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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

sabato, dicembre 28, 2013

Ultimi giorni dell'anno

 Dino Licci-Il pensatore (omaggio a Van Gogh) acrilico su tela 50x70




E’ tempo di ricordi,
bilanci e riflessioni!
Scorre così,
anno dopo anno,
il nostro lento andare.
Passioni,
dolori,
speranze,
 delusioni
si fondono insieme
come lacrime calde.
E rigano il tuo volto
non ancora rugoso
ma già segnato
indelebilmente
dal marchio della Vita.


martedì, dicembre 24, 2013

Alan Turing e l'omofobia



Grazia postuma della Regina al matematico britannico Alan Turing. L’uomo che decriptò i codici nazisti usati dai sommergibili tedeschi, era stato condannato per omosessualità quasi 60 anni fa. L’Einstein della matematica, pioniere dell’informatica moderna, morì nel 1954 a 41 anni per avvelenamento. Alcuni storici attribuiscono al suo genio la caduta di Hitler.”

E’ una notizia di questi giorni e somiglia molto al perdono di Galileo Galilei da parte della Chiesa. Molto probabilmente l’Inghilterra tutta deve la sua salvezza al genio di questo grande matematico che  riuscì a decodificare il famoso “codice Enigma” con il quale i militari  e diplomatici tedeschi comunicavano tra loro.  Nel 1946, pur non essendo mai stato al fronte, Turing fu insignito della  “Medaglia dell’Ordine dell’impero britannico” senza che nessuno conoscesse il motivo di questa onorificenza. Egli lavorava infatti nei servizi segreti britannici che riuscirono a neutralizzare la potenza devastatrice dei sommergibili tedeschi che infestavano le acque britanniche. Ma Turing fece ancora di più. La sua mente brillante puntava all’intelligenza artificiale, una macchina cioè molto più ambiziosa dei già tanto sofisticati  computers  di cui oggi disponiamo e che interagisse col mondo esterno essendo dotata di  una sorta di recettori sensoriali.  Forse  Turing  ci sarebbe riuscito, lui che veniva considerato l’ultimo della classe dai suoi insegnanti delle scuole medie superiori, lui che si tolse la vita avvelenandosi con una  mela intrisa di cianuro dopo aver subito pesanti umiliazioni da parte della sua patria ingrata.  Infatti, al di fuori  dei suoi meriti come crittografo e matematico, Turing era un uomo come tanti altri assoggettato agli  stimoli ormonali che la Natura gli aveva imposto. Turing era omosessuale in un tempo in cui in Inghilterra tale requisito era considerato reato. Scoperto casualmente, dopo aver denunciato un furto subito da un “amico” che aveva ospitato in casa, il grande matematico fu interrogato a lungo e, scoperta la sua conclamata omosessualità, subì una castrazione chimica  che gli causò la perdita della libido oltre a un’evidente ginecomastia. Molto probabilmente queste le cause del suo suicidio in un mondo non ancora pronto a recepire gli insegnamenti della biologia e della filosofia, schiavo di un’etica che si basa ancora su antichi principi di natura ideologica e/o clericale che emargina, seleziona, isola, condanna con un' ottica miope e settaria, foriera di ingiustizie senza fine. Molti geni, molte menti eccelse del passato, da Giordano Bruno a Galileo Galilei, da    Campanella a Giulio Cesare  Vanini, da Oscar Wilde ad Alan Turing, hanno pagato il loro non essere allineati a quelle condizioni fideistiche che ammorbano la pacifica convivenza  delle genti. Voglio ricordarlo oggi, il giorno di Natale del 2013, sperando che una festa che ingloba e riunisce in un ideale di pace laici e credenti di ogni nazionalità, possa aprire le menti di chi è deputato a legiferare, formare, istruire, rendendoci migliori per salvaguardare da queste atrocità le generazioni future.

lunedì, dicembre 23, 2013

Il Pane




Oggi all'alba la mia casa odorava di PANE. Mia moglie aveva impastato la farina e poi l'aveva avvicinata al fuoco per farla lievitare. Io, che mi alzo alle cinque, l'ho lavorata e poi l'ho infornata (semplicemente nel fornetto a gas) e dopo un'ora ....ecco il risultato:




domenica, dicembre 22, 2013

Davanti al camino





Ci sono sere in questa età che avanza
che apri la mente ai tuoi ricordi. Stanca
lei  fruga nel passato in lontananza,
e mentre pensi,  la tua tempia imbianca!

E ritorni felice alla tua infanzia,
corri nei prati, un usignolo canta,
e ti sovvien di quella faccia bianca
che ti aiutava sempre seppur stanca!

S’apre la mente ad ogni circostanza:
il primo bacio pieno di speranza,
quel sapore di sale, l’esultanza,
il cuore che batteva e tua baldanza!

E poi le delusioni, una vacanza,
la tua carriera …, poi saggezza avanza.
Ti trovi a meditare in una stanza
Solo,  col fuoco acceso in  vicinanza!





venerdì, dicembre 20, 2013

I pesci tropicali




Dino Licci-acquario-acrilico su tela 50 x 70


 Scalari, betta splendens, lebistes reticulatus, barbus, Mollinesia latipinna, pesce neon , xifofori e tanti altri ancora. Quegli strani nomi indicano le varie specie dei  pesciolini che popolano i nostri acquari, che non sono solo un piacevole soprammobile ma  un piccolo mondo dove queste piccole creature sono assoggettate, proprio come noi, agli impulsi vitali descritti da Freud come l’aggressività e la sessualità. Quelli arancione si chiamano “xifofori” cioè “portatori di spada” perché i maschi hanno la coda allungata in uno dei due rami proprio come una spada.  Anche la pinna caudale, quella cioè che è sotto il ventre,  è allungata e funge da organo copulatore dove scivola il liquido spermatico che feconderà la femmina, che invece ha una cloaca coperta da una pinna caudale a ventaglio e che diventa pervia solo dopo varie stimolazioni orali  da parte del maschio, che praticamente  dedica tutto il suo tempo a questa funzione.  Anche il “lebistes reticulatus” presenta un forte dimorfismo sessuale: infatti i maschi hanno una coda con una livrea sgargiante che serve appunto a corteggiare la femmina, che invece appare quasi grigiastra e con una coda semplice, solitamente nera. Lo “scalare” è molto aggressivo anche perché è molto più grande degli altri, ha forma appiattita ed è molto elegante. Non quanto i “Betta splendens” forse i più belli tra i pesciolini d’acqua dolce, dotati di una livrea splendida con colori che variano dal blu intenso al rosso rubino. Questo è detto anche pesce combattente perché lotta con i rivali maschi fino alla morte. Mai mettere due Betta nello stesso acquario. Se proprio si vuole ammirare la loro aggressività basta usare uno specchio: il betta non esiterà ad attaccare la sua immagine.  I “ labeo bicolor” sono neri con coda rosso fuoco e vivono sul fondo dell’acquario: sono molto aggressivi e gelosi del loro territorio. Molto interessante sapere che molti di questi pesciolini sono ovovivipari e possono cambiare sesso e morfologia forse per bilanciare il rapporto numerico tra i due sessi. Ovovivipari  significa che la fecondazione  è interna ma naturalmente non hanno una placenta ma vivono galleggiando in un uovo da dove attingono le sostanze nutritive. Insomma,  mentre la gallina depone le uova fecondate e le cova all’esterno del proprio corpo, gli xifofori o i lebistes le covano dentro il loro corpo. Il betta invece ha fecondazione esterna ma il maschio, quello bellissimo, le difende tenendole in bocca fino alla schiusa. Gli acquariofili sanno che i genitori non esitano a divorare i figli fino a quando, dopo una ventina di giorni dalla nascita, questi non siano in grado di sfuggire alle loro fameliche fauci. Per questo si vendono dei nidi dove si isola femmina che stia per partorire. Una griglia dividerà la “puerpera” dai figli che saranno precipitati sul fondo salvandosi  così la vita.

