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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

martedì, aprile 30, 2013

Eppur si muove

                                          La gravità: una deformazione spazio temporale


Galileo aveva forse torto ad asserirlo con tanta sicumera? Non voglio certo offendere il grande scienziato, né mettere in dubbio la verità delle sue leggi ma, alla luce delle moderne conquiste della Scienza, che senso ha dire che è la terra a muoversi intorno al Sole e non viceversa? Non dipende forse tutto dal punto di osservazione? Oltre al fatto che entrambi i corpi celesti ruotano intorno al loro centro di massa che cade all’interno del Sole solo grazie alle sue proporzioni, che senso ha, alla luce delle moderne conoscenze astronomiche, dare un centro all’Universo o al sistema solare? Le leggi di Tolomeo che dovevano fare ricorso agli epicicli, non erano forse in armonia con un osservatore posto sulla terra e la teoria copernicana non comporta uno spostamento mentale dell’osservatore dalla terra, dove si trova realmente, sul Sole al solo scopo di facilitarne i calcoli matematici? Se dovessimo comportarci in armonia con i nostri recettori sensoriali e prescindendo dall’evoluzione gnoseologica dell’umanità, dovremmo tornare all’idea della terra piatta, ma qual è il momento di demarcazione tra l’accettazione delle teorie scientifiche moderne e una vita di relazione compatibile con la realtà? Intendo dire che, se dovessimo, nel quotidiano, applicare le leggi della quantistica o della relatività, tutto il nostro modo di vivere deterministico ne risulterebbe contaminato. E allora, fin dove possiamo consentire alla verità scientifica di correggere l’immagine che i nostri sensi inviano ai centri cerebrali? Per chi non fosse ferrato in fisica chiarirò alcuni punti di quanto ho scritto. La legge gravitazionale prevede che “ogni corpo esercita sugli altri corpi una o di attrazione direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza fra i loro centri di massa.” E ciò comporta come conseguenza che siano i corpi più piccoli a girare intorno ai più grandi e, andando più avanti nella conoscenza della fisica moderna, scopriremo che queste attrazioni sono dovute alla deformazione geometrica dello spazio-tempo. Ma, se non conoscessimo la fisica, noi vedremmo, basandoci sui nostri sensi, la terra ferma ed il sole girare, cosa che, come dicevo all’inizio, nella trottola infinita dell’Universo, perde quasi d’importanza. Stessa cosa per la fisica quantistica che ci fa entrare nell’interno dell’atomo fino ai quark, ipotizzando addirittura l’esistenza delle stringhe,  particelle molto più piccole perfino dei quark e tali da costringerci a prevedere un mondo multidimensionale. Dobbiamo crederci basandoci su complesse equazioni matematiche perché la verifica pratica di queste conquiste teoriche ci dimostrano che sono vere, ma mai potremmo pensare di “vedere” neanche un elettrone per quanto della sua esistenza nessun fisico ormai dubiti. Insomma, nel corso dei secoli si è passati da una visione mistica della vita ad una visone scientifica e molte conquiste erano già presenti nella mente e nelle teorie di molti filosofi greci che abitavano la nostra terra intorno al VI secolo a.c. Aristarco, Empledocle, lo stesso Talete si erano avvicinati moltissimo a verità scientifiche riscoperte soltanto quando gli eroi della Scienza quali Bruno, Vanini, Galileo, Copernico, Keplero, Newton, cautamente sfidando i dettami della Chiesa arroccata nel mondo sublunare ipotizzato da Aristotele, ebbero il coraggio di renderle pubbliche a volte dopo decenni delle loro strabilianti scoperte. Ma queste scoperte, soprattutto la relatività e la fisica quantistica, ci costringono ad accettare ipotesi vere ma fortemente contro intuitive come la negazione del tempo assoluto, che così diventa una sensazione soggettiva come il tatto, l’odorato o l’olfatto.

giovedì, aprile 25, 2013

La mano nera






Non tutti hanno una mamma fantasiosa e non tutti vivono in una casa antica con cunicoli e terrazzi che si affacciano su un immenso giardino. Manuele aveva una cosa e l’altra ed inoltre era molto irrequieto. Amava correre sul grande terrazzo scavalcando i muretti, volando da una parte all’altra a rischio della vita perché spesso c’era il vuoto sotto di lui ed in alcuni tratti, queste volte ricoperte di tegole, poggiavano su semplici tralicci di canne con le quali si era soliti una volta rivestire le antiche abitazioni. Per spaventarlo ed impedirgli queste imprudenze, la madre si era inventata la storia della mano nera:

“Non ti sporgere dai muretti! Non saltare da una terrazza all’altra e soprattutto non salire sulle tegole perché lì c’è la mano nera che ti prende e ti porta via”

“Cos’è la mano nera, mamma?”

le chiedeva il bambino e la madre, con una voce il più possibile cavernosa, rispondeva :

“E’ una mano grande e nera che esce di notte per prendersi i bambini cattivi”

Il bambino rimaneva impressionato e cercava d’immaginarsi questa mano nera che non aveva braccia e non aveva corpo. Manuele era curioso di natura e la mano nera stimolava la sua curiosità almeno quanto l’angelo custode che stava dietro di lui.

“Mamma, perché non si vede l’angelo custode?”

