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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

giovedì, febbraio 28, 2013

La tela bianca



                                              Dino Licci-acrilico su tela 50x70


Ho coperto una tela di bianco,
poi vi ho aggiunto altri mille colori:
piano, piano appariva il tuo seno
il tuo volto, i tuoi occhi ed i fiori.


Ripassavo quei giorni felici,
le più grandi ed intense emozioni:
quelle labbra tremanti, le mani
le carezze, le mille effusioni.


I capelli ora appena accennati,
come vento ti fanno volare.
La mia mente è confusa, ti vedo
e mi sporco volendo toccare


quelle labbra dipinte di rosso,
ma il colore m’imbratta le mani.
Ho bisogno di un segno: sorridi!
ti sollevo un po’ il labbro e mi appari.


Come allora sei un poco imbronciata,
ma i tuoi occhi son acqua di mare.
Mi sconvolge la mente il ricordo,
io ti vedo e mi treman le mani.


Ed allora ricopro la tela
con il grigio, soffuso dolore,
ma per quanto cancelli il dipinto,
dentro al quadro ci sei ancora Tu!






mercoledì, febbraio 27, 2013

Parliamo un po’ di Scienza?






La Scienza moderna incredibilmente riconduce l’uomo a ricongiungersi con quella branca della filosofia o del pensiero umano che noi chiamiamo metafisica perché tutte le sue certezze, i punti cardini su cui basava il proprio convincimento, sono stati messi in dubbio proprio dalle moderne conoscenze ed in particolare da uno scienziato che ci costringe a rivedere teorie ormai obsolete e ristrutturarle cadendo forse in un desolante solipsismo da cui i più si salvano ricorrendo all’aiuto della fede. Questo grande scienziato è Albert Einstein la cui effige è scolpita sulla parete di marmo della Chiesa di Riverside a New York assieme a quella di altri 14 grandi scienziati e 600 grandi uomini dell’umanità.

Se lo scopo della scienza è quello di capire perchè e come avvengono i fenomeni naturali, nel corso dell’evoluzione del pensiero, molti passi avanti sono stati fatti ma ci sono dei quesiti per ora ritenuti insolubili. Aristotele, che si può definire il primo biologo della terra, ha dominato la scena per duemila anni nella storia della scienza, ma riteneva ingenuamente che l’uomo potesse riuscire a capire la realtà finale ragionando per principi di per se evidenti ma senza spiegare come un fenomeno avviene. Con le osservazioni e gli studi di Galileo e Newton è nata la Scienza moderna, una scienza atta a spiegare appunto “come” avvengono i fenomeni naturali e si pensava in tal modo di aver colto esaurientemente l’essenza ultima delle leggi fisiche ma, agli inizi del secolo appena trascorso, l’intero edificio dell’Universo meccanico newtoniano cominciò a tentennare quando la teoria dei “quanti” e quella della “relatività” rimisero in discussione l’armonia che si pensava regolasse la vita dell’Universo intero.

La fisica classica, per esempio, fornisce equazioni che con grande precisione definiscono le leggi che governano la radiazione e propagazione della luce. Ma il vero meccanismo per cui l'atomo irradia luce e per il quale la luce è propagata attraverso lo spazio, rimane sempre uno dei più grandi misteri della natura. Oggi si sa che la natura della luce non è né corpuscolare né ondulatoria ma forse l’una e l’altra cosa insieme, si sa che l’elettrone non è una semplice particella ma che anch’esso si comporta a volte come un’onda tanto che non possiamo determinarne in nessun caso la sua esatta collocazione (principo d'indeterminzione di Heisemberg)  e questo limita  la nostra capacità di osservazione. Questo fatto ripropone il vecchio dilemma di antichi pensatori, la possibile discrasia tra la soggettività dell’osservatore e l’oggettività della cosa osservata.

Lo avevano già capito Democrito e più tardi Galileo e se Locke cercò di separare le qualità primarie da quelle secondarie avvertite dai nostri sensi, Leibniz addirittura osava dire:
« Io sono capace di provare che non solo la luce, il colore, e cose simili, ma anche il moto, la forma, e lo spazio non sono altro che qualità apparenti ».
Insomma filosofi e scienziati giungevano gradatamente alla stessa conclusione e cioè che, poiché ogni oggetto è identificabile per le sue qualità e poiché le qualità esistono solo nella mente di ogni osservatore, l'intero universo esiste solo come una costruzione dell’io, un edificio di simboli convenzionali a cui i sensi dell'uomo hanno dato forma. Cosi anche Berkeley, l’acerrimo nemico del materialismo ed oggetto di scherno da parte di molti sui contemporanei, viene oggi in gran parte rivalutato.
Einstein ha esacerbato questa dicotomia tra realtà ed apparenza fino ai limiti estremi dimostrando che anche spazio e tempo sono forme di intuizione simili in tutto e per tutto alle nostre sensazioni del colore, della forma e delle dimensioni di un oggetto. Lo spazio insomma non ha una realtà obiettiva, salvo che come ordinamento o disposizione degli oggetti che noi distinguiamo in esso ed il tempo non ha un'esistenza sua propria ma esiste solo in relazione agli avvenimenti con i quali noi lo facciamo esistere. Ma la considerazione prima è che, a differenza delle dottrine fideistiche, la Scienza avanza mutando continuamente le sue teorie che devono sempre essere suffragate dall’esperienza e dall’osservazione dei fenomeni e riconosce la possibilità dell’errore. Prendiamo il nostro occhio. Esso è programmato e non a caso per “vedere” gli oggetti illuminati da una luce che sia compresa tra circa 400 e 700 nanometri, cioè tra il violetto ed il rosso, non riuscendo a captare neanche l’ultravioletto e l’infrarosso. La pelle, per esempio, sente il calore dell’infrarosso mentre l’occhio dello stesso individuo non lo vede. Ciò significa che noi abbiamo una visione del mondo limitata alle nostre capacità sensoriali e comuni a tutti gli individui solo per convenzione perché non possiamo sapere se ciò che noi e gli altri chiamiamo rosso o verde sia effettivamente lo stesso colore di cui parliamo. Esistono poi nel mondo molte altre lunghezze d’onda oltre a quella della luce visibile, alcune molto più piccole, altre molto più grandi di quelle del campo del visibile e io penso che la natura abbia voluto scientemente limitare le possibilità di espandere la nostra visione a tutte le lunghezze d’onda esistenti nell’Universo proprio per rendere possibile quella specializzazione che è tipica di ogni essere vivente avendo ogni specie scelto una strada diversa per vincere il confronto della selezione naturale (Universi paralleli). Ma lasciando per ora  da parte Darwin per non allontanarci dall’essenza del nostro discorso, torniamo al nostro ragionamento iniziale. Noteremo così che mentre molti filosofi (vedi Cartesio, Spinoza, Leibniz ), ascrivono a Dio la capacità di armonizzare la natura fino a rendere possibile la vita così come la vive chi non si pone problemi epistemologici, i fisici moderni ritengono invece che il mondo sia regolato da principi matematici dimenticando che la matematica è un espediente tattico per carpire i misteri alla natura. Insomma la matematica si è rivelata spesso essenziale per la risoluzione di problemi fisici, anticipando quelle leggi che poi hanno trovato conferma e verifica negli esperimenti pratici, ma non è non diventerà mai una scienza assoluta. Un mezzo per accrescere le proprie conoscenze però lo è di certo come nel caso degli studi di Plank che, con un puro ragionamento matematico riuscì a spiegare alcuni problemi legati alla emissione di radiazioni emesse dai corpi riscaldati. Egli con la semplice equazione E=hv (dove E è l’energia,V la frequenza d’onda ed h la sua costante), avallò l’ipotesi che le radiazioni fossero emesse non come flusso continuo ma sotto forma di pacchetti energetici detti “quanti” e che il rapporto tra energia emessa da una radiazione e la sua lunghezza d’onda sia sempre uguale ad una costante, la costante di Plank appunto che è un numero piccolissimo e diffusissimo in natura e  il cui significato primo ci sfugge dovendosi accettare per tale così come si accetta la costante di Archimede, il famoso 3,14 o la sezione aurea, la divina proporzione pari a 1,618. Einstein avanzò l’ipotesi che non solo l’energia luminosa ma tutte le energie radianti viaggiassero sotto forma di quanti cioè in pacchetti separati che abbiano la caratteristica di essere sufficientemente carichi di energia per potersi staccare dal substrato (verosimilmente un corpo nero, un corpo cioè capace di emettere radiazioni). Da notarsi due sue peculiarità:

la prima è che un quanto deve possedere una quantità di energia superiore a quella del corpo nero da cui si diparte ;

la seconda che l’energia contenuta nel “quanto” sia tanto superiore quanto maggiore è la frequenza d’onda della luce o sostanza che lo compone.

