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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

domenica, settembre 30, 2012

Il Relativismo



Mai come in questo periodo la Chiesa cattolica ha dichiarato guerra al “relativismo” difendendo a spada tratta, l’esistenza di Verità assolute, quelle cioè professate soprattutto dalle religioni cosiddette abramitiche o monoteiste, che hanno in comune la pretesa di essere depositarie dell’Unica Verità che si vorrebbe sia stata rivelata da Dio. Si potrebbe subito chiedersi perché Dio avrebbe dovuto manifestarsi come tale nella Bibbia e come Allah nel Corano, ma il punto saliente di questo accanimento verso il libero pensiero è che tale atteggiamento assolutista e prodomico di ogni fondamentalismo, conduce alla guerra, alle lotte di religioni, al terrorismo mondiale. Mi potreste elencare una qualsiasi strage voluta dal pensiero agnostico? Avete invece lontanamente idea di quanti milioni di individui siano stati sterminati nel nome di Dio? Se ve ne facessi un elenco completo, vi stanchereste a leggerlo, ma chi volesse documentarsi potrà andare su questo sito pubblicato da Uaar (unione atei e agnostici razionalisti):

http://youknow.altervista.org/upload/Il_Libro_Nero_Della_Chiesa_Cattolica-_Vaticano.pdf

Lotta al relativismo significa impedire la conoscenza, disconoscere il ruolo importantissimo della ragione, indispensabile per evoluzione gnoseologica dell’Umanità. Fin dal VI sec a.c. , per limitare l’indagine al nostro occidente, l’uomo greco cominciò ad indagare sui fenomeni naturali, liberandosi dal fascino del mito, per aprire la strada all’indagine scientifica. La storia della filosofia occidentale c’insegna che nei grandi pensatori del passato albergava una sete di conoscenza, un bisogno di ricerca che, pur fra enormi contraddizioni, ci fece evolvere e crescere culturalmente. Fu proprio la Chiesa ad arrestare, per tutta la durata del medioevo, l’evolversi di tale faticoso cammino, che avrebbe ripreso la sua marcia soltanto nel secolo dei lumi, quando l’uomo riscoprì il piacere della ricerca e dell’evoluzione. Così alla sofistica greca, allo scetticismo, al platonismo, all’aristotelismo, insomma a tutta quella pletora di fini pensatori dell’era precristiana, si aggiunsero molte altre posizioni relativistiche come il criticismo, l’empirismo, il pragmatismo, per non parlare delle posizioni estreme di Nietzsche per il quale “non esistono fatti ma soltanto interpretazioni”

Altre concezioni relativistiche sono sorte in tempi più recenti come il decostruttivismo o il post-strutturalismo, per citarne solo alcune, tutte accomunate dalla convinzione che una verità assoluta non esiste o, se esiste, non è conoscibile nella sua interezza, ma solo relativamente ai recettori sensoriali di cui l’uomo dispone. Anche la biologia ci aiuta a capire la limitatezza delle nostre percezioni sensoriali, così diverse da quelle delle altre specie viventi sul pianeta, tanto da poter parlare di “universi paralleli” perché quelle specie che vedono l’ultravioletto o l’infrarosso o captano gli ultrasuoni, avranno una visione della realtà che le circonda del tutto diversa da quella degli umani. E le riflessioni di Popper, il filosofo della scienza, ci portano a ritenere che una società democratica, libera e aperta, debba essere legata al relativismo inteso come rifiuto della pretesa di alcune dottrine, di essere in possesso di Verità assolute, quelle che inevitabilmente portano all’autoritarismo e alla dittatura. Neanche la Scienza può dirsi certa delle sue verità dovendo, per definizione, essere falsificabile oltre che verificabile sperimentalmente. Ecco cosa ci dice Popper: “tutta la conoscenza rimane fallibile, congetturale. Non esiste nessuna giustificazione, compresa, beninteso, nessuna giustificazione definitiva di una confutazione. Tuttavia, noi impariamo attraverso confutazioni, cioè attraverso l'eliminazione di errori [...]. La scienza è fallibile perché la scienza è umana.”

Citando poi Marcello Pera potremmo con lui convenire :

“che le libertà civili e politiche, lungi dall'essere fondate sulla relatività delle nostre conoscenze, debbano ricondursi alla dignità intrinseca della persona umana, che permane quale che sia la verità o non verità delle idee e delle convinzioni di ciascuno e che assicura a tutti il diritto di far valere tali idee e convinzioni in ambito sociale e politico”