domenica, dicembre 15, 2013

La maschera


                                 Dino Licci-La maschera-.acrilico su tela 50 X 70

Gli spettatori lontani
Guardano  il tuo volto
Coperto di cera
E ridono di te,
Pagliaccio burlone.
Ma una vecchia signora
Ti viene vicino,
Troppo vicino
E ti scruta
E ti studia
Con le sue lenti consunte,
Con i suoi occhi stanchi.

E allora  la farina
sembra sciogliersi
Alle tue lacrime
E il tuo sorriso fittizio
Trasfigura la maschera,
Il tuo sorriso beffardo…
Una smorfia di dolore!
Così all’improvviso,
Tolta la maschera sociale,
Sei tornato te stesso,
Sei diventato un  Uomo!


sabato, dicembre 07, 2013

Tradizioni salentine: pucce e pittule durante la festa dell'Immacolata




                             Dino Licci-Pucce e pittule-acrilico su tela 30x40

Il benedetto imbroglio


                                         Dino Licci -Costantino- acrilico su tavola 30 x 40

In queste pagine  di educatissima  protesta per le continue ingerenze della Chiesa nelle faccende di uno Stato che si vorrebbe laico, ci si chiede il motivo di questo eterno asservimento  dei nostri politici    al potere della Chiesa.  Credo che non guasti ricordare  che la storia ebbe inizio col “benedetto imbroglio” quando, secondo la Chiesa,  Costantino,  malato di lebbra e miracolosamente guarito per intercessione di papa Silvestro che lo battezzò facendolo guarire all’istante, donò alla Chiesa cattolica  Roma e tutto l’occidente  spostando a Costantinopoli il potere imperiale. Per quanto Lorenzo Valla e Nicola Cusano abbiano ampiamente dimostrato  l’impossibilità di questo lascito (De falso credita et ementita Constatini donatione declamatio), per secoli la Chiesa si avvalse di questo eclatante falso storico  che invece fu redatto probabilmente in occasione dell’incoronazione di Carlo Magno nell’800  per giustificare, con l’imbroglio, l’avvento del Sacro Romano Impero e, di conseguenza, la sottomissione  dell’Impero alla Chiesa. Il realtà Costantino non era così ingenuo e pare che l’editto di Milano ed il riconoscimento della fede cattolica fosse dettata più da un calcolo politico, oggi si direbbe un sondaggio elettorale, che dalle insistenze della madre Elena, lei si, forse infarcita da sublime misticismo. I nostri politici abbozzano, sorridono, ma non prendono mai posizione in difesa dello Stato laico per le stesse identiche ragioni che animarono  la generosità del grande condottiero medioevale. Costantino  aveva  infatti capito perfettamente una dura e scomoda verità   che si riassume in quella famosa apparizione sul ponte Milvio con la scritta imperitura che ci influenza, ci domina e ci condizionerà  in eterno: “In hoc signo vinces


giovedì, dicembre 05, 2013

Natura morta con fiasco

                                     Dino Licci -acrilico su tela- 30 x 40

domenica, dicembre 01, 2013

Quasi una magia





Quando nel cuore infuria l’uragano,
prendo una tela bianca e i miei pennelli
poi scelgo tra i colori solo quelli
che possano lenire l’afflizione
e disegno di case e invento un fiore.

Il cruccio s’addormenta, la mia angoscia
svanisce per l’incanto del colore,
ascolto nel mistero della notte
antichi suoni che la vita vuole:

il latrato di un cane solitario,
il miagolio di un gatto innamorato,
il messaggio del vento ch’è passato
tra mille fronde del giardino in fiore.
E sento Dio e annega la ragione!!!


sabato, novembre 30, 2013

Costa salentina di notte



                                         Dino Licci -Costa salentina- acrilico su tela 30 x 40

Ho bisogno di te




Ho bisogno di te per cantare
Le fantastiche danze e ballare
Ho bisogno di te per sognare,per amare

Ho bisogno di te per coprire
Le fantastiche tele a colore
Ho bisogno di te per sognare,per amare.

   Danza ,mio amore,all’aurora
   Danza,mio amore ,per me.
   Danza,mio amore col sole,
   Danza ,mio amore,per me.

Ho bisogno di te per lottare
Le carogne del mondo brutale,
Ho bisogno di te per sognare,per amare

Ho bisogno di te per capire
Qualche cosa del mondo animale,
ho bisogno di te per amare ,per sognare!

   Danza,mio amore,col vento
   Danza,mio amore,per me,
   danza,mio amore,col mare
   balla,miao amore per me!

Ho bisogno di te ad inventare
Le fantastiche notti d’amore
Ho bisogno di te per sognare,per amare

Ho bisogno di te per sfuggire
Le paure e tornare a sperare
Ho bisogno di te per amare per sognare




giovedì, novembre 28, 2013

Personale di pittura di Dino Licci

DINO LICCI

In occasione delle festività natalizie 2013
(per tutto Dicembre e fino all’Epifania)

Espone le sue opere






presso  il ristorante  pizzeria
il Basco
via Duca degli Abruzzi,59
Minervino di Lecce


Contatti: eldi@email.it - http://brandelli-di-vita.blogspot.it/ - tel. 0836 343691 -  338 3996408

