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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

martedì, gennaio 29, 2013

L'Orestea di Eschilo ovvero:"La legge è uguale per tutti"

                      
                        Oreste inseguito dalle Erinni, dipinto di William-Adolphe Bouguereau

Alcuni miti dell’antichità racchiudono un tale significato assiologico da costituire importanti capisaldi nell’evoluzione del pensiero umano. Fra questi spicca per importanza, l’Orestea di Eschilo scritta nel 458 a.c. In quest’opera e per la prima volta, si stigmatizza il concetto di una “legge uguale per tutti” e demandata al giudizio di terzi. I miti dell’antichità, come pure la Bibbia, abbondano di episodi cruenti in cui la giustizia non era, neanche sulla carta, uguale per tutti e la vendetta era il mezzo con cui normalmente si puniva un delitto. Tutto dipendeva dalla “timè” e cioè dal grado sociale e dall’onore di una persona, che aveva comunque ragione se occupava un posto più alto nell’evidente sperequazione sociale del tempo. Un attentato all’onore, alla timè, doveva infatti essere immediatamente punito per non perdere la faccia e il posto d’onore. Così si instauravano tragedie senza fine, vere faide che si trasmettevano da generazione in generazione. Per chiarire il concetto, partiamo da Atreo sennò, delitto dopo delitto, arriveremmo a scomodare perfino Zeus. Invito il lettore ad armarsi di pazienza per orientarsi nel groviglio di eventi che sto per riportare, ma non è colpa mia se i miti dell’antica Grecia ci vengono raccontati proprio così dagli illustri tragediografi del tempo. Atreo dunque, per punire il fratello Tieste di alcune colpe sulle quali sorvoliamo, gli uccide i figli e (orrore) dopo averglieli fatti mangiare bolliti, gli mostra i teschi rivelando l’orrenda verità. Tieste allora, per vendicarsi, chiede aiuto all’oracolo di Delfi, che, chissà perché, gli consiglia di accoppiarsi con la propria figlia Pelopia, in modo che il frutto della loro unione, Egisto, possa vendicarlo uccidendo Atreo, cosa che effettivamente avverrà. Egisto, cresciuto con i figli di Atreo, Agamennone e Menelao, diventerà l’amante di Clitennestra moglie di Agamennone. E fermiamoci un attimo per raccapezzarci in questa baraonda di eventi, prima di addentrarci nell’Orestea che comincia appunto da qui e si divide in tre parti:



AGAMENNONE – COEFORE – EUMENIDI.



In AGAMENNONE si assiste al ritorno in patria del vittorioso Agamennone che si porta dietro come schiava la principessa troiana Cassandra, nota per prevedere le sciagure senza essere mai creduta. Lo aspetta la sposa Clitennestra che aveva motivi di odio verso il marito perché questi, per tenersi buona la dea Artemide che gli era nemica, su consiglio dell’indovino Calcante, le aveva offerto in sacrificio, prima di partire per la guerra di Troia, la bellissima figlia Ifigenia. Clitennestra, che, come abbiamo visto, era anche l’amante di Egisto, accoglie il marito fingendosi sposa devota ed amorosa ma, appena può, con la complicità di Egisto, accoltella lui e Cassandra. Clitennestra così si sarà vendicata della morte di Ifigenia ed Egisto avrà continuato la vendetta contro il figlio di Atreo. La Dike, la giustizia del tempo, ha trionfato per i due amanti, ma ora chi vendicherà la morte di Agamennone? Qui cominciano le



COEFORE, le portatrici di cibo per i morti..



Agamennone e Clitennestra avevano altri due figli oltre a Ifigenia: Elettra e Oreste e qui compare un altro pregiudizio che giunge quasi fino ai nostri giorni. Oreste considera che è stato ucciso suo padre (in questo senso lo difenderà Apollo durante il processo che vedremo) di cui è il discendente diretto, essendo stato da esso generato, mentre la madre non è stata che un contenitore per tutto il periodo della gravidanza, per cui potrà ucciderla senza molti rimorsi. Oreste, che era stato allontanato da Argo in tenera età e viveva con lo zio e il cugino Pilade, su comando dell’oracolo di Delfi (la responsabilità non è mai tutta degli umani nel mondo dell’antica Grecia), torna quindi in patria, proprio per uccidere la madre. Porta a termine il suo compito e anzi uccide anche Egisto con la complicità del cugino Pilade. A questo punto, le Erinni, le dee vendicatrici dei delitti, cominciano a seguirlo e lui scappa concludendo così la seconda parte della tragedia.



Le EUMENIDI che altro non sono se non la versione edulcorata delle Erinni, danno il nome alla terza parte della trilogia. E naturalmente per gustarci queste tragedie dovremmo vederle col coro che interviene spesso nelle tragedie greche che si compongono di



un Prologo che da inizio alla rappresentazione;



una Parodo che introduce il coro,



gli Episodi, la parte dialogante degli attori;



gli Stasimi, che servono a separare i tanti episodi.



Ma eravamo arrivati al punto in cui Oreste seguito dalle vendicative Erinni chiede aiuto ad Apollo che gli consiglia di rifugiarsi nel tempio di Atena. Qui giunto le Erinni cominciano la loro terribile danza di morte ma, a questo punto, arriva Atena che si offre come giudice di un regolare processo che si svolgerà nell’Areopago con una vera accusa ed una vera difesa. Il momento è importante perché assistiamo a una svolta epocale della giustizia che da vendicativa diventa collaborativa e costituisce un’ulteriore evoluzione delle leggi di Dracone del 621 a.c. e prelude ad una giustizia, almeno sulla carta, uguale per tutti. Tornando nell’Areopago, vediamo l’accusa impersonata dalle Erinni che naturalmente accusano Oreste di matricidio e Apollo, nei panni della difesa, che tenta di giustificarlo ricordando che Clitennestra per prima, aveva ammazzato il marito. La giuria si spacca in due. Atena, come giudice supremo, assolve Oreste fra l’ira delle Erinni. Ed ecco un’ulteriore evoluzione dei fatti: Atena riesce a calmare anche queste ultime trasformandole in Eumenidi appunto, cioè la loro parte più buona, e la tragedia finisce con le parole della dea, che dimostra come una giustizia vendicativa non avrebbe mai fine. L’Orestea è veramente un punto cruciale per la storia dell’Umanità e attraverso il mito e la tragedia, Eschilo cerca di mettere d’accordo le due fazioni del mondo greco del tempo: quella che identificava la giustizia con la vendetta e quella che cominciava a capire che, per la pace civile, era necessario rompere la catena dei delitti e sostituire la passione con la ragione, il sentimento con la serenità di giudizio. Nell’Orestea i giudici sono terzi, la giuria scelta tra le persone più sagge della città e finalmente le parti in causa devono demandare ad altri la valutazione del contenzioso. La storia c’insegna comunque che, sebbene passi enormi siano stati fatti in questi ultimi secoli, l’evoluzione, anche della “dike”, non è continua ma procede a sbalzi retrocedendo talvolta come nel gioco dell’oca, ma riuscendo alfine, almeno questo ci auguriamo, di raggiungere la meta di un sereno ed equo giudizio per tutta l’Umanità in qualsiasi parte del mondo essa si trovi.

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