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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

martedì, luglio 31, 2012

Il concetto d'entropia




Oggi voglio provare a parlare di entropia in modo semplice ed accessibile a tutti e lo farò partendo da semplici esempi:

 

1)Se mettiamo in contatto un corpo caldo con uno freddo, ci accorgeremo che, dopo un certo tempo, i due corpi avranno la stessa temperatura. Pensate alla borsa d’acqua calda che si raffredda mano a mano che cede calore al nostro corpo.

2) Se apriamo una boccetta contenente profumo e dimentichiamo di chiuderla, dopo un certo tempo, il profumo avrà invaso tutta la stanza e l’esperienza c’insegna che non è assolutamente possibile far rientrare il profumo nella boccetta, come non sarà stato possibile, una volta che la borsa d’acqua calda si sia raffreddata, ridonarle il calore che abbiamo incamerato durante il suo raffreddamento.


Cerchiamo di vedere che cosa è successo in ognuno dei due casi che ci serviranno a spiegare appunto cos’è l’entropia. Nel caso del profumo, sarà successo che le molecole che costituiscono il profumo, non più contenute nella boccetta, si saranno espanse per tutta la stanza, nel secondo non le molecole o gli atomi ma l’energia contenuta nel corpo più caldo, si sarà trasmessa a quello più freddo. In pratica quando il corpo è più caldo, gli atomi che lo costituiscono si muoveranno molto più velocemente di quelli del corpo più freddo ma, venendo in contatto con gli atomi più freddi, li urteranno facendo così aumentare la loro velocità a scapito della propria finché i movimenti e quindi le temperature dei due corpi non si saranno bilanciate.

Notate che in tutti e due i casi i sistemi tenderanno a diventare più disordinati. Infatti, nel caso del profumo, esso non sarà più contenuto ordinatamente in una boccetta ma occuperà tutto lo spazio a sua disposizione e, nel caso del corpo caldo , sarà l’energia contenuta in esso a trasferirsi disordinatamente nei corpi più freddi.


Da notare ancora che questi due fenomeni sono avvenuti in perfetto accordo col “Primo principio della termodinamica” il quale recita che la temperatura finale rimane invariata essendoci stato solo un trasferimento di energia da un corpo all’altro anche nel caso del profumo che, espandendosi, avrà urtato con le sue molecole quelle dell’aria uniformandone la velocità.


Se si verificasse il processo inverso e cioè se fosse possibile che il profumo rientrasse nella boccetta e il calore nella borsa d’acqua calda, il primo principio della termodinamica sarebbe comunque salvo perché si tratterebbe ancora del trasferimento della STESSA energia, ma l’esperienza ci dimostra che questo non è possibile. Allora dobbiamo chiedercene il perché ma, prima di andare avanti, dobbiamo ricordarci che la Scienza esplora i fenomeni della Natura cercando di spiegare come e non perché essi avvengono.

In questo caso abbiamo visto che è possibile passare da un sistema ordinato ad uno disordinato e non viceversa e vi sarà facile capire che il maggiore disordine che si è ottenuto è irreversibile. Questo è proprio il concetto di entropia che si può definire come la misura del disordine presente in un sistema fisico, incluso, come caso limite, il disordine dell’intero Universo. Questo ci fa ipotizzare che il mondo viaggia verso un costante e continuo aumento dell’entropia, verso il disordine universale. Le leggi che regolano questo fenomeno che si potrebbe definire la "freccia del tempo"sono racchiuse nel “Secondo principio della termodinamica”che, semplificando al massimo potremmo sintetizzare in questo assioma: “È impossibile realizzare una trasformazione il cui unico risultato sia quello di trasferire calore da un corpo più freddo a uno più caldo”


Faccio un altro esempio per chiarire il concetto: quando mettiamo del cibo caldo in frigorifero, esso si raffredda il che potrebbe indurci a pensare che ci sia stato un trasferimento dal corpo più freddo al più caldo che in effetti si raffredda, ma non abbiamo considerato che, se siamo riusciti a diminuire il disordine nel moto degli atomi che compongono il corpo caldo ( l’oggetto posto nel frigorifero), nel contempo abbiamo aumentato quello delle molecole dell’aria nella cucina e questo aumento è ben superiore alla diminuzione all’interno del frigorifero in conformità col secondo principio della termodinamica.

p.s. Io sono un biologo molto curioso e appassionato di astronomia come di storia o filosofia, ma naturalmente non sarei in grado di sviscerare appieno il concetto di entropia come potrebbe farlo un fisico o un matematico. Il compito che mi sono prefisso è di “regalare” a chi ne è proprio digiuno, delle pillole di sapere che poi ognuno, se vuole, può approfondire come spesso faccio io, facendomi venire dei feroci mal di testa. Buona giornata a tutti . Dino Licci

martedì, luglio 24, 2012

La "scuola d'Atene"

Tutti i lavori che noi, poeti, artisti scrittori sia pure dilettanti, andiamo producendo e che mettiamo in vetrina chiedendo consensi e giudizi, cos’altro sono se non un bisogno d’affetto, comprensione, amicizia? L’uomo è un animale sociale, non può vivere da solo e tanto più progredisce la sua tecnologia, tanto più necessita del suo simile per far funzionare la complessa macchina sociale atta ad appagare i suoi bisogni primari. Ma ancora non gli basta se, per soddisfare quel bisogno di affetto e spiritualità che lo caratterizza e distingue, ha bisogno di musica, ha bisogno di poesia, ha bisogno d’amore! L’uomo si suole definire come “l’animale che sa di dover morire” e in questa frase è concentrato un coacervo di emozioni, aneliti, brame, affanni e desideri che fanno di noi quella meravigliosa creatura che ha fatto della ricerca di sé e della sua propria essenza, lo scopo principale della sua Vita. Progrediamo, ci evolviamo, ci trasformiamo così lentamente che non ce ne accorgiamo nemmeno, e mentre i nostri canini affondano sempre di meno nei loro alveoli e il coccige riduce ulteriormente i suoi residui di coda, gli emisferi cerebrali crescono ancora di più e le idee si sommano alle idee, condizionando inconsapevolmente i nostri geni, i nostri cromosomi e tutto cambia, tutto si trasforma in un gioco senza fine, apparentemente senza scopo ed in tempi che forse la nostra mente dilata all’infinito, mentre può darsi che avvengano in un attimo in questo gioco spazio-temporale che pare essere solo un prodotto della nostra mente, una percezione sensoriale meramente illusoria (Einstein).