“Perché si nasconde dietro le tue spalle e potrai vederlo solo se riesci a prenderlo”

Così Manuele, sul più bello di un discorso o mentre era seduto a mangiare, si voltava indietro come una saetta ed annaspava nell’aria con l’intenzione di acchiappare e vedere finalmente il suo angelo custode, ottenendo l’unico risultato di essere schernito dalle sorelle molto più grandi di lui.

Finalmente gli dissero la verità e quel mistero fu risolto come fu risolto il fatto che, nella stanza chiusa e buia in fondo alla casa, non c’era il cavallo bianco invisibile che sarebbe apparso solo ai bambini buoni. Una volta era stato fermo, immobile per tre ore di seguito davanti alla porta di quella stanza, e quando si era precipitato dentro convinto di trovare il candido cavallo, era soltanto inciampato in vecchi giocattoli inanimati procurandosi diverse escoriazioni sul volto.

Così gli dissero la verità e quindi rimanevano solo due misteri da chiarire: la storia della befana e la mano nera.

C’erano delle incongruenze anche nella befana:



“La befana vien di notte

Con le scarpe tutte rotte

Con le toppe alla sottana

Viva, viva la befana!”



Manuele aveva tre anni, ma le incongruenze non le mandava giù:

“Mamma, perché la befana ha le scarpe rotte? la befana è povera?”

“Certo che è povera”

“Mamma, se è povera, dove prende i soldi per comprare i regali ?”

“Glieli dà Gesù, ”

“E chi è Gesù ?”

“Gesù è Dio”

“E chi è Dio”

“Dio è Gesù , te l’ho detto e basta con le domande o viene la mano nera e ti prende”

“Ma com’è che io non la vedo mai la mano nera?”

“Perché si vede solo di notte ed ora basta, ti ho detto”

Ma Manuele non era convinto come non era convinto che Gesù fosse Dio e Dio Gesù. E non capiva perché la mamma chiamava papà il nonno. Il nonno era il nonno e il papà, papà. Che imbroglio era questo? Domani, quando la mamma fosse stata più calma, glielo avrebbe chiesto ancora. Ma intanto bisognava risolvere il mistero della mano nera.

“Se si vede solo di notte, bisognerà cercarla di notte”

pensava Manuele e con la sua mente di bambino, elaborò una strategia.

La notte, mentre tutti dormivano, salì in grande silenzio le scale che portavano in terrazza e cominciò a cercare la mano nera. Cercò nei comignoli dei camini, cercò dietro i vecchi mattoni, cercò perfino nei barattoli di vernice accatastati da tempo accanto al muro scrostato, ma della mano nera nessuna traccia.

“Ho capito, forse si nasconde nelle tegole” pensò Manuele e cominciò a smontarle una per una.

Lo trovarono così, infreddolito ma caparbiamente dedito al suo lavoro di ricerca. Lo acchiapparono proprio un attimo prima che il soffitto della camere buia cedesse sotto il suo peso.

Ma un altro mistero era svelato perché gli dissero finalmente la verità.

Tre anni dopo, quando cominciò ad andare a scuola, gli dissero anche la verità sulla befana.

Ora rimaneva solo il mistero di Gesù.

Ma gli anni passavano e passavano anche i decenni ed ancora continuavano a dirgli che Gesù e Dio erano la stessa cosa. Anzi vi aggiunsero anche lo Spirito Santo così il mistero diventò ancora più grande.

Manuele ormai ha settant’anni e da molti decenni ha scoperto che a decidere questa cosa furono alcuni religiosi che, durante il concilio di Nicea del 325 d.c., si batterono aspramente perché Alessandro sosteneva che Cristo fosse della stessa sostanza del padre, mentre Ario sosteneva che fosse emanato dal padre. Scoprì pure che, durante un altro concilio tenutasi ad Efeso nel 431 d.c., Cirillo ebbe la meglio su Nestorio e Maria (La Madonna) fu consacrata madre di Dio.

Questo Cirillo, San Cirillo, pare che fosse pure l’ispiratore dell’uccisione di Ipazia, la grande matematica ed astronoma che sovrintendeva alla meravigliosa biblioteca alessandrina, uccisa perché atea. Ella fu scorticata viva con le valve di alcune conchiglie ad opera di un invasato, certo Pietro, aiutato da altri mistici scagnozzi.

Manuele oggi non crede più a niente, ma già qualche decennio fa si chiedeva come potesse Cristo, uomo finito, identificarsi con Dio, sostanza infinita. Pericoloso affermarlo se un certo Giordano Bruno fu arso vivo nel 1600 a “Campo dei fiori” a Roma per avere dubitato di questo stesso dogma .

Così ha finito col non credere più a niente, ma ha anche pensato che sarebbe stato più prudente stare zitto. Questo ha pensato, ma siccome si è pure stufato di sentirsi raccontare frottole, poi ha deciso d’indagare ancora più in fondo perché nell’animo è rimasto con la curiosità di quando era bambino ed è arrivato a questa conclusione:

Due sono le cose: o i “GRANDI” raccontano frottole perché ne traggono qualche convenienza, o gli umani sono dotati di due cervelli:

uno razionale ed uno sensitivo e siccome in natura c’è una legge validissima che dice che “LA FUNZIONE SVILUPPA L’ORGANO”, può essere che chi usa il cervello della ragione fa atrofizzare l’altra metà e viceversa.