Insomma il relativismo è rispetto degli altri, rispetto delle altrui culture, rispetto che si rende indispensabile soprattutto oggi in un mondo globalizzato che, per sopravvivere deve cercare di capire le ragioni degli altri, in un’osmosi costruttiva e pacifica di convincimenti atavici che non caratterizzano una società ristretta, ma la condizionano e ne frenano lo sviluppo e la sua corsa verso la Conoscenza. Dino Licci

sabato, settembre 22, 2012

IL Barocco Leccese e quello Romano



In un’atmosfera elegante e gioiosa, un folto gruppo di estimatori d’arte hanno potuto assistere ieri 22 Settembre 2012, all’inaugurazione di una mostra di dipinti del Barocco Romano provenienti da Palazzo Chigi in Ariccia. L’importante incontro patrocinato, tra l’altro, dal Senato della Repubblica, dalla Camera dei deputati, dal Consiglio dei Ministri e dal Ministero per i beni e le attività culturali, si è tenuto nel capiente atrio del Palazzo Ducale dei Castromediano a Cavallino di Lecce. Numerose autorità presenti hanno impreziosito una serata dove si è respirata aria di Cultura con la C maiuscola. Alla presenza dell’on. Gaetano Gorgoni e del principe Fulco Ruffo di Calabria, l’avv. Michele Lombardi, sindaco di Cavallino ha aperto i lavori presentando gli illustri ospiti con sapiente maestria ed illustrando, per brevi linee, l’importanza dell’avvenimento, quasi un gemellaggio tra il Barocco leccese, che noi conosciamo bene, con quello romano, nonché il legame indissolubile che lega la Puglia e la provincia di Lecce in particolare, alla famiglia Chigi. Fabio Chigi infatti, prima di indossare la Tiara Pontificia col nome di Alessandro VII, fu Vescovo di Nardò e la sua importanza nel campo dell’arte barocca è fuori discussione ove si pensi che si devono a lui le decorazioni che impreziosiscono, a Roma, piazza San Pietro, Piazza del Popolo o Piazza Colonna per citarne solo alcune. Mattatore della serata, si è comunque distinto per capacità oratoria e competenza artistica veramente fuori dal comune, un brillante Vittorio Sgarbi, che ha tenuta desta l’attenzione dell’uditorio, con un eloquio scevro da retorica e ricco di citazioni artistiche, che hanno evidenziato l’importanza dell’avvenimento culturale. Qualche garbata stoccata sugli errori commessi in passato dalla nostra classe dirigente, è servita ad aumentare l’attenzione di un uditorio di per sé già molto interessato all’evento. Ad illustrare le opere da noi pervenute da palazzo Chigi in Ariccia, da non confondersi col Palazzo Chigi sede del Governo a Roma, è stato il dott. Francesco Petrucci, un vero serbatoio di sapere sull’evoluzione dell’arte barocca romana con particolare riguardo alla pittura. Le opere esposte che vantano preziosi capolavori del seicento, sono firmate da nomi prestigiosi come Gaulli, Voet, Trevisani, Cesari, Salvi, Maratti, Codazzi, Preti e fino a Salvator Rosa , Pier Francesco Mola, Pietro da Cortona, Andrea Pozzo e Gian Lorenzo Bernini. Il Palazzo ducale rimarrà aperto nei prossimi giorni dalle 9,30 alle 12,30e dalle 16,30 alle 20 ad esclusione del lunedì e che desidererà ricevere informazioni più dettagliate, potrà chiamare il numero 320 705429. Sarà utile, credo, come importante tassello per la nostra storia, che, come sappiamo, ha origine messapica, notare la presenza di due busti: quelli di Francesco e Domenico Ascanio Castromediano, che adornano l’atrio del palazzo ducale e l’enorme statua, denominata il “Gigante” che rappresenta il capostipite di casa Castromediano, quel Kiliano di Limburg, nobile tedesco che calcò le nostre terre vero la metà del XII secolo al seguito di Guglielmo I detto il Malo, il re normanno fu figlio di Ruggero II ed Elvira Alfonso di Castiglia. Per ultimo sarà opportuno ricordare in questa occasione la figura di Sigismondo Castromediano, archeologo, scrittore e patriota risorgimentale, che abitò in questo palazzo fino al giorno della sua morte avvenuta nel 1895 e a cui si deve l’apertura del Museo Archeologico Provinciale di Lecce. Dino Licci

venerdì, settembre 21, 2012

La sublimazione dell'arte


Platone e Aristotele -Raffaello-Scuola d'Atene-particolare

E l'uomo va, cosciente dei suoi limiti, oppresso dai dubbi, aperto alla speranza, votato alla ricerca, alla preghiera, all’angoscia, egli pur va e non conosce la meta !!!


