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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

domenica, aprile 08, 2012

Il "processo" di Kafka

Franz Kafka


Ho appena finito di leggere “Il processo” di Kafka. E’ stato come uscire da un incubo, da uno di quei sogni che rimangono impressi nella mente per tutta la vita. Ho provato una sensazione simile a quella del vero risveglio quando, ancora assonnati, stentiamo a scacciare le immagini terrificanti che hanno turbato il nostro sonno. Ma una volta ripresomi dal “fascino” della lettura, mi sono chiesto, attonito, quale messaggio o quale insegnamento si nascondesse dentro quelle pagine così colme di ansia e angosciante trepidazione. Ma prima di dedicarmi, come sempre faccio, all’analisi di quanto ho appena letto, mi sono accostato alla finestra più vicina , ne ho aperto le ante ed ho respirato a lungo l’aria pura dell’alba quasi immedesimandomi nel protagonista del romanzo, costretto ad aggirarsi in stanzette tetre, maleodoranti, sporche, prive di finestre e popolate da personaggi da incubo. Il signor K. viene arrestato senza sapere perché e senza essere privato apparentemente della sua libertà. Può muoversi liberamente mentre comincia il processo contro di lui, uomo integerrimo e stimato procuratore di un importante istituto bancario. Inutilmente cercherà di scoprire il motivo di un estenuante processo dove pare che i ruoli tra carcerieri e imputati si confondano mentre vagamente si delineano delle gerarchie di giudici che pare non abbiano mai fine. L’angoscia cresce ad ogni pagina, l’incubo si manifesta impreciso, nebuloso, impalpabile mentre l’accusato comincia a sentirsi in colpa sia pure ignorando affatto di quale crimine possa essere imputato.

E la mia mente di musicomane è andata subito a cercare le note del “Bolero” di Ravel, quella musica ossessiva e ripetitiva che pare adattarsi perfettamente a quanto avevo appena letto. Poi ho meditato sui fumosi, vaghi, foschi discorsi di due personaggi chiave del romanzo: l’avvocato e il sacerdote. E allora ho visto l’Uomo, non più il singolo ma l’umanità tutta intera, ho visto la sua incapacità di stabilire un contatto durevole, sincero col mondo che lo circonda o di conoscere il senso, il fine ultimo della sua vita. Ho visto l’individuo cercare invano conforto in fugaci, speranzosi approcci con l’altro sesso potenzialmente teneri, ma incapaci di esorcizzare la solitudine esistenziale cui deve sottostare, vittima di eventi di cui ignora i fini e che scatenano la sua alienazione. E ho visto nel personaggio, la proiezione drammatica del suo creatore, di quel Kafka che viveva una condizione conflittuale col padre e con la società particolarmente crudele con la sua condizione di ebreo appartenente a una minoranza oppressa dai cultori della xenofobia e del razzismo. Kafka, in questo come negli altri suoi scritti, sembra gradualmente superare la sua vicenda personale, per fotografare quel disagio esistenziale tipico del decadentismo, che supportato anche dall’analisi freudiana e dal superamento dell’ottimismo positivista, partorirà artisti e filosofi che sfoceranno nell’esistenzialismo, nella ricerca estenuante e sfibrante della propria intima essenza.

Vi consiglio di leggerlo con cautela e solo se appartenete a quella schiera di impenitenti ricercatori della Verità, che partono già consci dell’inutilità dei propri sforzi, ma che non riescono a contentarsi delle verità aprioristiche e preconfezionate a loro uso e consumo. Io sono uno di loro.

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