giovedì, novembre 21, 2013

Cesto di frutta





                                               Dino Licci-Cesto di frutta- acrilico su tela 30 x 40 

martedì, novembre 19, 2013

L'inquisizione e le streghe

Ci sono nella storia dell'umanità momenti tragici, apocalittici, vergognosi, deplorevoli e vili che, per fortuna,  l’evoluzione  corregge, istaurando gradatamente governi democratici laddove esistevano dittature totalitarie e repressive. Lo   sterminio degli ebrei, i forni crematori, i campi di concentramento che ci evocano tempi  recenti di orrore e raccapriccio,  come pure le purghe staliniane ed i gulag  a noi meno noti ma altrettanto crudeli ed efferati, sono un esempio di repressione violenta ed annientamento della libertà. I popoli si sono dovuto  guadagnare col sangue la loro liberà divenendo da sudditi cittadini con le loro rappresentanze parlamentari ed i loro sindacati che tutelino i loro diritti e le loro aspirazioni. A chi di noi, se non  a sparute minoranze di esaltati e fanatici che ancora sventolano la svastica come  vessillo di lotta, verrebbe in mente di perdonare la vergogna e l’infamia delle persecuzioni razziali?  Eppure ci sono vergogne altrettanto eclatanti  che vengono perdonate scusandole con la storia che quelli erano i tempi. Anche Lutero apparteneva a  quei tempi quando tuonò contro le gozzoviglie   e le aberrazioni  dei papi rinascimentali che dissipavano in baldorie   e bagordi,  ricchezze enormi  che le monarchie europee elargivano loro e dette la stura al fenomeno della riforma. E la Chiesa che fece? Indisse il concilio tridentino e partorì la  controriforma  che esacerbò, fra l’altro l’uso dell’inquisizione che da allora si chiamò Sant’Uffizio, un fenomeno di prevaricazione e crudeltà che, nella sua totalità, è durato nientemeno che 5  secoli, cinquecento anni di persecuzioni, torture, roghi che significano intolleranza, faziosità, estremismo, settarismo, chiusura mentale e CRUDELTA’.  Gli inquisitori, mentre i corpi  degli “eretici” ardevano tra i canti e le litanie dei mistici  fedeli che assistevano allo scempio, comandavano che si gettasse acqua sul corpo degli arsi vivi per ritardarne la morte e dar tempo alla loro anima di pentirsi per meritarsi il perdono divino. Tutto ciò è  talmente deplorevole ma VERO che, mentre scrivo mi si accappona  la pelle.
Per questo ho scritto una poesia ed ho dipinto una tela sulle streghe:


Dino Licci-l'Inquisizione-acrilico su tela 50 x 70


Ed ora bruci sgomenta tra i tormenti,
tra croci e preci e monaci impietosi:
Curasti gli ammalati tra i lamenti
dissero ch’eri strega quei potenti!

Torturata, straziata e condannata,
fosti legata a un palo e poi bruciata
per il tuo bene, per la tua salvezza,
da questi santi, mistici vegliata!

Questa è la fede, questa la speranza,
e ti gettavan acqua a ritardare
che tu esalassi l’ultimo respiro,
ma te ne andasti con un gran sospiro.

Accanto a te squartato un gatto nero
condivideva il tuo destino infame:
Una croce, una tiara, un tribunale.
Tal la pietà di chi combatte il male!


domenica, novembre 17, 2013

Candela




                           Dino Licci- Natura morta con candela - acrilico su tela- 50 x 70

Il mito di Adone

Nell’antica Grecia vigeva un tempo un mito che ricorda vagamente la nostra Pasqua intesa come rinascita, risveglio della natura e  della primavera.  Per rendercene conto dobbiamo attingere ad un’opera enciclopedica  vergata da  James Frazer: “Il Ramo d’oro”. Il titolo del libro  lo dobbiamo alla leggenda che vede la Sibilla consigliare a Enea di fornirsi di un ramo d’oro (probabilmente un rametto di vischio reciso), per  poter ritornare nel regno dei vivi dopo la sua famosa catabasi (la discesa nel regno degli inferi). Ma sorvolando sul racconto virgiliano, addentriamoci ora  nel mito di Adone il cui antico nome era Tammuz, il dio venerato  dalle genti semitiche di Babilonia e Siria, che i Greci adottarono agli inizi del settimo secolo avanti Cristo.

 Nella tradizione babilonese Tammuz appare come il giovane sposo di Ishtar, la grande dea madre, incarnazione delle energie riproduttive della natura. Sulla nascita di Adone, che personifica la bellezza maschile,  s’impernia un’altra leggenda che si deve alla fantasia del poeta epico Paniassi: Afrodite, adirata con  Smyrna (Mirra) per la sua scarsa devozione, la costrinse ad innamorasi  del  padre Teia, un re assiro che giacque  con la figlia per ben dodici notti prima che gli venisse  in  mente di accendere un lume e scoprirne l’identità. 
Teia, scoperta finalmente l’identità dell’amante, venne  preso dall’ira e l’avrebbe di certo ammazzata se Dei pietosi non l’avessero trasformata in un albero dalla resina  profumata, l’albero  di Mirra.  Trascorsero nove mesi,  Mirra fu colta dalle doglie tanto che il suo tronco s'incurvò e Ilizia, la dea protettrice delle partorienti, mossa a pietà dai suoi gemiti,  s'avvicinò all'albero e posò le mani sulla corteccia pronunciando la formula del parto. Subito s'aprì un piccolo varco, da cui affiorò il piccolo Adone.

Le Naiadi lo raccolsero e lo allevarono amorosamente ungendolo con le odorose  lacrime di sua madre. Ne venne fuori un giovine così bello che la stessa Afrodite se ne innamorò tanto che lo nascose in una cassa per preservarlo dai mali del mondo. Anzi, per maggior sicurezza, affidò la cassa a  Persefone, la regina degli inferi. La dea infernale, vistone il contenuto, si innamorò del bel bambino che non volle  più restituire alla dea dell’amore. Ne nacque una violenta disputa tra le due dee per sanare la quale intervenne Zeus che affidò  Adone per sei mesi a Persefone che c’impone ancor oggi  l’inverno e l’autunno e sei mesi ad Afrodite, che ci restituisce la primavera e l’estate. Insomma noi dovremmo la fertilità della terra ed il   suo risveglio, a questa saggia decisione, ma tutta la storia  degli antichi miti  e delle religioni è imperniata  sul risveglio di madre natura, sulla rinascita, sulla resurrezione. In onore di Adone si celebravano in Grecia, dopo l’equinozio primaverile, le feste adonie, simbolo anch’esse, di fertilità.

 La storia  di Adone non ha  però un lieto fine perché egli  venne sventrato da un cinghiale inviatogli contro dalla gelosia di Ares o di Efesto (non si capisce bene  dalle  mie fonti)  e, a dar retta ad Ovidio, dal suo sangue nacque un fiore: l’anemone che dopo pochi giorni muore come i germogli delle  piantine che ancor oggi noi poniamo nei sepolcri il giorno del giovedì santo.  Ma anche allora si pensò alla resurrezione. Nei santuari di Astante a Byblo dopo le lamentazioni per la sua morte, se ne canta gioiosamente la resurrezione e l’ascensione al cielo. Dino Licci








