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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

giovedì, gennaio 31, 2013

L'Aurora




Dino Licci-Aurora-acrilico su tela 120X90


Già vedo Apollo, con la biga d’oro,

spronare i suoi cavalli alati e bianchi.

Aurora s’è svegliata con tepore,

Lilith s’è persa stanca del torpore.



Elpis, fuggita al vaso di Pandora,

inonda il mare e l’aria in abbondanza,

ti sferza il volto un venticello nuovo

un vortice di gioia qui s’accampa.



Assieme al grande disco che s’avanza

torna la vela bianca e la sua danza,

s’indora il mare, pieno d’eleganza

volteggia in cielo un segno di speranza!





martedì, gennaio 29, 2013

L'Orestea di Eschilo ovvero:"La legge è uguale per tutti"

                      
                        Oreste inseguito dalle Erinni, dipinto di William-Adolphe Bouguereau

Alcuni miti dell’antichità racchiudono un tale significato assiologico da costituire importanti capisaldi nell’evoluzione del pensiero umano. Fra questi spicca per importanza, l’Orestea di Eschilo scritta nel 458 a.c. In quest’opera e per la prima volta, si stigmatizza il concetto di una “legge uguale per tutti” e demandata al giudizio di terzi. I miti dell’antichità, come pure la Bibbia, abbondano di episodi cruenti in cui la giustizia non era, neanche sulla carta, uguale per tutti e la vendetta era il mezzo con cui normalmente si puniva un delitto. Tutto dipendeva dalla “timè” e cioè dal grado sociale e dall’onore di una persona, che aveva comunque ragione se occupava un posto più alto nell’evidente sperequazione sociale del tempo. Un attentato all’onore, alla timè, doveva infatti essere immediatamente punito per non perdere la faccia e il posto d’onore. Così si instauravano tragedie senza fine, vere faide che si trasmettevano da generazione in generazione. Per chiarire il concetto, partiamo da Atreo sennò, delitto dopo delitto, arriveremmo a scomodare perfino Zeus. Invito il lettore ad armarsi di pazienza per orientarsi nel groviglio di eventi che sto per riportare, ma non è colpa mia se i miti dell’antica Grecia ci vengono raccontati proprio così dagli illustri tragediografi del tempo. Atreo dunque, per punire il fratello Tieste di alcune colpe sulle quali sorvoliamo, gli uccide i figli e (orrore) dopo averglieli fatti mangiare bolliti, gli mostra i teschi rivelando l’orrenda verità. Tieste allora, per vendicarsi, chiede aiuto all’oracolo di Delfi, che, chissà perché, gli consiglia di accoppiarsi con la propria figlia Pelopia, in modo che il frutto della loro unione, Egisto, possa vendicarlo uccidendo Atreo, cosa che effettivamente avverrà. Egisto, cresciuto con i figli di Atreo, Agamennone e Menelao, diventerà l’amante di Clitennestra moglie di Agamennone. E fermiamoci un attimo per raccapezzarci in questa baraonda di eventi, prima di addentrarci nell’Orestea che comincia appunto da qui e si divide in tre parti:



AGAMENNONE – COEFORE – EUMENIDI.



In AGAMENNONE si assiste al ritorno in patria del vittorioso Agamennone che si porta dietro come schiava la principessa troiana Cassandra, nota per prevedere le sciagure senza essere mai creduta. Lo aspetta la sposa Clitennestra che aveva motivi di odio verso il marito perché questi, per tenersi buona la dea Artemide che gli era nemica, su consiglio dell’indovino Calcante, le aveva offerto in sacrificio, prima di partire per la guerra di Troia, la bellissima figlia Ifigenia. Clitennestra, che, come abbiamo visto, era anche l’amante di Egisto, accoglie il marito fingendosi sposa devota ed amorosa ma, appena può, con la complicità di Egisto, accoltella lui e Cassandra. Clitennestra così si sarà vendicata della morte di Ifigenia ed Egisto avrà continuato la vendetta contro il figlio di Atreo. La Dike, la giustizia del tempo, ha trionfato per i due amanti, ma ora chi vendicherà la morte di Agamennone? Qui cominciano le



COEFORE, le portatrici di cibo per i morti..



Agamennone e Clitennestra avevano altri due figli oltre a Ifigenia: Elettra e Oreste e qui compare un altro pregiudizio che giunge quasi fino ai nostri giorni. Oreste considera che è stato ucciso suo padre (in questo senso lo difenderà Apollo durante il processo che vedremo) di cui è il discendente diretto, essendo stato da esso generato, mentre la madre non è stata che un contenitore per tutto il periodo della gravidanza, per cui potrà ucciderla senza molti rimorsi. Oreste, che era stato allontanato da Argo in tenera età e viveva con lo zio e il cugino Pilade, su comando dell’oracolo di Delfi (la responsabilità non è mai tutta degli umani nel mondo dell’antica Grecia), torna quindi in patria, proprio per uccidere la madre. Porta a termine il suo compito e anzi uccide anche Egisto con la complicità del cugino Pilade. A questo punto, le Erinni, le dee vendicatrici dei delitti, cominciano a seguirlo e lui scappa concludendo così la seconda parte della tragedia.



Le EUMENIDI che altro non sono se non la versione edulcorata delle Erinni, danno il nome alla terza parte della trilogia. E naturalmente per gustarci queste tragedie dovremmo vederle col coro che interviene spesso nelle tragedie greche che si compongono di



un Prologo che da inizio alla rappresentazione;



una Parodo che introduce il coro,



gli Episodi, la parte dialogante degli attori;



gli Stasimi, che servono a separare i tanti episodi.



