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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

domenica, ottobre 28, 2012

La magia della musica

                            Deuter -Garden of Gods

Incredibile come la musica che invade le mie stanze prima ancora che il gallo canti o che i passerotti elevino al cielo i loro gioiosi concerti, mi trascini in profondi pensieri esistenziali e come poi riesca a lenire il mio tormento trascinandomi in alto, in un mondo piacevolmente irreale, popolato da scenari immaginari, cui mi lascio andare trasportato consapevolmente dalla mia fervida fantasia.

Nel corso dei secoli la gnoseologia e cioè l'analisi dei limiti e della validità della conoscenza umana, ha dovuto fare i conti con quello che la coscienza comune identifica come il bagaglio culturale delle conquiste scientifiche o altre forme di sapere legate alla superstizione, alla fede, alle singole opinioni, credenze, filosofie, usi e costumi.

E c’è di più, c’è il condizionamento religioso che si è imposto attraverso miti e leggende durante tutta la storia dell’umanità. In questo percorso della durata di secoli, spesso si è confuso il trascendente, l’idea di Dio, la cosa in sé, con l’immanente, il bisogno di religiosità, la coscienza acquisita, e questo continua a produrre vari guasti nella nostra società. Il metodo empirico applicabile ad una fenomenologia compresa dall’intelletto umano, perde la sua capacità se lo trasportiamo in campo metafisico. Insomma che un corpo cada ad opera della gravitazione, è un fatto verificabile sperimentalmente, che l’attrito rallenti la corsa od impedisca di scivolare, è altrettanto dimostrabile come tutto ciò che è aggredibile da parte dei nostri sensi, ma che la terra sia stata creata per opera di un demiurgo o per opera del caso, che dopo la morte l’anima trasmigri in un altro corpo o muoia con noi o raggiunga San Pietro o che proprio non esista, è una questione che trascende il mondo del sensibile.

Questa limitazione delle capacità umane di conoscenza empirica in campo metafisico, apre due strade distinte i cui punti di contatto sono la ricerca di una spiegazione, di una interpretazione escatologica del nostro divenire.

Da una parte c’è l’atto di fede, la cieca obbedienza ad un Verbo avvolto da misticismo e mistero, dall’altro la ricerca, l’incontenibile voglia di una spiegazione logica, razionale, scientifica delle cose del mondo. E questo comporta anche che, insieme con la massa obbediente ai comandamenti e condizionamenti dei mass media, qualche spirito libero ci sia ancora, a pungolare la voglia della ricerca, l’instancabile anelito verso un’incontrovertibile Verità.

Comunque l’uomo va, sorretto dal dubbio, sospinto dalla brama del sapere. La sua lenta evoluzione ha qualcosa di magico, di trascendente, di misterioso. Non è semplice adattamento all’ambiente. In esso alberga la capacità d’astrazione, la sete di conoscenza, l’eterna domanda sul proprio destino. E il bisogno di Dio!

Ed ecco che io, agnostico razionale, nel silenzio ovattato di una notte sublime, sazio la mia sete di spiritualità col ricorso alla musica e, voluttuosamente ravvolto tra i clarini e le viole, elevo la mia mente fino al limite estremo della conoscenza, sento di toccare il culmine dello sgomento e mi avviluppo in me stesso, sentendo il nulla che mi sovrasta, mentre il mio sofisticato cervello contiene paradossalmente l’idea d’infinito e l’Universo intero.