Migliaia di anni di studio e verifica, innumerevoli scoperte, la fantastica evoluzione del pensiero, non sono serviti ad aumentare le sue capacità cognitive di base, pur essendo aumentate enormemente le sue conoscenze scientifiche.
Platone che cerca nel mondo delle Idee quel quid che Aristotele individua nel “primo motore”, non sono molto dissimili dalle idee dell’uomo moderno, che neppur oggi possiede elementi certi per risolvere l’annoso enigma.
Lo sguardo rivolto al cielo del grande ateniese quasi a chiedere illuminazione e conforto ad un misterioso demiurgo o la mente rivolta a terra del biologo stagirita quasi a cercare qui, con le proprie forze, una plausibile spiegazione di un viaggio misterioso, non sono altro che la proiezione pittorica delle nostre angosce nel mondo di ieri come nel mondo di oggi, laddove Scienza e Fede inutilmente dialogano o si scontrano quasi a significare l’impossibilità della Conoscenza, l’incapacità di definire l’Indefinibile.
Noi potremo ancora progredire enormemente, la sofisticata tecnologia di cui oggi disponiamo ci avvicinerà tanto al momento primo, da poter “vedere”, senza possibilità di contestazioni, perfino il Big Bang iniziale, eppure ci sarà sempre qualcosa al di là dell’Universo, sia in senso spaziale che temporale, in una desolante, angosciosa, disperata ricerca di comprensione dell’Idea d’Infinito. E’ questo il punto!! E’ questa l’angoscia! E se da una parte il mistico, con le sue Verità rivelate, cerca di lenire l’affanno proiettando in un futuro non dimostrabile il fine ultimo del suo faticoso cammino, l’ateo dall’altra, con le sue carenti Verità sperimentali, deve concretizzare in un breve arco di Vita tutte le sue aspirazioni. Diciamoci la verità, almeno quella con la v minuscola. Noi non siamo in grado di autodefinirci. Noi non siamo in grado di comprendere l’Idea, la Cosa in sé, la nostra vera Essenza e l’angoscia che ci affligge altro non è che la consapevolezza che questa Cosa, che è indefinibile, pure ci deve essere al di là della Conoscenza, senza confini spaziali e temporali, perché, se non è niente altro che il nulla, è pur sempre il Nulla che la nostra mente contiene come concetto astratto, ma sempre legato all’inquietante certezza dei propri limiti che c’incatenano alla terra, noi, proiettati atavicamente verso il Cielo. L’arte coglie questo anelito, questa aspirazione, l’arte come pittura, l’arte come musica, l’arte come poesia. E’ il grido dell’Uomo, la creatura pensante, l’animale che sa di dover morire, l’uomo che, pur consapevole della sua fine, vuole lasciare una traccia o tentare l’immortalità sublimando e forgiando la materia con la malta delle sue idee. Ascoltiamo, per esempio Beethoven.
Nel suo “inno alla gioia” c’è la sintesi magistralmente espressa di tutte le angosce dell’uomo come proiezione universale della sua personale vita travagliata. Le sue note sublimi evidenziano la sua capacità di sublimare nella meravigliosa astrazione della musica, tutti quei concetti morali che gli furono inculcati dalle sue sofferenze fisiche da una parte, dai suoi studi severi dall’altra. Egli crede nell’insegnamento “attraverso la notte alla luce” e passa da un amore vero e spassionato per la natura popolata da creature animali e vegetali ( la Pastorale), all’amore universale, al messaggio d’amore e di fraternità della nona sinfonia, stimolandoci ad un abbraccio globale che ci racchiuda tutti, di ogni razza e costume, di ogni credenza o condizione sociale. Noi, uomini semplici, raccogliamo il messaggio racchiuso nelle opere d’arte pittoriche o musicali, sperando in una gratifica quanto più possibile proporzionale allo sforzo e all’impegno di tutta una vita. Per Ludwig, forse, il momento della gratifica fu quando, chino sullo spartito, alla fine di un concerto che lo coglieva ormai completamente sordo, fu invitato da un cantante che scendeva dal podio a girarsi verso il pubblico per assistere allo spettacolo più bello della sua vita: un tripudio di fazzoletti bianchi che il popolo viennese sventolava in segno di gioia ed ammirazione verso il musicista apparentemente isolato nella sua sordità, ma che era riuscito a trasmettere come ancora oggi fa, quelle intense emozioni che fanno dell’animale che è in ognuno di noi, quell’homo sapiens che s’interroga, si studia, si evolve e si migliora.

lunedì, settembre 17, 2012

L'altruismo e i dubbi dell'uomo


Dino Licci -Cristo mesto- ovvero l'umanità

Mi viene spontaneo scomodare Kant e la sua critica della ragion pratica. Qual è la formulazione del suo imperativo categorico?