Un “quanto” costituito da luce violetta che ha lunghezza d’onda doppia rispetto ad un “quanto” costituito da luce rossa e quindi avrà energia doppia. Questo spiega quel fenomeno altrimenti misterioso e che oggi va sotto il nome di effetto fotoelettrico : se una lastra di metallo viene colpita da un fascio di luce violetta, essa emetterà uno sciame di elettroni che diminuirà notevolmente se a colpire la lastra sarà un raggio di luce rossa. Questo effetto darebbe ragione a chi ritiene che la luce sia costituita da corpuscoli che incontrando la lastra di metallo, urtano e proiettano gli elettroni come succede quando una palla di biliardo ne colpisce un’altra. Insomma questo fenomeno avallerebbe la teoria corpuscolare intorno alla natura della luce.

Ma c’è un altro fenomeno facilmente dimostrabile che invece depone per la teoria ondulatorie e che prende il nome di diffrazione Le ombre proiettate da un oggetto abbastanza grande quando lo si illumini, sono abbastanza nette se l’oggetto è grande ma se invece s’illumina un capello e comunque un oggetto sottile, la sua ombra apparirà sfumata come se le “onde” della luce si piegassero superandolo come fanno le onde del mare davanti ad un ostacolo. Se poi la luce passa attraverso un apertura piccola come uno spillo si assisterà al fenomeno d’interferenza ottenendosi tanti cerchi concentrici o, se i fori sono due, una serie di strisce parallele come se le onde si annullassero o si sommassero a seconda che il colmo dell’una incontri la parte più bassa dell’altra o viceversa, proprio come fanno le onde del mare.

E forse per oggi è meglio fermarci qui.

martedì, febbraio 26, 2013

Democrazia


                                         Dino Licci-Il temporale- acrilico modificato 50X70




Un giorno un angioletto impertinente
disse al Signore: “Non mi pare giusto
che sol gli umani possano parlare,
esprimere pareri, argomentare”.


Ed il Signore disse : “Ti accontento:
ora faccio parlare tutti quanti,
pure gli uccelli, i pesci, i marsupiali
e le cicale, i rospi ed i cinghiali”.


Ciò detto, sorse intorno un gran brusio,
il mondo cominciò a spettegolare,
una leonessa, offesa dal marito,

urlava le sue pene ed un maiale
intanto si sgolava a reclamare
un altro pasto caldo da mangiare!


Una cicala offese una formica
dicendo ch’era avara e un po’ meschina:
Persino una gallina spelacchiata
pretese d’essere bella come diva!


Si litigava in terra, in cielo, in mare
ed un vulcano prese ad eruttare.
Il fuoco, offeso da quel gran parlare
cominciò a dire: “qui s’ha da bruciare


piante e animali per riconquistare
l’ormai perduta pace e riposare”.
L’acqua si risentì da tanto osare


ed usò i mari a farlo tacitare.
Ma il gran calore li fece evaporare
e fu la pioggia e poi fu il temporale!

Fu a questo punto che si udì un gran tuono
che azzittì tutti presi da paura.
Ed il Signore disse all’angioletto:
“Quanto è accaduto ti serva da lezione:


non si può dare tutto a tutti quanti
e la parola si deve conquistare,
che ognuno torni muto e silenzioso,


anzi, se non la smette di sbraitare,
tolgo anche all’ uomo l’uso del parlare,
'ché finalmente mi voglio riposare!”

lunedì, febbraio 25, 2013

Il dottor Fileno



                                      Dino Licci -Il dotttor Fileno-(omagggio a Van Gogh e Pirandello) acrilico su tela 50x70


Questa figura del dottor Fileno proprio non riesce ad abbandonare i miei pensieri da quando l’ho incontrato in una novella di Pirandello: “La tragedia di un personaggio”, il dottore che voleva a tutti i costi trovare un autore che amplificasse l’importanza della sua scoperta. “Il cannocchiale del dolore” l’ho battezzata io: un cannocchiale che, usato a rovescio, proiettasse indietro, indietro nella memoria, dolori vivi, reali in modo tale da farli apparire più piccoli, sbiaditi dal tempo, sfocati ed ingialliti da una patina pietosa che offusca la mente, annebbia, appanna, confonde, ristora! Me lo immagino nervoso ed inquieto il dottor Fileno ! come una zanzara, come il “seccatore” di Orazio che ti opprime di gentilezze e ti parla da vicino magari toccandoti un po’ dappresso, stimolando un leggero senso di fastidio e d’antipatia! Ma la sua invenzione mi piaceva, mi ha fatto pensare, mi ha invogliato ad usarla. L’ho quasi provata qui sul naso, ho anche aggiunto una lente accessoria che mi provocasse un ulteriore ottundimento, una visone ancora più lontana, remota, quasi immaginaria della realtà. Ho visto mio padre, mia madre morire in un silenzio ovattato d’oblio, lasciare la terra, soli, mesti e dubbiosi nella mia indifferenza totale, tanto lontani e diafani da volare verso il nulla, il vuoto, l’eterno abbandono accompagnati solo dal livido lamento di un mesto violino. Ma devo aver dimenticato il cannocchiale qui nel mio studio, sulla mia scrivania. Non ci avevo pensato, non avevo neppure sospettato che qualcuno potesse sbagliarsi, impossessarsene ed usarlo in senso inverso. Ma deve essere accaduto proprio così. E qui la fantasia diventa dura, fredda, agghiacciante realtà:

Avrà avuto sessant’anni, settanta, non lo so. I capelli grigi tirati all’indietro, magra, emaciata, longilinea, dignitosamente mesta. Le solite frasi, la misurazione della pressione, il prelievo di sangue. “Ha sentito dolore signora?” “Dolore?” E gli occhi improvvisamente luccicano di pianto silenzioso e abbondante. “Fossero questi i dolori, professore!” “Parla sillabando, scandendo ogni parola come ritmata da un singhiozzo represso e parla come fosse sola, parla, parla con le bocca, con le mani, con le lacrime che condiscono un racconto già mesto e crudo e irrimediabilmente vero! Ci fa entrare, raccontando,  nella sua casa, nella sua cucina dove sta preparando un caffè fumante per il figlio trentenne che si avvia al lavoro. “Aspetta, aspetta che ti faccio un caffé.” E lo vedi il figlio impaziente sulla soglia di casa, alto forte, giovane, vitale e la madre che insiste, che lo coccola, che vuole fargli un caffé come fosse un abbraccio, un augurio, un caldo, sincero augurio di una buona giornata! “Un attimo professore, un attimo! il tempo di un caffè, vado in cucina e……..arresto cardiaco, professore !” E un fazzoletto bianco già zuppo di lacrime corre verso quegli occhi rossi, consunti, gonfi, vivi, parlanti .