Manuele ha solo il cervello razionale e stranamente somiglia molto, ma proprio molto a me.

Dino
p.s. Questa vicenda ricorda vagamente "L'uomo della sabbia" di Hoffmann, un racconto talmente inquetante da essere  portato ad esempo nel saggio "Il pertubante" di Freud, ma anche così fantasioso da essere stato musicato da Delibes in un delizioso balletto pantomimico. Potrete gustarlo cercando "Coppelia" su "you tube".Eccone un breve saggio:
http://youtu.be/Ea2Ebf1zu38






mercoledì, aprile 24, 2013

DISPERAZIONE





                                                    Dino Licci-Tristezza-acrilico su tela-50x70



Quando sarai stanco d’andare,
tornerai silenzioso
nel tuo angolo buio
e godrai come Masoch
nel dolore del ricordo!

E il tuo cervello ordinerà pianto
e le tue lacrime romperanno
gli argini della terra
e scaveranno abissi di disperazione
mentre,deforme e gobbo,
t’invagini in te stesso
e piangi solitario
sognando l’amnios
e cercando l’oblio!
E ti aggrappi disperato
al cordone della fede moribonda
e la Ratio ti fustiga impietosa
e lascia i segni sul tuo volto rugoso.

E anneghi nel mondo dello sconforto
sommerso da te stesso,
schiavo del tuo pensiero!

domenica, aprile 21, 2013

La nostra casa (la Terra)







Sconcerto, turbamento, confusione.
La mente mia vacilla: un’eruzione
di galassie, comete, nebulose,
un girotondo immenso, un’esplosione!

E tutto questo immenso, eterno mare,
fatto di fuochi, nebule e scintille,
ruota nel cosmo ed infinito appare:
al mio pensiero il limitar scompare.

Piccola terra, sembri una bambina
vestita a festa con l’azzurro mare.
Tu sola colorata ed animata
tra tanti fuochi sola a navigare.

Pensare che ti stiamo rovinando:
inquinamento, guerre, distruzione,
mentre tu giri ignara ritmando
ancora giorno e notte e le stagioni.

Potessimo vederti da lontano
forse ci sentiremmo più fratelli
raccolti in un puntino luminoso,
splendenti come fossimo gioielli!!!

Dino Licci



mercoledì, aprile 17, 2013

Pillole di storia: Olviero Cromwell




Dei matrimoni di Enrico VIII Tudor io vi ho già parlato (vedi“Cultura Salentina” del 17 Agosto 2012- http://culturasalentina.wordpress.com/2012/08/17/matrimoni-e-divorzi-enrico-viii/ ) mettendo in evidenza come le vicende personali di un singolo potente, possano influenzare la vita di un’intera nazione, di un continente, ed in questo caso, dell’intero globo terrestre. Ora cercherò, in questa paginetta, di giustificare appieno questo mio convincimento:

dal suo primo matrimonio con Caterina d’Aragona, Enrico ebbe una figlia, Maria la sanguinaria, mentre dal suo secondo matrimonio con Anna Bolena, nacque Elisabetta I, che regnò dal 1558 al 1603. Per potersi sposare con la Bolena, Enrico VIII era entrato in conflitto col papa Clemente VII che lo scomunicò. Ma, per niente intimorito dalla reazione papale, il sovrano confiscò tutti i beni della Chiesa cattolica avocando a sé il potere di capo della Chiesa e trascinando l’Inghilterra verso un protestantesimo che ancora vige in tutto il Regno unito. E questo protestantesimo partorì poi quella frangia di calvinisti, detti puritani, che avrebbero colonizzato il nuovo continente quando, a bordo della “Mayflower” (http://culturasalentina.wordpress.com/2013/02/25/la-conquista-delle-americhe/) nel 1620 salparono da Plymouth per raggiungere gli attuali Stati Uniti d’America.

Torniamo adesso al 1603 quando Elisabetta I Tudor morì senza lasciare eredi diretti non essendosi mai voluta sposare. Fu gioco forza fargli succedere Giacomo I Stuart figlio della cattolicissima Maria Stuarda, che Elisabetta aveva fatto giustiziare. Così il potere passò nella mani degli Stuart che lo mantennero saldamente in mano fino al 1714 quando finalmente salì al trono Giorgio I di casa Hannover. E gli Hannover governarono fino al 1901, anno in cui morì la famosissima regina Vittoria che oltre ad essere regina d’Inghilterra si fregiò anche del titolo d’Imperatrice d’India (epoca vittoriana). Agli Hannover succedettero i Winsor che ancora reggono le sorti del popolo inglese con l’attuale regina Elisabetta II.