Ho fatto partire Debussy mentre vi scrivo e, cullato dalla sue dolci note, ripercorro le fasi della mia vita fin da quando ero bambino, e vado comparando la mia crescita temporale con quella di tutta l’umanità. E rivedo il vecchio Socrate porsi infiniti problemi e fermare i passanti e interrogarli e coinvolgerli nella sua paziente ricerca mentre Platone appunta le sue idee, le elabora, trascrivendole fino a noi, lui, Platone ed il suo “Iperuranio”, lo stampo primigenio di ogni manifestazione reale. E Aristotele che risale alle cause studiandone gli effetti, lui che, gradualmente, percorrendo a ritroso il nostro iter evolutivo, cerca il “Primo Motore” la  Causa prima che abbia innescato la vita, la girandola infinita che ci coinvolge e trascina.

Siamo già molto avanti, la “Scuola d’Atene” mirabilmente espressa dal celebre affresco di Raffaello ci mostra già cervelli sopraffini che si disputano il sapere, che ipotizzano, valutano, elaborano, compongono, sviluppano nuove idee nella grande fucina delle loro menti e partoriscono il “Sapere” e lo tramandano fino a noi in un crogiolo infinito di contraddizioni, correzioni, smentite e rielaborazione mentre spuntano i dogmi, incredibili assiomi a frenare la corsa, a rallentare il passo.

Siamo già lontani dal mondo delle baccanti, dalle orgiastiche danze di donne vestite di animali, dai misteri eleusini, dai canti orfici che inducevano all’ubriachezza, all’estasi, momento saliente della nostra crescita culturale quando il demone (il Dio,l’anima) s’impossessava del nostro corpo, manifestazione primaria di un concetto astratto di spiritualità soffusa. Quando Socrate ribalterà il concetto e non nell’estasi ma nella “prudenza” avvertirà l’anelito divino, già si porranno le fondamenta di rigidi schemi che vogliono anima e corpo contrapposti, rigidamente fermi nelle regole inamovibili che l’incalzante cristianesimo cementa e fossilizza in dogmi indiscutibili (pena l’arrosto immediato) per tutto il medioevo.

Si suole dire che Freud e Nietzsche abbiano per primi rimosso queste certezze, scardinato dalle fondamenta gli assiomi della civiltà occidentale. E forse è vero in parte se pensiamo che tutta la filosofia moderna, dal medioevo all’ottocento, si è basata sul concetto di “Io” così come nel cogito cartesiano o nell’Io penso kantiano o nello Spirito hegeliano. Ma prima dell’avvento di Freud che frantuma, come già avevano fatto Copernico in campo astronomico e Darwin in campo biologico, tutta la filosofia medioevale, già altri pensatori avevano avuto sentore, nei secoli precedenti, che le cose non fossero così semplici . Così il neoplatonico Plotino che aveva già colto (pensiamo al nous) diversi strati nella nostra coscienza. Così nel seicento Leibniz , che parla di “piccole percezioni”, di un “innatismo virtuale”che già configura la presenza di nozioni presenti in noi senza che se ne abbia piena coscienza. Ed anche Hume smonta in età illuministica l’idea stessa di sostanza quando si chiede che cosa rimane dell’uomo quando lo si svuoti delle sue percezioni sensoriali. E poi Schopenhauer che legge l’Io come espressione di Volontà ed arricchisce la nostra razionalità col mondo delle passioni, importante componente della nostra più intima essenza.

Niezsche in “Umano troppo umano” arriva ad ipotizzare che siano le idee a pensare noi e non viceversa e la sua teoria da tempo mi affascina ed intimorisce conoscendo il complesso chimismo che regola le nostre azioni profondamente modificate da droghe introdotte nel soma anche soltanto come medicamento.

Freud ha il merito di aver ricucito tutti questi astratti convincimenti irrorandoli col sapere della scienza e la sua “scoperta” dell’inconscio, dell’istinto, di questa trinità” laica, che porta l’Io a far da tramite fra i suoi bisogni inconsci e la coscienza acquisita con l’imprinting e l’apprendimento, sono oggetto di grande interesse anche nel mondo scientifico. La corsa verso la verità e la conoscenza non si fermerà certo con Freud che si è interessato anche dell’interpretazione dei sogni e del famoso complesso di Edipo già immortalato dai tragediografi greci, ma il suo principale merito è quello di aver rimosso le limitazioni del pensiero cartesiano. Dire “cogito ergo sum” limita le capacità umane alla semplice sfera dell’io cosciente mentre egli ha dimostrato che l’io è solo una piccola parte della “Psiche” che ci caratterizza, la punta di un iceberg sommerso che noi non avvertiamo ma che ci condiziona ed influenza. Freud era considerato, pur essendo vissuto in periodo positivista quando esisteva il primato della biologia, un antipositivista perché ancora non c’erano i metodi per esplorare i meccanismi chimici ed elettrici della nostra coscienza ma chi di voi avesse la pazienza di leggere “La donna che morì dal ridere” del noto neurochirurgo Ramachandran, vedrà che i “loci” che regolano le attività motorie del nostro organismo stanno per essere riconosciuti con estrema esattezza e sbalordirà per le grandi possibilità della nostra mente, regolata da complesse reazioni chimiche e microscariche elettriche, che attraversano i nostri dendriti in uno scambio continuo tra reazioni chimiche ed elettromagnetismo. Ho pensato a tutto questo mentre osservavo per l’ennesima volta sbalordito e ammirato, la grande opera di Raffaello, una dimostrazione di grande maestria, un omaggio doveroso ai grandi pensatori dell’antichità, raffigurati nella celeberrima “Scuola d’Atene” che vi propongo di osservare ancora con grande attenzione.