sabato, ottobre 27, 2012

L'intelligenza animale


La realtà esistente attorno a noi, spesso viene osservata con superficialità o mancanza d’informazione specifica. Se pensiamo al nostro cervello per esempio, dobbiamo considerare che esso è formato da più strati: la parte filogeneticamente più remota reagisce agli stimoli esterni istintivamente, alla stregua dei riflessi condizionati, la parte centrale che ruota intorno all’ipotalamo, presiede alla vita vegetativa, alle emozioni, alla paura ed é questa la parte che abbiamo in comune con gli altri mammiferi. Ma soltanto noi uomini possediamo la corteccia che ci regala la capacità d’astrazione, il centro della parola (area di Broca) e la capacità di usare la mano in modo tale da crearci gli organi accessori dalla ruota al computer. Io, abituato allo studio dell’anatomia comparata oltre che umana, voglio far riflettere i miei eventuali lettori, su come quel tipo di reazione istintiva che noi abbiamo nella parte più arcaica del cervello, quello che chiamiamo rettiliano, esista persino in animali inferiori come i molluschi e non soltanto nell’intelligentissimo polpo, ma persino nella cozza, quel bivalve che deve la sua sopravvivenza proprio alla sue capacità istintive che potremmo definire intelligenza della specie. L’intelligenza della specie è appunto istintiva e tale di non abbisognare di una mente che analizzi un problema per trovare una soluzione, ma programmata a reagire sempre nello stesso modo. Nel caso della cozza, essa chiude istintivamente le sue valve ogni volta che si sente in pericolo.
Ma già nel polpo esiste invece una “mente”, la capacità cioè di risolvere singolarmente un problema in modo molto diverso da quello istintivo perché analizza e decide volta per volta se mimetizzarsi, fuggire o lanciare un fiotto d’inchiostro contro un eventuale assalitore.
Rimanendo nell’ambito di questi due semplici esempi, dovremmo ora chiederci: perché la cozza ha un comportamento esclusivamente istintivo e  il polpo un comportamento  in parte dubitativo? La risposta è semplice ma comporta una riflessione esistenziale profonda. La natura ha fatto nei millenni evolvere le sue creature a seconda dei loro bisogni e se la cozza ancorata attraverso il bisso ad un supporto, conduce vita prudente e sedentaria, non altrimenti si può dire del polpo o della seppia che, essendo animali per lo più predatori, vanno incontro ad imprevisti e difficoltà maggiori.

Ora dobbiamo considerare come persino la definizione d’intelligenza diventi difficile perché se la si definisce semplicemente come capacità d’adattamento all’ambiente, dobbiamo altrimenti considerare come in natura esistano le intelligenze degli animali “specialisti” come  la cozza perfettamente adattata all'ambiente, ma incapace di ragionamento e  le intelligenze degli animali “generalisti”, capaci di risolvere numerosi problemi  ma spesso più esposti all'estinzione. Insomma il cervello fatto a spillo degli insetti  è forse quello che meglio si adatta a sopravvivere alle avversità e cambiamenti ambientali, ma non per questo possiamo dire che gli insetti siano più intelligenti di un cavallo o di una balena.
La cozza che ha una “intelligenza” di tipo specialistico e, pur essendo capace di doppia respirazione, di sopportare grandi sbalzi di temperature e di isolarsi dal mondo circostante, reagisce sempre allo stesso modo ad un pericolo, perché possiede solo l’intelligenza della specie.
Un topo invece come uno scarafaggio e specie similari, sono animali generalisti che devono di volta in volta inventarsi un sistema di sopravvivenza entrando in competizione con le altre intelligenze.
Se vogliamo definire l’intelligenza come adattamento alle mutate condizioni ambientali, allora vedremo come i generalisti, di cui fa parte l’uomo, siano apparentemente  avvantaggiati perché sapranno mutare le loro reazioni in relazione all’ambiente mutato, cosa che gli specialisti, sprovvisti di una mente pensante, non sapranno mai fare. Eppure non è tutto così semplice, tanto che esiste una branca dell'etologia, la cosiddetta Etologia cognitiva, che si occupa proprio di questi problemi. Per spiegare la  differenza tra l' intelligenza specialistica  e quella generalista,  gli etologi sono soliti fare un semplice esempio.
Essi ci descrivono il diverso comportamento di un moscone ed un gatto. Un moscone non riuscirà mai ad uscire da una stanza dove sia entrato per caso continuando a ronzare e sbattere contro i vetri pur se gli abbiamo aperto la finestra. Questo accade perché egli non ha un cervello tale da riuscire ad immaginare se stesso nello spazio e quindi predisporre un itinerario da seguire. Non ha quella che si definisce “palestra mentale” cioè una mente capace di immaginare un’azione che potrebbe decidere di compiere per risolvere un problema.