Ma questo itinerario dinastico spesso costellato di intrighi, tradimenti, congiure e spesso imbrattato dal sangue di molti innocenti, fu interrotto da una pausa democratica o forse dittatoriale ad opera di un rivoluzionario spesso trascurato nei testi di storia se paragonato agli effetti che avrebbe prodotto in seguito: Mi riferisco ad Oliviero Cromwell ed alla rivoluzione inglese del 1648, che portò alla condanna a morte per decapitazione di quel Carlo I Stuart, che era succeduto a Giacomo. Insomma già 150 anni prima della rivoluzione francese anche in Inghilterra il popolo, stanco delle continue tasse e della sperequazione sociale che ne derivava, dovette ricorrere alla forza per ottenere quei diritti civili cui ogni cittadino dovrebbe aver diritto. Ma, come spesso succede, il vuoto di potere che seguì alla morte del sovrano, fu colmato dallo stesso Cromwell che gradualmente trasformò la neonata repubblica in una velata dittatura sostenuta dai principi di fervido puritanesimo che lo stesso Cromwell professava. Egli si fece eleggere “Lord protettore d’Inghilterra, Scozia e Irlanda” e costrinse la popolazione a vivere in modo parco e severo bruciando perfino le decorazioni natalizie, proibendo i canti e le luminarie quasi alla stregua del monaco Savonarola. Non deve perciò meravigliare se fu oggetto di numerosi attentati dai quali però si salvò. Morì comunque nel 1658 a soli 59 anni, nel suo proprio letto colpito da un morbo (forse malaria), che i medici del tempo non seppero diagnosticare. Gli successe suo figlio Richard che, non disponendo del carisma del padre, dopo solo due anni fu deposto e mandato in esilio mentre il cadavere del padre veniva riesumato e sottoposto al macabro rituale dell’esecuzione postuma. Al cadavere di Olivier venne tagliata la testa che rimase a lungo esposta, dopo essere stata infilzata in un palo, davanti all’abbazia di Westminster. Si restaurò così la monarchia incoronando Carlo II Stuart che regnò fino al 1685.

Dino Licci

lunedì, aprile 15, 2013

Catullo e Lesbia

  
           Dino Licci-Catullo e Lebia-acrilci su tavola 30x40

Ho voluto dedicare qualche rigo del mio diario a Catullo perché, leggendo questo straordinario autore latino, sembra quasi di trovare la sintesi di tutte le passioni umane, dei nostri slanci, dei nostri trasporti e delle nostre paure. Sentiamo spesso parlare di Abelardo ed Eloisa giustamente ricordati dal romantico Rousseau, conosciamo la storia di Paolo e Francesca immortalata dal sommo poeta Dante e la versione tragica del trasporto delle passioni di Giulietta e Romeo così come ci appare nel capolavoro di Shakespeare, ma non parliamo mai di Catullo e del suo amore per Lesbia. Ebbene in Catullo c’è la sintesi di quella apparente contraddizione che esiste nell’animo umano e che va ora sotto il nome di sentimento ora sotto il nome di razionalità in un gioco ritmico, altalenante, ripetitivo che sembra poi proiettarsi in quei corsi e ricorsi storici la cui genesi e la cui natura riusciremo a capire nel tempo. Così, come all’illuminismo segue la fase romantica e quindi un positivismo, con gli stessi cicli forse inconsapevoli ma cadenzati, Catullo stigmatizza la cascata di diverse emozioni cui l’innamoramento conduce.

Lesbia è già sposata quando Catullo ne diventa l’amante. Egli si accorge subito che la femminilità che la donna sprigiona è in stridente contrasto con la fedeltà e la dedizione, ma si abbandona all’amore. E’ la fase del sentimento, quel bisogno di abbandonarsi al gioco, alla contemplazione estatica dell’oggetto del suo amore ed il fanciullo che è in lui emerge in tutta la sua prorompente vitalità e nascono i primi versi di struggente poesia anche se un’istintiva consapevolezza della caducità della vita, un’improvvisa trepidazione davanti al pensiero delle tenebre eterne, vela la felicità degli amanti ancora presi dai primi giochi d'amore :

V. Vivamus

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,

rumoresque senum severiorum

omnes unius aestimemus assis!

soles occidere et redire possunt:

nobis cum semel occidit brevis lux,

nox est perpetua una dormienda.

da mi basia mille, deinde centum, anafora, allitterazione,

dein mille altera, dein secunda centum, omoteleuto

deinde usque altera mille, deinde centum.

dein, cum milia multa fecerimus,

conturbabimus illa, ne sciamus,

aut ne quis malus invidere possit,

cum tantum sciat esse basiorum.


V. Viviamo

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,

i brontolii dei vecchi troppo seri

valutiamoli tutti un soldo!

I soli posson tramontare e ritornare:

per noi, quando una volta la breve luce tramonti,

c'è un'unica perpetua notte da dormire.

Dammi mille baci, poi cento,

poi mille altri, poi ancora cento,

poi sempre altri mille, poi cento.

Poi, quando ne avrem fatti molte migliaia,

li mescoleremo, per non sapere,

o perché nessun malvagio possa invidiarli,

sapendo esserci tanti baci.

E’ la primissima fase del suo amore ma, come in ogni storia che si rispetti, cupe e dense nuvole si addensano già all’orizzonte, tali che partoriranno altre poesie, altri versi,altra gioia ma anche tanta sofferenza.

Infatti gradualmente, lentamente l’infatuazione si trasforma in amore quindi cocente passione e passerà attraverso le fasi del dissidio e della delusione, per sfociare nell’angosciosa e drammatica fase della disperazione e dell’abbandono totale. Se finora il poeta si è lasciato trasportare dai giochi infantili della sua amata dando libero sfogo al sentimento ed alla spensieratezza, i tradimenti di Lesbia lo costringono a far riaffiorare sprazzi di razionalità in una drammatica tensione che vede contrapposti odio ed amore, speranza e delusione. E nel presentimento del tragico epilogo, il suo animo partorisce pensieri più profondi e il suo dolore, per così dire, si universalizza perché la sua condizione la ritroveremo nel tempo negli amanti di qualsiasi epoca e di qualsiasi età :


Carme 72

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,

Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.

Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,

sed pater ut gnatos diligit et generos.

Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,

multo mi tamen es vilior et levior.

"Qui potis est", inquis? Quod amantem iniuria talis

cogit amare magis, sed bene velle minus.


Un tempo dicevi di amare soltanto Catullo,

o Lesbia, e per me di non volere l'abbraccio di Giove.

Allora ti amai, non solo come il volgo l'amante,

ma come il padre ama i suoi figli e i suoi generi.

Ora ti ho conosciuta; perciò anche se brucio più forte,

tuttavia mi sei molto più vile e leggera.

"Come è possibile?", dici. Perché tale offesa costringe

l'amante ad amare di più, ma a volere meno bene.



Ed esplode nel tormentato carme 85:



Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.


Nescio, sed fieri sentio et exrucior.




Odio e amo. Perché io faccia questo, forse domandi.


Non lo so. Ma sento che accade e mi tormento.



Quando poi egli scoprirà che la sua Lesbia, proprio lei frequenta i vicoli più malfamati della città, il suo dolore, la sua costernazione esplodono e, come spesso accade, proprio allora esplode la vera poesia:


Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,illa Lesbia,

quam Catullus unamplus quam satque suos amavit omnes,

nunc in quadriviis et angiportis

glubit magnanimi Remi nepotes."


O Celio, la nostra Lesbia,

proprio Lesbia,quella Lesbia,

che solo Catullo amò

più che se stesso e più dei suoi parenti,

ora nei quadrivi e negli angiporti

spenna i discendenti del magnanimo Remo." ...



Dino Licci

giovedì, aprile 11, 2013

La nera signora










La mia storia comincia da lontano e potrebbe partire da ancora più lontano ma, se dovessi ricordarmi quante volte, da ragazzo ho incontrato l’affezionata compagna di cui mi appresto a parlare, questo racconto non finirebbe più. Allora comincio dal periodo della mia maggiore incoscienza, quando ci si sente immortali e si pensa di poter dominare il mondo. Cominciamo dall’episodio della grotta. Soltanto il 1° Febbraio 1970 un gruppo di speleologi di Maglie avrebbe scoperto la Grotta dei Cervi di Porto Badisco, una baia stupenda dove ho trascorso la mia infanzia e la mia giovinezza. La grotta riveste un inestimabile valore archeologico per via dei graffiti, ottenuti con ocra rossa e guano di pipistrello, che raffigurano soprattutto scene di caccia (da qui il nome di grotta dei Cervi) ma anche simboli difficilmente interpretabili, ma certamente ascrivibili a riti religiosi praticati in età neolitica. Prima di quella data, nessuno sapeva della sua esistenza ma nel 1955, quando io avevo 12 anni, un amico, scout come me, mi disse se volevo partecipare ad un’esplorazione sotterranea. Si chiamava Grotta del Diavolo, a quei tempi, un cunicolo senza fine che oggi è chiuso da una robusta grata di ferro e che si apre sulla roccia a pochissimi metri dal mare. Armati di una lampadina tascabile ed un’inseparabile corda, cominciammo a strisciare sporcandoci tutti per decine e decine di metri finché arrivammo ad una sorta di laghetto che ci sbarrò il passo (oltre si sarebbe aperta l’odierna Grotta dei Cervi). Io suggerii di tornare indietro ma il mio amico aveva l’avventura nel sangue e si gettò nel laghetto non prima di aver illuminato un nome, inciso nella roccia, di una persona più grande di noi che certamente aveva fatto lo stesso percorso, armato della stessa incredibile incoscienza. L’immersione fu rapida e catastrofica, vuoi perché il mio amico cominciò a tremare per il freddo, vuoi perché si era portato dietro la lampadina che smise di funzionare lasciandoci al buio, non so quanti metri sottoterra ed incapaci di ritrovare la via del ritorno. La fortuna ci aiutò insieme con uno spiccato senso di orientamento e guadagnammo l’uscita proprio quando la respirazione era diventata così difficoltosa che credevamo di rimanere sepolti vivi per sempre. Fu allora che la vidi la prima volta: era giovane e bella ed aveva esattamente la mia età. Non quasi la mia età ma proprio la mia età. Capelli scurissimi ed occhi grandi, sorrideva beffarda e sorniona come può fare una gatta davanti ad un topolino. Cercò di ghermirmi con delle mani affusolate e curatissime, ma nascondeva qualcosa sotto un suo manto nero. Qualcosa che non vidi ma che mi fece tremare di paura. Provai a sorriderle intimorito ed inquieto, ma il suo ghigno malefico mi fece correre disperatamente verso il mare. Mi tuffai in acqua felice di bagnarmi anche camicia e pantaloni, in un bagno purificatore e tonificante, che mi tolse di dosso il fetore del guano ancora attaccato ai miei abiti, mentre un sole caldo ed amico, mi ritemprò velocemente, asciugandomi col calore dei suoi raggi dorati.