mercoledì, novembre 13, 2013

La scuola d'Atene



Tutti i lavori che noi, poeti, artisti scrittori sia pure dilettanti, andiamo producendo e che mettiamo in vetrina chiedendo consensi e giudizi, cos’altro sono se non un bisogno d’affetto, comprensione, amicizia? L’uomo è un animale sociale, non può vivere da solo e tanto più progredisce la sua tecnologia, tanto più necessita del suo simile per far funzionare la complessa macchina sociale atta ad appagare i suoi bisogni primari. Ma ancora non gli basta se, per soddisfare quel bisogno di affetto e spiritualità che lo caratterizza e distingue, ha bisogno di musica, ha bisogno di poesia, ha bisogno d’amore! L’uomo si suole definire come “l’animale che sa di dover morire” e in questa frase è concentrato un coacervo di emozioni, aneliti, brame, affanni e desideri che fanno di noi quella meravigliosa creatura che ha fatto della ricerca di sé e della sua propria essenza, lo scopo principale della sua Vita. Progrediamo, ci evolviamo, ci trasformiamo così lentamente che non ce ne accorgiamo nemmeno, e mentre i nostri canini affondano sempre di meno nei loro alveoli e il coccige riduce ulteriormente i suoi residui di coda, gli emisferi cerebrali crescono ancora di più e le idee si sommano alle idee, condizionando inconsapevolmente i nostri geni, i nostri cromosomi e tutto cambia, tutto si trasforma in un gioco senza fine, apparentemente senza scopo ed in tempi che forse la nostra mente dilata all’infinito, mentre può darsi che avvengano in un attimo in questo gioco spazio-temporale che pare essere solo un prodotto della nostra mente, una percezione sensoriale meramente illusoria (Einstein).
Ho fatto partire Debussy mentre vi scrivo e, cullato dalla sue dolci note, ripercorro le fasi della mia vita fin da quando ero bambino, e vado comparando la mia crescita temporale con quella di tutta l’umanità. E rivedo il vecchio Socrate porsi infiniti problemi e fermare i passanti e interrogarli e coinvolgerli nella sua paziente ricerca mentre Platone appunta le sue idee, le elabora, trascrivendole fino a noi, lui, Platone ed il suo “Iperuranio”, lo stampo primigenio di ogni manifestazione reale.
E Aristotele che risale alle cause studiandone gli effetti, lui che, gradualmente, percorrendo a ritroso il nostro iter evolutivo, cerca il “Primo Motore” la  Causa prima che abbia innescato la vita, la girandola infinita che ci coinvolge e trascina.
Siamo già molto avanti, la “Scuola d’Atene” mirabilmente espressa dal celebre affresco di Raffaello ci mostra già cervelli sopraffini che si disputano il sapere, che ipotizzano, valutano, elaborano, compongono, sviluppano nuove idee nella grande fucina delle loro menti e partoriscono il “Sapere” e lo tramandano fino a noi in un crogiolo infinito di contraddizioni, correzioni, smentite e rielaborazione mentre spuntano i dogmi, incredibili assiomi a frenare la corsa, a rallentare il passo.
Siamo già lontani dal mondo delle baccanti, dalle orgiastiche danze di donne vestite di animali, dai misteri eleusini, dai canti orfici che inducevano all’ubriachezza, all’estasi, momento saliente della nostra crescita culturale quando il demone (il Dio, l’anima) s’impossessava del nostro corpo, manifestazione primaria di un concetto astratto di spiritualità soffusa. Quando Socrate ribalterà il concetto e non nell’estasi ma nella “prudenza” avvertirà l’anelito divino, già si porranno le fondamenta di rigidi schemi che vogliono anima e corpo contrapposti, rigidamente fermi nelle regole inamovibili che l’incalzante cristianesimo cementa e fossilizza in dogmi indiscutibili (pena l’arrosto immediato) per tutto il medioevo.
Si suole dire che Freud e Nietzsche abbiano per primi rimosso queste certezze, scardinato dalle fondamenta gli assiomi della civiltà occidentale. E forse è vero in parte se pensiamo che tutta la filosofia moderna, dal medioevo all’ottocento, si è basata sul concetto di “Io” così come nel cogito cartesiano o nell’Io penso kantiano o nello Spirito hegeliano. Ma prima dell’avvento di Freud che frantuma, come già avevano fatto Copernico in campo astronomico e Darwin in campo biologico, tutta la filosofia medioevale, già altri pensatori avevano avuto sentore, nei secoli precedenti, che le cose non fossero così semplici . Così il neoplatonico Plotino che aveva già colto (pensiamo al nous) diversi strati nella nostra coscienza. Così nel seicento Leibniz , che parla di “piccole percezioni”, di un “innatismo virtuale”che già configura la presenza di nozioni presenti in noi senza che se ne abbia piena coscienza. Ed anche Hume smonta in età illuministica l’idea stessa di sostanza quando si chiede che cosa rimane dell’uomo quando lo si svuoti delle sue percezioni sensoriali. E poi Schopenhauer che legge l’Io come espressione di Volontà ed arricchisce la nostra razionalità col mondo delle passioni, importante componente della nostra più intima essenza.

Niezsche in “Umano troppo umano” arriva ad ipotizzare che siano le idee a pensare noi e non viceversa e la sua teoria da tempo mi affascina ed intimorisce conoscendo il complesso chimismo che regola le nostre azioni profondamente modificate da droghe introdotte nel soma anche soltanto come medicamento.

Freud ha il merito di aver ricucito tutti questi astratti convincimenti irrorandoli col sapere della scienza e la sua “scoperta” dell’inconscio, dell’istinto, di questa trinità” laica, che porta l’Io a far da tramite fra i suoi bisogni inconsci e la coscienza acquisita con l’imprinting e l’apprendimento, sono oggetto di grande interesse anche nel mondo scientifico. La corsa verso la verità e la conoscenza non si fermerà certo con Freud che si è interessato anche dell’interpretazione dei sogni e del famoso complesso di Edipo già immortalato dai tragediografi greci, ma il suo principale merito è quello di aver rimosso le limitazioni del pensiero cartesiano. Dire “cogito ergo sum” limita le capacità umane alla semplice sfera dell’io cosciente mentre egli ha dimostrato che l’io è solo una piccola parte della “Psiche” che ci caratterizza, la punta di un iceberg sommerso che noi non avvertiamo ma che ci condiziona ed influenza. Freud era considerato, pur essendo vissuto in periodo positivista quando esisteva il primato della biologia, un antipositivista perché ancora non c’erano i metodi per esplorare i meccanismi chimici ed elettrici della nostra coscienza ma chi di voi avesse la pazienza di leggere “La donna che morì dal ridere” del noto neurochirurgo Ramachandran, vedrà che i “loci” che regolano le attività motorie del nostro organismo stanno per essere riconosciuti con estrema esattezza e sbalordirà per le grandi possibilità della nostra mente, regolata da complesse reazioni chimiche e microscariche elettriche, che attraversano i nostri dendriti in uno scambio continuo tra reazioni chimiche ed elettromagnetismo. Ho pensato a tutto questo mentre osservavo per l’ennesima volta sbalordito e ammirato, la grande opera di Raffaello, una dimostrazione di grande maestria, un omaggio doveroso ai grandi pensatori dell’antichità, raffigurati nella celeberrima “Scuola d’Atene” che vi propongo di osservare ancora con grande attenzione.







