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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

giovedì, giugno 27, 2013

Il "Don Chisciotte"



Don Chisciotte e Ronzinante, dipinto di Honoré Daumier

Il "Don Chisciotte" di Cervantes nasce come critica alla mania invalsa alla fine del ‘500 in Europa e soprattutto in Spagna di immergersi nella lettura dei romanzi cavallereschi importati dalla Francia. Il fenomeno dei “Lettori impazziti” veniva così sottolineata da Cervantes che, inventandosi questo strano personaggio, voleva appunto fare uno spaccato della società del tempo. Ma il personaggio acquista valore e spessore quando l’autore, forse suo malgrado, ne fa l’emblema della capacità tutta umana di compendiare realtà e fantasia, quella fantasia che interviene a correggere i mali di una realtà a volte tropo cruda per essere accettata supinamente. Così il lettore viene trascinato dalla simpatia che il personaggio ispira, seguendolo nei suoi voli pindarici, che gli fanno scambiare i mulini a vento per malefici giganti o un branco di pecore per un esercito nemico. Il suo fido scudiero Sancho Panza lo riporta continuamente a scontrarsi con la realtà in un gioco apparentemente semplice ma carico di significati psicologici di alto valore morale. Il romanzo risente inoltre delle disavventure del suo autore e, come sempre accade, acquista un vago sapore autobiografico. Cervantes infatti aveva partecipato alla battaglia di Lepanto e, pur essendosi comportato da eroe, era stato dimenticato da tutti finendo in carcere gli ultimi anni della sua vita. Nel "Don Chisciotte" quindi egli volle evidenziare l’assurdità invalsa in quell’epoca, di glorificare gli eroi immaginari della letteratura cavalleresca, dimenticando la realtà quotidiana di chi valorosamente compiva semplicemente il proprio dovere. Ma se queste erano le intenzioni iniziali dell’autore, il suo romanzo acquisisce sempre maggiore spessore ed il personaggio grottesco dell’anziano hidalgo, presto si trasforma in una tragica parodia dell’umanità delusa da una realtà tanto penosa da costringerlo a rifugiarsi nel sogno o nella pazzia.

Dalle pagine del romanzo erompono le contraddizioni dell’animo umano, la sua capacità d’astrazione, la sua ambivalenza, la sua fisiologica contraddizione tra un emisfero di destra votato all’immaginazione, all’arte, al sentimento ed un emisfero sinistro deputato al calcolo e al raziocinio.

I due protagonisti personificano bene questa dicotomia atavica dell’uomo con un Don Chisciotte che riesce ad affascinare il popolano Sancho, uomo grezzo con i piedi ben piantati per terra, ma che lo segue nelle sue stravaganti gesta forse sedotto dalle promesse della gloria futura.

Bisogna cogliere la sottile ironia con cui Cervantes combatteva la decadenza morale dei suoi tempi ed il suo modo tutto particolare di combattere l’inquisizione, le eresie, gli idealismi di ogni genere.

Il testo di Cervantes si presta ad essere interpretato diversamente a seconda dell’attenzione che il lettore gli dedica. E molta attenzione dovette dedicargli Nietzsche, che s’identificò in lui quasi presagendo la sua futura pazzia. Nelle parole del Don Chisciotte morente c’è infatti un messaggio filosofico che Nietzsche non condividerà del tutto e forse anche nella “decostruzione” del più attuale Derridà si potranno trovare i germi di una trasvalutazione dei valori operata del filosofo tedesco ma che affiorano anche nelle ultime parole del nostro eroe:

"Il mio intelletto è ora libero e chiaro senza le ombre caliginose dell’ignoranza, in cui l'aveva avvolto la continua e detestabile lettura dei libri di cavalleria. Io riconosco ora le stravaganze e i loro inganni, e mi duole soltanto d’essermene accorto troppo tardi, poiché non mi resta più tempo di compensare il mio fallo con la lettura d’altri libri che possano illuminarmi l’anima. (...)Vorrei morire in modo da far capire che la mia vita non è stata tanto cattiva da meritarmi la reputazione di pazzo: perché sebbene lo sia stato, non vorrei confermare questa verità con la mia morte"

Morendo Don Chisciotte si toglie una maschere di sapore pirandelliano e finisce per smentire e negare se stesso:

"Rallegratevi con me, signori miei, perché io non sono più Don Chisciotte della Mancia, ma Alonso Chisciano, a cui gli esemplari costumi meritarono il nome di buono(...)Ormai mi sono odiose tutte le storie mondane della cavalleria errante."