domenica, luglio 15, 2012

Ipazia

Ipazia


Nel 332 fu fondata per volere del grande Alessandro Magno una grande città, Alessandria D’Egitto e, su suggerimento di Aristotele, un’immensa biblioteca chiamata “Bruchium”, una vera linfa del sapere per tutta l’antichità. Tanto per avere un’idea di cosa essa fosse, basti pensare che tra i suoi bibliotecari, si annoveravano Aristofane di Bisanzio, Aristarco di Samotracia ed Eratostene, lo scienziato che, più di duemila anni fa, riuscì a misurare con incredibile approssimazione la circonferenza della terra. Se avete letto  “In nome della rosa”, il libro di Umberto Eco, vi sarete fatti un’idea dell’avversione della Chiesa per la cultura, la commedia, il sapere  soprattutto scientifico. Ora, sulla fine della famosa biblioteca corrono voci poco edificanti che vorrebbero nell’intransigenza clericale la distruzione di questo epicentro della cultura mondiale. La maggior parte degli storici (alcuni invece parlano delle truppe di Giulio Cesare come responsabili del grande rogo) ascrivono a  Teofilo, patriarca di Alessandria ormai cristianizzata, la fine della grande biblioteca.  Ma ciò che più di ogni altra cosa mi preme ricordare,  è la figura di Ipazia, la colta e liberale  matematica che fu anche astronoma, filosofa, divulgatrice di cultura, il simbolo vivente della cultura e pertanto invisa alla Chiesa.    Figlia del matematico Teone. astronomo e rettore dell’Università di Alessandria,  nacque nel 370 d.c. e fu introdotta dal padre  allo studio della geometria e dell’astronomia, discipline nelle quali eccelse. Bisogna ricordare che a quei  tempi non c’era scienziato che non si dedicasse anche allo studio della “magia” e dell’alchimia, ed  Ipazia ampliò le sue conoscenze anche in questo campo studiando le religioni  e le filosofie esoteriche egizie ed assiro-babilonesi. Si recò anche a Roma e ad Atene per perfezionare i suoi studi, quindi si dedicò all’insegnamento di quanto aveva appreso,  nel Serapeo e la sua casa divenne un vero centro di ricerca e di sapere. Le sue opere andarono quasi completamente perdute dopo il saccheggio effettuato dai crociati nella biblioteca di Costantinopoli, ma quel poco che di suo  rimane, è custodito(ironia della sorte) proprio nella Biblioteca Vaticana.  Ipazia separava nettamente la religione dalla filosofia ritenendo che la religione fosse una scelta personale mentre la filosofia doveva basarsi sulla ricerca e sulla logica. Viene considerata, dopo Platone e Plotino, una caposcuola del platonismo ma, con l’avvento del cristianesimo, alla ricerca scientifica si sostituirono   il misticismo e l’astrologia tanto  che la biblioteca d’Alessandria venne distrutta mentre  i pagani, i neoplatonici e gli ebrei cominciarono ad essere perseguitati. Con l’editto di Costantino del 313  infatti si cessò di perseguitare i cristiani  ma quando Teodosio col suo editto del 380, legittimò il cristianesimo come religione di stato, tutti i templi greci furono bruciati  o distrutti  e la cultura greca  sopravvisse a stento solo a Bisanzio. Quando poi, nel 412  san Cirillo (si fu proprio fatto santo) divenne patriarca di Alessandria, la lotta al sapere diventò cruenta e, su istigazione del santo, si formarono  gruppetti di picchiatori cristiani, analfabeti, fanatici e violenti, che seminarono il terrore fra i filosofi e gli scienziati definiti eretici. Cirillo si servì di questo “braccio armato” per sbaragliare quelli che riteneva suoi nemici, Ipazia, prima fra tutti. Sulla sua orrenda fine  ho quasi timore di scrivere perché ella fu scorticata viva con delle conchiglie taglienti da certo Pietro il Cireneo, che le cavò anche gli occhi con le sue unghie  simili ad artigli. Così Ipazia pagò il suo rifiuto di convertirsi al cristianesimo, così Cirillo metteva in pratica i suoi discorsi di amor e pietà! Il film “Agora” finalmente visibile anche in Italia, racconta  fedelmente queste vicende ma, prima di chiudere questo breve articolo, vorrei ricordare che fu proprio Cirillo, col concilio di Efeso del 431, contro le tesi di Nestorio, che pare fosse ingiustamente accusato di eresia,   a promuovere la Madonna Theotokos   cioè madre di Dio.

Il bosone di Higgs




Sembrerebbe (ed uso il condizionale perché tutto è falsificabile nell’ambito della ricerca scientifica) che a Ginevra si sia finalmente trovato “il bosone di Higgs”, la particella di Dio, così denominata perché sarebbe l’invisibile particella capace di dare massa e quindi concretezza alle cose, dalla materia inanimata fino a noi. Sebbene il premio nobel Leon Lederman abbia  battezzato come “particella di Dio” il bosone di Higgs, esso con Dio e la cosmogonia biblica non ha niente a che fare. La scienza sta oggi cercando di “UNIFICARE” in un’unica legge naturale, tutti quegli eventi che si verificano in natura dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Infatti le moderne teorie sull’infinitamente piccolo (la quantistica) e l’infinitamente grande (la relatività generale) cozzano tra di loro e la scoperte del bosone di Higgs sarebbe un primo passo per “unificare” le due teorie in quella “legge del tutto” alla cui ricerca tutto il mondo scientifico si sta dedicando da anni. Cerchiamo di rendere ora accessibile a tutti la complessità di queste ardite teorie:
Immaginiamo in questa calda estate di fare un bagno nell’acqua. Apparentemente l’acqua è solo una delle componenti fondamentali dell’Universo e per noi un liquido capace d’irrorare le nostre colture o rendere tonico il nostro organismo, ma se guardiamo l’acqua con l’aiuto della scienza, potremo sbriciolarla in composti più piccoli e scopriremo che è composta da molecole formate da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno come tutti sanno. Ma se queste molecole sono costituite da atomi, questi ultimi come sono fatti? Gli atomi sono costituiti da nuclei intorno a cui ruotano gli elettroni dotati di una carica elettrica negativa. E continuando ad esplorare nell’infinitamente piccolo, vediamo che a loro volta i nuclei sono “pieni” di neutroni con carica neutra ed i protoni con carica positiva. Inoltre essi non sono le particelle più piccole del mondo essendo costituiti da quark che possono essere di più tipi (up e down per esempio)e dalla cui combinazione si formano particelle diverse. Un protone, per esempio, è costituito da un quark up ed un quark down, un neutrone da un quark up e quattro down, ma quello che è più interessante è che queste particelle submicroscopiche sono investite da diverse forze della natura che le stimolano e le fanno vivere se vogliamo usare un termine inusuale in fisica teorica. Ci sono i Fotoni che consentono il fenomeno dell’ elettromagnetismo, i gluoni che consentono gli scambi della forza nucleare forte che tiene unito il nucleo e che si rompe solo con le esplosione nucleari, mentre la forza nucleare debole è possibile grazie alle particelle W e Z che sono responsabili della radioattività. Ma manca ancora una forza all’appello, la forza di gravità, molto più debole delle precedenti e sulla cui natura si sta ancora indagando.
Tutto ciò è ipotizzato dai fisici col “Modello standard” e cioè quella teoria che spiega il comportamento delle 12 particelle elementari, alcune delle quali abbiamo testé elencato più le particelle mediatrici delle forze cui vengono sottoposte. Ma guardiamole più da vicino:

Le particelle elementari previste dal modello standard sono 6 tipi di quark e 6 leptoni :

I leptoni sono: L’elettrone, il muone, il tauone più tre tipi di neutrini. I leptoni fanno tutti parte dei fermioni perché hanno spin 1/2 (il momento angolare intorno al proprio asse) e perché sono provvisti di carica, tre con carica positiva e tre con carica neutra. Le loro masse invece sono diverse e solo di recente si è scoperto che anche i neutrini hanno una massa anche se dell’ordine di grandezza che può arrivare ad essere un milione di volte più piccola di quella dell’elettrone. Anche se tutte le verifiche sperimentali del Modello Standard, cioè la presenza di queste particelle e delle forze che su di esse agiscono si sono dimostrate in accordo con le previsioni, tale teoria non può considerarsi completa, dal momento che non include una descrizione della gravità e non è compatibile con la relatività generale. Inoltre il modello standard prevede che se, nei calcoli matematici che ad esso attengono, tutte queste particelle vengono gravate di una massa, tutti i calcoli saltano, non viene più rispettata quella che i fisici chiamano “invarianza di Gauge” e tutto l’apparato fatalmente scompare. A meno che (e qui interviene il genio di Higgs), queste particelle, che non hanno massa, l’acquistino quando vengano immerse in una sorta di gel, una sorta di melassa cosmica costituita appunto dai bosoni di Higgs che, incontrando le particelle, le carichino di massa così come i fotoni caricano di energia le particelle che incontrano. L’esperimento di Ginevra è molto importante sia perché è un’ulteriore conferma della teoria del Big Bang, sia perché costituisce un altro tassello verso il sogno degli scienziati, quello cioè di trovare un campo unificato, una teoria valida a spiegare i fenomeni dell’infinitamente grande come dell’infinitamente piccolo. Ricercare il bosone di Higgs non è stato facile perché esso si cerca lanciando fasci di protoni ad altissima energia all’interno degli acceleratori di particelle e facendoli scontrare. Dalle collisioni si generano molte di quelle particelle elementari (leptoni, quark, bosoni ecc), che abbiamo appena descritto ma, oltre a queste già note, si potrebbe formare anche la “particella di dio”. Essendo poco stabile, questa decade però immediatamente, quindi non si può sperare di osservarlo direttamente nell'Universo, ma cercando i suoi prodotti di degradazione tra enorme mucchio di particelle prodotte a ogni collisione nell'acceleratore. Insomma con questi esperimenti si sta cercando di ricreare le condizioni in cui l’Universo versava quando, per così dire era ancora in fasce ed ancora la materia non esisteva se non allo stato di plasma.
Lo stato di Plasma, è quello in cui si trova a materia in cui i quark e i gluoni sono liberi e non legati tra loro come nella materia ordinaria . Neanche la luce può essere emessa quando l materia è in questo stato, cui si giunge solo ad altissime temperature. Facciamo un esempio sempre con l’acqua che può passare, con l’aumentare della temperatura dallo stato solido(ghiaccio) al liquido, al vapore e quindi a quello di plasma, che ci è meno congeniale. Ma come si è arrivati a formulare la teoria del Big bang?