“Un solo figlio, professore, un solo figlio ed io che vivo ancora! No non si muore di dolore, professore, non si muore”. E se ne va barcollando verso l’uscio socchiuso. Un altro paziente varca la soglia: il nostro sorriso stereotipato lo accoglie con la solita gentilezza ma con un attimo di ritardo. Il tempo di prendere il cannocchiale, quello del dottor Fileno, che mi aveva accostato sapientemente al “nirvana” ma che la vecchia signora ha ridotto in frantumi. Il tempo di prenderne i cocci e depositarli delicatamente nel cestino.

Dino Licci

domenica, febbraio 24, 2013

Giorgo De Chirico


De Chirico, che nasce col futurismo, ne è l’antitesi e  si presta bene a definire la metafisica. Avete visto i suoi paesaggi statici, immobili, severi, irreali? Solo apparentemente riproducono la nostra realtà, quella che vediamo con i nostri occhi, che tocchiamo con mano, che aggrediamo con tutti nostri sensi. I colori sono irreali, le figure sono dilatate, statiche, vuote, silenziose, lontane. Intuiamo la loro Verità ma siamo nel surrealismo, quello in cui è maestro Dalì che scava nel profondo dell'animo più di quanto facesse l'espressionismo perchè intanto Freud ha scoperto l'inconscio e, con l'inconscio, il sogno, il trascendente, la follia, l'alienazione che completa l'immagine stessa dell'Uomo. Noi cresciamo con la Scienza e la tecnologia. La Scienza è conoscenza, è progresso, è evoluzione. Ma non tutto ciò che è, è aggredibile dai nostri sensi. C'è qualcosa che intuiamo debba esserci ma non possiamo, non sappiamo vedere, toccare, valutare, soppesare. E' il campo della metafisica, quello che Kant chiama Noumeno contrapponendolo al Fenomeno che la scienza ed i nostri sensi possono studiare. Dio non si può vedere, non si può studiare, non si può misurare e così l'anima, lo spirito, il divenire, l'immortalità, se ci sono. Così interviene la fede a colmare gli spazi vuoti ma tra la Scienza e la Fede ci sarebbe un abisso. A far da tramite c'è la Filosofia che raccorda, cementa, congloba e rende possibile queste lunghe discussioni che ci caratterizzano come Uomini, esseri in continua evoluzione, esseri pensanti che s'interrogano sul loro misterioso cammino, tutti costretti a strisciare sulla terra ed a sognare di volare oltre lo spazio ed il tempo. E il filosofo, il poeta, il pittore, colgono questo sconcerto e ritraggono, raffigurano, stigmatizzano il nostro dolore e lo sublimano sulla tela, sulla carta, sul pentagramma di uno spartito musicale. E nasce l’arte  che ci sostenta ed aiuta in questo nostro misterioso divenire.

                                                                      Dino Licci

venerdì, febbraio 22, 2013

IL TRIANGOLO DELLA MORTE

                                              Dino Licci-la sfida-acrilico su tela 50x70

Il comandante Max procedeva tranquillamente alla guida del suo aereo da trasporto. Ancora qualche ora e sarebbe stato a casa, nel tepore della sua casa accogliente, fra le braccia della bella moglie che certamente lo aspettava con ansia. Qualche nuvoletta bianca affiancava il suo cammino. Sotto di lui la distesa sterminata dell'oceano di un azzurro intenso che inebriava la sua mente, donandole un'incredibile serenità…

 
"Max, Maxxxxxxxxxx,"Il grido improvviso e acutissimo partiva dalla gola concitata del suo secondo che gli indicava, stravolto nel viso, gli strumenti impazziti. Non una turbolenza, non una scossa, solo gli strumenti dalla girobussola all'altimetro, dal virosbandometro all'anemometro, dal variometro all'orizzonte artificiale, tutto sembrava girare senza senso, mentre l'oceano sotto i loro occhi si apriva miracolosamente mostrando un aeroporto dove l'aereo, incurante dei comandi che Max tentava d'impartire, placidamente e silenziosamente atterrò.

"Il triangolo, il triangolo delle Bermude, il triangolo del diavolo" fece in tempo a gridargli Ale, il suo secondo, mentre la sua figura andava assottigliandosi sempre più come un'ombra e come un' ombra lentamente svanì. Max si trovò da solo in un corridoio senza fine dove archi si succedevano ad archi e lui sembrava inseguire se stesso mentre determinato, a pugni chiusi, camminava sorretto dalla forza di volontà che ore e ore di addestramento gli avevano rafforzato, cercando di raccapezzarsi in quella situazione così singolare. Ma vedeva la sua figura assottigliarsi e alleggerirsi sempre di più, mentre altri Max, simili a lui, perfetti in tutti i dettagli, lo precedevano e lo seguivano come in un gioco di specchi d'immagini riflesse. Ma non erano immagini: era proprio lui che vedeva se stesso muoversi, precederlo, seguirlo, svanire e ricomparire in un crescendo di confusione estrema. All'inizio era lucido, determinato, deciso, poi cominciò a vacillare, mentre cercava di capire quale dei tanti Max fosse proprio lui e quando stava per crollare, quando le forze della sua potente psiche stavano per cedere allo sconforto, si sentì trascinato verso i suoi sosia, fondersi con essi, riunirsi, ricongiungersi a essi mentre riprendeva il suo peso normale e tornava a essere una sola persona con il suo peso e con le sue capacità sensoriali. Si trovò un'ultima porta di fronte. Cautamente la spinse, armato del coraggio della disperazione e uno spettacolo incredibile si offrì ai suoi occhi increduli. Era in un elegantissimo salotto dalle poltrone color porpora dove Ale sedeva contornato da una decina di cardinali, stravolto in viso ma lucido e attento a quanto i prelati gli andavano spiegando. Le pareti erano ornate da affreschi michelangioleschi molto simili a quelli che adornavano i Musei Vaticani… Max riconobbe qualche personaggio della cappella Sistina e sempre più sbalordito si accasciò su una poltrona vellutata attendendo spiegazioni.

"Gloria in excelsis Deo. Et in terra pax hominibus bonæ voluntatis" sentiva in lontananza declamare e poi un coro di voci rispondere: "Laudamus te. Benedicimus te. Adoramus te. Glorificamus te. Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam." "Sono finito in Vaticano?" pensò, "ma com'è possibile?"

Come intuendo i suoi pensieri, un cardinale gli si avvicinò chiedendogli se volesse qualcosa da bere per rinfrancarsi dal viaggio e dallo spavento e, prevenendo la sua domanda, gli disse: " Lei è passato attraverso un piccolissimo buco nero che, per fortuna del pianeta terra, è talmente piccolo da estendere la sua azione solo nel "triangolo delle Bermude" e solo in particolari condizioni. E poi non è così profondo da impedire che se ne esca, come ha potuto vedere. Insomma è una singolarità di cui ancora nessuno conosce le leggi. Lei ora si trova in un universo parallelo a quello da cui proviene e, per arrivare qui, ha dovuto attraversare il "quantum traforo" dove tutto è probabilistico e dove esistono ben 11 dimensioni. Per questo la sua persona sembrava essersi moltiplicata. Nell'Universo quantistico niente è certo e qualsiasi evento è regolato dalla casualità, non dalla causalità. Nel mondo quantistico niente si trova esattamente in un posto e tutto può succedere. Dipende solo dal calcolo delle probabilità."

Il comandante Max cominciava a realizzare qualcosa, soprattutto cominciava a capire come mai tanti aerei e tante navi fossero scomparsi inghiottiti per sempre nel triangolo della morte. Intuì che nei buchi neri le leggi fisiche della nostra dimensione non funzionano, ma gli eventi sono retti dalla meccanica quantistica, soprattutto dal principio d'indeterminazione di Heisenberg per cui niente è prevedibile e gli effetti non sono consequenziali alle cause che li dovrebbero generare. Ma non sapeva perché si trovava in Vaticano. Questo proprio gli sfuggiva e ne chiese riverente spiegazione al suo illustre ospite. Il cardinale tossicchiò, si sistemò l'elegantissimo abito e quindi rispose: "Questo non è il Vaticano ma solo una sua copia, o meglio il Vaticano stesso ma visto da un'altra dimensione. Quando i primi "naufraghi" raggiunsero questa dimensione e cominciarono a divenire numerosi, si chiesero dove andare a condurre la loro vita parallela. Dopo molte discussioni, calcoli e argomentazioni, scelsero di vivere nello Stato più piccolo ma anche più potente del mondo, al riparo delle leggi internazionali, nella segretezza assoluta che il potere del Papa impone."