Ben diversamente reagisce un gatto il quale, se attratto da un bocconcino prelibato che venga fatto scorrere sotto un improvviso ostacolo, per esempio delle lastre di vetro trasparente, nel termine di un minuto è capace di fabbricare una mappa del percorso che dovrà fare se vorrà raggiungere la sua preda. Il gatto è capace di fare il “detour”, cioè è capace di aggirare l’ostacolo, di risolvere il problema., il moscone no.

Ma non tragga in inganno la mole dell’animale o la sua appartenenza alla classe dei mammiferi. L’ape per esempio, come pure il polpo, sanno entrambi fare il detour, hanno entrambi una palestra mentale capace di immaginare se stessi proiettati nello spazio.
L’ape in particolare, ci sbalordisce con le sue capacità di segnalare alle sue simili la latitudine e longitudine esatta di un luogo dove trovare il cibo, con la sua strabiliante “danza dell’otto” come ha dimostrato il grande etologo Karl Ritter von Frisch .

Passeggiando virtualmente nel mondo della natura in un viaggio veramente affascinante, potremo imbatterci nella grande intelligenza dei corvi nel mondo degli uccelli,  degli scimpanzè nel mondo dei primati o dei delfini nel mondo dei mammiferi, animali dotati di diverse forme d’intelligenza, ma tutti capaci di fare il detour, tutti cioè capaci di pensare ed intuire la soluzione esatta con la sola forza del pensiero.

Ma com’è possibile che forme viventi così diverse e lontane filogeneticamente fra loro abbiano tutti una “mente” capace di fare quest’esercizio? Ecco. Entriamo nel campo della Convergenza evolutiva, cioè la capacità di risolvere lo stesso problema attraverso strade molto diverse.

Esempi tipici li troviamo nei pesci e nei delfini che, dovendo risolvere il problema di muoversi rapidamente nell’acqua, hanno costruito una pinna caudale ma il delfino attraverso una piega cutanea del suo dorso, i pesci, altrimenti detti teleostei, attraverso una vera struttura ossea. Essi hanno cioè organi analoghi che svolgono la stessa funzione pur essendo strutturalmente diversi.

Questi organo si differenziano dagli organi omologhi, che hanno invece stessa origine, ma possono avere funzioni diverse. Per esempio le ali di un pipistrello, che è un mammifero, pur avendo una struttura di base simile agli arti superiore dei mammiferi compreso l’uomo, svolge la stessa funzione dell’ala di un uccello che ha un'origine completamente diversa..
In ultima analisi diciamo che la natura può seguire più strade per risolvere lo stesso problema e questo vale anche per il cervello, per la mente di cui sono dotati molti animali. La risonanza magnetica funzionale oggi ci consente di distinguere anche in neurologia comparata, la differenza tra cervelli analoghi cioè svolgenti le stesse funzioni pur essendo filogeneticamente lontani e viceversa. Insomma la strada della conoscenza non si esaurisce mai e la natura continua a strabiliarci con le infinite varietà di specie viventi diversamente adattatosi all’ambiente in cui devono vivere.
 Dino Licci























lunedì, ottobre 22, 2012

Leggere nuoce fortemente all'ignoranza



Dino Licci-Colpo di sonno-acrilico su tela-50X70

E’ la frase che si accompagna allo “Scrigno”, un sito letterario dove spesso mi reco a respirare un po’ d’aria buona, sicuro d’incontrare gente come me, amanti della lettura, prosa o poesia che sia, ma capace di farti volare al di sopra delle mille problematiche che affliggono la tua quotidianità. Se un autore è bravo, riuscirai immediatamente a immedesimarti nel personaggio fino a rubargli la personalità e ti sentirai di volta in volta, cavaliere, bandito, vecchio, bambino, fata o vampiro, mentre leviti nel mondo incantato della fantasia, che la lettura è riuscita a creare intorno a te. Altre volte la lettura ti aiuta a crescere culturalmente, diventando studio, impegno, istruzione e allora, armato di una matita multicolore, consumi le ore cercando di capire concetti, equazioni, teorie che accrescano la tua conoscenza e sazino la tua voglia di sapere.