martedì, novembre 12, 2013

Ateismo e agnosticismo




Ateismo e Agnosticismo



                                                       Dino Licci –autoritratto-


Io stesso, pur essendo agnostico ed estremamente razionale, nel pronunciare o udire la parola “Ateo”, provo una sorta di repulsione, di ancestrale giudizio che mi porta ad associarla a qualcosa di riprovevole da rinnegare e combattere. Eppure non c’è niente nell’ateismo che io possa razionalmente biasimare. L’ateismo è soltanto la forma, la più razionale e scientificamente accettabile, atta a liberare l’umanità dai condizionamenti ambientali, che hanno limitato la sua capacità di lucida analisi e ricerca. Il nostro cervello è un organo estremamente plastico che durante l’infanzia ed in età adolescenziale, molto meno in età adulta, attraverso complesse reazioni chimiche ed elettriche, fissa dei concetti base, che siano un valido supporto per tutto il resto della nostra esistenza (imprinting). Ma se le informazioni che riceviamo nei primi anni di vita sono false, esse si fisseranno comunque nel nostro cervello e così saldamente, che poi sarà assai arduo rimuoverle e questa condizione costituirà un grande ostacolo nella ricerca della verità. Facciamo un esempio. Il civilissimo Giappone ha adottato come religione ufficiale lo Shintoismo. Esso ci racconta come il divino imperatore discenda dalla dea Amaterasu (la dea del sole) e come quest’ultima sia nata dal lavaggio dell’occhio sinistro di Izanagi che lo stava purificando dalla contaminazione del mondo degli inferi, dove egli era disceso per trovare sua moglie Izanami.
(Da Izanagi e Izanami sarebbero nati tutti i “kami” della terra). Queste leggende che a noi occidentali appaiono palesemente assurde, sono la loro verità nella stessa misura in cui le favole raccontate dalla nostra genesi, sono le nostre verità apparendo altrettanto assurde a loro. E questo accade per tutte le religioni del mondo, dal Taoismo al Gianismo, dal Buddismo all’Induismo e fino all’Ebraismo, all’Islamismo e al Cristianesimo, le cosiddette religioni abramitiche che, pur avendo una genesi comune e come fonte d’ispirazione i sacri testi (Bibbia, Torah, Corano), si scontrano duramente fra loro causando guerre di religione foriere di morte e distruzione senza fine.

Ogni credo ha la sua verità preconfezionata da un’astuta classe sacerdotale, che manovra a suo piacimento una pletora di fedeli tenuti artatamente e per secoli in uno stato di abissale ignoranza. Ma se soltanto ognuno facesse uno sforzo intellettuale scarnificando appena la crosta di quanto gli viene imposto fin dall’età prepubere, si accorgerebbe che la nostra fede si basa su miti e fantasie altrettanto incredibili del lavaggio dell’occhio di Izanagi. Mettetevi nei panni di un orientale o di chiunque non abbia subito il “lavaggio del cervello” cui noi veniamo sottoposti in ogni luogo e in ogni occasione, e pensate al nostro Dio. Egli è insieme uomo, divinità e spiritualità paragonabile alla Trimurti induista che riunisce in un’unica triade: Brahma, il Principio di creazione, Vishnù, il Principio di preservazione, Shiva, il Principio di dissoluzione e riassorbimento dell’Universo o al dio Ganesh per metà uomo e metà elefante.

                                                             Dino Licci - La Trimurti-

Queste mostruosità chimeriche non sono dissimili dal nostro Dio nella sua essenza trinitaria che gli fu attribuita da uomini che si combattevano furiosamente tra di loro durante i concili che una volta videro Alessandro primeggiare su Ario (I concilio di Nicea), un’altra Cirillo su Nestorio (concilio di Efeso) e così via di questo passo fino al Concilio  Ecumenico Vaticano Secondo, praticamente ignorato dalle attuali,  alte gerarchie ecclesiastiche. Da questi scontri persino cruenti (si ricordi che si ascrive a San Cirillo la volontà di eliminare la matematica Ipazia perché ritenuta atea), scaturiscono i “Misteri della fede”, che impongono ai credenti di accettare come verità rivelate, gli atti conciliari scaturiti dalla turbolenza di opposte fazioni.

Ma andiamo avanti. Dio si sarebbe fatto uomo per salvarci dal peccato originale. Insomma quel morso dato da Eva alla mela, condizionerebbe tutta l’umanità dal cristianesimo in poi, facendoci tutti nascere marchiati dal peccato pur non essendo, appena nati, capaci d’intendere e volere. Per non parlare della pletora di umanità vissuta prima dell'avvento del cristianesimo: tutti dannati, in assenza del battesimo, a scontare per l’eternità una colpa di terzi proprio come gli Ebrei condannati nei secoli  a scontare l’uccisone di Cristo ascrivibile semmai a Pilato o alla classe dirigente dell’epoca. E pensare che la figura storica di Cristo si personifica proprio in un ebreo! Ma non finisce qui: Cristo sulla croce si rivolge a suo padre chiedendogli perché lo ha abbandonato, si rivolge cioè a se stesso (secondo il mistero della Trinità) sdoppiandosi a piacimento tra umano e divino.


                                         Dino Licci-Trinità


E c’è poco da scherzare se pensiamo che l’evidenziazione di questa incongruenza tra la fusione del finito con l’infinito che Kant avrebbe definito antinomia, costarono a Giordano Bruno e a Cesare Vanini la tortura e la morte sul rogo.

Un’altra perla sul peccato originale è data dalla modalità di trasmissione voluta da Sant’Agostino che, senza aver studiato neanche i primi rudimenti di genetica ed embriologia, sentenzia, ascoltato anche dalle alte sfere gerarchiche  della Chiesa, che il peccato originale si trasmette attraverso l’atto sessuale (traducianesimo). Cose da pazzi.
E, pur di non contraddire i dottori della Chiesa, si sacrifica la teoria di Darwin che apre uno squarcio sulle nostre origini e sulla nostra storia evolutiva. Noi, secondo il credo cattolico, non deriveremmo da specie meno evolute con cui condividiamo la gran parte del patrimonio genetico: le radici dei nostri canini non sarebbero un ricordo filogenetico dei nostri progenitori, ma affonderebbero per caso così profondamente ed ingiustificatamente nei nostri alveoli, il coccige non sarebbe un moncone di coda e tutti gli altri organi vestigiali sarebbero un inutile accessorio perché, secondo la genesi, discenderemmo tutti da una coppia fatta di fango in competizione con la religione maya che invece vorrebbe l’uomo forgiato dalla semente di mais.

                                             Dino Licci-L’evoluzione-

 Stare al passo con le religioni senza spronarle a rivedere le loro aprioristiche verità, significherebbe rimanere ancorati ai riti antichi dei nostri predecessori, che vedevano nei fenomeni naturali l’espressione della volontà degli dei identificati con gli astri o con i vulcani. I vichinghi, per esempio, credevano che due lupi, Skoll e Hati, inseguissero l’uno il sole, l’altro la luna, facendo avvenire un’eclissi, quando uno dei due avesse raggiunto il suo astro. Gli uomini allora, durante un’eclissi, si riunivano in folti gruppi facendo un enorme baccano per spaventare i lupi e venire in soccorso degli astri, considerati dei. Questa diversità di credenze che variano nello spazio e nel tempo, sono la riprova che le religioni sono immanenti, fondate tutte  dall’uomo con lo stesso, identico scopo ma con modalità diversa a seconda della loro  collocazione spaziale e temporale. Non è stato Dio insomma a creare l’uomo ma l’uomo a creare Dio (Feuerbach), anzi l’idea di un Dio immateriale e trascendente che sia insieme un anelito di speranza e di riscatto per tutte le ingiustizie ed i dolori subiti sulla terra. Una mente veramente razionale e scevra da condizionamenti ambientali, non può accettare l’idea di un Dio costruita a tavolino a tutto, esclusivo vantaggio di classi sacerdotali che, nel corso di millenni, hanno manovrato folle immense col ricatto della punizione eterna e giocando sul concetto di anima immortale.