La giovincella che avevo appena intravisto doveva crescere assieme a me perché quando la rividi, cinque anni più tardi, aveva ormai fattezze femminili. Bella e biecamente sublime, la rividi rincorrermi, agile come una gazzella, quando io avevo appena 17 anni e correvo come un razzo, correvo così forte cha ancora mi sogno, la notte, quella folle velocità ed un salto incredibile che forse, in una gara olimpionica, mi avrebbe assicurato una medaglia d’oro. Ma è meglio che racconti quell’accadimento che ricordo compiutamente fin nei minimi particolari. Durante una gita tra amici, stavamo percorrendo, in una macchina guidata dal più anziano fra noi, una strada fortemente in discesa quando, da una stradina laterale sbucò un carro, simile nelle fattezze a quei carretti siciliani tirati dai cavalli e tutti colorati, ma molto più grande e trascinato in avanti a folle velocità da un ronzino che certamente aveva eluso la sorveglianza del padrone. Immaginai le tragedie cui potevano andare incontro eventuali veicoli provenienti in senso opposto e senza pensarci due volte scesi dalla macchina, imitato da un altro incosciente compagno che mi disse di afferrare le redini, mentre lui avrebbe tentato di azionare quei freni rudimentali che insistevano sulle ruote alte più di due metri. Il proprietario dell’auto, molto coraggiosamente, fece una manovra ad U e se ne andò lontano mentre il mio amico strisciava dietro il carretto attaccandosi disperatamente a quei freni che non potevano funzionare. Ma peggio di tutti stavo io perché da cacciatore divenni cacciato, col cavallo che, imbizzarritosi per la paura, si mise a correre talmente forte che io dovetti diventare un campione olimpionico della corsa per evitare di essere travolto. Mi salvò uno di quei muretti a secco che abbelliscono le nostre strade di campagna, qui nel basso Salento. Era alto più di due metri ma lo scalai con la velocità del fulmine mentre il cavallo, non potendo frenare la sua corsa, ci sbatté contro la testa e si piegò sulle gambe liberandomi dall’incubo di quella folle corsa .

Lentamente apparvero dal nulla il proprietario dell’auto e il padrone del carretto che, con passo cadenzato ed un sorriso ebete sulle labbra, ci ringraziò per l’aiuto che gli avevamo dato per fermare quell’animale ribelle.

Non ebbi neanche la forza di arrabbiarmi né voglia di farlo perché tutta la mia attenzione era per la ragazza in nero che sorridente ed ironica mi sussurrò: “ci vedremo presto” e fu prodigiosa indovina.

Avevo vent’anni e vagavo in un mese d’Agosto particolarmente afoso, per le strade di Roma fino a raggiungere la Stazione Termini, ricca di idiomi diversi ed una frenetica vita cui, io giovane provinciale, ancora non ero abituato. Vagavo senza meta tra quella folla anonima assaporando per la prima volta il gusto amaro della solitudine. Ero abituato al calore della mia gente, qui nella mia terra, in un paesino che ruota attorno alla Chiesa e dove tutti si chiamano per nome. Un altro tipo di calore si andava invece sprigionando incredibilmente, a livello della mia coscia destra, che cominciava addirittura a bruciare. Cominciai a rendermi conto di quanto mi stava succedendo, solo quando vidi che i miei pantaloni andavano a fuoco e, solo dopo molti minuti, a mente fredda, capii cosa era successo:
alcuni fiammiferi tipo Minerva, intrisi di zolfo, quelli che si accendono quando vengano sfregati contro l’ annessa cartina che contiene perossido di piombo, si erano accesi spontaneamente, coinvolgendo nella fiammata prima i miei pantaloni, poi anche la giacca e la camicia. Cominciai a rotolarmi a terra tra la curiosità di una folla incuriosita ma incredibilmente apatica, che mi guardava a bocca aperta senza che nessuno muovesse un dito per aiutarmi. L’unica persona che mi degnò di attenzione, fu la ragazza in nero, ormai compiutamente donna, che andava dicendo sorridendomi: “questa volta non mi scappi”. E invece la lasciai di stucco, mentre cercando di coprire le mie bruciacchiate pudenda, me ne tornavo a casa facendomi strada tra quei romani così privi di spirito caritatevole.
Vent’anni poi trenta, quaranta, cinquanta, sessanta. Quante altre volte si sarà affacciata a tenermi compagnia la mia “dolce” compagna? Molte volte, certo ma sempre per breve tempo e distratta da altre mansioni forse propedeutiche all’attacco finale. Le ho parlato l’anno scorso quando si sedette accanto a me in un’ambulanza che mi trasportava in Ospedale. Ma io ero furioso per quello che mi era accaduto e non mi accorsi neppure che “lei” era accanto a me, forse troppo preso dall’alterco con una giovane dottoressa, che si ostinava a volermi tagliare la barba. Certo il mio labbro sanguinava essendo stato tagliato di netto dai miei stessi incisivi, ma io non mi farei mai suturare la mucosa orale e poi credo sia più importante vedere perché il mio braccio si rifiuta di muoversi. Non so come possano aver lasciato quella lunga lastra trasparente proprio vicino ai carrelli di un supermercato e proprio sullo scivolo che sembra una pista di lancio per sciatori. Riconosco di non averla vista e ricordo di essere volato come un missile sbattendo la testa contro un cassone di ferro che sembrava essere stato messo lì per misurale la durezza della mia capoccia. Mentre mi sottoponevo ad una Tac ecco che lei si siede accanto a me. Devo stare immobile certo e con gli occhi chiusi ma la vedo benissimo anche così. E’ invecchiata, sembra diventata più paziente e mi guarda quasi con simpatia. Aspetta insieme con me il referto del medico ed io ho tutto il tempo di parlarle: “Sei stanca vero? Sei stanca di seguirmi ormai da tanti anni infruttuosamente e credo proprio che dovrai aspettare ancora un poco. E poi ora che siamo vecchi tutti e due, abbiamo imparato a ragionare con calma. So a cosa stai pensando. Tu intanto esisti in quanto ci sono io. Se mi fai fuori subito, finirai con me. Di la verità. Ti sei affezionata a questo vecchio compagno vero? Lasciati ammirare. Magari non ne avrò più l’occasione. Potresti decidere di farmi fuori con quelle morti istantanee che non danno il tempo di riflettere. Io non ti temo sai? Non ti temo più. Saranno state le letture di Epicuro a rendermi così apatico? Sembra quasi che io abbia raggiunto l’atarassia degli stoici. Ma ci ho parlato con Epicuro, in quelle mie notti silenziose che danno linfa alla mia vita interiore. Lui dice che se ci sei tu, non ci sono più io e viceversa. Io invece ti considero una compagna che da gusto alla mia vita. Che noia sarebbe la vita senza di te. Senza questa entusiasmante lotta con te, che mi sei sempre vicina.
Dino Licci