Ma eravamo arrivati al punto in cui Oreste seguito dalle vendicative Erinni chiede aiuto ad Apollo che gli consiglia di rifugiarsi nel tempio di Atena. Qui giunto le Erinni cominciano la loro terribile danza di morte ma, a questo punto, arriva Atena che si offre come giudice di un regolare processo che si svolgerà nell’Areopago con una vera accusa ed una vera difesa. Il momento è importante perché assistiamo a una svolta epocale della giustizia che da vendicativa diventa collaborativa e costituisce un’ulteriore evoluzione delle leggi di Dracone del 621 a.c. e prelude ad una giustizia, almeno sulla carta, uguale per tutti. Tornando nell’Areopago, vediamo l’accusa impersonata dalle Erinni che naturalmente accusano Oreste di matricidio e Apollo, nei panni della difesa, che tenta di giustificarlo ricordando che Clitennestra per prima, aveva ammazzato il marito. La giuria si spacca in due. Atena, come giudice supremo, assolve Oreste fra l’ira delle Erinni. Ed ecco un’ulteriore evoluzione dei fatti: Atena riesce a calmare anche queste ultime trasformandole in Eumenidi appunto, cioè la loro parte più buona, e la tragedia finisce con le parole della dea, che dimostra come una giustizia vendicativa non avrebbe mai fine. L’Orestea è veramente un punto cruciale per la storia dell’Umanità e attraverso il mito e la tragedia, Eschilo cerca di mettere d’accordo le due fazioni del mondo greco del tempo: quella che identificava la giustizia con la vendetta e quella che cominciava a capire che, per la pace civile, era necessario rompere la catena dei delitti e sostituire la passione con la ragione, il sentimento con la serenità di giudizio. Nell’Orestea i giudici sono terzi, la giuria scelta tra le persone più sagge della città e finalmente le parti in causa devono demandare ad altri la valutazione del contenzioso. La storia c’insegna comunque che, sebbene passi enormi siano stati fatti in questi ultimi secoli, l’evoluzione, anche della “dike”, non è continua ma procede a sbalzi retrocedendo talvolta come nel gioco dell’oca, ma riuscendo alfine, almeno questo ci auguriamo, di raggiungere la meta di un sereno ed equo giudizio per tutta l’Umanità in qualsiasi parte del mondo essa si trovi.

Ho fatto una canzone





Ho fatto una canzone

l’ho fatta con il cuore,

l’ho dedicata a te,

che sei lontana e piove.

piove sui sentimenti

piove sui passi lenti

di un nottambulo triste,

sui tetti dei dormienti.


Un tuono fa tremare

un salice frusciante,

la mia chitarra canta,

s’invola la mia mente,

m’acceca un lampo, il cane

raschia la porta, un fiore

piega lo stelo al peso,

parte la mia canzone:


Canta i perduti amori,

le gioie ed i dolori,

parte sul la be molle,

poi vola in mi minore.

E piove sui dolori,

e piove sulla gente,

l’ozono si sprigiona,

nell’aria già si sente.

Saltella un rospo amico,

gracida per amore,

un altro fiore, un altro,

un altro fiore muore.

Una lumaca traccia

strade d’argento e piove

sul mio lamento avito

e ancora un fiore muore...

giovedì, gennaio 24, 2013

Coppelia





Voglio segnalarvi questo  balletto Coppella”,  musicato   da Delibes e collegabile a "L'uomo della sabbia" di Hoffmann a sua volta portato ad esempio nel  "Perturbante" di Freud.  Molto interessante ed istruttivo oltre che piacevole da vedere ed ascoltare. Il balletto intendo, perchè i risvolti psicoanalitici di Freud  o il racconto di Hoffmann  in parte simile al "Frankenstein" di Mary Shelley, ci riportano da un lato ad alcuni disturbi mentali, dall’altro in pieno romanticismo quando il sentimento, il fantastico, il pauroso avevano la meglio sul raziocinio illuminista, che l’umanità aveva appena conquistato e di cui si era già stancata.

venerdì, gennaio 18, 2013

Lo Shintoismo




 
Tra tutte le religioni che ho trattato in questo mio paziente lavoro di ricerca, parlare dello shintoismo, che solo casualmente ho lasciato per ultimo, mi sta impegnando oltre misura. “In cauda venenum” avrebbero detto i romani e non avrebbero avuto torto. Infatti per una mente come la mia abituata, per deformazione professionale, a sposare solo un discorso deduttivo e razionalmente scientifico, entrare, sia pure momentaneamente ed a scopo di studio, in una varietà di credenze, miti, superstizioni, fedi, che hanno il fascino dell’incredibile, dell’esoterico e del fiabesco, risulta oltremodo difficile anche se stupefacente. Lo shintoismo è la religione nazionale giapponese basata sulla fede in esseri superiori che prendono il nome di KAMI. E cominciano già le prime difficoltà.

Perché non è facile capire chi o cosa siano i Kami. In senso generale la parola Kami fa riferimento a tutti gli esseri divini presenti sia sulla terra che in cielo, di cui parlano i testi classici giapponesi. Se cerchiamo invece di entrare nello specifico, troveremo la parola kami ad indicare gli spiriti che abitano nei santuari, ma anche tutto ciò che è misterioso o straordinario o spaventoso: Kami può essere il male in astratto, ma kami può essere un albero, un uccello, un qualsiasi animale, una montagna, un oceano, un vulcano, un terremoto. Su questo immenso pantheon scintoista, troneggia il kami supremo, AMATERASU, la dea  del sole, figlia di Izanagi ed Izanami dalla cui unione ha preso origine il mondo, e che è la progenitrice del MIKADO, il divino imperatore.

Izanagi e Izanami erano a loro volta discendenti da altre divinità che ordinarono ai due di creare il Giappone solidificando la terra dispersa. Così Izanagi intinse la sua lancia ricoperta di gemme nell’acqua dell’oceano e poi la ritirò. Le gocce che cadevano dalla sua lancia bagnata coagularono formando la prima isola giapponese, Onogorojima, che divenne la loro alcova così da generare le altre isole e tante altre divinità come il mare, il vento, gli alberi, le montagne, il fuoco.

Di questi miti è colma la tradizione giapponese e spesso essi assumono un significato cosmogonico o tale da giustificare una genealogia divina per la stirpe dell’imperatore. Vediamone un altro: Izamani muore nel dare alla luce il fuoco (il dio distruttore) ed allora Izanagi scende nell’inferno (o qualcosa di analogo all’Ade greco) per recuperarla e non solo non riesce nell’impresa, ma rimane contaminato dal mondo degli inferi.
Per purificarsi, ricorre ad un’ abluzione magica durante la quale nascono: Amaterasu dal lavaggio dell’occhio sinistro, la luna dal lavaggio dell’occhio destro e Susanoo ( un dio violento contrastato e poi vinto da Amaterasu), dal lavaggio del naso.

Non c’è proprio da sorridere se pensiamo come tutte queste leggende siano la struttura di base della società giapponese, e poi, se è praticamente impossibile giustificare l’esistenza di Amaterasu con tutte le conseguenze che ciò comporta (la divinità dell’imperatore in primis), altrettanto difficile è per la tradizione ebraica giustificare l’esistenza dello Yahweh o per il cattolicesimo dimostrare la natura divina di Gesù. Ma nel Giappone moderno fortemente tecnologico e scientificamente progredito, accettare il mito come base per un governo ufficiale, risulta oltremodo imbarazzante, per cui si tenta di giustificare, come molti in occidente fanno con la genesi biblica, la mitologia, attribuendole un significato puramente allegorico.