E dialoghi coi grandi del passato, entrando nelle loro menti, tuffandoti nell’antica Grecia, nel mondo fiabesco dell’oriente, o nel pantheon incantato di lontane e pittoresche deità. Inutile leggere se questo esercizio non è per te piacere, inutile sprecare il tuo tempo, se leggere non ti conduce per mano a godere di antichi concetti o moderne teorie che ti spronino alla ricerca, allo scambio di esperienze eterogenee e difformi che, col dialogo, annullino o affievoliscano le distanze e le differenze culturali. Leggendo si diventa più tolleranti e la mente si apre, sprigionando a sua volta tutte le potenzialità che restavano latenti, in un angolo remoto dei tuoi meandri cerebrali, aspettando forse che una frase, una parola, un concetto, ne ridestino la volontà di fare, in un mondo dinamico e suscettibile di ogni evoluzione e progresso.

Alla base della lettura c’è il libro, quel volume cartaceo che forse sarà sostituito da microscopiche librerie, capaci di contenere in una scatoletta non più grande di un accendino, l’equivalente dell’intera biblioteca d’Alessandria, ma non credo che ciò avverrà. Troppo bello il profumo di vecchi testi ingialliti dal tempo, magari quelli scolastici dove hai attinto i primi rudimenti del sapere e che sanno di fanciullezza, di tenero e nostalgico ricordo del tuo infantile divenire. Platone diceva che non si deve scrivere. A suo dire scrivere impedisce l’esercizio della memoria ma, se neanche lui avesse scritto come il suo maestro Socrate, come avremmo noi potuto attingere alla sua sapienza, alla sua logica, al suo complesso dialogare?

Eppure nell’antica Grecia solo gli schiavi leggevano e questo compito era considerato scadente e disdicevole e soprattutto passivo (anche con riferimenti vagamente sessuali) perché lo schiavo doveva leggere ciò che altri avevano creato ed esprimere concetti magari contrari alle proprie opinioni. Alcune raffigurazioni presenti in antichi vasi dorici, ci confermano la realtà di questa usanza che già nell’antica Roma si andava modificando laddove i cantori e i rapsodi che, a differenza dagli aedi, si limitavano a ripetere creazioni altrui, pure venivano considerati degli artisti con una notevole evoluzione sociale rispetto ai lettori greci.

E nella Roma antica gli stessi scrittori cominciavano a leggere in pubblico le loro opere, diventando al tempo stesso, soggetti ed oggetti dei loro scritti e dei loro pensieri.

Nei secoli successivi la cultura sia greca che latina o ebraica, era relegata nei conventi e nei monasteri, laddove la lettura assurse quasi al rango di preghiera, perché tutti i monaci leggevano contemporaneamente come se stessero pregando ed infatti questa usanza prese il nome di “murmuratio” ed era veramente prerogativa di pochi, mentre sempre nei monasteri, alcuni amanuensi copiavano minuziosamente i testi antichi e i testi sacri senza neanche capire ciò che andavano scrivendo.

La stampa sarebbe nata infatti alla fine del 1400 anche se con tirature ridottissime, appannaggio di ecclesiastici e pochissimi dotti e questa usanza, retaggio del periodo medievale, si sarebbe protratta fino al secolo dei lumi, ma sempre con tirature ridotte ma che cominciavano ad annoverare tra i lettori, anche artigiani, medici, avvocati e qualche nobile più o meno stravagante.