Il cardinale finì di parlare e discretamente si allontanò pregando Max e Ale di servirsi pure del cibo e delle vivande messe a loro disposizione e stendersi a riposare su quei lussuosi divani. Dopo, solo dopo, sarebbero stai istruiti sul loro stato di ospiti-prigionieri.

Max e Ale si guardarono disperati e i loro occhi esprimevano tutta l'angoscia ma anche la meraviglia di quanto stavano vivendo. Prigionieri di un'altra dimensione? "ed ora come ne usciamo?" si chiesero angosciati. Max cercò disperatamente di ricordare tutto quanto sapeva sugli universi paralleli. Conosceva le formule matematiche, sapeva delle geodetiche, della curvatura spazio temporale ed era abituato a considerare il tempo come la quarta dimensione proprio perché sapeva che un aereo in movimento, per essere localizzato, necessita della dimensione tempo oltre alla latitudine, longitudine e altimetria. Ma di Universi paralleli aveva solo sentito parlare vagamente. Ale invece era incuriosito dal posto in cui si trovavano. Ospiti del Vaticano, il Vaticano e i suoi segreti: il banco ambrosiano, lo IOR, Marcinkus, il rapimento di Manuela Orlandi, il suicidio di Estermann, tutto racchiuso in quelle mura dove potevano tranquillamente girare. "Come mai ci lasciano liberi di andare dove vogliamo?" Chiese Ale. "Perché siamo in un'altra dimensione evidentemente" gli rispose Max "perché probabilmente da qui non usciremo mai più". "Eppure il cardinale ha detto che il buco nero in questione lascia una possibilità d'uscita" gli rispose Ale guardando il suo comandante come se questi potesse trovare una soluzione immediata. Ma Max era assorto completamente nei sui pensieri: cercava freneticamente di ricordare una frase di un grande fisico, forse Daniel Bohn o Stephen Hawking, comunque un grande. La sua mente sembrava scoppiare mentre tentava disperatamente di ricordare. Ale stava per dire qualcosa riguardo a un gruppo di cardinali che sembravano confabulare più lontano. "Lascia perdere i misteri vaticani" gli disse "quelli non li risolverà mai nessuno." E ricominciò a pensare. Ecco: La fisica quantistica descrive diversi livelli di realtà che vengono influenzati dal comportamento dell'osservatore. "Ale ascoltami" disse concitatamente al suo secondo "Essendo capitati in un buco nero, se ne troviamo l'ingresso, dato che esso deve obbedire alle leggi della quantistica, potremmo cercare d'influenzarne gli eventi, aumentando così le probabilità favorevoli al rientro nella nostra dimensione. É l'unica speranza che abbiamo, ma dobbiamo trovare il punto d'ingresso. Diamoci da fare".

Si avvicinarono cautamente in una vicina cappella.

"Domine Deus, Rex coelestis, Deus Pater omnipotens. Domine Fili unigenite, Jesu Christe. Domine Deus, Agnus Dei, Filius Patris. Qui tollis peccata mundi, miserere nobis."

Un gruppo di preti pregava riempiendo gli spazi di cantici d'amore. Cominciarono a cercare, disperatamente, freneticamente uno spazio, un buco, un pertugio che non poteva essere lontano perché non si erano mai allontanati dal punto d'ingresso. Ale ebbe un'idea. S'infilò di soppiatto in un confessionale e sentì una scossa, come un vento caldo che gli percorse il corpo. "É qui, è qui"disse rivolto a Max che stava arrampicandosi sopra un pulpito dorato.
"Et introibo ad altare dei"

I preti erano vicinissimi. Ale tirò quasi con violenza Max nel confessionale e insieme si concentrarono sull'idea del mare cercando d'influenzare gli eventi con la forza della psiche. S'immaginarono voli di gabbiani e onde spumeggianti che li sommergevano e rollavano. E così lentamente, dolcemente, incredibilmente il pensiero divenne realtà e si trovarono in mare, tra i flutti dell'oceano, mentre decine d'elicotteri della marina militare volteggiavano sopra di loro. Erano ore che li cercavano e proprio quando stavano per perdere le speranze, li avvistarono come spuntare dal profondo del mare. Fu calata una corda. I due naufraghi furono issati a bordo. E furono domande e domande. Forse il mistero delle Bermude, del triangolo maledetto, sarebbe stato finalmente svelato. Ma Ale e Max non ricordavano niente, assolutamente niente, mentre si chiedevano incuriositi, dove avessero potuto prendere quei fazzoletti rosso porpora con cui si stavano asciugando la fronte.

La conquista delle Americhe

                                           Le caravelle di Colombo

Miscelando un po’ la fantascienza con le moderne conquiste della fisica, prima tra tutte la teoria della relatività generale di Einstein, potremmo ipotizzare viaggi a ritroso nel tempo e seguire i Colombo, i Vespucci, i Verrazzano nelle terre inesplorate delle due Americhe, trascinandosi dietro una situazione europea che già in quegli anni dimostrava una sperequazione economica e sociale che gli derivava soprattutto da una condizione etico-religiosa assai particolare. Erano gli anni della Riforma calvinista e luterana e dalla successiva controriforma “riparatrice” che seguì il concilio tridentino. Fin d’allora ma a tutt’oggi, l’Europa era divisa in due per via di una diversa interpretazione del Verbo di Cristo. Da una parte il mondo cavalleresco e feudale della Controriforma che basava sul privilegio, sulla censura e sul rogo il “modus vivendi”delle popolazioni che vi si assoggettarono a malincuore, dall’altro il mondo borghese e capitalistico della Riforma, basato sulla libera concorrenza, sul libero arbitrio, sul libero mercato e che incarnava nell’idea calvinista la meritocrazia e l’impegno.

Quando le armate spagnole cominciarono a far razzia degli immensi giacimenti aurei dell’America del sud, le civiltà dei Maia, degli Inca , degli Aztechi, furono sterminate e costrette alla fede cattolica a partire dagli intendimenti della cattolicissima Isabella. Pizarro, dopo ogni carneficina, si confessava e il battesimo era la prima cosa che veniva imposta ai pochi scampati al massacro.

I padri gesuiti Cialdino e Mazeta imposero in Paraguay una teocrazia che asservì ai loro ordini gli indigeni che furono costretti a praticare l’agricoltura e l’allevamento del bestiame e ad abbandonare le loro abitudini nomadi e le loro usanze, le loro credenze, le loro tradizioni .