E’ altresì degno di nota ricordare come nel corso dei secoli ed in più occasioni, il Giappone abbia tentato anche con la forza di imporre lo shintoismo come religione di stato e non  sto parlando di tempi lontani perché risale al 1932 un decreto del ministro dell’Istruzione creato a questo scopo mentre, con la fine della seconda guerra mondiale, le autorità americane costrinsero l’imperatore a disconoscere le sue origini divine.

Comunque sia, le strutture di base di questa religione, avevano una natura sciamanica ed animistica, finché non furono contaminate in senso positivo prima dal buddismo e poi dal confucianesimo. Si ebbe però non un sovvertimento dei valori religiosi primitivi, ma una loro elaborazione con complicate manipolazioni atte a giustificare la fusione delle diverse credenze. Si arrivò, per esempio, a definire anche il Budda come un Kami, il che la dice lunga sulle mie difficoltà ad inquadrare il tutto.

Quello che appare evidente, volendo fare una comparazione col nostro occidente è che c’è una correlazione tra l’opera di civilizzazione culturale operata dai greci nei confronti dei romani e quella operata dai cinesi nei confronti dei giapponesi. La raffinata passione per l’arte e la filosofia degli uni trova terreno fertile nella facilità di apprendimento e nella volontà di crescita dei secondi, che sopperiscono alla mancanza di creatività con una ferrea e caparbia disciplina.

Per ultimo vorrei ricordare come, oltre che una professione di fede, lo shintoismo sia una vera e propria istituzione dipendente da norme dettate da un ufficio governativo, che puntigliosamente entra nella scelta della musica sacra, nella sorveglianza dei religiosi, nell’accoglienza degli stranieri e persino nella scelta delle tombe. Forse per questo la venerazione dei Kami, di forte sapore politeistico e magico, sopravvivrà alla forte critica razionalistica ed agnostica, di cui viene fatta oggetto.




giovedì, gennaio 17, 2013

Il Taoismo



A contestare il confucianesimo sorse nella Cina del IV secolo a.C. il Taoismo del cui fondatore, certo Lao Tse , contemporaneo ma più grande di Confucio, si sa molto poco. Infatti Lao Tse amava l’oscurità in qualsiasi senso la si interpreti, tanto è vero che deliberatamente cercò di cancellare ogni traccia della sua vita terrena. Egli era l’archivista di corte e, mentre era al servizio del re, ricevette una visita da parte di Confucio che gli chiese informazioni sui riti taoisti. Questi riti si basavano su credenze esoteriche legate ad enigmi ed indovinelli che comunque rimanevano racchiusi nell’ambito di pochi iniziati. Il messaggio di Lao Tse, al contrario di quello di Confucio, era infatti meno pragmatico e più mistico ed era, pur diretto alle persone più semplici o forse proprio per questo, animato di forte spirito polemico e quasi rivoluzionario.
Profondamente anticonformista, il fondatore del Taoismo scavava nel passato dell’antico patrimonio culturale della Cina, riportando in auge credenze mistiche, magiche, astrologiche, divinatorie. Il principio su cui si basa il Taoismo è il “Tao” ma riuscire a capire cosa sia esattamente è davvero un’impresa difficile. Il Tao è definito come il flusso vitale che ha dato origine al tutto, mutando sempre e rimanendo sempre lo stesso. A renderlo vitale in questa espressione esistono due principi :

Yin e Yan che mantengono l’ordine naturale del Tao.

Yin è il principio femminile identificato con la luna;

Yan è il principio maschile identificato col Sole.

Ma si può essere Yin sotto un certo aspetto e yan sotto un altro pur restando sempre uguali e nella pienezza dell’uno, è implicita l’origine dell’altro come si evince dal simbolo del taoismo che rappresenta due serpi o spirali opposte che si compenetrano e completano l’una nell’altra.

Raggiungere un’unione mistica con il Tao significa aver raggiunto il “digiuno del cuore”, una sorta di Nirvana buddista cui si giunge dopo profonde meditazioni che consentiranno di dialogare con gli dei. Insieme con la meditazione, l’uomo deve imparare a non cercare di mettere ordine nelle cose perché, secondo il taoismo e paradossalmente, chi vuol mettere ordine, genera disordine. Questo concetto è espresso nella “legge dell’agire senza agire” che, tradotta in un linguaggio più accessibile, è un invito a lasciare fluire la natura delle cose affinché essa si plasmi in armonia con le leggi dell’Universo. Bisogna invece agire secondo i tre principi etici che vanno sotto il nome dei “tre gioielli del Tao” e che sono:

• La compassione o amore;

• La semplicità o moderazione;

• La pazienza o umiltà.

Tutto ciò insieme con strani elisir tratti da erbe magiche e particolari metodi di respirazione e meditazione fanno raggiungere la felicità ed in questo il taoismo non si discosta dalle altre religioni orientali che sono forse più paragonabili a dottrine o insegnamenti di vita.



sabato, gennaio 12, 2013

Il Confucianesimo



Io trovo molto stimolante questa comparazione tra le diverse religioni che esistono sul pianeta. Stimolante e molto istruttivo ma soprattutto l’unico metodo veramente valido per liberarsi definitivamente dall’imprinting che ci viene imposto, nostro malgrado, in età infantile ed adolescenziale ed in modo così penetrante, che bastano due generazioni per credere ai misteri di fede di una qualsiasi religione di carattere dogmatico. Ma questo avviene soprattutto nel nostro occidente ed in quelle religioni di origine abramitica che hanno la pretesa, ognuna per suo conto, di essere le uniche depositarie della verità. E questo, pur facendo riferimento allo stesso dio, conduce necessariamente allo scontro violento come c’insegnano le numerose guerre di religione che hanno insanguinato il nostro continente per secoli e secoli. E devo dire con estremo disappunto, che nulla purtroppo è cambiato. Fare questa premessa è necessario prima di parlare di Confucio, perché profondamente diverso è l’atteggiamento mentale con cui i fedeli dell’estremo oriente, si accostano all’idea stessa di religione sia nella sua componente immanente che in quella trascendente che è, come dire, più vaga ed attenuata rispetto a quella occidentale.