Era talmente elitario l’uso della lettura, che alcuni medici parigini assimilavano la lettura alla masturbazione, vuoi perché si legge in solitudine, vuoi perché si pensava conducesse alla cecità come qualche prete di campagna si ostina a predicare da dietro i confessionali. L’esplosione della lettura si ebbe coi primordi del romanticismo e assunse aspetti maniacali. Tutti leggevano e dappertutto, preda di passioni incontrollabili come il romanticismo comandava e non per niente il fenomeno ebbe maggior consistenza in Germania dove lo Sturm und Drang (tempesta e impeto) assurse a simbolo della nuova corrente pittorica e letteraria. Da allora non si è più smesso di leggere e alla lettura è affidata la nostra educazione, la nostra cultura, il nostro piacere. Leggere intensamente un autore ti fa diventare l’autore stesso, condividere le sue emozioni, significa regalargli la vita, il soffio vitale dell’esistenza. Un libro non letto è come un cadavere in putrefazione. Sfogliare le sue pagine, godere della magica sequenza di tante parole che si combinano, danzano, cantano sotto i tuoi occhi, significa trasformare la materia inerte in magico splendore, che ha illuminato i nostri padri e potrà gratificare infinite generazioni che verranno dopo di noi.

domenica, ottobre 21, 2012

Sensazioni


Dino Licci-gabbiani nel sole-acrilico su tela 50X70


Scompaiono le ombre della notte
quando al mattino appare il primo sole:
svaniscono le luci evanescenti
dei sogni inquieti o saturi d’amore.

E’ tutto un altro mondo che mi appare,
il sublime si allarga alla speranza,
raggi infuocati spazzano la luna,
le stelle, i sogni perdono sostanza.

S’ode un discreto, lieto cinguettio
di chi reclama briciole di pane,
un cane si stiracchia sul cuscino,
un gatto emette un primo miagolio.

E ancora chiudo gli occhi e vedo il mare,
e nuvolette bianche coi gabbiani
che danzano l’amore per la vita:
delle onde spumeggianti son sovrani!

Non so se sia più bello il mio sognare,
vagare ancora con la fantasia,
o tuffarmi da sveglio nel gran mare
del mondo che più vario già m’appare:

la pioggia, i suoni, il sole o il temporale
alberi immensi e fiori colorati,
un filo d’erba, odori, sensazioni…
un infinito sommarsi di emozioni!

giovedì, ottobre 18, 2012

Stelle






E torno a rimirarvi, eterne stelle,
sento l'angoscia avita ed il timore
di non aver sapienza di mia vita
e trema l'arto e batte forte il cuore.

Tanti miliardi d'anni che girate
ognuna per suo conto e tutt'assieme,
bruciate per fusione lentamente
e prima ancora cosa c’era? il niente?

Chi ha innescato il processo, chi l'autore?
Maometto, Belzebù, nostro Signore?
Io lentamente m'avvicino al come
ma sul perché s'infrange ogni sudore!

Eppure studio e scruto e m’arrovello
e mai s'appaga invero quell'ardore
che mi vede la notte a meditare,
cercare nuove tesi e poi "poetare".

Con l'espediente della rima in versi,
magari accompagnato dal pennello,
ritorno sulla terra.....cercatore
d'una parola bella o d'un colore!

poi viene il giorno molto lentamente:
dapprima spegne Orione e Cassiopea,
poi di voi tutte non rimane niente
vostra sorella, il Sole, non vi vuole!

E il giorno spegne pure il mio cervello,
quello di destra ch'è fatto d'astrazione,
parte il sinistro, appena si risveglia,
con la solita lotta ed il sudore!

Così conduco in porto la mia vita,
mescolando le angosce materiali
con quello dello spirto più remote
ma ben profonde, nel mio cuore immote!!!

Novello pigmalione





                                           Dino Licci-Lei-acrilico su tela 35X30


                M’incantano i tuoi occhi, lo sguardo tuo rivolto
più lontano del sole a dar conforto al volto.
Ti carezzo i capelli mentre, tremante e stanco,
or ti guardo smarrito, innamorato e affranto.