Per contro il flusso di metallo prezioso che affluiva nelle casse della madre patria , ne distrusse l’economia perché ancora non c’era uno Smith che parlasse di investimenti e libero mercato e l’inflazione unitamente al costosissimo e improduttivo esercito, determinò uno sconquasso economico che spagnoli e portoghesi esportarono nelle nuove terre apportandovi guai ancora oggi esistenti.
                                 La mayflower

La fortuna del nord america fu che essa non possedeva altrettante ricchezze naturali o perlomeno le aveva confinate nella freddissima Alaska. Quivi gli spagnoli e i portoghesi non giunsero a razziare e convertire con la forza in nome del Signore ma, in loro vece vi fecero incursione i “puritani” inglesi a bordo della mitica “Mayflower” che ospitava anche tutti gli avanzi di galera e le prostitute che cercavano in questi viaggi uno sfogo e un’evasione. C’è chi stigmatizza le due facce dell’America con i Lincoln, i Kennedy, i Luther King da una parte e i loro assassini dall’altra, con gli estensori della migliore democrazia del mondo da un lato e i negrieri razzisti e sanguinari dall’altro. Ma il fatto saliente che ne costituisce il sostrato, consiste in un episodio spesso trascurato ma essenziale a giustificare e capire le scelte di un popolo primariamente democratico, seppure intriso da un pragmatismo derivante dall’assenza di un bagaglio culturale pesante come il nostro. Orbene , quando i padri pellegrini giunsero in queste terre, non vi trovarono le civiltà indigene che i Cortez e i Pizarro avevano soverchiato nel sud, ma i notissimi nomadi pellirossa che vivevano di caccia e che videro le loro immense praterie minacciate dalla Bibbia e dall’aratro, perché anche i puritani cercarono di convertire gli indigeni prima di sterminarli. Ma nel 1635, ad appena quindici anni dallo sbarco del primo nucleo di colonizzatori (e qui sta il fatto saliente), il pastore Williams accusò i suoi colleghi di intolleranza verso le altre confessioni e, seguito da altri pionieri che condividevano il suo giudizio, fondò a Providence una prima colonia con piena libertà di culto che dette modo a Lord Baltimore di allargare gli orizzonti democratici ad un’altra colonia che prese il suo nome e che garantiva, al contrario di quanto avvenne nell’America ispano-portoghese, libertà di culto e piena accoglienza per tutte le vittime delle persecuzioni religiose europee. C’era insomma il germe di quella democrazia che il popolo americano vuole esportare nel mondo perché c’è nella sua essenza, nella sua storia, nel suo patrimonio genetico, il rispetto dell’individuo e della sua libertà. Se i primi colonizzatori non avessero versato l’obolo volontario allo sceriffo che vegliava sui loro sonni, se non avessero a turno vegliato sulle sorti dei compagni, se il singolo non avesse seguito appieno le leggi democratiche che la collettività imponeva nel rispetto di tutti, oggi gli americani non sarebbero il popolo forte che sono e la storia dell’Umanità avrebbe forse preso una piega diversa.

Dino Licci

giovedì, febbraio 21, 2013

La farfalla



Dino Licci-acrlico su tela 50x70

Sono un animale sedentario, lo so. Viaggio poco e malvolentieri. Mi danno fastidio le grandi città, i rumori del traffico e della folla, io abituato a vivere nel vento, all'ombra di ulivi secolari o a ridosso del mare infinito.

Mi piace passeggiare sulla battigia di spiagge assolate o destreggiarmi cautamente fra scogli appuntiti schiaffeggiati dalla spuma dei marosi. Immergermi nel mare, quando ero giovane, mi dava poi una sensazione onirica di pace e mistero, con quei suoni ovattati che mi giungevano lontani. Branchi di piccoli cefali danzavano all'unisono gareggiando con la bellezza dei polpi sinuosi o delle triglie rossastre, che apparivano tra i fondali ricchi di posidonie oscillanti come immensi campi di grano. Mi è rimasto nell'anima l'amore per la natura e allo sfarzo della città, preferisco l'ombra di un albero verdeggiante, che mi ripari dai raggi del sole e mi aiuti a sognare:

" Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagis…" Ecco, ora che sono vecchio, mi piace sostare nel mio gioioso giardino, cercando quella pace che Virgilio immortalò nelle sue “Bucoliche” e mi piace ascoltare l'amorevole cinguettio di un piccolo uccello o ammirare l'elegante volteggiare di un falco che cerca dall'alto la sua preda, disegnando cerchi fantastici di straordinaria bellezza.

Quando arrivai a Roma, tanti anni fa, rimasi sgomento per il gran vociare della folla, la maestosa bellezza dei palazzi, la ricchezza degli idiomi di gente multirazziale, e provai una strana sensazione di solitudine in quel mare di folla che mi sfiorava continuamente, ignorando del tutto la mia presenza.

Una farfalla variopinta continua a volteggiarmi sul capo. Sono giorni e giorni che viene a trovarmi incuriosendomi sempre di più. Continua a danzarmi intorno come se volesse comunicarmi qualcosa, quindi si adagia sul suolo. Le manca un pezzettino d'ala come fosse ferita e non riesco a staccarle gli occhi di dosso riandando con la mente a ricordi tanto lontani.


Abitavo a Piazzale delle Province, abbastanza vicino alla sede universitaria e avevo scelto una camera in affitto da dividere con un amico. La locatrice era un'insegnante di pianoforte di mezza età che, rimasta vedova prematuramente, viveva impartendo lezioni di musica e subaffittando le stanze agli studenti.

Con lei viveva la figliola, una ragazza molto giovane e graziosa, che si affacciava alla vita con il candore misto a malizia della sua giovane età. Aveva imparato da giovanissima a strimpellare qualcosa al pianoforte e, quando sua madre non c'era, cercava d'interpretare Chopin, sopperendo a qualche nota sbagliata, con un sorriso di scusa che le coloriva il volto di un improvviso rossore. Naturalmente me ne innamorai e la mia vita si arricchì del magico candore dei primi amorini, quelli che lasciano un gradevole ricordo per tutta la vita.

La farfalla ha ripreso il suo volo. Sembra voglia invitarmi a seguire le ardite volute del suo volteggiare, sparisce tra i rami di un maestoso eucalipto, poi lentamente ritorna, si ferma sul ramo fiorito di un florido gelsomino.

Quando tornai a Roma, molti anni dopo, volli cercare, pur potendomi ormai permettere un buon albergo, una stanza che si affacciasse di fronte alla finestra della mia vecchia abitazione, sperando in un fortuito incontro col mio antico amore. E la vidi finalmente, ormai donna fatta, forse madre, certamente diversa, tranne che per quegli occhi ancora belli ma velati da chissà quale sofferenza che le aveva alterato incredibilmente il sembiante. Quando la salutai, incontrandola proprio dappresso, mi restituì un sorriso vacuo e distratto, tanto che ancora mi chiedo se davvero mi avesse riconosciuto. Camminava come fosse in trance e la mia esperienza professionale mi fece pensare che facesse uso di litio, farmaco che i medici prescrivono per vincere la depressione, ma che non è certamente esente da effetti secondari.

La seguii con lo sguardo fino a vederla scomparire lontano, chiedendomi, amareggiato, che cose le fosse mai successo.

La farfalla è ancora ferma sul rametto fiorito e le sue ali sembrano pulsare allargandosi appena per riprendere il volo e librarsi ancora nell'aria primaverile. Poi vola in picchiata, veloce verso terra e il mio ricordo diventa vivido e tristemente angosciante.

Guardando la sua finestra dove speravo si sarebbe affacciata, rivivevo, felice, i miei momenti più lieti e finalmente la vidi apparire, ancora più pallida, con l'aria ancora svagata, mestamente armoniosa, oserei dire sublime. Cercai di salutarla facendole un cenno con la mano, ma lei non mi vide neppure. Sollevate le braccia come fosse farfalla, spiccò un salto nel vuoto, volò in alto nel cielo, poi cadde sulla strada, sfracellandosi al suolo. Un tonfo sordo, le urla della gente, l'ululato dell'ambulanza, il nero mantello della morte.

Una sensazione eterea di fragile dolcezza. Le ali variegate della farfalla del mio giardino, sembrano ritmare un vecchio motivo di Chopin, una musica cadenzata e divina sembra accompagnare il suo sinuoso volteggiare mentre si allontana da me, sempre più in alto, sempre più lontano, così lontano che sembra voglia fondersi col Sole.



Un racconto di Dino Licci

mercoledì, febbraio 20, 2013

Arcano pensiero





                                   


Fra i tanti stili che nutron la poesia
oggi si sposan spesso l’ermetismo
e l’ossimòro ed anche il neologismo
tanto da rasentare l’astrattismo.