Agisci in modo da poter desiderare che la massima della tua azione diventi norma”

Già. Questa potrebbe essere una definizione corretta di altruismo. Ma secondo me è pure retorica, come il Buddismo, come il Cristianesimo, come l’Induismo, il Confucianesimo, il Maomettismo, l’Ebraismo, il Manicheismo, il Comunismo, il Socialismo e chi più ne ha più ne metta. Passatevi le mani sopra i canini!!!Riuscite a sentire quali profonde radici li affondano negli alveoli? E sapete perché? Perché quei canini sono in parte organi vestigiali che, con gli occhi puntati in avanti e quel residuo di coda che chiamiamo coccige, ci ricordano che siamo animali predatori potenziati da un evoluzione cerebrale tale che ci ha donato il centro di Broca, cioè la parola e con essa la cultura e la possibilità di tramandare verbalmente prima , per iscritto poi, le nostre conquiste cognitive . E poi abbiamo guadagnato la funzione del pollice opponibile e, con essa, la capacità di forgiare l’organo accessorio, dalla ruota al computer, aumentando enormemente le nostre capacità di animali predatori. Pensiamoci un attimo. Noi che scriviamo dolci poesie, che ci estasiamo davanti alla musica, che ci lasciamo trascinare dai violini di Bach o da un concerto di Beethoven o dalla dolci note di Chopin, noi che rimaniamo incantati davanti a un dipinto rinascimentale o colpiti nel profondo dell’anima dal coinvolgimento emotivo della pittura espressionistica, noi siamo costretti, per vivere, a divorare i nostri compagni di viaggio siano essi animali o piante. Noi e tutti gli altri qui sulla terra, costretti, nostro malgrado, a nutrirci di noi stessi e se non lo facessimo, se per esempio i carnivori smettessero di nutrirsi degli erbivori, la vita, privata della selezione naturale, cesserebbe del tutto. Richard Dawkins ha scritto “Il gene egoista” nel quale si ipotizza che sia il gene a profittare di strutture sempre più complesse, dai protisti fino all’uomo come contenitori che gli assicurino la continuità. Eppure proprio in questi giorni si parla delle scoperte del nostro Rizzolatti con i neuroni specchio presenti anche nelle scimmie antropomorfe, che deporrebbero per un’empatia generale e per una matrix divina che coinvolga insieme tutta l’umanità. E poi levando lo sguardo al cielo, a quel cielo che solo poche migliaia di anni fa, Aristotele ipotizzava circoscritto nell’alveo delle stelle fisse, levando oggi lo sguardo al cielo con l’ausilio dei satelliti e dei nostri potentissimi telescopi, ammiriamo l’immensità degli spazi siderali, i miliardi di miliardi di stelle che nascono, muoiono, si trasformano, esplodono, si scontrano e si espandono in una giostra senza fine. Dai pulsar alle galassie, dai quasar ai buchi neri, è tutto un fermento di vita del quale facciamo parte sia pure in forma infinitesimale. Forse solo così, liberandoci, come ci siamo liberati dal geocentrismo, dall’antropocentrismo che c’induce in arrogante errore, solo così potremmo guadagnare la capacità di essere altruisti, sentendoci tutti fratelli, piccoli fuscelli vaganti, accomunati dallo stesso destino che c’inchioda sulla terra mentre la nostra mente tende alla trascendenza, alla conoscenza ed all’amore di un Dio che non ci è dato conoscere!!!.



Il mito di Io e il pavone



Quando si riprendono in mano i vecchi testi scolastici, ci si accorge che quelli che sembravano odiosi compiti di traduzione dal latino, erano in effetti meravigliosi racconti dal sapore fiabesco ambientati nell’antica Grecia i cui abitanti, con la loro religione politeista, erano certamente molto più felici di noi. Prendiamo, ad esempio, le “Metamorfosi” di Ovidio e gustiamoci i suoi racconti arricchiti da un pantheon di divinità che spesso interagivano con gli umani avendo con essi in comune gli stessi vizi e le stesse virtù. Zeus, per esempio, era un impenitente dongiovanni, sempre in cerca di belle fanciulle da sedurre mentre la gelosissima moglie Era lo controllava a distanza scoprendo quasi sempre le sue malefatte.