mercoledì, aprile 10, 2013

Una poesia in dialetto salentino: Lu cane



                                                 Lu cane
Cce bbole,cu me mozzica stu cane
ca sta mme face tuttu stu casinu?
Ci la criatu! e nu se staie cittu
crai senti sorma e puru lu vicinu.

Ma cce lli zzicca, furmine e saietta:
ole cu ssimu, armenu cussì pare,
ma addhruè cca scire, cce bole, na purpetta?
Nà, teni e cittu e lassame mpannare!

E cce la spiccia! essi, essi, vane,
sangu, cce fusce, l’aggiu sicutare
cu visciu propriu ieu cce l’ha ziccatu
furmne de lu focu mpizzicatu!

Eccu ca mo se spiega la commedia :
sintia ndoru de fimmina stu cane.
Guarda come la ndora nnamuratu,
guarda comu la gira e mò è zumpatu!

Sciamune a casa, Dinu, lassa stare,
lassali stare suli st’animali:
a menzu a quistu munnu discraziatu
cu spiccia bonu armenu pelli cani!!!

Traduzione:

Il Cane
Ma che vuole mordermi questo cane
che mi sta facendo tanta confusione?
Ma chi lo ha creato? E continua a far chiasso
Domani si lamenteranno mia sorelle e gli altri vicini.

Ma che gli prende fulmini e saette:
vuole che usciamo, almeno così sembra
ma dove vorrà andare? Vorrà una polpetta?
Ecco tieni, sta zitto e lasciami dormire.

Ma non la finisce! Si va bene vai
Ma come corre, lo devo seguire
Per vedere proprio che gli è preso
Per tutte le scintille di un fuoco acceso!

Ecco che ora si spiega la commedia:
sentiva odore di femmina questo cane.
Guarda come la odora innamorato
guarda come le gira intorno ed ora le è saltato sopra.

Andiamocene a casa Dino, lasciamo perdere,
lasciamoli stare soli questi animali:
in mezzo a questo mondo disgraziato
che finisca bene almeno per i cani!!!





domenica, aprile 07, 2013

Sacro e profano in pittura





Dino Licci-acrilci su tela-



Con pari impegno e pari dedizione
spalmo i colori con la mano stanca
e quando ad ispirarmi sia il candore
di una madonna col mantello e bianca,

e quando sia di una fanciulla in fiore,
il corpo suo disteso su una panca
coi seni acerbi turgidi d’amore
e l’espressione dolce e un poco stanca.

Vola il pennello a carezzar pudico
il manto azzurro o del bocciolo il cuore:
poso ad entrambe nei capelli un fiore
che fonda insieme il sesso ed il pudore!



L'albero stanco

Dino Licci- albero stanco.acrilco su tela 50x70


Lasciando il suo ramo un’ultima foglia
volteggia nel vento, s’acquieta e risale.
E l’albero è nudo e resta contorto,
solenne e sublime, lui solo a pensare.

I rami ormai brulli, il tronco rugoso,
la chioma ormai spoglia gli fan ricordare
quand’era frondoso e pieno di trilli,
di canti, di suoni, uccelli e cicale!

S’arresta sul ramo, già stanco del volo,
un piccolo uccello che vuole cantare.
E’ un dolce richiamo, cinguetta amoroso
un ultimo guizzo, poi presto scompare.

E l’albero stanco, sfinito s’acquieta
e nella corteccia rugosa compare
un’ultima stilla di vita gemente:
la lacrima ambrata che par luccicare!



Democrazia



Dino Licci-Il padre-acrilico su tavola (particolare)


Un giorno un angioletto impertinente
disse al Signore: "non mi pare giusto
che sol gli umani possano parlare,
esprimere pareri, argomentare."