Il concetto di anima è quanto di più sfumato esista ed entra nel bagaglio culturale dell’umanità attraverso secoli e secoli di profondi studi introspettivi. Fin dai tempi dei tempi, Platone e man mano gli altri, i neoplatonici, gli stoici, gli idealisti, gli empirici, gli esistenzialisti e così via, si sono cimentati a definire lo spirito, l’anima, il mondo delle idee, l’immortalità, la metempsicosi.  Ma  viene da chiedersi cosa sia  il libero arbitrio, cosa la propria  spiritualità, la propria coscienza se una sostanza che  immettiamo  nel nostro  organismo come droga, come medicamento, come sedativo, può modificare i nostri  costumi, le nostre reazioni, la nostra sessualità, i nostri appetiti? Non è forse più logico accettare una volta per tutte ciò che è facilmente dimostrabile e cioè che sia un complesso chimismo cerebrale a regalarci la memoria, il pensiero, la forza delle idee?
Il concetto di anima si fra strada tra un serpeggiante cammino che solo al tempo di Socrate trova una sua collocazione all’interno del corpo umano.

                             Dino Licci- Le baccanti-

Prima di lui le danze primordiali, i canti orfici ritmati da frenetiche musiche, l’entusiasmo che essi scatenavano fino all’ebbrezza estrema, altro non erano se non l’ingresso di un dio (quindi dell’anima) nel corpo dell’umano che sconfiggeva la prudenza e si abbandonava al piacere, all’estasi, alla voluttà. Queste due forze contrastanti e simbiotiche (prudenza ed entusiasmo) accompagnarono sempre l’uomo nella sua evoluzione, ma mentre nell’orfismo il “demone” entrava in lui nei momenti di minore coscienza ( svenimento, stordimento, sonno), con Socrate il concetto si ribalta e l’anima diventa la componente cosciente e prudente della sua essenza e su questo binomio anima - materia si costruirà tutta la successiva metafisica della storia dell’umanità. Sul concetto di anima immortale, di un riscatto ultraterreno ed un giudizio divino con relativa pena o castigo eterno, si baserà l’etica dei popoli ignorando che le norme che ne delineano l’essenza, possono dedursi direttamente dalla natura (giusnaturalismo) e codificate in un “corpus iuris” imposto dal vivere sociale. A questo proposito basti pensare che già intorno al 1770 a.c. Hammurabi, sesto re di Babilonia, aveva formulato il primo codice della storia dell’umanità, scolpendo le leggi sulla famosa stele in diorite oggi conservata al Louvre di Parigi.

Tutti gli animali hanno paura della morte: la fiutano e cercano in ogni modo di sottrarsi ad essa per quella legge di natura che si chiama istinto di conservazione. L’uomo è in grado di prevederla con largo anticipo tanto da meritarsi l’appellativo di “animale che sa di dover morire”. Questa sua capacità predittiva aumenta enormemente la paura dell’aldilà, e invece di accettare tranquillamente il suo misterioso divenire, l’uomo si culla nell’illusione di poter divenire immortale senza neanche chiedersi di quale enorme noia sarebbe ricolma tale eventualità. Io avrei molta più paura di una vita immortale che raggiunge il parossismo proprio nel cattolicesimo, che premia l'uomo buono "condannandolo" all’eterna contemplazione della luce divina. Semmai molto più credibile la visione circolare delle religioni e credenze orientali, che prevedono la purificazione di un’anima che si reincarna infinite volte in forme di vita, le più congeniali ai propri meriti della vita appena trascorsa. Così, col ricatto del castigo eterno, le religioni potenziano il loro potere sia spirituale che temporale, arrivando al paradosso evidentissimo della Chiesa di Roma, che predica la povertà chiaramente espressa dagli insegnamenti di Cristo e vive in un lusso stomachevole per sfarzo e dispendio delle spontanee elargizioni delle anime semplici. C’è un insegnamento della natura che si trascura d’interpretare: l’immortalità delle specie attraverso il continuo rinnovarsi del proprio patrimonio genetico. Ogni pianta produce i suoi semi e, ad ogni generazione, attraverso i meccanismi del “crossing over”, piccole modificazioni cromosomiche produrranno nel tempo delle mutazioni a volta positive altre negative che sono alla base della nostra naturale evoluzione.

Così le piante producono i semi che a loro volta producono piante, così gli animali si accoppiano e si riproducono mescolando i loro caratteri ereditari in un gioco infinito che, a ben pensarci, si potrebbe identificare con l’amore universale. Perché l’uomo, che ha le stesse modalità di rigenerazione dovrebbe accumulare le “anime” di miriadi di persone mentre invece i cavalli, le farfalle, i gabbiani devono sparire per sempre? Come sarebbe più felice l’umanità se si liberasse dall’antropocentrismo che le impedisce di godere della fratellanza con le altre specie, nel rispetto delle quali si può ritrovare un equilibrio ecologico che abbiamo perduto da tempo. Ma l’uomo aspira pure ad un altro tipo d’immortalità: a quella delle sue idee, cosa concessa a pochi eletti nel bene e nel male. Ha bisogno d’inventarsi il concetto di tempo assoluto che la Scienza moderna (la relatività di Einstein) boccia irrimediabilmente.

Noi abbiamo inventato un concetto di tempo congeniale alla nostra esigenza di adattarlo agli accadimenti storici che dobbiamo ordinare cronologicamente ed in questo tempo surrettizio vorremmo guadagnarci la nostra immortalità terrena come è concesso solo ai grandi scienziati o poeti o musici di ogni tempo. Ma dovremmo abituarci a pensare che siamo solo un agglomerato di molecole a loro volta formate da atomi la cui essenza è costituita soprattutto dal vuoto. Dobbiamo capire che, dopo la morte, ci dissolveremo nei nostri costituenti essenziali, che formeranno altri agglomerati molecolari, probabilmente altre forme di vita inimmaginabili nell’immensità dell’Universo che ci sovrasta e impaurisce.

Diceva Epicuro che il bene e il male risiedono nei nostri sensi e quindi, se la morte è privazione dei sensi, con la morte muoiono anche i nostri concetti di bene e male. Questo dovrebbe portarci ad apprezzare di più la caducità della vita e godere dei tanti piccoli doni, dei quali non ci accorgiamo dominati da assurde idee di incontrastato dominio sulla natura.
Come si conciliano quindi queste argomentazioni razionali con l’enorme diffusione delle religioni nel mondo? Io credo che l’uomo abbia bisogno d’illusioni per sedare la sua angoscia e la sua inquietudine, e se finora ho difeso appieno le argomentazioni degli atei, ora cercherò di spiegare la mia scelta di agnostico razionalista. Il mio ragionamento è questo: Posto che l’evoluzione ci ha regalato ad un certo punto del nostro percorso, il centro di Broca, che mi consente di dialogare col mio prossimo e poi ha forgiato il pollice opponibile che mi ha permesso di fabbricarmi l’organo accessorio dalla clava al computer, avrebbe senso che questi organi mi fossero stati “elargiti” dalla natura senza che avessero una precisa funzione? Non credo proprio perché ho imparato dagli studi di anatomia umana e comparata che ogni organo, ogni ossicino e ogni cellula hanno una loro precipua funzione. Ora se il mio cervello è dotato di capacità di astrazione e non è ancora capace di dare risposte esaurienti alle sue domande esistenziali, ciò significa che esso è ancora in via di evoluzione e le continue domande che l’uomo razionale si pone, non sono inutili ma stimolano, a mio avviso, le progressive quanto lentissime mutazioni che porteranno la nostra specie a raggiungere capacità cognitive molto superiori a quelle odierne. Ed in questo ragionamento sono in ottima compagnia se è vero che lo stesso Seneca, evoluzionista ante litteram, in “Naturales quaestiones” affermava la stessa cosa. Finché ciò non avverrà, l’uomo, a mio avviso, sarà costretto a vagare nel dubbio, che è sempre una scelta migliore dell’abbracciare una fede priva di qualsiasi riscontro razionale.