Uno dei tanti miti che ci sono pervenuti ci racconta la storia di Io, sacerdotessa di Era, figlia di Inaco re di Argo e della ninfa Melia. Quando questa bellissima fanciulla fu notata da Zeus, cominciarono i suoi guai. Zeus infatti cominciò a corteggiarla insistentemente ed arrivò a proporle di vivere in una casa del bosco dove lui l’avrebbe protetta da qualsiasi insidia andandola di tanto in tanto a trovare come fosse stato il suo sposo. Ma Io non solo non accettò la proposta, ma cominciò a fuggire da lui terrorizzata di essere diventata oggetto della concupiscenza del potente dio. Zeus allora cominciò a seguirla trasformandosi in nube, ma Era, che conosceva i sotterfugi del marito (ricordate quando fecondò Danae trasformandosi in pioggia dorata?) , subito s’insospettì vedendo quella strana nube correre per i boschi e intuì il tradimento.
Ma anche Zeus capì che stava correndo il rischio di essere scoperto, così decise di trasformare la bella fanciulla in una candida giovenca. Una moglie normale a questo punto si sarebbe calmata e mai avrebbe sospettato che in una giovane vacca si nascondesse la bella sacerdotessa. Ma Era aveva un intuito eccezionale e, per essere certa di non essere tradita, pregò Zeus di donarle l’animale. Pensate al povero Zeus combattuto tra l’amore per la fanciulla e la paura della terribile moglie. Cercò di tergiversare, cercò delle scuse da addurre alla moglie mentre s’impietosiva pensando a quale orribile destino andasse incontro la bella Io. Ma alla fine cedette, regalò la giovenca a Era pensando di poterla in seguito liberare. Ma Era, che aveva previsto tale eventualità, affidò la giovenca alla custodia di Argo, il gigante dai cento occhi che i greci chiamavano Panoptes per questa sua prerogativa. Panoptes infatti in greco significa “colui che vede tutto” e infatti Argo riusciva a sorvegliare la giovenca sia di giorno che di notte, perché i suoi cento occhi, che erano sparsi per tutto il suo corpo, dormivano a turno, cinquanta per volta, così che egli non si addormentava mai completamente. Cominciò per Io una vita terribile, del tutto simile a quella di una vacca e per di più legata la notte e sorvegliata dal terribile Argo. Ma anche Zeus soffriva tra mille rimorsi e il suoi cervello inquieto cercava invano una soluzione ed alfine si decise a chiedere la collaborazione di Ermes, il messaggero degli dei così astuto e ingegnoso da essere considerato il protettore dei ladri oltre che dei mercanti. Ermes era stato così precoce che, durante il suo primo giorno di vita era riuscito non solo ad inventare la lira che suonava magnificamente, ma anche a rubare un’intera mandria di buoi ad Apollo che, scopertolo, poi lo perdonò e addirittura gli donò i buoi, soggiogato dal canto melodioso che la sua lira riusciva ad emettere.

Ermes quindi, su richiesta di Zeus, volò dall’Olimpo sulla terra e, .camuffatosi da pastore, si presentò ad Argo suonando la siringa, un altro strumento musicale formato da bastoncini di canna e con quel magico suono lo incantò. Argo finalmente chiuse i suoi cento occhi ipnotizzato dai meravigliosi suoni che il dio sapeva effondere inducendo un sonno profondo a chiunque lo avesse ascoltato. E una volta addormentato il gigante, Ermes lo uccise facendolo precipitare giù da un’alta rupe. Io così fu salva e dopo molte altre peripezie traversò a nuoto il mare che da lei perse il nome di Ionio ed infine approdò in Egitto dove potette riprendere finalmente fattezze umane. Era, venuta a conoscenza della morte di Argo, almeno volle salvare i suoi cento occhi e non trovò niente di meglio che sistemarli sulla coda del pavone, animale a lei sacro.

sabato, settembre 15, 2012

La mano nera





Non tutti hanno una mamma fantasiosa e non tutti vivono in una casa antica con cunicoli e terrazzi che si affacciano su un immenso giardino. Michele aveva una cosa e l’altra ed inoltre era molto irrequieto. Amava correre sul grande terrazzo scavalcando i muretti, volando da una parte all’altra a rischio della vita perché spesso c’era il vuoto sotto di lui ed in alcuni tratti, queste volte ricoperte di tegole, poggiavano su semplici tralicci di canne con le quali si era soliti una volta rivestire le antiche abitazioni. Per spaventarlo ed impedirgli queste imprudenze, la madre si era inventata la storia della mano nera:

Non ti sporgere dai muretti! Non saltare da una terrazza all’altra e soprattutto non salire sulle tegole perché lì c’è la mano nera che ti prende e ti porta via”

Cos’è la mano nera, mamma?”

le chiedeva il bambino e la madre, con una voce il più possibile cavernosa, rispondeva :

E’ una mano grande e nera che esce di notte per prendersi i bambini cattivi”

Il bambino rimaneva impressionato e cercava d’immaginarsi questa mano nera che non aveva braccia e non aveva corpo. Michele era curioso di natura e la mano nera stimolava la sua curiosità almeno quanto l’angelo custode che stava dietro di lui.

“Mamma, perché non si vede l’angelo custode?”

“Perché si nasconde dietro le tue spalle e potrai vederlo solo se riesci a prenderlo”

Così Michele, sul più bello di un discorso o mentre era seduto a mangiare, si voltava indietro come una saetta ed annaspava nell’aria con l’intenzione di acchiappare e vedere finalmente il suo angelo custode, ottenendo l’unico risultato di essere schernito dalle sorelle molto più grandi di lui.