Mentre in occidente il ruolo della Chiesa è stato determinate nello sviluppo delle società, spesso contrapponendosi e soverchiando il potere dello Stato, in Cina la religione è stata sempre subordinata allo Stato ed il suo campo d’azione è più diretto a stabilire regole di comune rispetto e convivenza che ad agire sul singolo individuo condizionandone i movimenti spirituali e sociali. Esiste inoltre in Oriente la possibilità che più insegnamenti morali provenienti da fedi diverse, convergano in un sincretismo tale da fondere insieme, per esempio, taoismo, confucianesimo e buddismo, perché quello che importa non è indagare sul trascendente o sulla cosmogonia, ma trovare uno stile di vita che conduca alla serenità ed alla sconfitta del dolore. In questo senso risulta se non difficile, alquanto disagevole collocare gli insegnamenti di Budda o di Confucio nell’ambito prettamente religioso, essendo impregnati di insegnamenti tali che ci ricordano anche la filosofia e la sociologia. Il manicheo che è in noi, il dualismo spirito-materia, l’opposizione netta tra scienza e fede, spirito e ragione, anima e corpo, in oriente svaniscono come d’incanto, perché il pensiero, le emozioni, le reazioni sensoriali, sono dette Xin e coabitano insieme, in contrasto anche con la mia personale visione anatomo-funzionale di questi loci, di cui alcuni sovrintendono alle emozioni (l’ipotalamo in primis), altre alla ragione ed al pensiero astratto (la corteccia).

Ma parliamo di Confucio che entra in scena nella Cina del V secolo a.c quasi a voler moralizzare una società che viveva nel caos sia dal punto di vista politico che sociale. Per fare ciò, Egli partì dagli insegnamenti che traeva dalla lettura di antichi testi che insegnavano a raggiungere non solo l’ armonia ma anche il piacere e la felicità. Le sue massime ( e ne sono state raccolte moltissime dai suoi discepoli) esprimono gli stessi concetti che saranno ripresi dalla Thora e dai Vangeli quasi a significare che l’essenza degli insegnamenti filosofici e religiosi sia laici che religiosi, sono fondamentalmente uguali e validi in senso universale. E’ il contorno, l’intransigenza in primis, che rovinano l’insegnamento che ci viene offerto. Comunque gli allievi di Confucio spesso lo sentivano dire: “ama gli uomini, considera tutti come fratelli, non fare agli altri ciò che non vuoi gli altri facciano a te” insomma lo stesso copione che avrebbe ripetuto qualche secolo dopo Gesù. Tutto il suo insegnamento, in origine soltanto orale, è stato trascritto dai suoi discepoli nei quattro libri dei quali il più antico raccoglie i “Dialoghi”, leggendo il quale si evince che Confucio era convinto di aver ricevuto dal Cielo (Tien), altrimenti non bene identificato, una missione da compiere e cioè restaurare i vecchi valori morali riportando in auge gli usi ed i rituali del passato.

Quindi spronò i principi a prendere esempio dagli antichi re, i quali si preoccupavano prima di ogni cosa della felicità del popolo e, partendo dall’alto, prende in considerazione tutti i comportamenti sociali stimolando i ministri ad agire da buoni ministri, i padri da buoni padri, i figli da buoni figli:

. "Vi è governo quando il principe (si comporta) da principe, il ministro da ministro, il padre da padre, il figlio da figlio"(Dialoghi, 12,11).

 Se induci il pop"governare è correggere.olo a correggersi, chi oserà non correggersi?" (Dialoghi, ibid.).


Il governo non si migliora se non agendo anche sui giusti rapporti che ciascun cittadino deve avere con i suoi simili e questo comportamento parte innanzitutto dalla propria vita familiare, il che comporta conoscere un altro concetto importante, quello di HSIAO, ovvero la pietà filiale. Infatti i genitori devono essere addirittura venerati, perché la vita prende origine da loro ed onorarli non significa solo prestare loro delle cure fisiche ma soprattutto morali, emotive e spirituali. Quando i figli avranno adempiuto a questo precipuo dovere verso i padri, potranno rivolgere l’attenzione alle sorelle e fratelli, agli altri parenti e quindi al resto del mondo, raggiungendo lo JEN, quello stato di beatitudine in cui l’amore per il prossimo prevale. Confucio a volte fu ascoltato, altre allontanato dai principi ma, alcuni secoli dopo la sua morte, l’imperatore WU TI dichiarò la sua, religione di stato e tale rimase fino al 1911.

Le idee di Confucio pare che ebbero un effetto benefico sul governo dei popoli e vennero divulgate anche in Corea ed in Giappone.

giovedì, gennaio 10, 2013

Il Buddismo

IL BUDDISMO

nasce come un superamento o un perfezionamento dell’Induismo di cui conserva la credenza della reincarnazione, mentre invece se ne discosta completamente per l’avversione al sistema delle caste ed all’autorità dei brahmani . E’ la quarta religione del mondo per il numero di adepti che raggiungono i 3-400 milioni ed ha come punto di riferimento l’illuminazione da cui Siddhartha Gotama, vissuto nel VI secolo a.c., trasse l’insegnamento che trasmise poi ai suoi discepoli.

Era questi il figlio di un ricco e nobile signore che lo fece vivere nel lusso e nell’agiatezza finché, all’età di 29 anni, come un san Francesco ante litteram, lasciata la casa paterna, scoprì la sofferenza ed il dolore che alberga nel cuore degli uomini e tentò lo yoga e l’ascesi per cercare la via della felicità.



                                                                Dino Licci – Buddismo – acrilico su tavola 20X30


Deluso anche da questa esperienza, si dette alla meditazione finché l’illuminazione lo colse dopo avere trascorso una notte immerso nei suoi profondi pensieri, pare sotto un albero di fico nei pressi di Bodh Gaya ( noto una vaga somiglianza col comportamento di Socrate in queste lunghe ore di meditazione ). Forte di questa esperienza, decise di trasmettere al prossimo quanto aveva appreso e perciò si recò a Benares dove cominciò la sua predicazione che non avrebbe più interrotto finché morì alla veneranda età di ottant’anni. Il periodo in cui l’attività del Gotama si svolge, vede grossi capovolgimenti di carattere etico-religioso in tutto il mondo, quasi che contemporaneamente l’umanità, ancorché in zone diverse della terra, avesse deciso di sviluppare un’intelligenza di tipo logico-discorsivo a scapito di quella intuitiva ed istintiva che fino ad allora aveva pervaso le coscienze. Infatti nello stesso periodo a Samo prende origine la filosofia di Pitagora, ad Efeso quella di Eraclito mentre ad Elea si impongono gli insegnamenti di Zenone e Parmenide. In Cina poi si esaurisce il periodo delle “Primavere ed autunni” in cui operò Confucio mentre a Roma crolla la monarchia e nel medio ( vicino) Oriente, si spengono le civiltà teocratiche come quella egiziana e l’assiro babilonese. Ma vediamo quali sono Le Quattro Nobili Verità che Siddartha ricavò dalle sue profonde meditazioni:

 

La realtà dell'esistenza di tutti gli esseri nella loro espressione esteriore è dolore per mancanza di ciò che si desidera, unione con ciò che dispiace, separazione da ciò che si ama;

• l'origine del dolore è il desiderio di esistere o la ricerca del piacere ed anche il suo rifiuto come aveva sperimentato nell’esperienza ascetica;

• questi bisogni vanno estinti nel Nirvana (il desiderio va eliminato);

• la via che conduce al Nirvana è il Dharma (cioè l'Ottuplice Sentiero).