Son qui disorientato, vorrei poterti amare
e sfiorarti le labbra e poi farti parlare.
Ti sfioro col mio fiato, con le mie sporche dita,
ora che t’ho creata, vorrei darti la vita.

Strano come l’amore possa produrre affanno
Persino in una tela, in un palese inganno.
Desiderare un bacio da un sogno, una chimera,
da una donna dipinta che un’ora fa non c’era.

Eppure più ti guardo e più ti sento mia
come se palpitassi, vibrassi in sintonia
col mio cuore che pulsa in perfetta armonia
con te che, pur beffarda, sei mia, sei la Poesia!!!

martedì, ottobre 16, 2012

Il gabbiano e la vela



                                       Dino Licci-vele e gabbiani-acrilico su tela 180X110


  S’alza improvviso un vortice spumoso:
un fruscio d’ali, un ondeggiar di vele:
sfida la barca il vento di bolina,
ritto s’erge e maestoso il timoniere.


Rispecchia il mare immenso un cielo terso,
solcato ormai da bianche nuvolette:
lontano forse adombra un temporale
la costa scintillante: è quieto il mare!


Io, ritto fra gli scogli e la battigia
scruto la gara con le mani tese:
la vela oscilla, guizza e poi scompare
la segue a ruota il bianco volteggiare.




lunedì, ottobre 15, 2012

Il sogno


Dino Licci-Voluttà-acrilico su tela 50X70



Cavalli alati, turbinio, tormento,

confonde il crine e i tuoi capelli il vento.

Onde di mare, fulmini e bagliori,

brucia il tuo corpo, arde di passioni.


Ondeggia il letto, spumeggiante appare

come tempesta, come temporale.

E tu che rubi al sole il suo splendore,

pur nella corsa mostri il tuo pudore.


Si quieta l'aria satura d'ozono,

tace il tuo corpo sazio in abbandono.

Il mare torna ad essere lenzuola,

il sole lampadina ed è già ora!









venerdì, ottobre 12, 2012

La "vita" in trattoria

Dino Licci-Il vilinista folle-acrilico su tela 50X70


Il violinista folle


tremula l’archetto…


E le note impazzite riempiono l’aria!


Musica e poesia nella stanza fumosa!


La vita?cos’è la vita?


“La vita?la vita è amore”grida la grossa puttana


e le sue poppe tornite traboccano amore


e le sue mani paffute giocano il bicchiere


e rosso vino di Puglia scorre,


arterie di fuoco,fiumi di sesso e pudore!


“la vita?la vita è lotta!”il colonnello in pensione,


“fiumi,fiumi di sangue


sparso nei campi ed onore!”


Il violinista folle inarca le reni


E le note salgono


Acute


E gravi


E meste.


Le pareti della stanza mostrano i segni del tempo


E il vecchio professore fissa il soffitto crepato:


“la vita?la vita è concetto,


è…tormentata opinione”.


E le sue mani scarnite ruotano l’un contro l’altra


Come …argomentazione!


E il violinista folle suda i capelli lustrati


E le sue mani nervose corrono il tempo


E immagini fantastiche


Saziano gli spazi…


“La vita?la vita è ignoranza


ricerca ,


delusione!”


Il professore di scienze osserva annichilito


Le immagini evocate


E il suo ebbro cervello


Scaccia le idee della vita,


e le sue mani fluttuano l’aere


e dissolvono il fumo,


e disperdono il dogma.


….E il violinista folle


danza la danza della vita


e le sua gambe insecchite


ruotano in cerchio,


girano per la stanza fumosa.


E gira il violinista


E gira la grossa puttana


E il professore di scienze


E il colonnello in pensione…


E tutto gira,gira,gira,gira,gira…

La sera





E quando malinconica la sera

scende sui prati erbosi e imbruna il mare,

quando al riposo anela ogni animale,



tutto si quieta, tristezza al cor m’ assale.