Vi siete mai chiesto come abbiano fatto gli scienziati a individuare in 13,7 miliardi di anni fa la nascita dell’Universo e come sia avvenuto il Big Bang? Già Olbers nel 1826 si era posto qualche problema al riguardo, ma fu circa un secolo dopo che le osservazioni di Hubble ci mostrarono un universo in espansione con le galassie che si allontanano le une dalle altre con una velocità tanto più grande quanto più grande è la loro distanza reciproca. Quanto più lontana da noi è una galassia, più la sua luce tenderà verso il rosso fino ad emettere radiazioni così lunghe che neppure con i telescopi ad infrarossi o addirittura a microonde si possano osservare. I satelliti che abbiamo inviato nello spazio e i più sofisticati telescopi di cui disponiamo, ci dicono che queste galassie paiono essere ferme nello spazio pur allontanandosi velocemente le une dalle altre. L’evento avviene come se fosse lo spazio a dilatarsi costringendo le galassie, sia pure immobili, ad aumentare la loro reciproca distanza. Gli scienziati sono soliti paragonare il fenomeno a quello di un palloncino gonfiabile con tanti puntini rossi disegnanti sulla sua superficie. Quanto più gonfiamo il palloncino, tanto più i puntini, pur fermi, si allontanano tra di loro. Insomma la dilatazione dell’Universo è insita nella natura stessa dello spazio, che non è immutabile ma in continua evoluzione e c’è da chiedersi da dove provenga la spinta iniziale, quella che precedette il Big Bang calcolato in 13,7 miliardi di anni fa.
Ma torniamo al nostro Universo e vediamo come George Gamow nel 1946 formulò per la prima volta la teoria del Big Bang avvalendosi delle osservazioni di Hubble. Se l’Universo si espande e si raffredda, percorrendo il cammino a ritroso nel suo passato, ne verrà di conseguenza che la stessa quantità di energia o di materia (le due cose sono intercambiabili in determinate condizioni), dovevano essere contenuti in un volume sempre più piccolo ed infine talmente concentrato da avere una temperatura e una pressione elevatissime. A temperature così alte la materia è, come abbiamo visto, allo stato di plasma e, venendo a mancare anche la forza nucleare forte, neanche gli atomi riescono ad aggregarsi tanto che in queste condizioni neanche la luce riesce a viaggiare in linea retta. Quando noi osserviamo la Luna dobbiamo considerare che quella che vediamo è la Luna qual era un secondo prima della nostra osservazione, perché la luce ha impiegato un secondo a compiere la distanza che la separa dalla terra. Similmente il Sole che osserviamo è tale qual era 8 minuti prima, perché appunto tale è il tempo che la luce impiega a raggiungerci dal Sole e, se osserviamo la luminosissima stella Arturo, la sua luce è quella che emetteva 36,7 anni fa. Man mano che osserviamo le stelle più lontane, la loro immagine è quella che avevano nel momento in cui la luce partì da loro diretta verso di noi.
Quindi, spingendoci sempre indietro nel tempo e nello spazio (Einstein ci dice che le due cose sono intimamente connesse), arriveremo a un punto così lontano nel tempo, che ancora non si erano formate le stelle: La temperatura era infatti così alta che la materia era allo stato di plasma (plasma d’idrogeno esattamente) non riuscendo ancora ad aggregarsi ed in queste condizioni, come abbiamo visto, la luce non riesce a viaggiare in linea retta e quindi non potrebbe raggiungerci neanche dopo un percorso di 13,7 miliardi di anni .
Ma che un segnale debolissimo di questo periodo primordiale ci potesse ancora raggiungere come radiazione cosmica di fondo, fu ipotizzato dagli studi teorici di Gamow e due suoi allievi ma fu casualmente captato da altri due scienziati Penzias e Wilson che lo scoprirono mentre lavoravano su una grossa antenna per telecomunicazioni accaparrandosi per questo un premio Nobel nel 1978. Questo segnale che Penzias e Wilson hanno registrato, è una sorta di luce fossile, il “Fondo Cosmico”, che ha viaggiato per 13,7 miliardi di anni prima di raggiungerci e che perciò ci porta un messaggio tangibile delle condizioni fisiche dell'universo primordiale avallando le teorie di Gamov. L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine il che mi affascina e mi sconcerta.
Con i moderni satelliti artificiali è stato infatti possibile studiare il “Fondo Cosmico” arrivando a “vedere” come era l’Universo nella sua prima infanzia, appena cioè si era raffreddato abbastanza da permettere la formazione degli atomi. Prima non esistevano né lo spazio né il tempo. E le osservazioni hanno confermato la teoria. Quello che si “vede” è che la temperatura doveva essere di circa un miliardo di gradi e tutto l’Universo era paragonabile a una Stella nel cui interno avvenivano le stesse reazioni termonucleari che caratterizzano i nostri astri. Il mistero comincia a diradarsi. Continuiamo a cercare!




sabato, luglio 14, 2012

L’uomo Vitruviano, il PI Greco, la sezione aurea.



In un blog dove si parla di arte e poesia, non si può ignorare che la natura è maestra di vita i tutti campi e perfino nell’arte troveremo i segni della perfezione che regna nell’Universo intero. Tutti sanno per esempio, per averlo appreso nelle scuole elementari, che il rapporto tra la circonferenza ed il suo diametro è uguale a circa 3,14, il famoso PI greco. Pochi sanno però che questo numero è spesso presente in natura in rapporti geometrici ben definiti e ricorrenti e tali da travalicare le nostra capacità di comprensione. Anche gli antichi egizi pare ne fossero a conoscenza perché sembra che la forma delle piramidi sia tale che il rapporto tra il perimetro della base e l'altezza sia esattamente 3,1415 il famoso pi-greco appunto. Ma esiste un altro numero, forse meno noto e che nel rinascimento veniva addirittura chiamato divino: l’ 1,618 altrimenti noto come sezione aurea o PHI.

Con sezione aurea si indica, solitamente in arte e matematica, il rapporto fra due grandezze disuguali, di cui la maggiore è media proporzionale tra la minore e la loro somma. Detta così sembra una cosa difficile per chi non mastica un minimo di matematica elementare, ma qualche esempio ci sarà di grande aiuto
Questo numero phi, uno virgola seicentodiciotto, è un numero molto importante per l'arte ed ha un ruolo fondamentale nella natura. Piante, animali e persino uomini hanno infatti misure che rispettano esattamente questo PHI. Se contiamo le api femmine che ci sono in un alveare e lo dividiamo per il numero dei maschi otterremo 1,618, se prendiamo una conchiglia di “nautilus, un mollusco cefalopodo ormai estinto e dividiamo il diametro di una sua spira per il diametro della spira successiva otterremo appunto 1,618, se osserviamo un seme di girasole o la disposizione dei rami negli alberi o se facciamo un rapporto tra le zampe di un insetto, otterremo sempre il numero PHI, quella proporzione che i primi scienziati chiamavano divina.

Ed arriviamo al famoso “Uomo vitruviano” di Leonardo da Vinci chiarendo innanzitutto che si chiama così in onore all’architetto romano Marco Vitriuvio che per primo, nel suo libro "De architettura" aveva tessuto le lodi dell’armonia matematica del corpo umano.

Apprenderemo, osservandoci, che il rapporto tra la nostra altezza e la distanza dall’ombelico da terra è uguale a PHI. E la distanza dalla spalla alla punta delle dita divisa per la distanza dal gomito alla punta delle dita è di nuovo phi. La distanza dal fianco al pavimento diviso per la distanza dal ginocchio al pavimento, dà ancora phi. Le articolazioni delle dita, le sezioni della colonna vertebrale rispettano sempre la “divina proporzione” e così per il volto nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo, tutto è matematica come dicevano i pitagorici, tutto è arte.