Una morte insignificante, un colpo mortale per un’umanità che viene perdendo i suoi sogni, le sue illusioni, la sua fantasia. Per questo la sua morte non piace a Nietzsche, per questo le parole del fido Sancho acquistano un profondo significato morale ed una cocente delusione:

"Non muoia , signor padrone, non muoia. Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chissà che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi. Se Lei muore dal dispiacere d’essere vinto, la colpa la dia a me, dicendo che la scavalcarono perché io avevo sellato male Ronzinante..."

venerdì, giugno 21, 2013

Filastrocca d’altri tempi








Se mi esprimo con la rima

a poetare faccio prima.

Ma vorrei poi pubblicare

Queste rime in un giornale

Per adulti e per piccini,

per sapienti e per cretini.



Sto cercando un editore

Oculato e pien d’amore

Per le cose pure e belle

Come il pane e le frittelle!



Sto creando rime pure

Filastrocche durature

che riportino l’amore,

la speranza ed il candore.



Il signor Bonaventura

Arcibaldo e Petronilla,

personaggi d’altri tempi

molto lieti e noi contenti:



“Il Corriere dei piccini”

Si leggeva nei camini.

C’era il nonno e la befana

con la scopa e una campana

che annunciava il lieto evento

ogni cuore era contento!



Biancaneve e i sette nani,

favolette artigianali.

Mi ricordo Pulcinella,

Arlecchino e pur Brighella!



La vogliamo pubblicare

Qualche cosa in un giornale?

Se qualcuno è interessato,

io son qui pronto e gasato!















lunedì, giugno 17, 2013

Perseo libera Andromeda

                                               Dino Licci - Perseo ed Andromeda - acrilico su tela 180x180

L’amore per il sapere nasce insieme con l’uomo ed il suo comportamento è adeguato al livello culturale che egli ha raggiunto, affermazione valida anche in un contesto attuale, ma che questa volta riveste un significato storico riferendosi ai primordi della civiltà, quando l’inconoscibile diventava deità e l’uomo inventava il mito al cui significato assiologico bisognerebbe dedicare molta attenzione. Al centro di ogni mitologia c’è la complessità dell’animo umano ed è forse per questo che l’etica che si ricava da un racconto mitologico, può prestarsi a diverse interpretazioni. Io voglio semplicemente illustrare qui il mito di “Perseo che libera Andromeda” perché renda esplicito il significato una mia opera pittorica

Acrisio, re di Argo, aveva avuto dalla moglie Euridice, una sola figlia femmina, Danae, per cui temeva di rimanere senza eredi e quindi si recò ad interrogare l’oracolo sui destini della sua città. Gli fu risposto che sua figlia Danae avrebbe avuto un figlio che lo avrebbe ucciso. Spaventato egli rinchiuse Danae in una torre inaccessibile a chiunque ma non a Zeus che la fecondò dall’alto trasformandosi in pioggia d’oro ( vedi il celebre il quadro di Klimt).