Il vento, stanco per il gran spazzare,

lascia le nubi libere d’andare,



carezza verdi chiome, increspa i mare

e dolcemente aiuta a volteggiare

la foglia morta stanca di frusciare.



Un vecchio con la pipa che ha rubato

Gli ultimi raggi al sole, sembra andare

Indietro con la mente a ricordare;



un ragazzino frigna, una farfalla

lascia un fiore per l’altro, una signora

s’affretta claudicante a rincasare.



E un suono di campane, una speranza,

una carezza, un gemito, un sorriso,

il rosso del tramonto, tutto appare,



al calar della sera, un po’ irreale!!!














mercoledì, ottobre 10, 2012

Addio all'estate

Dino Licci-Addio all'estate-acrilico su tela 50X70


Le ultime rondini scappano via portandosi dietro il sapore dell'estate ma torneranno, non disperate, torneranno!

venerdì, ottobre 05, 2012

La relatività ristretta


Albert Einstein

Chi ha avuto a che fare con i bambini sa che, a un certo punto della loro crescita, essi cominciano a fare domande sempre più complesse ai loro genitori. S’instaurerà, tra genitori e figli, un rapporto biunivoco che li condizionerà entrambi: i genitori saranno oggetto di quei segnali che, stimolando amore e tenerezza, indurranno, anche in molte specie animali, alle cure parentali. I figli, apprendendo dagli adulti tutto il loro sapere, continueranno a fare domande, finché il meccanismo dell’imprinting fisserà le risposte ritenute esaustive, in concetti che si fisseranno alla memoria degli adolescenti, condizionando così tutto il resto della loro vita. Così, chi è nato in occidente, abbraccerà la religione cristiana, chi sarà nato in India, diventerà induista, chi in Giappone scintoista e così via in un crescendo di “diversità” che non riguardano solo lo spazio ma anche il tempo in cui un individuo è cresciuto, fatto che prelude a quel relativismo culturale che rende varia e polimorfa la moltitudine umana. Ma il condizionamento ambientale non riguarderà solo il campo della religione o delle relazioni sociali, ma anche il campo dell’astronomia, della fisica, della biologia e, per poter rimuovere le “antiche “ credenze, bisognerà fare sforzi notevoli accettando nuovi concetti e teorie a volte fortemente contro intuitivi, come appunto la relatività ristretta di cui oggi voglio parlarvi. La vita caotica dei nostri tempi non concede molto spazio alla fantasia. Noi adulti siamo oberati dalle mille problematiche che la quotidianità c’impone, ma se provassimo a seguire l’esempio di Einstein e tornare ogni tanto bambini, scopriremmo altre realtà, altre verità che arricchirebbero la nostra mente e darebbero una nuova luce al mondo che oggi ci ospita. Vediamo che cosa diceva il grande scienziato:

“...i bambini che si fanno domande sulla luce, il tempo, lo spazio, sono soddisfatte dalle risposte preconfezionate e non si pongono il problema da adulti. Ma siccome io ero ritardato, mi posi queste semplici domande da adulto e le sondai con maggior tenacia e profondità di qualsiasi bambino…”