Ed il Signore disse : "ti accontento:
ora faccio parlare tutti quanti
pure gli uccelli, i pesci e i marsupiali….
e foglie e vento e nubi e tutti i mari!"

Ciò detto, sorse intorno un gran brusio,
il mondo cominciò a spettegolare:
una leonessa, offesa dal marito,

urlava le sue pene ed un maiale
intanto si sgolava a reclamare
un altro pasto caldo da ingozzare.

Una cicala offese una formica
dicendo ch’era avara e un po’ meschina,
persino una gallina spelacchiata
pretese d’essere bella come fata.

Si litigava in terra, in cielo, in mare
ed un vulcano prese ad eruttare.
Il fuoco, offeso da quel gran vociare,
si mise a dire : "qui s’ha da bruciare

piante e animali per riconquistare
l’ormai perduta pace e riposare".
L’acqua si risentì da tanto osare

e mandò i mari volendolo fermare.
Ma il gran calore li fece evaporare.
E fu la pioggia e poi fu il temporale.

Fu a questo punto che si udì un gran tuono
che azzittì tutti presi da paura.
Ed il Signore disse a quel frastuono
"Quanto è accaduto vi serva da lezione:

non posso dare tutto a tutti quanti
ed ogni bene si deve conquistare.
Che ognuno torni muto e silenzioso
perché mi voglio alfine rilassare!"

























giovedì, aprile 04, 2013

Il Mito di Adone



                                                          Afrodite e Adone, vaso Attico a figure rosse, ca 410 a.C., Parigi, Louvre.

 

Nell’antica Grecia vigeva un tempo un mito che ricorda vagamente la nostra Pasqua intesa come rinascita, risveglio della natura e della primavera. Per rendercene conto dobbiamo attingere ad un’opera enciclopedica vergata da James Frazer: “Il Ramo d’oro”. Il titolo del libro lo dobbiamo alla leggenda che vede la Sibilla consigliare a Enea di fornirsi di un ramo d’oro (probabilmente un rametto di vischio reciso), per poter ritornare nel regno dei vivi dopo la sua famosa catabasi (la discesa nel regno degli inferi). Ma sorvolando sul racconto virgiliano, addentriamoci ora nel mito di Adone il cui antico nome era Tammuz, il dio venerato dalle genti semitiche di Babilonia e Siria, che i Greci adottarono agli inizi del settimo secolo avanti Cristo. Nella tradizione babilonese Tammuz appare come il giovane sposo di Ishtar, la grande dea madre, incarnazione delle energie riproduttive della natura. Sulla nascita di Adone, che personifica la bellezza maschile, s’impernia un’altra leggenda che si deve alla fantasia del poeta epico Paniassi: Afrodite, adirata con Smyrna (Mirra) per la sua scarsa devozione, la costrinse ad innamorasi del padre Teia, un re assiro che giacque con la figlia per ben dodici notti prima che gli venisse in mente di accendere un lume e scoprirne l’identità. Teia, scoperta finalmente l’identità dell’amante, venne preso dall’ira e l’avrebbe di certo ammazzata se Dei pietosi non l’avessero trasformata in un albero dalla resina profumata, l’albero di Mirra. Trascorsero nove mesi, Mirra fu colta dalle doglie tanto che il suo tronco s'incurvò e Ilizia, la dea protettrice delle partorienti, mossa a pietà dai suoi gemiti, s'avvicinò all'albero e posò le mani sulla corteccia pronunciando la formula del parto. Subito s'aprì un piccolo varco, da cui affiorò il piccolo Adone. Le Naiadi lo raccolsero e lo allevarono amorosamente ungendolo con le odorose lacrime di sua madre. Ne venne fuori un giovine così bello che la stessa Afrodite se ne innamorò tanto che lo nascose in una cassa per preservarlo dai mali del mondo. Anzi, per maggior sicurezza, affidò la cassa a Persefone, la regina degli inferi. La dea infernale, vistone il contenuto, si innamorò del bel bambino che non volle più restituire alla dea dell’amore. Ne nacque una violenta disputa tra le due dee per sanare la quale intervenne Zeus che affidò Adone per sei mesi a Persefone che c’impone ancor oggi l’inverno e l’autunno e sei mesi ad Afrodite, che ci restituisce la primavera e l’estate. Insomma noi dovremmo la fertilità della terra ed il suo risveglio, a questa saggia decisione, ma tutta la storia degli antichi miti e delle religioni è imperniata sul risveglio di madre natura, sulla rinascita, sulla resurrezione. In onore di Adone si celebravano in Grecia, dopo l’equinozio primaverile, le feste adonie, simbolo anch’esse, di fertilità. La storia di Adone non ha però un lieto fine perché egli venne sventrato da un cinghiale inviatogli contro dalla gelosia di Ares o di Efesto (non si capisce bene dalle mie fonti) e, a dar retta ad Ovidio, dal suo sangue nacque un fiore: l’anemone che dopo pochi giorni muore come i germogli delle piantine che ancor oggi noi poniamo nei sepolcri il giorno del giovedì santo. Ma anche allora si pensò alla resurrezione. Nei santuari di Astante a Byblo dopo le lamentazioni per la sua morte, se ne canta gioiosamente la resurrezione e l’ascensione al cielo. Dino Licci