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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

sabato, giugno 30, 2012

La vita

Io sono notoriamente agnostico, termine spesso confuso con quello di ateo mentre invece io sono lontano dal pensiero ateo almeno quanto lo sono dal pensiero del credente. Sono molto religioso ma non cattolico e più studio, più mi stupisco e sorprendo e meraviglio e sbalordisco per il mistero,  la bellezza, la perfezione del creato.  E’ tale il mio stupore che a volte passo ore  ed ore ad osservare le formiche  o le api con le loro danze intelligenti o i messaggi d’amore che i miei cani, i miei gatti, persino i miei pesciolini tropicali,   m’inviano fondendo il loro cammino col mio in questa meravigliosa avventura che mi capita di vivere e che è cominciata con un atto d’amore di tanti anni fa.  E vedo Dio persino nei parassiti, nei vermi che mi capita di osservare attraverso il mio microscopio, strumento  che mi proietta in un’altra dimensione dove  pare compiersi  una vita parallela  alla nostra e che è fatta di competizione, di selezione, di adattamento all’ambiente proprio come facciamo noi nel macrocosmo.  Poi la sera, quando lontano dal mondo, nell’oscurità più completa del mio “capanno” che è lontano da ogni centro abitato, levo lo sguardo al cielo, lo spettacolo delle stelle m’inebria e mi sconcerta. Migliaia, milioni, miliardi di mondi  che si muovono,  nascono, esplodono, muoiono, interagiscono tra loro, con noi,  con altri mondi mentre l’Universo che la legge di Newton vorrebbe collassasse su se stesso ad opera dell’attrazione gravitazionale reciproca, continua ad espandersi ad opera di una spinta iniziale che trascende la nostra capacità di conoscenza. E poi il nostro organismo che, per professione, ho  dovuto esplorare ogni giorno: migliaia di reazioni chimiche, di scambi gassosi, di fragili equilibri chimici, osmotici,  elettrici  che ci tengono in vita e ci consentono di vedere, toccare, pensare, dialogare ed amare, sorridere e gioire o piangere e gemere, ma  VIVERE questa nostra esistenza che  potrebbe essere d’amore, di aiuto reciproco, di complicità,  di tenero interscambio. Dopo aver passato la vita  sui libri  e fatto dell’osservazione e della contemplazione la mia ragione di vita, dopo essermi immerso in letture profonde di grandi pensatori che mi hanno contagiato del germe della “curiositas”, ancora mi chiedo con sconcerto: chi sono e quale fine muove i miei passi, il mio lento, misterioso divenire?

venerdì, giugno 29, 2012

Luigi Pirandello




Diceva Sant’Agostino: "Se non mi chiedono cosa sia il tempo lo so, ma se me lo chiedono non lo so più." La stessa cosa probabilmente accadrebbe a chi si sentisse rivolgere una domanda sul personaggio di Pirandello. Egli era saggista, novelliere, filosofo e psicologo al tempo stesso, ma usava spesso anche l’umorismo forse per esorcizzare il dolore insito nella condizione umana. Pirandello ha una personalità complessa e tale da essere spesso frainteso: ammirato forse, ma non amato perché la sua prosa suadente, distrugge le illusioni e pone l’uomo davanti alla propria realtà, fatta di compromessi e adattamenti ad un ambiente che lo condiziona e limita. Secondo Pirandello infatti, l’uomo è immerso in un flusso continuo, un divenire scomposto dominato dal caso, dal quale cerca di emergere nella continua ricerca della propria essenza, della sua propria identità, ma sarà costretto a indossare una maschera, pur sapendo che reciterà una parte precostituita da una società che altrimenti lo rigetterà e deplorerà. Influenzato in questa sua analisi, dalla filosofia irrazionalistica di Bergson e dalla psicanalisi di Freud, egli scava nel profondo dell’animo umano, lo denuda e lo costringe ad apparire com’è, nella desolante e sempre variabile (Bergson) realtà esistenziale. “La morte si sconta vivendo” dirà Giuseppe Ungaretti stigmatizzando con poche incisive parole la stessa, instancabile ricerca, cui anche Pirandello dedicherà la sua vita, per giungere alla stessa sconsolata conclusione: nascendo cominciamo a morire, guadagnando finalmente quella fissità che invano cercammo travolti dal flusso della vita dominata dalle convenzioni sociali, dalle quali ci si può liberare solo con la morte appunto o con una conclamata pazzia dalla quale finalmente emerga la vera essenza del proprio essere (Enrico IV, Il berretto a sonagli). Questa conclamata dicotomia fra vita e forma, sarà presente in numerose opere pirandelliane laddove soltanto liberandosi della maschera sociale che lo condiziona e vincola, l’uomo potrà esprimere se stesso nel pieno della sua interiorità, abbandonando il personaggio, la parte che è stato costretto a recitare, per manifestarsi nudo e libero degli abiti che gli “altri” lo hanno costretto ad indossare (Vestire gli ignudi) ma manifestando al contempo le tante contraddizioni che lo caratterizzano. In "Uno, nessuno, centomila") emerge in tutta la sua crudezza la condizione dell’uomo che è UNO perché ogni singolo individuo crede di essere unico nelle sue prerogative essenziali, CENTOMILA, perché ognuno di noi ha tante personalità quante sono le persone che l’osservano, NESSUNO perché, costretto ad indossare centomila maschere, finisce per non sapere più quale sia la sua vera identità.. E quando il caso affrancherà il protagonista de “Il fu Mattia Pascal” dall’obbligo di attenersi alle regole sociali, egli assumerà un’altra “forma” dalla quale però non riuscirà più a liberarsi.