Per una volta, senza rinunciare
alle mie strofe antiche e ritmate,
voglio parlar con rime più offuscate
celate, oscure o forse inconfessate.


Stanotte, ancora prima d’incontrare
come dono del cielo ad un artista
un angelo nascosto alla mia vista
che leniva la mia parola trista,


mi crogiolavo in un dolore nuovo
qualcosa che mi dava grande duolo
tanto che, per poterlo esorcizzare,
devo parlarne senza confessare!


Prendevo la chitarra, poi i pennelli,
scrivevo versi senza esitazione,
poi rileggevo lettere sbiadite
e foto e stralci e frasi inaridite.


Starò impazzendo? mi chiedevo nero,
sarò capace di dimenticare?
di cosa parlo lo sa solo il mare
sennò perde l’ arcano il mio poetare.


Mi conviene lasciare carta e penna
e tracciare su tela coi pennelli
le angosce che il mio cuor non può celare
ma forse coi colori esorcizzare!

lunedì, febbraio 18, 2013

Il camaleonte






Questo filmato che io ogni tanto osservo con attenzione, è molto importante per spiegare la presenza, nelle specie animali o vegetali, di un’intelligenza specialistica che comanda gli istinti. Una pianta carnivora reagirà sempre allo stesso modo se un insetto capita tra le sue valve, come una cozza si chiuderà, senza bisogno di pensare, se un pericolo esterno la minaccia. Questa, in “etologia cognitiva”, si chiama intelligenza specialistica che è comune nella stessa forma negli animali della stessa specie. Quando però le specie si evolvono, l’intelligenza diventa sempre più generale nel senso che, ad uno stimolo esterno, chi possiede un intelligenza generale come l’uomo, risponderà in modo diverso a seconda delle situazioni che gli si ripresentano. Il camaleonte che vediamo cambiare di colore, dimostra, nel filmato, di possedere un’intelligenza innata ed istintiva, perché qualsiasi camaleonte reagirà sempre allo stesso modo per mimetizzarsi e sfuggire al pericolo. Anche l’uomo ha questo tipo d’intelligenza ma in più ha l’intelligenza generale che gli consente di risolvere problemi diversi in un modo ogni volta diverso a seconda dello stimolo esterno. Inserisco questa nota per significare come, anche da un semplice filmato, si possano approfondire le proprie conoscenze.

domenica, febbraio 17, 2013

Il negro ubriaco (Tratto dal "Violinista folle)

IL NEGRO UBRIACO



Si è formato un gruppetto di pugliesi nei pressi dell’Università. Difficile entrare nella cerchia dei “romani di Roma”. Così ci riuniamo a gruppetti riconoscendoci dall’accento. C’è anche una “colonia”di calabresi “ molto numerosa. Dappertutto abruzzesi ma loro sono di casa perché il sabato tornano nelle loro vicine città mentre noi viviamo nella capitale per gran parte dell’anno.

Il bar dove c’incontriamo é gestito da un profugo alcolizzato con una giovane moglie che soffre di solitudine. Lui siede dietro una cassa impartendo ordini a due camerieri siciliani che ridacchiano in continuazione dietro al bancone del caffé e non si muove mai dalla sua postazione tanto che la postura abituale gli ha allargato i glutei in senso smisurato e vederlo in piedi, quelle rare volte che si alza, dà l’impressione di avere di fronte una piramide. E’ un razzista, fanatico ammiratore di Almirante (che certamente é molto più moderato del suo fan) e non esita ad usare un nebulizzatore di DDT ogni volta che un uomo di colore varca la soglia del suo “caffé dello sport”.
Entra un giorno nel bar un giovane negro, uno studente di filosofia e Mario, così si chiamava il gestore el bar, non esita ad usare contro di lui la solita bomboletta. Il negro tace. Silenziosamente si avvicina ad una vetrina piena di maritozzi e cornetti caldi. Il nebulizzatore riempie il silenzio di noi avventori che ci guardiamo allibiti. Accade l’incredibile. Lo studente si slaccia i pantaloni e spruzza un violento getto di orina nella vetrina della cremeria. Mario è pallido, sudato, incredulo, incapace di proferire parola mentre il negro grida barcollando:

”Ignoranti, voi non sapete chi è Voltaire, voi non conoscete Condorcet, voi sporchi bastardi, mangiatori di merda”(l’allusine alle creme dei cornetti caldi è evidente)….

Qualcuno chiama un vigile, io cerco di calmare il negro, Mario, ritrovato l’uso della parola, riesce a dire :”Io a questo gli faccio solo l’elemosina” e si mette la mano in tasca in cerca di spiccioli. Spiccioli che non trova perché la moglie glieli aveva sottratti precedentemente. Mario s’innervosisce, si fa quasi prendere da una crisi isterica, il negro siede per terra e comincia a tenere una lezione sui filosofi francesi. Il vigile non sa bene che fare. Vuole stendere un verbale, chiama rinforzi mentre arriva la madre di Mario, più razzista del figlio ma molto più grassa ed aggressiva. Messa al corrente dell’accaduto, prende un ombrello e sta per colpire l’uomo che imperterrito sciorina ad alta voce la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”. Sembra una farsa, un parapiglia incredibile. Qualcuno chiede un caffé. I siciliani cominciano a ripulire e la lezione continua:

"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza"

grida il negro e continua

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione."

Se non fosse per il gestaccio compiuto prima, ci sarebbe da ammirarlo. Una memoria straordinaria! Si decide di chiudere lì l’incidente date le responsabilità di entrambi. Io mi offro di accompagnare il negro nella vicina pensione. Barcollando raggiungiamo la casa mentre il suo volto si riempie di lacrime silenziose, copiose, parlanti. Chissà quante volte era stato insultato! chissà quante volte quella parola “sporco negro” gli aveva scorticato il cervello come una frusta invisibile ma non meno dolorosa, con quei colpi inferti nel profondo dell’anima dove il sentimento esplode, sconvolge la mente e scava in profondità con effetti dirompenti sull’integrità psichica di un individuo segnato dalla “diversità.” Un ultimo saluto e scompare nel buio inghiottito dalla notte nera, nera come la sua pelle, nera come il suo umore.



Tratto da:

Il VIOLINISTA FOLLE







IL VIOLINISTA FOLLE

Editore: DEL GRIFO EDIZIONI

Autore: ( LICCI DINO )

Anno e mese di pubblicazione: 2006

Prezzo: 10,00 €

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pp.94 brossura 14x19

... Passano gli anni, le esperienze e le conoscenze si sommano ai primi rudimenti del sapere. Passano inesorabili ed il tempo tinge di bianco le tempie ed i saggi che ti hanno forgiato allo studio ed alla ricerca, coloro che ti hanno preceduto nei dubbi, nelle ambizioni, nelle osservazioni, sembrano indicarti quel puntino laggiù Iaddove si compie il gran salto e ed allora, conscio, nella tua razionale laicità, che i tuoi pensieri , le tue idee, i tuoi amori finiranno nel nulla o sazieranno, al più, immondi insetti necrofagì, cerchi di salvare coi pennelli, con un racconto o una poesia, un momento di gioia, iI voIto di una persona a te cara, il tepore dei primi, timidi amori e ti illudi così di diventare immortale ed imbrigli la paura della fine, nell`infinito splendore dei tuoi ricordi più lieti...