Così Albert Einstein, senza far uso inizialmente di complesse formule matematiche, arrivò a formulare la più famosa equazione della storia dell’umanità. Cerchiamo di seguire il suo ragionamento logico. Egli sapeva benissimo, perché altri lo avevano scoperto prima di lui, che la velocità della luce era di 300.000 km al secondo e che era una costante per tutti i sistemi di riferimento, anche se la sorgente di luce fosse stata in movimento. E qui ci tocca andare avanti per esempi se vogliamo seguirlo, senza stancarci, nei suoi esperimenti mentali. Pensiamo che in un vagone di un treno che viaggi a 100 km all’ora ci siano due giocatori di tennis da tavolo: per uno spettatore che stia osservando la partita, la pallina da tennis viaggerà a 20 km all’ora, ma per uno spettatore che sia fermo ad un passaggio a livello, la pallina viaggerà a 120 km all’ora se il percorso della pallina si sta avvicinando a noi (100 km l’ora del treno + 20 km l’ora per la pallina ) 80 km all’ora se se ne sta allontanando. Ma se invece l’esperimento lo facciamo con un raggio di luce, le cose vanno diversamente perché la luce non può cambiare la sua velocità, essendo stato ampiamente dimostrato che la sua velocità è comunque costante. Immaginiamo allora che a rimbalzare nel vagone in movimento non sia una pallina da ping-pong, ma un raggio di luce. Immaginiamo che essa rimbalzi tra due specchi posti sul pavimento e sul tetto del vagone. Se un osservatore si trova dentro il vagone, egli vedrà il raggio di luce percorrere su e giù il percorso del raggio secondo una verticale e cioè percorrerà sempre la stessa distanza tra il pavimento ed il tetto a qualsiasi velocità vada il treno. Ma un osservatore che si trovi fuori dal treno, vedrà il raggio oscillare tra il pavimento ed il tetto non più secondo una verticale (il cateto di un triangolo immaginario), ma secondo una diagonale (l’ipotenusa) tanto più lunga quanto più velocemente correrà il treno. Quindi, essendo la velocità della luce costante (come scoprì Romer e come codificò Maxwell con le sue famose equazioni), questa volta non si potranno sommare le velocità come nell’esperimento della pallina e di conseguenza saranno il tempo e lo spazio a dover subire delle variazioni notevoli e l’osservatore che è sul treno vedrà percorrere il tragitto del raggio di luce in un tempo molto più breve rispetto all’osservatore che è fuori, per il quale il raggio di luce dovrà percorrere una distanza maggiore e quindi impiegare anche un tempo più lungo per effettuare lo stesso percorso. Per capire meglio questo concetto v’invito a visionare il filmato che Piero Angela e il prof. Lanciano hanno preparato per noi.

http://www.youtube.com/watch?v=l7mMO_FDT18

Se inizialmente questa sembra una contraddizione, è perché siamo abituati a pensare che spazio e tempo siano entità assolute (gli a-priori kantiani) ma, con questo esperimento mentale, Einstein ha dimostrato che ognuno ha il suo tempo e che la stessa distanza varia a seconda che un osservatore sia fermo o in movimento. Questo esperimento mentale fece capire ad Einstein che spazio e tempo non sono assoluti ma relativi . Un minuto secondo per il viaggiatore che si trovi nel treno, dura di meno per un osservatore che stia fuori e, se il treno corresse a velocità simili a quella della luce, il tempo dell’osservatore che sta fuori del treno, aumenterebbe moltissimo. Così si spiega il paradosso dei gemelli che naturalmente non possiamo sperimentare, ma possiamo finalmente cominciare ad intuire. Per lo spazio naturalmente vale la stessa cosa perché spazio-tempo sono indissolubilmente legati l’uno con l’altro.
Ma Einstein non si fermò qui. Ora che era chiaro che il tempo diminuiva con la velocità (si fermerebbe del tutto se potessimo cavalcare un raggio di luce), egli si rese anche conto che, con l’aumentare della velocità, gli oggetti diventano più pesanti, insomma aumenta la loro massa perché l’energia del moto viene appunto convertita in massa in un passaggio reversibile che gli consentì di formulare la celebre equazione E = mc2.

Io mi fermerei qui sperando di avervi stimolato ad ulteriori approfondimenti e sperando che, nel continuare ad esplorare la bellezza di questa magica formula, vi appassionerete allo studio della relatività che qui ho enormemente semplificato non essendo peraltro io un fisico, ma solo un biologo armato di grande curiosità verso tutti i fenomeni naturali. Quella di cui vi ho parlato è solo la relatività ristretta, già abbastanza complessa ma propedeutica di un’altra meravigliosa conseguenza delle scoperte di Einstein: quella relatività generale che ci mostra addirittura l’influenza della curvatura spazio-temporale sulla gravitazione universale. A presto. Dino Licci