi purghe degli anni '30 che videro tra le vittime quasi tutti gli esponenti del vecchio gruppo dirigente bolscevico).

Anche alla luce di queste vicende storiche, qualcuno cominciò a pensare che non fosse necessaria una rivoluzione totale per un’ascesa al potere della classe operaia o perlomeno un miglioramento delle sue condizioni di vita, si notò che anche nello Stato tradizionale, i salari mostravano una tendenza all’aumento e che il socialismo riusciva ad ottenere continui miglioramenti per la classe che rappresentava anche con una lotta democratica. Si fece quindi strada il concetto di Socialdemocrazia il cui massimo rappresentante fu

Eduard BERNSTEIN (1850-1932), autore de “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia”. Egli rifiutava l'idea di un crollo inevitabile e imminente del capitalismo, suggerendo che l'ascesa al potere fosse possibile anche senza una rivoluzione cruenta, si convinse che il socialismo potesse correggere non debellare il liberalismo, accettava la lotta politica secondo le regole della democrazia liberale. Il fine ultimo, la società socialista, era riconfermato, ma diventava un semplice ideale. Ciò che dovevano contare erano le conquiste continue, il miglioramento progressivo. Si può quindi parlare di revisionismo marxista, si allontanava l’idea della conquista del potere violenta e rivoluzionaria, si auspicava con KAUTSY (1854-1938) la formulazione di una nuova costituzione, ritenendo che il proletariato sarebbe infatti divenuto la maggioranza del popolo e avrebbe aderito all'idea socialista. Kautsy prese le distanze dall’ideologia marxista ritenuta inattuabile senza il ricorso alla dittatura, accettava il metodo democratico ritenendo che si potesse andare al potere soltanto ed esclusivamente col consenso della maggioranza della popolazione.

Nel secondo dopoguerra la socialdemocrazia, ad es. in Germania, ha raggiunto un compromesso fra socialismo e capitalismo, accettando le idee marxiste come correttivo dell’eccessivo liberalismo. La democrazia parlamentare, l’impresa privata, la logica del mercato, secondo la socialdemocrazia, devono restare in piedi ma arricchite da una le politica di ridistribuzione del reddito e di servizi sociali efficienti.



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