Pirandello è scrittore tragico, vero, autentico e reale . Se i grandi tragediografi greci del calibro di Eschilo, Sofocle, Euripide, illustrarono le gesta dei grandi personaggi del passato, se lo stesso più attuale Shakespeare elabora il dramma in parallelo ma al di fuori della quotidianità, Pirandello guarda al mondo della gente comune, l’umile, oscura tragedia di un’umanità, che un certo giorno sembra ridestarsi e, strappatosi di dosso l’inutile, logora maschera, si guarda allo specchio, si ribella, impazzisce, muore. Tale la condizione umana vista da uno scrittore che si rivela anche profondo esploratore dell’animo umano, una realtà che condisce di un umorismo sempre saturo di mestizia e tenera comprensione (La patente). Pirandello scrittore non è amato da tutti:la gente ama chi la illude, chi li diverte, chi li distrae, non chi li costringe a pensare, meditare, spogliarsi dei panni del personaggio per vedere se stessi immersi nella cruda realtà (La tragedia di un personaggio). Pirandello uomo avverte questo disagio, a volte è duro anche con se stesso ma sposa orgogliosamente ma senza eccessivo autocompiacimento, la famosa esortazione oraziana: “Sume superbiam quaesita meritis”.  Dino Licci



domenica, giugno 10, 2012

Il gioco della vita e della morte: i telomeri


Ricordate “Il settimo sigillo”, uno dei capolavori di Ingmar Bergman? Il famoso regista fu ispirato dall’ascolto dei “Carmina Burana” di Karl Orff, musica che riesce a rievocare appieno l’oscura atmosfera dei secoli bui e dà inizio al suo celeberrimo film con una frase tratta dall’Apocalisse di San Giovanni:

“Quando l'agnello aprì il settimo sigillo nel cielo si fece un silenzio di circa mezz'ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe”

La trama del film vede una Scandinavia sconvolta da una grave pestilenza, laddove la “Morte” regna sovrana ed anche il prode cavaliere Antonius Block, tornando dalle crociate in Terra Santa, trova la nera signora ad attenderlo sulla spiaggia. Il cavaliere cerca di sfuggirle sfidandola a scacchi, ma al massimo avrà solo qualche probabilità di rimandare, non di sconfiggere la sua morte ed è del tutto naturale che le cose vadano così ed ora vedremo perché:

La morte è necessaria ed indispensabile alla vita e, se non ci fosse, l’intero pianeta sarebbe da tempo scomparso. Se infatti non ci fosse un limite naturale ad un incontrollato incremento demografico, le risorse energetiche del pianeta si esaurirebbero in brevissimo tempo come è stato ben evidenziato dal celebre Saggio sulla popolazione del reverendo Malthus pubblicato nel 1798. Il “crescete e moltiplicatevi” malamente interpretato dalla Chiesa, che si ostina a combattere i profilattici, sarebbe quindi un forte incentivo al suicidio collettivo. Altro che difesa della vita! E la natura stessa, il cui funzionamento solo la Scienza sta gradualmente e molto lentamente cercando di capire, ci spiega come l’invecchiamento e la morte siano stati programmati proprio nel cuore del nostro motore vitale: nella struttura elicoidale dell’acido desossiribonucleico noto ai più con l’abbreviazione in DNA. I cromosomi si accorciano perdendo qualche base azotata dopo ogni duplicazione cellulare (mitosi) ma a frenare questo naturale accorciamento, provvedono i “telomeri”, strutture composte da sequenze ripetute di DNA come il complesso Shelterin dell’uomo data dalla ripetizione TTAGGG delle basi azotate. Questi telomeri hanno la funzione di proteggere le parti terminali dei cromosomi, impedendo che questi si accorcino troppo velocemente. Ma comunque non possono impedire che il processo si compia fino a quel suicidio volontario della cellula (apoptosi) che avviene quando i telomeri non possono più impedire l’accorciamento dei cromosomi e quindi la morte, insieme con le cellule, dell’intero individuo. A tenere il più a lungo in vita i telomeri, provvede un enzima , la telomerasi che abbonda nelle cellule staminali e per fortuna regredisce sennò, con ogni probabilità si andrebbe tutti incontro al cancro, cioè a un’abnorme proliferazione del materiale cellulare. E’ per questo che molti scienziati associano in un certo senso il concetto di senescenza a quello della prevenzione del cancro. Il discorso scientifico a questo punto diventa filosofico o, quanto meno, dovrebbe costituire un valido contributo alle teorie teologiche e filosofiche, che non potevano avvalersi in passato della verifica tecnologica dell’era moderna. Ma già qualche filosofo in passato, era riuscito, come Nietzsche, a esorcizzare la paura della morte ritornando all’idea dell’eterno ritorno dell’uguale riportando la visione lineare della vita cristiana, all’idea della circolarità (metempsicosi),come era stato ipotizzato dagli antichi filosofi della Magna Grecia (Pitagora, Platone) e come si pensa ancor oggi in molte civiltà orientali. Ma la strada della conoscenza è ardua e lunga da percorrere e non abbiamo fatto ancora che i primi passi di questo faticoso cammino.