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domenica, aprile 22, 2012

La nascita del fascismo



Con la Prima guerra mondiale si abbatterono sul mondo intero avvenimenti nefasti che andavano dalle numerose perdite delle vite umane alla distruzione di molte città, con uno sconvolgimento totale della personalità dei singoli che, ascrivendo al progresso tecnologico i guasti di una guerra così devastante, si rifugiarono dell’esistenzialismo, quasi una contrapposizione al positivismo che aveva suscitato grandi speranze e fiducia nel progresso scientifico. Un comprensibile stato di smarrimento investì la società in tutte le sue espressioni, mentre si andavano concretizzando quei disagi profondi dell’esistenza che già affioravano nelle opere di Kierkegaard, Nietzsche, Kafka o Dostoevskij. Ma non in tutti i campi si verificò questo repentino cambiamento dell’umore. Durante la prima guerra mondiale si erano verificati episodi di eroismo che avevano fortemente gratificato un gruppo di giovani combattenti che proprio nella violenza, nell’uccisione dei nemici della patria, avevano trovato uno scopo per la loro vita e pareva stessero aspettando un momento favorevole per esaltarsi ancora con le loro gesta che, in ultima analisi, consistevano nell’apoteosi della violenza. L’occasione fu loro offerta il 23 marzo del 1919 quando, nei locali messi a disposizione dall’alleanza industriale e commerciale che aveva sede a Milano in piazza San Sepolcro, fu convocata un’assemblea ad opera di un quotidiano: “il Popolo d’Italia”, diretto da Benito Mussolini, che al tempo aveva idee vagamente socialiste. Gli intervenuti, tutti molto giovani, non superavano il centinaio, provenivano da diverse classi sociali e pescavano nelle fila sia degli anarchici che dei repubblicani. Se ci aggiungiamo anche qualche futurista tipico dell’epoca, ci apparirebbero come un agglomerato eterogeneo, se non li avesse accomunati il fatto di essere ex combattenti che magari, come il corpo degli “arditi”, si erano particolarmente distinti in guerra per il coraggio e la determinazione con cui avevano affrontato il nemico. Cosi cominciarono ad organizzarsi scegliendosi dei simboli che diventeranno tipici dell’iconografia fascista: il pugnale, il teschio e il fascio littorio dell’antica Roma. Ma essendo finita la guerra, questa volta il nemico bisognava inventarselo e questi fascisti ante litteram lo trovarono dapprima nei socialisti che costituivano la parte egemone nel mondo del lavoro, poi, quando si organizzeranno in un partito, estenderanno la loro inimicizia verso tutti coloro che non sposeranno la loro causa perché, a loro dire, solo i fascisti potevano considerarsi italiani e difensori della patria e della bandiera. Ma andiamo per gradi. Inizialmente questi fasci di combattimento, come vennero definiti in principio, nelle intenzioni di Mussolini non avrebbero mai dovuto costituire un partito politico, ma un movimento antipartitico il cui programma stilato nel giugno del 1919, inizialmente aveva sposato idee fortemente progressiste (diritto di voto alle donne e ai diciottenni) e fortemente anticlericali (si parlava perfino di sequestrare i beni alle congregazioni religiose). Erano dislocati prevalentemente nel nord e, disponendo anche di poche risorse economiche, quando si presentarono alle elezioni nel 1919, le persero malamente.

Fu solo allora che cominciarono a maturare l’idea di diventare un vero partito politico ed infatti, verso la metà del 1922 ci fu la cosiddetta “svolta a destra” e questi primi sparuti “fasci di combattimento” diventarono delle vere squadracce che sposarono in tutto la violenza come mezzo di convincimento politico.

Tutto questo avveniva in pieno “biennio rosso” quando i tumulti dei socialisti, le manifestazioni operaie, l’occupazione dei terreni e delle fabbriche soprattutto nel centro nord, turbavano l’ordine pubblico arrivando a veri scontri cruenti tra le parti avverse. Le azioni dei fasci di combattimento, sia pure di natura violenta, dapprima sembravano volessero contrastare l’ondata di scioperi e rivolte organizzati dal partito socialista, tanto che Giovanni Giolitti credé di potersi servire di loro per sedare i tumulti e riportare alla normalità la situazione italiana. La sua fiducia nei fasci arrivò al punto d’inserirli nei “Blocchi nazionali”, una componente di destra della democrazia italiana, ritenendo così di riassorbire i fascisti nell’alveo della dialettica parlamentare, ma, come vedremo, si sbagliava ed anzi fu proprio questo errore, il “primum movens” verso l’instaurazione del regime totalitario che sarebbe durato vent’anni. La campagna elettorale si basò sulla violenza: squadristi violenti potarono la politica dal parlamento nelle piazze con riti efferati che si concludevano con la distruzione di quanto apparteneva all’avversario politico, che doveva essere visto semplicemente come un nemico da abbattere e punire. Le “spedizioni punitive” si concludevano col fuoco e con i canti che inneggiavano a sempre maggiore violenza ed omaggio alla bandiera. L’avversario doveva essere punito a prescindere da come si comportava e veniva picchiato, bastonato, deriso perché colpevole di non sposare la loro stessa causa. Pure la classe politica liberale e la stampa tolleravano e favorivano questi metodi mentre nel resto della popolazione s’instaurava un clima di terrore.

La componente di destra alle elezioni del 1921 prese il 19% dei consensi con 105 seggi dei quali 35 andarono appunto ai fascisti che, gratificati da questo successo, estesero la loro influenza su tutta la nazione raddoppiando il numero degli iscritti. Si pose a questo punto il problema se trasformare il movimento in un vero partito ma la decisione non fu facile perché i capi squadristi avevano paura di perdere parte del loro potere se ciò fosse avvenuto. Mussolini riuscì a trattare con loro convincendoli ad aderire al “Partito nazionale fascista” che esordì come tale nel Novembre del 1921. Il neonato partito era una sorta di milizia di Credenti, violenti e saturi di retorica, combattenti in nome della fede dell’identità nazionale e presentava al suo interno l’evidente anomalia di salire al potere con il manifesto intento di distruggere lo Stato liberale. E sempre minacciando un’esacerbazione della violenza, il 28 Ottobre del 1922 alcune decine di migliaia di militanti fascisti si diressero verso la capitale (La marcia su Roma) rivendicando dal sovrano Vittorio Emanuele III, la guida politica del regno d’Italia, cosa che ottennero quando il re incaricò Mussolini di formare il nuovo governo. Dalla nascita del Sansepolcrismo come veniva ormai definita la nascita dei “Fasci italiani di combattimento” all’ascesa al potere di Mussolini, erano trascorsi poco più di tre anni, che però bastarono ad effettuare la Rivoluzione fascista che avrebbe trascinato la nostra nazione in una dittatura che sarebbe durata fino al 1943.

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