Un racconto piccante:Code di rospo in salsa d’acciughe





                                       Immagine tratta da internet


Uscì come ogni sera, come ogni notte, vagando alla ricerca di se stesso. Un pensiero fisso lo tormentava da giorni e condizionava notevolmente il suo comportamento usuale. Entrò quasi inconsapevolmente in un ristorante orientale che prometteva cibi afrodisiaci di sicuro effetto. Il pranzo fu quanto di più strano potesse immaginare. Un antipasto di ostriche e caviale lo predisposero a fidarsi dello chef che gli propose di continuare con code di rospo in salsa d'acciughe. Il sapore del pesce era esaltato dal tuorlo d'uovo, prezzemolo, scalogno e limone e, al termine del pasto, gli fu servito un bicchiere d'assenzio con vodka alla fragola, cosparso da una polverina grigiastra che si rivelò essere tratta dal corno di un rinoceronte. Uscì, fece un lungo tratto di strada in auto fino a raggiungere una zona periferica della città. La follia, nella sua testa inquieta, si agitava danzando tumultuosamente in un ritmo estenuante e dirompente come in un crescendo di stampo rossiniano.

Camminava lentamente mentre la follia si agitava nel suo contenitore razionale, nelle rigide regole del conformismo abituale, costretta in quella severa maschera sociale che imponeva controllo, padronanza di sé, disciplina, ma intanto cercava disperatamente un pertugio, una fessura, una crepa da cui erompere rumorosamente per dare sfogo ai suoi istinti atavici che pulsavano nella mente dell'uomo come torrenti impetuosi di ancestrale energia. Dov'era il suo contenitore, dove la sua prigione? Nei suoi reconditi pensieri o in quel suo cuore che ritmava fiumi di sangue ardente e rutilante di vita? O forse avvolgeva quel corpo vagante come una nuvola eterea, invisibile, eppure talmente poderosa da risultare invalicabile?

Ludovico e la sua notte inebriante: sublime e nebbiosa, umida e silenziosa con quegli aloni di luce soffusa che avvolgevano invisibili lampioni. Sotto uno di quei lampioni, sinuosa e splendida come un rettile multicolore, come una falena sfavillante, straordinariamente bella e impudica, si agitava, dondolando la borsetta sgargiante di mille bagliori, la dea dell'amore, il demone del sesso, del desiderio, della passione. La follia contenuta dell'uomo, esaltata da quella cena particolare, cercò disperatamente di rompere gli argini, di accostarsi a quell'immagine notturna che aveva popolato i suoi sogni terribilmente erotici: una folla incredibile di appaganti amplessi succedutosi in quei momenti d'immaginazione e di vivido sogno, avevano gonfiato i suoi appetiti mai sazi, mai appaganti nella triste realtà. Si avvicinò timido e impacciato, temendo di essere riconosciuto, lui, preside di un famoso liceo, lui, l'archetipo vivente della moralità, integerrimo detentore dell'etica comportamentale! Il sorriso della dea lo fece dapprima vibrare, poi tremare come un fuscello, impallidire, fuggire lontano. Le gambe non lo reggevano più. L'emozione scatenata da quel timido, malriuscito tentativo d'approccio, lo aveva inchiodato al suolo impedendogli di parlare, di camminare, persino di pensare compiutamente, mentre una lotta immane si svolgeva al suo interno, tra la rigida legge morale che governava solitamente il suo comportamento e l'istinto primordiale che lo straziava inondandolo di una cascata ormonale sempre più impetuosa e travolgente. S'immaginò tra le braccia di quella bellezza provocante, mentre si accasciava sul sedile dell'auto totalmente privo di forze ma non di bramosia. Il profumo della donna gli era penetrato nelle nari e quella figura sinuosa sembrava strisciargli addosso avviluppandolo in una spirale soffocante di desideri repressi.

La follia volteggiava sempre più inquieta: ora che aveva trovato una complice, si era fatta più audace, addirittura temeraria e alfine esplose percorrendo quel corpo distrutto da scariche alterne di adrenalina, dopamina, serotonina e trascinato, suo malgrado, in un coacervo di sentimenti, emozioni, ripensamenti, pentimenti, impaziente frenesia. Si avvicinò cauto e protetto questa volta dal buio abitacolo della sua auto. Fece scivolare in basso un finestrino e riuscì a dire, con un filo di voce: "Sali". Il profumo del sesso inondò la vettura, una mano sapiente prese a carezzarlo per prepararlo all'incontro e dopo un attimo si ritrasse conscia dell'accaduto: "non preoccuparti, non sei il solo sai? — disse la donna — Come la chiamate voi sapienti? Eiaculatio praecox?" E sparì lontano contando il suo denaro. Ludovico si allontanò di qualche metro, abbassò il volto nelle sue mani congiunte e silenziosamente, copiosamente pianse…



La musica e la fata (Il "Bolero" di Ravel)