La strada da seguire sta nel mezzo (la giusta mediana), il segreto della felicità accettarsi come si è, evitando quella ricerca dei desideri che, anche se soddisfatti, porteranno a maturarne altri in una catena infinita. L’eliminazione dei desideri porta al Nirvana, cioè alla vera felicità, condizione in cui l’uomo è felice pur non desiderando di esserlo, è felice perché ha vinto l’illusione cosmica (maya). (ed in questa assenza di condizionamenti, mi sembra di leggere un po’ dell’imperativo categorico di Kant.)

Con la sua predicazione Siddartha (Budda) fece molti proseliti ma il buddismo si affermò quando , nel III secolo a.c. Asoka ,capo di una dinastia che lottava per sottomettere al suo dominio tutta l’India, ne sposò la causa ed anzi ne fece una religione di Stato. Anche questa volta vedo una somiglianza con un evento occidentale e cioè con quel editto di Milano del 313 d.c. con cui Costantino garantiva libertà di culto . Questa frase che riporto ed ascrivibile appunto ad Asoka ne è una dimostrazione:

"Non si deve considerare con riverenza la propria religione, svalutando senza ragione quella di un altro… poiché le religioni degli altri meritano tutte riverenza per una ragione o per l'altra".

Si può esser buddisti appartenendo ad un ordine monastico o semplicemente ad una congregazione di laici secondo Budda, il quale però morì senza nominare un successore per cui dovettero essere indetti dei concili con i quali fissare per iscritto, quelle norme che inizialmente venivano trasmesse solo oralmente.

• Il primo concilio si tenne a Raiagrha ( l’odierna Rajgir) per fissare le regole della disciplina monastica,

• Il secondo si tenne, un secolo più tardi, a Vaisali e riguardò soprattutto la proibizione per i monaci di assumere bevande alcoliche ed utilizzare denaro ( non mi piace questo vivere di elemosine che ricorda anche la regola di alcune congreghe religiose nostrane. Se tutti facessero così come girerebbe il mondo?);

• Il terzo concilio si tenne a Palalipruta (oggi Patna) ad opera del già menzionato re Asoka col quale si decise di smascherare dei falsi monaci e di inviare missionari al di fuori dell’India;

• Il quarto tenutosi nell’anno 100 d.c. a Jalandhar mise in evidenza una spaccatura che da tempo si andava già delineando in seno alla dottrina buddista tra i più tradizionalisti (i Thera) ed un gruppo più progressista che voleva dei cambiamenti soprattutto per quanto concerneva il ruolo dei laici in seno alla comunità.

Sorvolando sugli aspetti esteriori della vita dei monaci buddisti, che devono avere la testa rasata, non devono avere barba o baffi, devono vestire di una tunica arancione con una ciotola appesa alla cintura e munirsi di un rasoio, un ago ed un filtro per l’acqua, analizziamo velocemente la “legge della causalità” con cui Budda iniziò la sua predicazione.

Con essa si nega l’essenza di ogni cosa motivando questa asserzione col fatto che ogni cosa trae origine e quindi la propria realtà da altra cose che ne sono la causa (mi ricorda il ragionamento con cui Aristotele arriva al primo motore). Ma Budda aggiunge che col Nirvana si sfugge a tale destino in quanto questo non è uno”stato” ma una ”condizione” di assenza laddove non c’è vita, morte, gioia e dolore se non come sensazioni, psichismi, insomma una sorta di solipsismo ante litteram laddove l’io, se lo si intende come realtà, non è che mera illusione.

Il buddismo parte infatti dalla convinzione che la vita è dolore e che l’unico modo di sottrarsi all’infelicità, è cancellare il desiderio, che in nessun caso, realizzato o meno, procurerebbe la felicità. Chi non si sottrae a questa schiavitù è destinato a reincarnarsi in eterno, chi ci riesce raggiungerà il Nirvana, la purificazione totale. Il buddismo, come da noi il cristianesimo che vede diverse ramificazioni, ha tre diverse espressioni di culto che possiamo così catalogare:

 1)L’indirizzo HINAYANA (piccolo veicolo) che è il più tradizionalista e si rifà ad una comunità di anziani (i Thera), come abbiamo prima accennato, intransigente nell’osservare letteralmente le quattro nobili verità rivelate dallo stesso Budda;

 2)L’indirizzo MAHAYANA ( grande veicolo) diffuso soprattutto in India settentrionale, Cina e Giappone che è meno rigido nelle norme che portano al Nirvana estendendolo dai soli monaci anche a coloro che praticano la giusta via della carità ed amore per il prossimo. Esso si afferma intorno al IV secolo d.c.;

3) L’indirizzo VAJRAYANA ( veicolo del diamante), la strada considerata più facile, perché al forte impegno spirituale, sostituisce la ritualità, la formula magica, una speciale tecnica sessuale . Esso si afferma intorno al 700-800 d.c.

4) C’è poi il buddismo giapponese che s’impone e scompare ritmicamente contrastato od aiutato dalle grandi famiglie che dominano il Giappone. Tra le dottrine buddiste che si affermano in Giappone, alcune appartengono al Grande veicolo, altre al Piccolo veicolo ma c’è anche un Buddismo ZEN particolarmente caro ai samurai che prediligono l’osservazione diretta della natura piuttosto che la sua interpretazione.

mercoledì, gennaio 09, 2013

Il Giainismo


Il GIAINISMO conta alcuni milioni di fedeli che vedono in Mahavira (il grande eroe) il loro fondatore, mentre disconoscono i Veda ed Il Brahmanesimo. La loro dottrina si basa essenzialmente sul rispetto totale per qualsiasi essere vivente, persino del più piccolo insetto, tanto che sono forniti di fazzoletti con cui si coprono la bocca ad impedire l’involontaria ingestione di qualche piccolo essere. Sono perciò vegetariani e filtrano persino l’acqua per non rischiare di ammazzare microrganismi in essa presenti. Non possono mangiare, bere o viaggiare dopo il tramonto (chissà perché) mentre devono alzarsi prima dell’alba.
Un simbolo del giainismo

Per i giainiti non esiste un creatore dell’Universo che invece è sempre esistito ed esisterà sempre sia pure con continue alternanze ed oscillazioni che hanno una frequenza di migliaia di anni. Quando l’oscillazione attuale avrà raggiunto il punto più basso, anche il giainismo si rigenererà e troverà nuovi maestri per ripercorrere un altro ciclo.
Per entrare appieno nella loro credenza, dobbiamo capire che per i giainiti la realtà è composta da due principi eterni e contrapposti:

Jiva ed Ajiva laddove il Jiva consiste di infinite unità spirituali che vengono intrappolate nell’Ajiva cioè il suo contrario: la materia, rocce, animali, piante ma anche il movimento, lo spazio ed il tempo. Insomma il jiva è puro spirito che viene intrappolata nella materia ( l’Ajiva) traendone grande sofferenza e solo con la morte sarà libera da essa. Ma se teniamo conto che i giainisti credono nella reincarnazione, capiremo come presto questo spirito sarà di nuovo intrappolato nella materia e questa “cattura” sarà possibile grazie al Karma, un meccanismo di causa effetto legato ai nostri sensi che opera in modo tale da tenere sempre imprigionato il Jiva. Un comportamento corretto comporterà una reincarnazione con un Karma più leggero che permetterà di liberarsi dalla sofferenza più facilmente.