Nessuno oggi è in grado infatti di produrre prove sull’esistenza dell’anima o dello stesso Dio ma si può vagamente ipotizzare che ci sia una mente superiore che regola il tutto, un disegno intelligente il cui fine ultimo mi sfugge, ma certamente non identificabile con le teorie teologiche che ci vengono propinate in modo aprioristico e dogmatico. E quando si tenta di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, a parte la prova cosmologica cui ho appena accennato e che è solo un’ipotesi non dimostrabile, le altre possono ritenersi semplici esercizi di retorica come la prova ontologica di Sant’Anselmo che è la meno credibile in assoluto: Egli infatti prima definisce aprioristicamente Dio come l’Essere perfettissimo e quindi aggiunge che, essendo perfettissimo, non può non esistere perché la non esistenza sarebbe un’imperfezione. Così io sarei in grado di dimostrare qualsiasi cosa. E quando si passa a dire che neanche la non esistenza di Dio è dimostrabile, s’incorre in un grande errore concettuale perché compete a chi asserisce qualcosa la sua dimostrazione, non a chi la nega. Si è anche tentato di dimostrare l’esistenza dell’anima basandosi sui sogni che a volte ci fanno incontrare persone defunte. Ma staremmo freschi se dovessimo basarci sui sogni per dimostrare incontrovertibili verità e se dovessimo basarci sui “miracoli” che diminuiscono vertiginosamente man mano che la civiltà dei popoli progredisce. Una vera truffa degna di maghi e fattucchiere. Questa tendenza a manipolare la buona fede di tanti credenti come la liquefazione del sangue di San Gennaro m’indigna profondamente. Ho già espresso le mia perplessità in merito ad una certezza assoluta su qualsiasi Verità, ma sarei propenso a qualsiasi forma di religione che servisse ad aiutare l’umanità. D’altronde lo stesso Voltaire e prima di lui Crizia dicevano che, se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo per sedare le masse ansiose nell’illusione di giustizia e riscatto al dolore.


                                        Dino Licci- Le religioni-


Ma nel corso dei secoli molte religioni e soprattutto il nostro cattolicesimo, hanno perduto di vista il fine ultimo per cui furono inventate. E se esiste una Chiesa pastorale, umile, fattiva, caritatevole, filantropica e liberale, purtroppo c’è e soprattutto in questo periodo, anche una Chiesa superba, sprezzante, boriosa che si riconosce in una curia oligarchica, verticistica, maschilista e plutocratica.
Un domenicano di nome Mattew Fox ha scritto un libro che è diventato un vero best seller in ogni parte del mondo tranne che in Italia. Si chiama “In principio era la gioia” e già il titolo o la prefazione che ne fa il prof. Mancuso, danno un’idea di come, anche all’interno della Chiesa, ci sia ormai gente stanca di veder rovinata la vita della gente comune da un oscurantismo ottuso, che soltanto un grande papa, Giovanni XXIII stava tentando di combattere col Concilio ecumenico vaticano secondo. Ma quelle innovazioni sono state ignorate e si continua con il celibato dei preti, la mortificazione della carne, la pratica dell’esorcismo, la preclusione alla carriera ecclesiastica per le donne, con i danni (pedofilia in primis) che sono sotto gli occhi di tutti per la gloria di una Chiesa che ha fallito il suo intento scadendo nell’esercizio di un potere sempre più temporale e sempre meno spirituale. Per convincersene, basterebbe leggere attentamente la meravigliosa pagina del “Grande inquisitore” tratta dai “Fratelli Karamazov”di Dostoevskij. Queste invece sono le note di un semplice pensatore.