Certo c’è chi riesce inconsapevolmente a tratteggiare disegni, volti e corpi ignorando questi canoni basilari di matematica nell’arte, ma molto probabilmente se andremo a misurate un disegno ben fatto, questo soddisfera la regola che abbiamo appena definito.Dino Licci

lunedì, luglio 09, 2012

Italia



L’Italia è una e unita da sempre . Ci sono differenze di costume tra Nord e Sud? Ebbene anche tra il mio paesino e quello che si trova ad appena un chilometro di distanza esistono differenze anche nel dialetto, ma non per questo mi sento diverso da loro. Ho riascoltato ultimamente con molta attenzione le parole del nostro inno nazionale e ho capito che non sono solo retorica ma una dimostrazione di come anche 150 anni fa l’Italia faceva riferimento alle sue origini più remote che hanno radici precedenti alla nascita di Cristo. Il Risorgimento, se inteso come liberazione dei popoli stranieri va esaltato, se caricato di retorica che nasconda l’invasione sabauda e la guerra civile che ne scaturì, va condannato e s’impone un solerte revisionismo storico. Ma l’Italia unita preesisteva al risorgimento, come si evince ascoltando attentamente il nostro inno nazionale. Ve lo ripropongo:



Fratelli d'Italia,

l'Italia s'è desta,

dell'elmo di Scipio

s'è cinta la testa.

Dov'è la Vittoria?

Le porga la chioma,

che schiava di Roma

Iddio la creò.


Questo riferimento all’elmo di Scipione ci fa capire come si senta l’Italia unita fin dal 202 a.c. quando Scipione l’africano, generale romano, sconfisse a Zama il cartaginese Annibale e c’è un’esortazione a riprendere le gloriose armi perché la Vittoria porga ancora la chioma a Roma . La Vittoria cioè, diventando schiava di una Roma vincitrice, dovrà porgere ad essa i suoi capelli perché vengano recisi come si usava fare con le schiave .

Stringiamci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò.

Stringiamci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!


Questo stringiamoci a coorte significa restiamo uniti nel nostro ideale di combattere per la libertà, uniti come nelle antiche coorti romane (queste coorti erano le parti che costituivano le legioni dell’ antico esercito).


Noi fummo da secoli

calpesti, derisi,

perché non siam popoli,

perché siam divisi.

Raccolgaci un'unica

bandiera, una speme:

di fonderci insieme

già l'ora suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!


Qui il testo è più chiaro e c’è solo da notare come i termini siano tipici del tempo in cui furono scritti : raccolgaci sta per ci raccolga, speme per speranza, fonderci per unirci in uno Stato unico.

Uniamoci, uniamoci,

l'unione e l'amore

rivelano ai popoli

le vie del Signore.

Giuriamo far libero

il suolo natio:

uniti, per Dio,

chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!


Anche questa volta il testo è chiarissimo anche se ci sono polemiche su quel “Per Dio” che alcuni interpretano come un’imprecazione, altri come un francesismo che significherebbe con l’aiuto di Dio.


Dall'Alpe a Sicilia,

Dovunque è Legnano;

Ogn'uom di Ferruccio

Ha il core e la mano;

I bimbi d'Italia

Si chiaman Balilla;

Il suon d'ogni squilla

I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!


Dovunque è Legnano: ogni città italiana è Legnano: si riferisce alla battaglia di Legnano quando, nel 1176, i comuni lombardi sconfissero l'Imperatore tedesco Federico Barbarossa

Ferruccio: ogni uomo è come Francesco Ferrucci, questa volta il riferimento è all'uomo che nel 1530 difese Firenze dall'imperatore Carlo V.

Balilla: così chiamavano il bambino che con il lancio di una pietra, nel 1746, diede inizio alla rivolta di Genova contro gli Austro-piemontesi

Vespri: è il famoso episodio del 1282 passato alla Storia col nome di “Vespri siciliani” quando i siciliani si ribellarono agli invasori francesi.

Son giunchi che piegano

Le spade vendute;

Già l'Aquila d'Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d'Italia

E il sangue Polacco

Bevé col Cosacco,

Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!


Le spade vendute è un modo di indicare i soldati mercenari che si piegheranno come giunchi agli italiani mentre il simbolo austriaco, l’Aquila, sta perdendo le penne.

Poi l’inno ci ricorda che l’Austria alleatasi con la Russia (il Cosacco), bevve il sangue italiano e quello polacco(la Polonia invasa da Austria e Russia) ma quel sangue avvelenerà il cuore degli oppressori
.Ed ora cantiamolo insieme davanti ad una bandiera tricolore.



La nascita dell’Universo

…E l’uomo va sorretto dal dubbio, sospinto dalla brama del sapere. La sua lenta evoluzione ha qualcosa di magico, di trascendente, di misterioso. Non è semplice adattamento all’ambiente. In esso alberga la capacità d’astrazione, la sete di conoscenza, l’eterna domanda sul proprio destino! E il bisogno di Dio. Quando, nel silenzio ovattato di una notte sublime (che intuizione Kant a definirla tale), sazio la mia sete celestiale col ricorso alla musica, voluttuosamente ravvolto tra i clarini e le viole, elevo la mia mente fino al limite estremo, sento di toccare il culmine del possibile e mi avviluppo in me stesso conscio che oltre questo c’è il nulla o l’intuitivo infinito che mi sgomenta e spaurisce.

La scienza moderna pone dei limiti precisi alla possibilità di conoscenza. E la conoscenza non può superare la capacità d’astrazione. E non c’è oggi strumento che possa esplorare l’Universo oltre i 13,7 miliardi di anni, che coincidono pressappoco col Big Bang iniziale. Eppure c’è chi ipotizza i viaggi nel tempo come Michio Kaku, fisico teorico dell’Università di New York o chi più sapientemente elabora la famosa equazione di Einstein come fa Stephen Hawking descrivendo matematicamente il tempo, facendoci correre un brivido lungo la schiena.

L’Universo che ci racchiude non è una massa sterminata di stelle fisse e inamovibili. L’universo è anch’esso in continua evoluzione. Ogni anno, ogni mese nasce una nuova stella e un’altra cambierà il suo stato, nascono le giganti rosse e le nane bianche poi arriveranno le nane nere con processi che durano a volte altri milioni o miliardi di anni.