Liberarsi dalla sofferenza significa liberarsi dell’Ajiva, cosa che si ottiene distruggendo il karma attraverso il ritiro dal mondo ( moksa) e da tutto ciò che è terreno, uno stato paragonabile all’atarassia dei nostri stoici portato fino alle estreme conseguenze.

Per raggiungere questo stato di beatitudine, non si potrà contare su nessun aiuto divino ma solo sul proprio comportamento, che sarà adeguato ad un codice etico molto rigido e riassunto nei seguenti cinque giuramenti:



Nonviolenza (ahinsa, o ahimsa) ;

• Verità (satya) ;

• Non-furto (asteya) ;

• Castità (brahmacharya) ;

• Non-possesso o Non-possessività (aparigrah) .



La castità, per i laici, significa limitare l’esperienza sessuale nell’ambito matrimoniale, per i monaci il celibato e l’astinenza.

Motivo di merito sarà la costruzione di templi e ciò spiega l’abbondanza di tali costruzioni possibili anche perché dei giainiti fanno parte ricchi mercanti che contribuiscono non poco alla ricchezza prodotta in India.

Liberarsi dalla sofferenza significa liberarsi dell’Ajiva,cosa che si ottiene distruggendo il karma attraverso il ritiro dal mondo ( moksa) e da tutto ciò che è terreno, uno stato paragonabile all’atarassia dei nostri stoici portato fino alle estreme conseguenze.

Per raggiungere questo stato di beatitudine, non si potrà contare su nessun aiuto divino ma solo sul proprio comportamento, che sarà adeguato ad un codice etico molto rigido e riassunto nei seguenti cinque giuramenti:

• Nonviolenza (ahinsa, o ahimsa) ;

• Verità (satya) ;

• Non-furto (asteya) ;

• Castità (brahmacharya) ;

• Non-possesso o Non-possessività (aparigrah) .

La castità, per i laici, significa limitare l’esperienza sessuale nell’ambito matrimoniale, per i monaci il celibato e l’astinenza.

Motivo di merito sarà la costruzione di templi e ciò spiega l’abbondanza di tali costruzioni possibili anche perché dei giainiti fanno parte ricchi mercanti che contribuiscono non poco alla ricchezza prodotta in India.

lunedì, gennaio 07, 2013

L'Induismo

L’induismo annovera più di 700.000 fedeli che lo pone al terzo posto tra le religioni del mondo ed è praticato non solo in India ma anche in Nepal, Bangladesh, Pakistan, Malesia, Bali, Sumatra e tante altre comunità orientali con qualche diramazione anche in Europa. Esso prende il suo nome dal fiume Indo e la parola induismo si trasforma da espressione geografica in espressione religiosa quando il territorio viene invaso dai musulmani. Induisti si chiameranno infatti gli indiani non convertiti all’islamismo e che avranno mantenuto una loro precisa identità. L’origine dell’Induismo è da collocarsi storicamente nel VI secolo a.C. se con esso trascuriamo di indicare le esperienze religiose degli indiani prima della fusione del VEDISMO (dal nome dei testi sacri detti VEDA scritti in sanscrito) col BRAHMANESIMO che non prende il nome da Brama come si sarebbe indotti a pensare, ma da una casta sacerdotale indiana.

L’induismo annovera molte figure divine adorate in templi imponenti ed a volte nascosti nella giungla, il che lo colloca tra le religioni politeistiche. Tra tante figure di deità le più importanti però sono:

Brahma, il dio creatore dell’Universo che garantisce l’ordine cosmico ed è anche il simbolo della saggezza;

Vishnu, il conservatore e salvatore, un dio buono più volte sceso sulla terra per aiutare gli uomini a vivere nella giustizia e che ha nella bontà e misericordia i suoi attributi esiziali;

Shiva, il distruttore, il dio delle guerre e delle tempeste, padre della collera, della paura, delle malattie, ma anche della forza riproduttiva della natura.

Queste tre deità sono unite insieme nella TRIMURTI, una sorta di trinità che simboleggia l’indissolubilità delle forze divine.

Gli induisti credono nella reincarnazione che però riguarda solo chi deve espiare colpe e peccati. In questo caso l’anima tornerà a vivere in un altro corpo mentre chi avrà onorato gli dei e vissuto rettamente, raggiungerà lo sukhavati, l’equivalente del nostro paradiso.

 
Dino Licci – Trimurti – Acrilico su tavola 20X30


L’induismo divide la società in classi che in un certo senso, ci riportano alla concezione sociale del nostro Platone. Per Platone Dio ha creato gli uomini di tre tipi:

• gli uomini d’oro degni di fare i custodi ;

• gli uomini d’argento che saranno i militari;

• gli uomini di ottone o di ferro capaci solo dei lavori manuali;

Così per gli induisti esistono:

• una casta degli uomini superiori rappresentata dai sacerdoti (brahamani), dai guerrieri ( ksatriya ) e dai lavoratori qualificati ( vaisya );

• una casta di uomini servili ( sudra);

• una casta di impuri disprezzati ed intoccabili (i paria);

Ad una casta si appartiene per nascita e l’unico modo di sfuggire ad una rigida collocazione gerarchica, è quello di essere premiati per una vita vissuta correttamente con una trasmigrazione dell’anima in un essere di livello sociale superiore.

Anche i matrimoni vanno celebrati tra appartenenti alla stessa casta anche se la contaminazione col mondo occidentale rende questa norma meno rigida. C’è anzi un tentativo di compendiare in un’unica fede le tre grandi religioni del mondo, mentre assistiamo ad altri fenomeni di evoluzione religiosa:

• quella che ha dato origine alla compagine nazionale dei Sihk, che risente della prepotente avanzata islamica in India;

• la predicazione di Gandhi che mescola insieme comportamenti politici e religiosi, mentre invita gli indiani ad usare l’arma della non violenza ed il ritorno alla religiosità più pura come mezzo di lotta politico-sociale.