giovedì, ottobre 31, 2013

Dino Licci: Badisco di notte (località Tagliate) acrilico su tela 50x70



lunedì, ottobre 14, 2013

Fantasie quantiche



Il comandante Max procedeva tranquillamente  alla guida del suo aereo da trasporto. Ancora qualche ora e sarebbe stato a casa, nel tepore della sua casa accogliente, fra le braccia della bella moglie che certamente lo aspettava con ansia. Qualche nuvoletta bianca affiancava il suo cammino. Sotto di lui la distesa sterminata dell’oceano di un azzurro intenso che inebriava la sua mente, donandole un’incredibile serenità..
“Max, Maxxxxxxxxxx,”Il grido improvviso ed acutissimo partiva dalla gola concitata del suo secondo che gli indicava, stravolto nel viso, gli strumenti impazziti. Non una turbolenza, non una scossa, solo gli strumenti  dalla girobussola all’altimetro,  dal virosbandometro all’anemometro, dal variometro all’orizzonte artificiale, tutto sembrava  girare senza senso,  mentre l’oceano sotto i loro occhi  si apriva miracolosamente mostrando  un aeroporto dove l’aereo, incurante dei comandi  che Max tentava d’impartire, placidamente e silenziosamente atterrò.
“Il triangolo, il triangolo delle Bermude, il triangolo del diavolo” fece in tempo a gridargli Ale, il suo secondo, mentre  la sua figura andava   assottigliandosi sempre  più come un’ombra  e  come  un’ ombra lentamente svanì. Max si trovò da solo in un corridoio senza fine dove archi si succedevano ad archi e lui sembrava inseguire se stesso mentre determinato, a pugni chiusi, camminava sorretto dalla forza di volontà che ore ed ore di addestramento gli avevano rafforzato, cercando di raccapezzarsi in quella situazione così singolare. Ma vedeva la sua figura assottigliarsi  ed alleggerirsi sempre di più, mentre altri Max, simili a lui, perfetti in tutti i dettagli, lo precedevano e lo seguivano  come  in un gioco di specchi d’immagini riflesse. Ma non erano immagini: era proprio lui  che vedeva se stesso muoversi, precederlo, seguirlo, svanire e ricomparire in un crescendo di confusione estrema. All’inizio era lucido, determinato, deciso, poi cominciò a vacillare, mentre cercava di capire quale dei tanti Max fosse proprio lui e quando stava per crollare, quando le forze della sua potente psiche stavano per cedere allo sconforto, si sentì trascinato verso i suoi sosia, fondersi con essi, riunirsi, ricongiungersi  ad essi mentre riprendeva il suo peso normale e tornava ad essere una sola persona con il suo peso e con le sue capacità sensoriali. Si trovò un’ultima porta di fronte. Cautamente la spinse, armato del coraggio della disperazione ed uno spettacolo incredibile si offrì ai suoi occhi increduli.  Era in un elegantissimo salotto  dalle poltrone color porpora dove Ale sedeva contornato da una decina di cardinali, stravolto in viso ma lucido ed attento a quanto i prelati gli andavano spiegando. Le pareti erano ornate da affreschi michelangioleschi molto simili a quelli che adornavano i Musei Vaticani.. Max riconobbe qualche personaggio della cappella Sistina e sempre più sbalordito si accasciò su una poltrona vellutata attendendo spiegazioni.
“Gloria in excelsis Deo. Et in terra pax hominibus bonæ voluntatis” sentiva in lontananza declamare e poi un coro di voci rispondere: “Laudamus te. Benedicimus te. Adoramus te. Glorificamus te. Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. “Sono finito in Vaticano?” pensò, “ma com’è possibile?”
Come  intuendo i suoi pensieri, un cardinale gli si avvicinò chiedendogli se volesse qualcosa da bere per rinfrancarsi dal viaggio e dallo spavento e,  prevenendo la sua domanda, gli disse: “ Lei è passato attraverso un piccolissimo buco nero che, per fortuna del pianeta terra, è talmente piccolo da estendere la sua azione solo nel “triangolo delle Bermude” e solo in particolari condizioni. E poi non è così profondo da impedire che se ne esca, come ha potuto  vedere. Insomma è una singolarità di cui ancora nessuno conosce le leggi. Lei ora si trova in un universo parallelo a quello da cui proviene e, per arrivare qui, ha dovuto attraversare il “quantum  traforo” dove tutto è probabilistico e dove esistono ben 11 dimensioni. Per questo la sua persona sembrava essersi moltiplicata. Nell’Universo quantistico niente è certo e qualsiasi evento è regolato dalla casualità, non dalla causalità. Nel mondo quantistico niente si trova esattamente in un posto e tutto può succedere. Dipende  solo dal calcolo delle probabilità.”
Il comandante Max  cominciava a realizzare qualcosa, soprattutto cominciava  a capire come mai tanti aerei e tante navi fossero scomparsi inghiottiti per sempre nel triangolo della morte. Intuì che nei buchi neri  le leggi fisiche della nostra dimensione non funzionano, ma gli eventi sono retti dalla meccanica quantistica, soprattutto dal principio d’indeterminazione di Heisenberg per cui niente è prevedibile e gli effetti non sono consequenziali alle cause che li dovrebbero generare. Ma non sapeva perché si trovava in Vaticano. Questo proprio gli sfuggiva e ne chiese riverente spiegazione al suo illustre ospite. Il cardinale tossicchiò, si sistemò l’elegantissimo abito e quindi rispose:  “Questo non è il Vaticano ma  solo una   sua copia, o meglio il Vaticano stesso ma visto da un’altra dimensione. Quando i primi “naufraghi” raggiunsero questa dimensione e cominciarono a divenire numerosi, si chiesero dove andare a condurre la loro vita parallela. Dopo molte discussioni, calcoli ed argomentazioni, scelsero di vivere nello Stato più piccolo ma anche più potente del mondo, al riparo delle leggi internazionali, nella segretezza assoluta che il potere del Papa impone.”
Il cardinale finì di parlare e discretamente si allontanò pregando Max ed Ale di  servirsi pure del cibo e delle vivande messe a loro disposizione e stendersi a riposare su quei lussuosi divani. Dopo, solo dopo, sarebbero stai istruiti sul loro stato di ospiti-prigionieri.
Max ed Ale si guardarono disperati ed i loro occhi esprimevano tutta l’angoscia ma anche la meraviglia  di quanto stavano vivendo.  Prigionieri di un’altra dimensione ? “ed ora come ne usciamo?” si chiesero  angosciati . Max cercò disperatamente di ricordare tutto quanto sapeva sugli universi paralleli. Conosceva le formule matematiche, sapeva delle geodetiche, della curvatura spazio temporale ed era abituato a considerare il tempo come la quarta dimensione proprio perché sapeva che un aereo  in movimento, per essere localizzato, necessita della dimensione tempo oltre alla latitudine, longitudine ed altimetria. Ma di Universi paralleli  aveva solo sentito parlare vagamente. Ale invece era incuriosito dal posto in cui si trovavano. Ospiti del Vaticano, il Vaticano ed i suoi segreti: il banco ambrosiano, lo IOR, Marcinkus, il rapimento di Manuela Orlandi, il suicidio di Estermann, tutto racchiuso in quelle mura dove potevano tranquillamente girare. “Come mai ci lasciano liberi di andare dove vogliamo?” Chiese Ale. “Perché siamo in un’altra dimensione evidentemente” gli rispose Max “perché probabilmente da qui non  usciremo mai più”. “Eppure il cardinale ha detto che il buco nero in  questione lascia una possibilità d’uscita” gli rispose Ale  guardando il suo comandante come se questi potesse trovare una soluzione  immediata. Ma Max era assorto completamente nei sui pensieri: cercava freneticamente di ricordare una frase di un grande  fisico, forse Daniel Bohn  o  Stephen Hawking , comunque un grande. La sua mente sembrava scoppiare mentre tentava disperatamente di ricordare. Ale stava per dire qualcosa riguardo ad un gruppo di cardinali che sembravano confabulare più lontano. “Lascia perdere i misteri vaticani” gli disse “quelli non li risolverà mai nessuno.” E ricominciò a pensare. Ecco: La fisica quantistica descrive diversi livelli di realtà che vengono influenzati dal comportamento dell’osservatore. “Ale ascoltami” disse concitatamente al suo secondo “Essendo capitati in un buco nero, se ne troviamo l’ingresso, dato che esso deve obbedire alle leggi della quantistica, potremmo cercare d’influenzarne gli eventi,  aumentando così le probabilità favorevoli al rientro  nella nostra dimensione. E’ l’unica speranza che abbiamo, ma dobbiamo trovare il punto d’ingresso. Diamoci da fare”.
Si avvicinarono cautamente in una vicina cappella.
Domine Deus, Rex coelestis, Deus Pater omnipotens. Domine Fili unigenite, Jesu Christe. Domine Deus, Agnus Dei, Filius Patris. Qui tollis peccata mundi, miserere nobis.”
Un gruppo di preti pregava riempiendo gli spazi di cantici d’amore. Cominciarono a cercare, disperatamente, freneticamente uno spazio, un buco, un pertugio che non poteva essere lontano perché non si erano mai allontanati dal  punto d’ingresso. Ale ebbe un’idea. S’infilò di soppiatto in un confessionale e sentì una scossa, come un vento caldo che gli percorse il corpo. “E’ qui, e’ qui”disse  rivolto a Max che stava arrampicandosi sopra un pulpito dorato.
“Et introibo ad altare dei”
 I preti erano vicinissimi. Ale tirò quasi con violenza Max nel confessionale ed insieme si concentrarono sull’idea del mare cercando d’influenzare gli eventi con la forza della psiche. S’immaginarono voli di gabbiani ed onde spumeggianti che li sommergevano  e rollavano. E così lentamente, dolcemente, incredibilmente il pensiero divenne realtà e si trovarono in mare, tra i flutti dell’oceano, mentre decine d’elicotteri della marina militare volteggiavano sopra di loro. Erano ore che li cercavano e  proprio quando stavano per perdere le speranze, li avvistarono come spuntare dal profondo del mare. Fu calata una corda .  I due naufraghi furono issati a bordo. E furono domande e domande. Forse il mistero delle Bermude, del triangolo maledetto, sarebbe stato finalmente svelato. Ma Ale e Max non ricordavano niente, assolutamente niente, mentre si chiedevano incuriositi, dove avessero potuto prendere quei fazzoletti rosso porpora con cui si  stavano asciugando la fronte.