E’ la fine che farà anche il nostro sole. Quando la sua energia sarà esaurita, quando la sua massa rallenterà i suoi movimenti tenuti desti da milioni di reazioni di fusione nucleare, esso cambierà il suo stato. Finito l’idrogeno a sua disposizione, dovrà bruciare elio e, così facendo, aumenterà di molto la sua temperatura, poi anche l’elio si esaurirà e brucerà carbonio e così fino alla sua fine.

Rivado con la mente a Leopardi, al suo struggente “Infinito”, alla sua malinconica intuizione di tanta meraviglia, di tanto mistero. E rivivo le angosce di Agostino, una delle menti più eccelse della filosofia mondiale, costretto a formulare una teoria che non tradisse la Chiesa, cui egli apparteneva e che condizionava pesantemente il suo sapere. E torno a gustarmi la mia notte cullato dalle soavi note dei violini che rompono un silenzio assoluto vibrando dolcemente nel buio. Già, ma cos’è il buio?

Se guardiamo il cielo in una notte serena, il fondo del cielo ci appare completamente nero e trapunto di stelle, puntini luminosi che ispirano la nostra fantasia e quella degli artisti, dei musici, dei poeti. Ma l’occhio dello scienziato deve chiedersi il perché delle cose. E’ così che la conoscenza progredisce: apportando continuamente nuovi tasselli alle vecchie conquiste, tasselli che ci svelino correttamente l’inizio del nostro viaggio e ipotizzino vagamente il nostro futuro destino. Cercare di capire cos’è il buio ci porterà molto lontano dovendosene ricercare l’origine in un passato così profondo, che le stelle non avevano ancora avuto il tempo di formarsi e tutto l’universo era concentrato in una massa non più grande di un piccolo frutto e talmente carica di energia che esplodendo, circa 13,7 miliardi di anni fa, avrebbe scatenato la comparsa delle stelle, delle galassie, dei pianeti e, molto più tardi, almeno qui, sulla nostra piccola terra, avrebbe innescato anche il processo della vita. Per capire qualcosa in questo enigma che avvolge la realtà del buio, dobbiamo osservare l’Universo alla luce delle moderne conoscenze.

Già Olbers nel 1826 si era posto qualche problema al riguardo, ma fu circa un secolo dopo che le osservazioni di Hubble ci mostrarono un universo in espansione con le galassie che si allontanano le une dalle altre con una velocità tanto più grande quanto più grande è la loro distanza reciproca. E un’osservazione più attenta possibile grazie ai moderni telescopi e ai satelliti che abbiamo mandato in esplorazione, ci hanno mostrato queste galassie come se stessero ferme nello spazio pur allontanandosi velocemente le une dalle altre. L’evento avviene come se fosse lo spazio a dilatarsi costringendo le galassie, sia pure immobili, ad aumentare la loro reciproca distanza. Gli scienziati sono soliti paragonare il fenomeno a quello di un palloncino gonfiabile con tanti puntini rossi disegnanti sulla sua superficie. Quanto più gonfiamo il palloncino, tanto più i puntini, pur fermi, si allontanano tra di loro. Insomma la dilatazione dell’Universo è insita nella natura stessa dello spazio, che non è immutabile ma in continua espansione e c’è da chiedersi da dove provenga la spinta iniziale, quella che precedette il Big Bang . E qui la Scienza si ferma riconoscendo, (e come potrebbe fare altrimenti?), i propri invalicabili limiti.

Ma torniamo al nostro Universo e vediamo come Gerge Gamow nel 1946 formulò per la prima volta la teoria del Big Bang avvalendosi delle osservazioni di Hubble. Se l’Universo si espande e si raffredda, percorrendo il cammino a ritroso nel suo passato, ne verrà di conseguenza che la stessa quantità di energia o di materia (le due cose sono intercambiabili in determinate condizioni), dovevano essere contenuti in un volume sempre più piccolo ed infine talmente concentrato da avere una temperatura e una pressione elevatissime. Quando noi osserviamo la Luna dobbiamo considerare che quella che vediamo è la Luna qual era un secondo prima della nostra osservazione, perché la luce ha impiegato un secondo a compiere la distanza che la separa dalla terra. Similmente il Sole che osserviamo è tale qual era 8 minuti prima, perché appunto tale è il tempo che la luce impiega a raggiungerci dal Sole e, se osserviamo la luminosissima stella Arturo, la sua luce è quella che emetteva 36,7 anni fa. Man mano che osserviamo le stelle più lontane, la loro immagine è quella che avevano nel momento in cui la luce partì da loro diretta verso di noi. Quindi, spingendoci sempre indietro nel tempo, arriveremo a un punto in cui vediamo il momento in cui ancora non c’erano stelle e tutto era buio. Ecco perché il fondo del cielo è nero. Perché è l’immagine che è partita circa 13,7 miliardi di anni fa, quando ancora l’universo era compresso in un volume piccolissimo ed ancora non esistevano gli astri.

Che un segnale debolissimo di questo periodo primordiale caratterizzato da una temperatura altissima ci potesse ancora raggiungere con un viaggio di 15 miliardi di anni luce, fu ipotizzato dagli studi teorici di Gamow e due suoi allievi ma fu casualmente captato da altri due scienziati Penzias e Wilson che lo scoprirono mentre lavoravano su una grossa antenna per telecomunicazioni accaparrandosi per questo un premio Nobel nel 1978. Questo segnale che Penzias e Wilson hanno registrato, è una sorta di luce fossile, il “Fondo Cosmico”, che ha viaggiato per 15 miliardi di anni prima di raggiungerci e che perciò ci porta un messaggio tangibile delle condizioni fisiche dell'universo primordiale. L'abisso nero del cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine il che mi affascina e mi sconcerta. Penso con curiosità crescente come avvenimenti relativamente recenti accaduti qui sulla terra, stiano ancora viaggiando nel tempo e che un osservatore posto lontano da noi, possa riviverli come se fossero il loro presente. Tutto è relativo e se domani si dovesse inventare una macchina del tempo così veloce da superare la luce (ma sappiamo che non è possibile), potremmo riabbracciare i nostri cari le cui immagini viaggiano in una dimensione spazio-temporale che, vista fuori dalla nostra miope ottica terrena, perde di significato divenendo pura sensazione facilmente falsificabile dall’ innata imperfezione dei nostri recettori sensoriali.