Avvenne poi che Acrisio si accorse di questa nascita e, paventando che si realizzasse quanto l’oracolo gli aveva predetto, fece rinchiudere Danae ed il figlioletto in una cassa di legno che abbandonò in una nave che andava alla deriva. L’imbarcazione raggiunse l’isola di Serifo dove il tiranno Polidette raccolse la cassa credendola colma di tesori ma vi trovò Perseo e sua madre, della quale, non ricambiato, s’invaghì. Polidette, avendo capito che l’amore di Danae era tutto riversato sul figlio Perseo ormai cresciuto, propose al ragazzo uno scambio pensando così di liberarsi di lui: avrebbe sposato certa Ippodamia lasciando in pace la madre, se Perseo gli avesse portato in dono la testa della Gorgone Medusa. Mentre Perseo, essendo riuscito nell’impresa, traversava l’Etiopia in groppa a Pegaso, il suo cavallo alato, intravide una fanciulla incatenata agli scogli, appunto Andromeda che presto sarebbe stata divorata da un mostro marino. Ella era figlia di Cassiopea che aveva osato dirsi più bella delle Nereidi. Poseidone, dio del mare ed amico delle Nereidi che si erano offese, per vendicarle, aveva inviato in quelle terre un mostro marino che divorava gli abitanti della città e per placare il quale gli fu offerta in pasto la bella Andromeda che, oltre che di Cassiopea, era figlia di Cefeo, re d’Etiopia. Perseo affrontò il mostro e lo sconfisse grazie alla testa di Medusa che aveva appena decapitato conservando il trofeo in un sacco. La testa di Medusa, pur da morta, continuava a pietrificare chiunque posasse lo sguardo su di essa e quindi anche il mostro marino che così morì mentre le ninfe del mare rubavano alcune gocce di sangue che ancora sgorgava dalla testa di Medusa. Da quelle gocce nacquero i coralli che ancora adornano i fondali dei nostri mari o, trasformati in monili preziosi, i décolleté delle nostre donne. Anche Pegaso era nato dal sangue di Medusa mentre Perseo la sconfiggeva perché munito di uno scudo che lo riparava dallo sguardo pietrificante della Gorgone, di una bisaccia, calzari alati e l’elmo di Ade. Abbastanza macabro il modo in cui Perseo riuscì a farsi svelare dalle Graie, nate vecchie e sorelle delle Gorgoni, dove poteva trovare   i calzari e l’elmo che potevano aiutarlo nella lotta contro Medusa. Le Graie, avevano un solo occhio che si scambiavano all’occorrenza ed appunto, in cambio dell’occhio ad esse rubato, Perseo riuscì nell’intento. Ma la storia continua. Perseo, liberata Andromeda, ne pretese la mano ed infatti la sposò contro il volere di Cassiopea, che per questo fu pietrificata dalla solita testa della Gorgone, che ormai Perseo usava come arma. Dopo varie vicissitudini Perseo si ricongiunse al nonno Acrisio rassicurandolo sulle sue buone intenzioni ma, durante una gara in onore del padre Zeus, il disco da lui lanciato, colpì per errore proprio la testa di Acrisio e la predizione dell’oracolo si avverò . Se volete saperne di più leggete un po’ di “Metamorfosi”di Ovidio anche se molti sono gli autori che ricordano questi miti : Igino, Omero, Apollodoro, Apollonio Rodio, Valerio Flacco ed altri ancora. Il padre Dante fa riferimento a Medusa nel IX canto dell’inferno con questi versi

" Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso:


che se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi,


nulla sarebbe del tornar mai suso"