Questa duttilità religiosa ed a mio avviso encomiabile, è da ricercarsi nel fatto che più che una religione singola dettata dall’alto e quindi indiscutibile, l’induismo è una sorta di mosaico multiforme dove convergono sette e scuole di pensiero appartenenti a diversi livelli di sviluppo e di conoscenza, così da potersi adattare a diverse categorie di uomini.
Ecco perché l’induismo è assimilabile ad una dottrina che contiene in sé un codice comportamentale che si basa sull’amore di tutte le creature visto che animali, uomini e piante sono espressioni dello stesso processo vitale, il che evita il dannoso fenomeno dell’antropocentrismo delle religioni occidentali. Inoltre gli induisti credono che divinità trascendenti possano incarnarsi in particolari esseri ed anche in più di essi contemporaneamente (avatara che vuol dire discesa in sanscrito) come nel caso di Krishna, Buddha, Gandhi.

Ci sono più livelli in cui si possa praticare il proprio bisogno di religiosità, ma sono tutti validi ed accettabili in quanto conformati in base alle esigenze ed alle possibilità del singolo individuo. Così esiste un livello della meditazione e dell’ascesi, il livello del maestro e del santone ma anche quello del guru o del semplice individuo che viva nel rispetto degli insegnamenti.

Esiste la preghiera il che conferisce all’induismo il carattere della religione, ma esiste anche la meditazione (YOGA) che gli conferisce il carattere dell’insegnamento pratico della crescita spirituale.

In ultima analisi possiamo dire che l’induismo è:

• Libero da canoni fissi e rigidi che ne impediscano la duttilità;

• Libero da dogmi e dottrine che rendano intolleranti eventuali “eresie”;

• Libero di crescere senza il dovere di fare opera di proselitismo;

Ma soprattutto non cerca aiuti statali per il suo sostentamento!!!

I cadaveri sono cremati e le loro ceneri sono sparse nelle acque del fiume Gange , il fiume i cui gli indiani si immergono per una loro purificazione.

Osservare le religioni degli altri credo ci renda molto più obbiettivi nel valutare la nostra, ma soprattutto ci porti a meditare sulla vacuità della vita terrena e c’insegni a capire come tutto sia relativo e fortemente condizionato dagli insegnamenti e dall’ambiente in cui si vive.

Da uno sparuto gruppo di uomini che cercano la salvezza, possono nascere grandi religioni, capaci di condizionare la vita di tutto il pianeta. Così in India già nel sesto secolo a.c. i cercatori di salvezza, i solitari asceti che vivevano in solitudine e povertà estrema, si riunirono in congreghe sempre più numerose fino a dare origine a due forme religiose che oggi annoverano tra i loro adepti milioni e milioni di individui: il Giainismo ed il Buddismo.




venerdì, gennaio 04, 2013

L'epifania

Dino Licci-re magi-acrilico su tavola 40X20

La leggenda dei re magi ha varie origini che si perdono nella notte dei tempi e raccontarne il contenuto è impresa ardua. Vediamo come  ce lo racconta  il vangelo di Matteo:


“Alcuni magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandarono: dov’è il re dei Giudei? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti ad adorarlo. Erode, nel sentire queste parole si allarmò, riunì tutti i suoi sacerdoti e chiese loro dove la nascita sarebbe avvenuta. A Betlemme di Giudea perché così è scritto per bocca del profeta -si sentì rispondere. E allora, chiamati a se segretamente i magi, chiese loro d’informarsi e tornare a riferire ma i magi, dopo un sogno rivelatore, non tornarono da Erode ma offrirono a Gesù Oro, Incenso e Mirra.”


Matteo non specifica il numero dei magi ma, attingendo ai vangeli apocrifi ed al “vangeli arabo-siriaco dell’infanzia” apprendiamo che essi erano tre:


Gaspare, re di un territorio compreso fra Afghanistan e le Indie, Meclhiorre e Baldassarre che era di razza nera. La loro venuta sarebbe stata predetta da Zoroastro ed i “Sermones” di Leone Magno sembrano avallare questa tesi quando parla delle previsioni dell’oracolo di Balaan che altri non sarebbe che Zoroastro.

-L’ORO offerto a Cristo sarebbe il simbolo della sua essenza Divina,
-L’INCENSO la sua essenza di CRISTO –SACERDOTE che farebbe da tramite tra il padre e gli uomini.
-La MIRRA prefigurerebbe, ispirandosi al vangelo di San Giovanni, la passione e morte di Cristo che sarebbe stato sepolto con mirra ed aloè.
Durante il viaggio i Magi avrebbero chiesto ospitalità ad una vecchia, la befana, che gliela avrebbe rifiutata ma poi, pentita, li avrebbe rincorsi correndo sul dorso di una scopa.


Tutte queste versioni e molte altre ancora confluirono nel medioevo nella “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varagine, nell’Historia Scolastica di Pietro Comestore e nelle MEDITAZIONES da ascriversi all’ambiente francescano-toscano del XIII secolo.


Il significato profondo dell’Epifania, giorno dell’arrivo dei Magi a Betlemme è la rivelazione di Gesù al mondo pagano mentre col Natale si sarebbe rivelato ai Giudei, popolo eletto. Con l’arrivo dei magi, la Chiesa diventa più universale rivelando Cristo ai Gentili, come si chiamavano al tempo i pagani.

mercoledì, gennaio 02, 2013

IL PROTESTANTESIMO

Martin Lutero



Sarebbe veramente troppo complesso compendiare in queste poche pagine gli avvenimenti storici che indussero alla riforma protestante. Mi limiterò a tratteggiare le motivazioni profonde che spinsero Lutero a ribellarsi contro una Chiesa sempre più preoccupata del suo potere temporale e pronta a concedere indulgenze in cambio di cospicue somme di denaro. Era questa una pratica cominciata nell’XI secolo e protrattasi fino ai nostri giorni. In cambio di lasciti, donazioni, offerte, il penitente vedeva ridotte le sue pene ultraterrene e si vedeva proiettato verso la beatitudine eterna. Io da laico, quando assisto allo spettacolo di vecchiette che si privano di quel poco che hanno, per offrire denaro al prete di campagna perché dica una “messa” in suffragio di un parente defunto, mi sento ribollire dentro, come pure m’indigno profondamente ad ascoltare il papa predicare la povertà e condannare la vacuità della ricchezza, dall’alto di un trono tempestato di gemme. Ma anche questo è un altro discorso sul quale voglio pietosamente indulgere. Lutero però non fu altrettanto tollerante, vuoi perché le somme enormi elargite alla Chiesa non seguivano solo il percorso delle indulgenze ma anche quello delle prestigiose nomine ecclesiastiche, vuoi perché il suo animo di fervido credente, era veramente preoccupato delle sorti della sua anima che, secondo lui, non potevano essere barattate alla stregua di un bene terreno.