                                              Matisse-La Danza-

Sono un patito della musica. Io vivo, studio e dormo accompagnato dalle fantasie dei grandi musicisti della storia: da Mozart a Bach, da Beethoven a Chopin, da Brahms a Mahler, sono sempre circondato da violini, oboi, timpani che mi aiutano a sognare, ad evadere da una realtà spesso ansiogena e carica di preoccupazioni e dolori. La musica allegra di Rossini mi regala una carica di energia, quella romantica di Beethoven mi stimola all’amore universale, ad un abbraccio globale che racchiuda tutti i miei simili, di ogni razza e costume, credenza o condizione sociale. Bach poi soddisfa appieno il mio bisogno di religiosità quando lo ascolto nelle grandi Basiliche dotate di organi a canna, che pare quasi vogliano dialogare col Cielo. Mi ha sempre impressionato invece ascoltare il “Bolero” di Ravel. Questa musica infinita, estenuante e ripetitiva, che scandisce il tempo come un pendolo antico, rievoca, nella mia mente, la celeberrima “Danza” di Matisse, con quelle figure irreali che sembrano fluttuare nel vuoto in un misterioso girotondo senza fine. Per questo ebbi un brivido di paura quando mi ritrovai a scendere le scale che portano verso le fontane di villa d’Este, accompagnato da quella musica che potenti altoparlanti diffondevano intorno. Avevo come l’impressione che non sarei più riuscito a risalire, ed il fragore delle fontane sembrava ritmare questa mia corsa verso il basso, in un graduale e continuo crescendo proprio come nella notissima stesura del compositore basco. Quando arrivai nei pressi della “Fontana dell’Organo”, udii la musica provenire, come ai tempi di Gregorio XIII, proprio dai flutti della fontana, mentre vedevo la figura papale contornata dalle anime di Matisse, tutte colorate di rosso, che gli danzavano intorno come in un concerto infernale. Le acque gareggiavano con i tamburi a ritmare la musica snervante e le mie gambe vacillavano mentre un baratro immenso si apriva sotto i miei piedi ed altre scale, altre fontane ed altri danzatori mi circondavano sempre più d’attorno costringendomi a ballare come in un furioso, satanico sabba. Una strega bruttissima mi afferrò le mani trafiggendomi le falangi con le unghie lunghissime e sporche di nero. Il suo naso adunco sfiorava le mie labbra e carezzava la mia barba con una protuberanza rosacea che allungava di un altro centimetro la sua proboscide aquilina. E la musica continuava a ritmo crescente mentre un gong sembrava comandare l’orchestra di far spazio al suono di un oboe che infatti cominciò a far sentire la sua voce quasi umana e tre xilofoni sostituivano, pur continuando nello stesso ritmo, l’antica sinfonia. Improvvisamente però il naso della strega si ridimensionò, divenne gradualmente un bel nasino mentre i suoi capelli divennero fluttuanti come onde di mare e due labbra sensuali e carnose si poggiarono sulle mie. Forme divine ed una pelle perlacea sostituivano le scaglie della strega che gradualmente scomparve alla mia vista per fare spazio ad una donna bellissima e sensuale. L’oboe suonava monotono e grave ed io scendevo, scendevo, senza più curarmi del ritorno alla realtà e le fontane suonavano tutte in coro quella musica che gradualmente divenne dolce, coinvolgente, appassionante. Ero inebriato, infervorato, acceso dalla bellezza prorompente di quella fata che si era sostituita alla strega e che mi trascinava in alto, superando le colonne d’acqua spumeggianti e vaporose, ricche di mille stille di vita odorose d’ambrosia. La fata vestiva di un tessuto rosa antico ed io intravvedevo, dalla trasparenza degli abiti, le sue morbide rotondità cui mi aggrappavo fremente e gioioso come un bambino alla madre, imitando il suo suggere impaziente, che in me però provocava ben altre sensazioni di estatico appagamento e totale sublimazione. Lei sorrideva irradiandomi molecole d’amore e tutto il mio essere fremeva mescolando la mia frenesia a quelle note incantate mentre la fata sembrava dirigere il concerto di quei fiati dai dolci suoni. Le fontane gareggiavano con me e con tutti gli orchestrali nel seguire le sue movenze eleganti e sensuali mentr’ella fluttuava nell’etere come a sfidare la gravità, che non si oppose alla sua levitazione. Poi ancora il gong e forti suoni di tamburi soverchiarono il suono dell’oboe, mentre i capelli della fata tornavano desolatamente bianchi e scaglie nerastre riapparsero sulla sua pelle eburnea e vellutata. Le creature di Matisse si moltiplicarono in un girotondo sempre più stretto intorno a me mentre vedevo sfumare il piacere di quell’avventura celestiale e sublime. Roteando gli occhi in ogni direzione, cercavo almeno i residui di quella creatura eterea, ma era ormai buio e, stremato dalla danza, deluso e disperato, mi accasciai al suolo così ignaro e confuso mentre sogno, realtà, fantasia si fondevano ancora con il ritmo di quella danza, che sembrava non voler mai finire. Infine volsi gli occhi al cielo quasi a voler chiedere un aiuto divino, ma vidi solo le stelle e, nelle loro costellazioni, colsi presto le sembianze degli eroi che esse evocavano. Vidi così Perseo e il suo cavallo alato: “Salvami, salvami, Pegaso, prendimi sulla tua groppa, scendi in questo baratro immenso dove la musica mi ha trascinato e portami via con te.” E Pegaso mi raggiunse planando con le sue bianche ali mentre i suoi zoccoli lucenti cercavano un appiglio fra i flutti della magica fontana, dove io annaspavo quasi privo di vita.. Finalmente la musica finì: saltai in groppa a Pegaso che cercò di levarsi in volo sforzandosi oltre ogni dire per sostenere il mio peso e quello della strega che cercava di avvinghiarsi a me suscitando ancora la mia ira e la mia grande inquietudine. Riuscii a svincolarmi con forza e solo allora la bella fatina potette raggiungermi ridandomi speranza e fiducia. L’abbracciai con forza, mentre il cavallo alato svettava finalmente verso il cielo lasciandosi dietro una spruzzatina d’acqua dorata. Volammo stretti in groppa al nobile destriero che ci condusse il alto, nel mondo incantato della fantasia, fino a sfiorare l’Orsa, Orione, la Cassiopea e poi dolcemente planò adagiandosi sull’erba fresca e odorosa della villa di Tivoli dove assistemmo, ancora avvinti in un abbraccio quasi esaustivo, ad una miracolosa metamorfosi. Pegaso si posò con le zampe posteriori sulla roccia sporgente di un laghetto incantato, spiegò le sue candide ali, emise un possente nitrito rivolto al cielo e si trasformò in una statua marmorea, che ancora oggi si può ammirare fra le rocce e la vegetazione che sovrasta la fontana dell’Ovato. Tutto taceva ormai intorno a me quando, quasi per incanto, cominciarono ad udirsi le note del “Valzer triste” di Sibelius. Avvinto ancora alla meravigliosa fata, cominciai a danzare guidato da quella musica coinvolgente e sconsolata. E mentre ruotavo completamente immerso nell’estasi della danza, la fata gradualmente si sfaldava cadendo dalle mie braccia sulla roccia che aumentava il suo volume tra il mio sgomento e la mia confusione. Levitai come se non avessi avuto corpo e vagai, vagai per chilometri alla velocità della luce, tra astri e nebulose, fino a ritrovare il mio vecchio corpo, che si agitava nel sonno cercando di fluttuare in un lenzuolo tutto aggrinzito, che sembrava avere preso le sembianze di un bianco destriero. Una voce di donna cercava di riportarmi alla realtà chiamandomi più volte ad alta voce e mentre il mio essere lasciava il mondo di Morfeo per tornare alla vita reale, ricordo che sussurrai ancora mezzo intontito: “dimmi prima se hai ancora le sembianze di fata, sennò fai ripartire Ravel, che mi conduca ancora nella fredda fontana.”





















sabato, febbraio 16, 2013

Amor platonico



                                                       Canova-Anore e psiche-

Si sente spesso parlare di Amor platonico ma, chiacchierando con parecchi conoscenti , ho visto che nessuno ha veramente le idee chiare in proposito. Mi sono ripromesso, semmai esistesse una vita ultraterrena ed avessi la fortuna d’incontrarlo nella folla infinita dell’al di là, di chiederlo personalmente a Platone stesso. Credo che dovrebbe accordarmi il privilegio di una risposta se non altro per ripagarmi delle tante ore che ho dedicato a leggere i suoi interessantissimi scritti. Ecco, mettiamo che abbia accettato un invito a pranzo a base di vento ed aromi fluttuanti nel tempo. Gli chiederei subito di esporre la sua opinione sull’amore, sulla libertà nell’amore, considerato soprattutto che spesso si ricorre al termine “amor platonico” per definire un sentimento gentile ed immacolato verso una fanciulla casta e pudica o, quanto meno, ad una sublimazione dello stesso che ne escluda la parte istintiva e passionale. E che mi risponderebbe Platone? Mi direbbe che ai suoi tempi le donne erano poco più che merce di scambio, le definirebbe superficiali, facili da eccitarsi ed amoreggiare, inclini all’insulto, titubanti e superstiziose, asserirebbe inoltre che la peggiore iattura per un uomo è rinascere nel corpo di una donna e concluderebbe che l’unico motivo per cui devono convivere con l’uomo è procreare, sfamare i figli e badare alla loro educazione. Mi direbbe probabilmente di rileggermi il “Simposio” per apprendere come l’amore, EROS, sia figlio di POROS, la ricchezza e PENIA, la povertà, introducendo un nuovo mito il cui significato assiologico è da interpretarsi così: Eros, ossia la molla che muove il mondo, ha due nature contraddittorie ma presenti entrambe in esso: quello che sottende alla bellezza esteriore ed al soddisfacimento della concupiscenza e quella che porta alla conoscenza ed alla beatitudine. Parole insospettabili poi egli riserverebbe all’amore degli adulti verso i fanciulli e tali che oggi subirebbe almeno un processo per pedofilia! Parlando come sempre del suo maestro Socrate, gli metterebbe in bocca frasi d’amore e d’ammirazione per il bell’Alcibiade così come già scrisse nel “Simposio” dove tratteggiò con maestria la differenza fra la caducità della bellezza fisica e l’eternità della bellezza interiore ed introdusse il difficile, importante argomento sulla “Teoria delle Idee” proprio passando dall’ammirazione del bello come soggetto singolo alla pluralità del bello e quindi, attraverso lo studio e la conoscenza, all’Idea del Bello, all’amore per il Bello che, in definitiva, è l’amore per la conoscenza e la Verità. Mi farebbe poi notare come il mondo classico fosse meno severo verso i piaceri del corpo di quanto non lo sia la morale odierna, ma anche come la meditazione e l’Idea dell’Amore ne sublimasse le fisicità e come non si mortificasse la carne ma, attraverso un piacere trascendente la mera sessualità, si giungesse alfine all’amore che ora sappiamo non potersi fregiare del titolo di platonico o socraticus, come lo definisce Marsilio Ficino, se non quando è diretto verso le qualità morali ed intellettuali di una persona piuttosto che verso le qualità fisiche e squisitamente carnali . E così sfaterebbe un altro luogo comune. Non me ne vogliano le donne. Io non sono Platone. Sono soltanto Dino Licci