sabato, giugno 08, 2013

Giulio Cesare Vanini



Nell’uso comune della parola dare del libertino a qualcuno significherebbe bollarlo come un uomo di facili costumi, una sorta di dongiovanni da strapazzo, quale quello rappresentato dal celebre personaggio di Molìere, ma se la parola “libertino” la usiamo per designare un’ alta figura morale quale quella di Giulio Cesare Vanini, allora il termine acquista tutt’altro significato perché entriamo nel campo della speculazione filosofica, nel primato della ragione sulla fede, laddove al dogma dell’ortodossia religiosa si contrappone l’incontrovertibile verità che scaturisce da un’attenta osservazione dei fenomeni naturali, da un’analisi profonda delle leggi che regolano il divenire fuori da ogni costrizione fideistica tipica di tutto il periodo medioevale. Libertinismo significa emancipazione con un preciso riferimento etimologico alla parola latina “libertus” nome dato allo schiavo romano che riscattava la sua libertà. Il libertinismo nacque soprattutto nella Francia del primo ‘600 come reazione alla restaurazione cattolica voluta dal concilio tridentino e, per quanto non si possa ancora identificare con l’illuminismo, pure in esso ne troviamo i primi germogli che, a ben guardare, dimoravano in un letargo secolare fin dal tempo dei presocratici e poi in un Aristotele biologo non ancora inficiato dalle manipolazioni medievali. Democrito, Leucippo, Epicuro ne saranno le colonne portanti e forniranno spunti di meditazione a tutte quelle scuole di pensiero che in tempi e luoghi diversi vorranno cercare la Verità, l’aletheia greca intesa come meraviglia, rivelazione, ricerca appassionata di un Dio che si manifesta nella Natura perché è in tutte le cose. Il panteismo sarà infatti l’alta concezione che di Dio hanno i libertini, deisti che si sforzavano di cercarlo con l’uso della ragione, scevri da ogni condizionamento ambientale. Tali convincimenti li accostavano molto a Giordano Bruno con il quale condividevano anche l’idea della pluralità dei mondi e la concezione di un Universo infinito. Ma se la Storia si ricorda di commemorare Bruno bruciato vivo a Campo de’ fiori, o Campanella che dovette fingersi pazzo, o Galileo e la sua celebre abiura, pochi conoscono la figura del salentino Vanini che non fu meno pervicace degli altri eroi del libero pensiero nello sfidare il giudizio del potere temporale della Chiesa. Egli fu condannato dall’inquisizione di Tolosa e fece una fine orribile come vedremo più innanzi.

Nato a Taurisano nel 1585,egli era figlio illegittimo del ligure Giovanni Battista e della nobildonna spagnola Beatrice Lopez de Noguera. Giunto a maggiore età, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Napoli, ma la morte del padre lo colse privo di sostentamenti per cui dovette momentaneamente abbandonare gli studi ed entrare nei Carmelitani col nome di fra Gabriele. Le sue grandi capacità intellettuali e la sua spiccata “curiositas” lo videro impegnato in un primo tempo ancora a Napoli dove conseguì la laurea in diritto canonico e civile, poi, sistemata la sua condizione economica con la vendita delle sue proprietà e trasferito in un monastero di Padova, Vanini continuò i suoi studi iscrivendosi alla facoltà di teologia. Ma ciò che plasmò ancor più il suo pensiero libertino, furono lo studio appassionato di filosofi del calibro di Averroè e Cardano e la lettura degli scritti di Pietro Pomponazzi , spiriti così liberi dai condizionamenti religiosi, da poter essere considerati illuministi ante litteram. Sempre a Padova il Vanini si aggregò a quel gruppo facente capo al famoso frate Paolo Sarpi, che capeggiò la rivolta contro il papa Paolo V per difendere l’indipendenza da Roma della Repubblica Veneziana, che era stata colpita da Interdetto. Questo Sarpi era un frate di grande cultura che influenzò moltissimo il pensiero del nostro Vanini. Personaggio versatile e poliedrico, egli fu teologo, astronomo, matematico, fisico, anatomista e letterato ma la sua “Istoria del concilio tridentino”fu subito messa all’indice dalla Chiesa romana, che pare abbia attentato anche alla sua vita.