Così, quando Leone X, per poter costruire la basilica di San Pietro, concesse nel 1617 il titolo di arcivescovo di Magonza al principe Alberto di Brandeburgo in cambio di enormi somme di denaro, Lutero si ribellò. Infatti Leone X autorizzò il neoeletto arcivescovo a bandire una grandiosa vendita di indulgenze, il cui ricavato sarebbe stato equamente diviso tra il principe e la Chiesa, in aperto contrasto con la visione luterana sulla salvezza delle anime. Lutero contrastò le decisioni papali con ben 95 tesi e, per quanto il potentissimo imperatore Carlo V si schierasse col papa, egli continuò la sua battaglia ingenerando in tutta Europa un susseguirsi di guerre di religione che finalmente trovarono una tregua con la pace di Augusta nel 1547.

Molto difficile comunque sposare le tesi del grande riformista. La sua visione escatologia e filosofica delle sorti dell’umanità, ancorché frutto di una profonda introspezione, pure diverge profondamente da una visione razionale ed analitica della realtà. Basti pensare che Lutero nega il libero arbitrio, vede l’uomo incapace di scegliere le vie del bene o del male, soggiogato com’è dal potere divino o satanico senza che altro possa fare, se non rifugiasi nella fede e sperare nella salvezza che gli derivi dall’infinita bontà di Dio. Ecco perché osteggiava tanto le indulgenze. Perché né le indulgenze, né le reliquie, né le opere buone, né qualsiasi altra attività umana, avrebbero potuto interferire con quanto dall’alto si era già deciso, dovendosi l’uomo limitare a leggere ed interpretare i testi sacri affidandosi completamente a Dio secondo un itinerario riassumibile in: SOLA GRATIA, SOLA FIDES, SOLA SCRIPTURA. Questa dottrina comporta quindi una libertà d’interpretazione dei testi sacri senza alcuna intercessione della Chiesa, che perde il suo carattere sacro d’istituzione universale di origine divina, per essere declassata ad un’ istituzione prettamente umana di carattere pratico ed immanente. Ciò in accordo con la teologia di Guglielmo d’Ockham, che negava ogni tratto d’unione tra ragione e fede, tra umano e divino, tra immanenza e trascendenza.

Ma la ribellione di Lutero era solo l’inizio di un movimento riformista che in breve percorse tutta l’Europa.

In Svizzera sorsero comunità di Anabattisti che asserivano che bisognasse accostarsi al battesimo solo in età adulta e quindi consapevoli della propria scelta;

Sempre in Svizzera ma con grandi diramazioni in Francia, Inghilterra e Paesi bassi, si affermò il Calvinismo che prese il nome dal suo fondatore: l’umanista francese Giovanni Calvino.

Con esso la bontà del Dio luterano si trasforma in intransigenza e l’uomo si realizzerà soltanto nel lavoro, che diventa il mezzo per vivere pienamente e consapevolmente l’operato di Dio. Calvino crede nella predestinazione dalla quale non ci si salva neanche con le preghiere, per cui l’unica possibilità di salvezza è appartenere al novero dei predestinati. Questa visione religiosa che ci ricorda il patto di Dio con gli ebrei, lungi dal relegare l’uomo ad un’accettazione passiva del suo destino, lo porterà a credere di far parte del popolo eletto, per cui s’impegnerà profondamente nel proprio lavoro, che sarà considerato come fine a se stesso e compiutamente appagante. La Chiesa organizzata viene considerata una truffa perché la vera Chiesa è la comunità dei credenti, anzi dei predestinati alla Grazia divina e sarà invisibile perché non è dato sapere quanti e chi siano gli eletti. Storicamente il calvinismo ha introdotto comportamenti tali da favorire in un certo senso lo sviluppo del capitalismo rimuovendo, per esempio, la credenza che produrre ricchezza sia peccato purché la si reinvesta nel lavoro produttivo.

Il calvinismo predica inoltre l’eliminazione di tutto ciò che è umano dal processo salvifico, il che comporta anche la distruzione delle immagini sacre che violerebbero il secondo comandamento. Di questo ben se ne accorse soprattutto la Francia che si vide distrutte, in nome dell’iconoclastia e dell’intransigenza mistica, molte delle sue più belle opere d’arte.

La riforma protestante partorì ancora le idee di Zwingli,cappellano militare delle truppe svizzere e fervente ammiratore del pacifismo di Erasmo di Rotterdam. Egli denunciò le pratiche del clero cattolico che, a suo avviso, si discostavano di molto dai semplici insegnamenti della Chiesa d’origine per cui criticò il culto delle immagini (iconodulia), osteggiò la venerazione delle reliquie ed il celibato dei preti, mentre negava totalmente il sacramento dell’ eucarestia.

Nella riforma protestante e soprattutto nel calvinismo, confluì in questo periodo La CHIESA VALDESE pur avendo essa origini remote nelle predicazioni medioevali di Pietro Valdo che operò nel secolo XII . I valdesi escludevano dal culto, la Madonna ed i Santi, ammettevano nell’eucarestia la presenza di Dio solo come puro spirito, leggevano brani della Bibbia commentandoli adeguatamente, ma per questi motivi furono dichiarati eretici e perseguitati atrocemente (famose le Pasque piemontesi del 1655) per cui furono costretti a ritirarsi nelle alpi aostane. Oggi una legge italiana (la 449) ne garantisce l’autonomia.

Altre diramazione del protestantesimo riguardano:
i Metodisti, diffusi soprattutto in USA che danno più importanza alla preghiera interiore rinunciando così alle immagini sacre ed altri simboli religiosi;

i Battisti che attribuiscono grande importanza al battesimo cui ci si avvicina da adulti;

gli Avventisti che aspettano una seconda venuta di Gesù e disdegnano la politica;

i Pentecostali che ritengono di guarire i mali fisici con la preghiera e di saper parlare lingue che non conoscono;

i Quaccheri che trovano nella luce interiore i fondamenti della fede;

i Mormoni che vagano nelle città del Nord America alla ricerca di una nuova Gerusalemme. Fanatici impenitenti sono noti anche per il loro antischiavismo e la pratica della poligamia;

i Testimoni di Geova che vagano per le nostre case profetizzando l’apocalisse , negando la Trinità ed ipotizzando che nella lotta tra il bene ed il male si salveranno solo i buoni, cioè i loro stessi adepti.