Con i moderni satelliti artificiali è stato possibile studiare il “Fondo Cosmico” arrivando a “vedere” come era l’Universo nella sua prima infanzia, appena cioè si era raffreddato abbastanza da permettere la formazione degli atomi. Temperature elevatissime riducono la materia allo stato di plasma infatti, dove protoni ed elettroni vagano liberamente venendo a mancare perfino la forza nucleare forte.

La luce non attraversa gli spazi in tali condizioni ma qualcosa si può ipotizzare con buona approssimazione anche nei primi momenti che seguirono la grande esplosione. E quello che si “vede” è che la temperatura doveva essere di circa un miliardo di gradi e come tutto l’Universo fosse paragonabile a una Stella nel cui interno avvenivano le stesse reazioni termonucleari che caratterizzano i nostri astri e che l’uomo ha sperimentato con le esplosioni di fusione nucleare che avvengono nella bomba H. Il mistero si dirada. Ma seppur l’uomo riuscisse a capire appieno tutti i misteri della natura, una domanda rimane a ricordargli la sua caducità. Perchè? Perché tutto ciò è accaduto? e ……..dove tende? Che ne sarà di noi?
Fin qui la parte razionale del mio io, ma anche il sentimento rivendica il suo spazio, così ho dovuto scrivere una poesia  corredandola da un dipinto che sintetizza quanto ho scritto fino a qui:



La Luce

L’interruttore scatta,
una scintilla…
e la luce si perde all’improvviso
e sei nel buio
a domandarti
dove sta proiettando,
rubate agli occhi tuoi,
le immagini ed il tepore
che ora devi provare a ricordare.
E non sai come
e perché
e dove
vagano per lo spazio con furore
volti che ritenevi tuoi,
cose d’amore,
che forse incontreranno altre scintille,
si fonderanno,
correranno insieme
tra mille stelle
o torneranno al Sole!!!






sabato, luglio 07, 2012

Si può ritrovare l’antica superbia?


 Il termine androgino si presta a qualche equivoco Per capire il titolo di questo mio breve intervento, dobbiamo fare un gran salto all’indietro quando, nel suo famoso “Simposio”, Platone ne parla diffusamente. Nei trattati di scienze naturali per ermafrodito s’intende un individuo, animale o pianta, che abbia contemporaneamente caratteri sessuali maschili e femminili. Altri ancora lo confondono con il termine” bisessuale” ma anche in questo caso farebbero un marchiano errore di terminologia perché bisessuale si riferisce semmai alle preferenze di un individuo inerenti la sfera sessuale. Androgino invece è un termine molto più poetico, perché si riferisce ad una condizione, seppure fantasiosa, di una beata armonia dove uomini e donne non fossero più costretti a cercare disperatamente la loro metà.
Ecco  il racconto di Aristofane che, con questa spiegazione, ci spiega anche  da dove provenga la forza dell’Amore. Egli dice che gli uomini erano figli del Sole, le donne figlie della Terra e gli androgini figli della Luna. Questi strani esseri avevano tutto doppio rispetto a noi: quattro occhi, quattro gambe, quattro braccia e così via. Anche gli apparati sessuali erano doppi ma c’erano tre tipi di androgini: quelli col doppio apparato maschile da cui sarebbero derivati gli omosessuali maschi, quelli col doppio apparato femminile che avrebbero dato origine alle omosessuali donne e quelli con doppi apparati ma uno maschile ed uno femminile da cui deriverebbero gli eterosessuali.

Chiarito questo punto, torniamo alla nostra storia. Questi esseri meravigliosi possedevano una incredibile forza e potevano muoversi in tutte le direzioni come i ragni ma possedevano anche un’incredibile superbia tanto da sentirsi simili a Giove. Questi, adirato da tanta tracotanza, dapprima pensò bene di ucciderli ma dopo ci ripensò e si limitò a dividerli in due e, mentre Apollo ricuciva le loro ferite, li minacciò, semmai avessero perseverato nella loro superbia, di dividerli ancora costringendoli a camminare saltellando su di una sola gamba. Questo non avvenne mai, ma da quel giorno gli esseri che provengono dagli androgini con doppio apparato maschile, corrono verso gli uomini sperando di incontrare la loro metà, così fanno quelli che avevano doppio apparato femminile che corrono verso le altre donne, mentre la sorte degli eterosessuali è nota a tutti. L’unico modo di vincere la propria sofferenza e ritrovare l’antica superbia, è quello di trovare la propria metà che però non è sempre a portata di mano potendosi nascondere sotto sembianze di vecchio o di fanciulla, ma una volta trovata, la felicità è assicurata e si riguadagna l’immortalità.

Il terzo concerto branderburghese di Bach.

C’è uno dei concerti brandeburghesi di Bach, il terzo, che si presta egregiamente a simulare un appassionante dialogo tra diversi interlocutori. Almeno io ve lo propongo come commensale  e credo che persone educate come voi, non lo lasceranno fuori dalla porta prima di averlo ascoltato attentamente. Come in una pacata ma animata discussione tra amici in cui ognuno vuole dire la sua, così in questo concerto animato solo dal suono di archi leggeri (viole e violini), c’è una gara, una educatissima ma estenuante rincorsa degli uni sugli altri. I violini vogliono dire la loro col loro suono limpido ed acuto e subito le viole riprendono lo stesso motivo con un suono più basso, più dolce e leggiadro ed ancora  i primi  ricominciano la corsa e così  “ad infinitum” a deliziare le nostre menti immerse in un mare di  suoni, in una cascata di emozioni che sanciscono il trionfo del barocco, della musica italiana, laddove Vivaldi segnò indelebilmente con l’imprinting la mente del grande compositore tedesco. Ve lo propongo come l’augurio  musicale di trascorrere una buona giornata.