Finalmente gli dissero la verità e quel mistero fu risolto come fu risolto il fatto che, nella stanza chiusa e buia in fondo alla casa, non c’era il cavallo bianco invisibile che sarebbe apparso solo ai bambini buoni. Una volta era stato fermo, immobile per tre ore di seguito davanti alla porta di quella stanza, e quando si era precipitato dentro convinto di trovare il candido cavallo, era soltanto inciampato in vecchi giocattoli inanimati procurandosi diverse escoriazioni sul volto.

Così gli dissero la verità e quindi rimanevano solo due misteri da chiarire: la storia della befana e la mano nera.

C’erano infatti delle incongruenze anche nella befana:

“La befana vien di notte

Con le scarpe tutte rotte

Con le toppe alla sottana

Viva, viva la befana!”


Michele aveva tre anni, ma le incongruenze non le mandava giù:

“Mamma, perché la befana ha le scarpe rotte? la befana è povera?”

“Certo che è povera”

“Mamma, se è povera, dove prende i soldi per comprare i regali ?”

“Glieli dà Gesù, ”

“E chi è Gesù ?”

Gesù è Dio”

“E chi è Dio”

“Dio è Gesù , te l’ho detto e basta con le domande o viene la mano nera e ti prende”

“Ma com’è che io non la vedo mai la mano nera?”

“Perché si vede solo di notte ed ora basta, ti ho detto”

Ma Michele non era convinto come non era convinto che Gesù fosse Dio e Dio Gesù. E non capiva perché la mamma chiamava papà il nonno. Il nonno si chiamava  nonno e il papà, papà. Che imbroglio era questo? Domani, quando la mamma fosse stata più calma, glielo avrebbe chiesto ancora. Ma intanto bisognava risolvere il mistero della mano nera.

“Se si vede solo di notte, bisognerà cercarla di notte”

pensava Michele e con la sua mente di bambino, elaborò una strategia.

La notte, mentre tutti dormivano, salì in grande silenzio le scale che portavano in terrazza e cominciò a cercare la mano nera. Cercò nei comignoli dei camini, cercò dietro i vecchi mattoni, cercò perfino nei barattoli di vernice accatastati da tempo accanto al muro scrostato, ma della mano nera nessuna traccia.

“Ho capito, forse si nasconde nelle tegole” pensò Michele e cominciò a smontarle una per una.

Lo trovarono così, infreddolito ma caparbiamente dedito al suo lavoro di ricerca. Lo acchiapparono proprio un attimo prima che il soffitto della camera buia cedesse sotto il suo peso.

Ma un altro mistero era svelato perché gli dissero finalmente la verità.

Tre anni dopo, quando cominciò ad andare a scuola, gli dissero anche la verità sulla befana.

Ora rimaneva solo il mistero di Gesù.

Ma gli anni passavano e passavano anche i decenni ed ancora continuavano a dirgli che Gesù e Dio erano la stessa cosa. Anzi vi aggiunsero anche lo Spirito Santo così il mistero diventò ancora più grande.

Michele ormai ha settant’anni e da molti decenni ha scoperto che a decidere questa cosa furono alcuni religiosi che, durante il concilio di Nicea del 325 d.c., si batterono aspramente perché Alessandro sosteneva che Cristo fosse della stessa sostanza del padre, mentre Ario sosteneva che fosse emanato dal padre. Scoprì pure che, durante un altro concilio tenutosi ad Efeso nel 431 d.c., Cirillo ebbe la meglio su Nestorio e  così Maria (La Madonna) fu consacrata madre di Dio. E poi scoprì tante altre cose, ma tante che non gli sarebbe bastata un'altra vita per elencarle tutte.

Per esempio questo Cirillo, San Cirillo, pare che fosse pure l’ispiratore dell’uccisione di Ipazia, la grande matematica ed astronoma che sovrintendeva alla meravigliosa biblioteca alessandrina, uccisa perché atea. Ella fu scorticata viva con le valve di alcune conchiglie ad opera di un invasato, certo Pietro, aiutato da altri mistici scagnozzi analfabeti e fervidi credenti.

Michele oggi non crede più a niente, ma già qualche decennio fa si chiedeva come potesse Cristo, uomo finito, identificarsi con Dio, sostanza infinita. Pericoloso affermarlo se un certo Giordano Bruno fu arso vivo nel 1600 a “Campo dei fiori” a Roma per avere dubitato di questo stesso dogma .

Così ha finito col non credere più a niente, ma ha anche pensato che sarebbe stato più prudente stare zitto. Questo ha pensato, ma siccome si è pure stufato di sentirsi raccontare frottole, poi ha deciso d’indagare ancora più in fondo perché nell’animo è rimasto con la curiosità di quando era bambino ed è arrivato a questa conclusione:

Due sono le cose: o i “GRANDI” raccontano frottole perché ne traggono qualche convenienza, o gli umani sono dotati di due cervelli:

uno razionale ed uno sensitivo. Scoprì anche che era proprio così  e  che l'emisfero destro era quello della fantasia e dell'immaginazione  mentre il  sinistro era soprattutto adatto al calcolo ed al ragionamento scientifico  e  siccome in natura c’è una legge validissima che dice che “LA FUNZIONE SVILUPPA L’ORGANO”, poteva  essere che chi usava troppo il cervello della ragione faceva atrofizzare l’altra metà e viceversa.

Michele  ha sviluppato molto la metà del  cervello razionale e stranamente somiglia molto, ma proprio molto a me.

Dino Licci




venerdì, settembre 14, 2012

Il concetto di uguaglianza

Nel suo scritto “Utopia”, Tommaso Moro espone il suo concetto di uguaglianza che si rivelerà un po’ ingenuo, un po’ malinconico, certamente irrealizzabile. Ma se vogliamo avere un’idea globale delle teorie sull’uguaglianza che hanno caratterizzato i secoli nel nostro mondo occidentale, dobbiamo tornare indietro negli anni fino a Platone, alla sua “Repubblica” che vedeva gli uomini nettamente distinti in tre categorie:
il popolo comune, i soldati e i custodi. Nel suo “Dogma di Dio” egli ipotizza che gli uomini possano essere forgiati in oro e in questo caso saranno chiamati a diventare custodi (i politici), in argento, adatti a fare i soldati e in ottone, nel qual caso verranno adibiti ai lavori manuali. Il suo senso di giustizia vuole poi che ogni categoria non cerchi d’interferire con le altre in una visione del mondo statica, fissa, verticistica, oligarchica, plutocratica.
Non molto dissimile il pensiero del più dinamico Aristotele che in “Politica” demanda a pochi eletti il compito di governare le sorti dei paesi, lasciando la gran massa degli individui in una posizione di secondo, terz’ordine. Nel corso dei secoli troveremo altri filosofi che daranno loro ragione come, per esempio Nietzsche, mentre gli stoici, i cristiani, i comunisti, si schiereranno su posizioni antitetiche seppure con motivazioni diverse: Gli stoici e i cristiani diranno che l’ingiustizia sociale è di relativa importanza (beati gli ultimi che saranno i primi), i liberali penseranno che i beni più importanti siano la libertà e la proprietà (a ciascuno secondo i propri meriti), i comunisti che si debbano del tutto abolire le classi sociali esaltando appieno l’eguaglianza dei cittadini a prescindere dai loro meriti (a ciascuno secondo i propri bisogni).
Interessante notare come nella religione induista esista una divisione in caste che richiama appieno il pensiero di Platone.

Gli induisti infatti dividono l’umanità in tre categorie:
• una casta degli uomini superiori rappresentata dai sacerdoti (brahamani), dai guerrieri (ksatriya ) e dai lavoratori qualificati (vaisya );

• una casta di uomini servili ( sudra);

• una casta di impuri disprezzati e intoccabili (i paria);

Ad una casta si apparterrebbe per nascita e l’unico modo di sfuggire a una rigida collocazione gerarchica, sarebbe quello di essere premiati per una vita vissuta correttamente con una trasmigrazione dell’anima in un essere di livello sociale superiore. Qui si chiama in ballo addirittura il trascendente per soddisfare appieno una giustizia sociale basata anche sui propri meriti.
Inutile elencare i vari tentativi di codificare in regole universali i concetti di convivenza civile. Ci hanno provato, oltre ai già citati Platone e Aristotele, molti altri filosofi, da Hobbes a Locke, da Machiavelli a Rousseau, da Voltaire a Stuart e Mill, da Bentham a Owen e tanti altri ancora, tutti protesi ad imbrigliare l’umanità in comportamenti tali da soddisfare gli insegnamenti essenziali della Bibbia, della Torah o del Corano. Nomino i capisaldi delle religioni abramitiche, perché in essi, quando vengano sfrondati dalla vuota retorica che fa da deleterio contorno, emerge quel concetto di pacifica convivenza, che verrà magistralmente espresso dal laicissimo imperativo categorico di Kant .

Tale concetto che racchiude in sé un principio veramente universale, potrebbe essere semplicemente espresso dalla semplicissima formula:
Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te”!

Dino Licci



lunedì, settembre 03, 2012

Un episodio di vita vissuto nel 1968






Era il 28 Febbraio 1968 ed io arrivai a Roma di prima mattina. Avevo viaggiato tutta la notte in un treno proveniente da Lecce, ripassando pagine di zoologia perché ero convinto di dover sostenere un esame. M’incamminai a piedi dalla stazione Termini verso l’Università ma mi accorsi subito che qualcosa non quadrava . C’era un insolito fermento e camionette della polizia sfrecciavano in continuazione da via Castro Pretorio al viale dell’Università, mentre gruppetti di studenti parlavano concitatamente facendomi giungere all’orecchio frasi che ormai da mesi circolavano in quella zona popolata dai futuri dottori. Andai di corsa a casa per rimettermi in sesto e tornai nei pressi dell’Università con una certa apprensione sia per la preoccupazione degli esami, sia per quella strana atmosfera che si era creata lì intorno. Mi fermai cercando di capire dove corresse tutta quella folla di giovani colleghi e mi unii ad un corteo che diventava sempre più numeroso cercando d’informarmi della ragione della protesta. Nessuno però sembrava darmi retta. I manifestanti urlavano a squarciagola e sempre più numerosi.”D’Avack vattene, D’Avack vattene” e , per chi non lo sapesse D’Avack era il rettore della “Sapienza” che era oggetto di grandi contestazioni. Seguendo il corteo e sentendomi quasi fiero di appartenere a quella che credevo una semplice contestazione, mi fermai a prendere un caffé nei pressi di piazza della Repubblica, la piazza dell’Esedra dove troneggia la meravigliosa fontana delle Naiadi. Proprio nel bar cominciai a capirci qualcosa dai discorsi degli avventori che, loro malgrado, mi chiarirono molte idee. Mancavo da un paio di mesi da Roma e tutto preso dai miei studi scientifici, avevo sottovalutato quella strana protesta che parlava di sei politico, di esami di gruppo, di rivoluzione ed utopia, insomma tutto ciò che avrebbe caratterizzato il ’68, la peggior iattura che possa capitare in una Nazione. Si contestava il lavoro, si contestava l’impegno, si contestava lo studio, si contestava l’esame, si contestava tutto ciò che fa crescere culturalmente e concretamente un paese. L’utopia, l’immaginazione al posto del lavoro, l’eros al posto dello studio. Si contestavano perfino gli operai integrati nel sistema come dicevano le teorie di Marcuse: si contestavano Marx ed il capitalismo, l’Unione Sovietica come gli Stati Uniti d’America, la fabbrica e l’università, incitando studenti ed emarginati alla rivolta contro ogni forma di governo, contro ogni democrazia perché, diceva Marcuse, il lavoro è alienante e Freud sbagliava quando consigliava di dirottare le forze dell’eros verso il lavoro. Si contestava persino Epicuro perché limitava il piacere individuale rovinato dal bisogno di lavorare in quanto solo le macchine, in una civiltà avanzata, dovevano lavorare, lasciando liberi gli individui di dar sfogo al loro eros, alla loro fantasia, alla loro immaginazione. Gli esami non dovevano essere individuali ma sostenuti da un gruppo di lavoro che poteva nascondere al suo interno anche gente che non aveva mai aperto un libro, mai seguito una lezione, ma che poteva benissimo prendere una laurea come davvero avvenne sfornando, soprattutto nelle facoltà di architettura, professionisti adatti a far crollare le case ma soddisfatti delle loro” immaginazione”. Ancora oggi permangono nella società gruppetti di sapientoni che, sempre col sorrisetto ironico sulle labbra, ironizzano sulle regole, sull’impegno, sulla tradizione, sui canoni, scegliendo l’offesa gratuita ed il facile sarcasmo al posto di una sana dialettica.

Ormai documentatomi su quanto stava accadendo, mi avviai ancora verso il corteo che aveva imboccato via Nazionale cercando un mio amico che avevo intravisto tra la folla, ma era arduo ritrovarlo in tanta confusione. Improvvisamente dalle strade laterali di via Nazionale, sbucarono camionette della polizia, idranti ed una quantità enorme di agenti armati di manganelli che cominciarono, devo dire senza alcun preavviso, a menar botte da orbi, seguendo gli studenti fin sopra i marciapiedi in un crescendo di violenza senza limiti. Gli studenti rovesciavano le auto ed io inconsciamente, levai urla contro i poliziotti che continuavano a caricare in un carosello infinito che ancora m’impressiona. I commercianti abbassavano, anche loro colti di sorpresa, le saracinesche e fu proprio un negozio a salvarmi perché m’infilai dentro una gioielleria proprio mentre le porte si chiudevano evitando per un soffio lo scontro con una “celere” che mi aveva puntato. Rileggendo, a distanza di tanti anni, le cronache di quella giornata, ho appreso che furono impiegati per l’occasione 2000 agenti, oltre a 18 camion, idranti e numerosissime camionette ma, rivivendo con la giusta ansia quei terribili momenti, ora che ho i capelli bianchi, non posso non infierire contro gli speculatori dell’esuberanza giovanile che, per la grande maggioranza , seguivano il corteo senza conoscere i dettami di filosofi e le mire dei burattinai che sconvolsero l’Europa intera con insegnamento utopici ed irrealizzabili ma capaci di sovvertire l’ordine delle cose. E chi non ci crede si legga attentamente, ma molto attentamente l’insegnamento di Marcuse.