Ma il suo pensiero aveva già contaminato l’animo degli spiriti liberi come Vanini che, ormai noto alle autorità ecclesiastiche per il suo fervore antipapale, fu rinviato a Napoli dove sarebbe stato severamente punito dal generale dell’Ordine dei Carmelitani. Invece che a Napoli Giulio Cesare si recò dapprima a Bologna e poi assieme al confratello Genocchi e con la complicità degli ambasciatori inglesi, cominciò una lunga peregrinazione per tutta l’Europa fino ad approdare a Londra dove, alla presenza di Francesco Bacone, i due fuggitivi ripudiarono la fede cattolica per abbracciare quella anglicana. Mentre l’inquisizione si apprestava a giudicarli, i due frati, pentitosi, cercarono di essere riammessi nel cattolicesimo ma, dopo alterne vicende che videro Vanini prima rinchiuso nella torre di Londra, poi a Genova precettore dei figli di Giacomo Doria, il filosofo, infine fuggì in Francia ormai perseguitato dalla Chiesa, dalle autorità inglesi e perfino dall’inquisizione genovese che intanto aveva fatto arrestare l’amico Genocchi. Qui in Francia ricevette l’appoggio di molti aristocratici affascinati dalle opere che intanto andava scrivendo in perfetto latino. Ma se la crema della società francese apprezzava il suo pensiero, la Chiesa cattolica certamente non gradiva il suo eloquio rivoluzionario e progressista. Così i suoi testi furono dati al rogo ed egli venne accusato prima di ateismo, poi, quando, per difendersi, scrisse l’opera “Amphitheatrum aeternae Providentiae Divino-Magicum” (L’anfiteatro divino magico dell’eterna Provvidenza), fu accusato di panteismo. Sempre eretico restava ed anche quando i suoi scritti riguardavano la bellezza dei fenomeni naturali (“De Admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis” (I meravigliosi segreti della natura regina e dea dei mortali), i suoi testi non piacquero alle autorità cattoliche, che li misero immediatamente all’indice e che poi vennero distrutti in un rogo purificatore. Sorte che toccò anche a lui quando il tribunale di Tolosa lo condannò come ateo e bestemmiatore e la sua morte fu qualcosa di atroce come si evince dalla descrizione che ne fa il filosofo Cesare Teofilato:

 

“Fu fatto salire sul carro, che doveva trasportarlo al luogo del supplizio. Allora egli, dotto nel classico idioma dei romani, esclamò:

-Andiamo,andiamo a morire allegramente da filosofo-

………………………………………………………………………………………….Come decretato dalla sentenza, fu legato ad un palo. Si doveva strappargli la lingua ma, poiché Giulio Cesare si ostinava a non cavarla fuori, il boia ricercò con le tenaglie nella chiostra dei suoi denti e la lingua divelta cadde a terra, brandello sanguinante di carne………………Dopo lo strappo della lingua lo strangolamento, dopo lo strangolamento il fuoco. Così decretava la sentenza.”

Questo martire del libero pensiero è poco conosciuto forse perché i suoi testi furono in gran parte bruciati, forse perché le sue continue peregrinazioni ne fecero spesso perdere le tracce, eppure grande fu il contributo culturale che egli lascò all’umanità: fu precursore di Darwin asserendo che l’uomo proveniva dalle Scimmie e da altri progenitori comuni, fu grande naturalista in accordo con gli studi di Bruno, Telesio, Campanella, negò l’immortalità dell’anima secondo l’insegnamento del Pomponazzi e si erudì secondo il pensiero del Machiavelli, che predicava la laicità dello Stato. Definì miracoli suggestioni della mente umana e rifiutò la maggior parte dei dogmi dell’ortodossia cattolica.

Molto apprezzato dai filosofi d’oltralpe quali Gassendi e Bayle, fu un vero precursore del sapere ed illuminò, col suo pensiero, la strada degli uomini liberi che cercavano la verità senza essere soggiogati dalla paura dell’inquisizione che con Paolo V fu mascherata col nome di “Santo Uffizio”. Tale istituzione permane ancor oggi sotto il nome di “Congregazione per la dottrina della fede” i cui compiti sono specificati nel “Pastor bonus” di Giovanni Paolo II e della quale fu prefetto anche il cardinale Ratzinger prima di diventare papa.

Io chiuderei questo mio breve scritto, elogiando ancor più la figura di questo martire della laicità poco noto perfino nella sua terra natale, ma degno di sedere tra i grandi del pensiero filosofico mondiale.



martedì, giugno 04, 2013

La quinta sinfonia di Beethoven





La quinta sinfonia di Beethoven




Se al classicismo di Franz Joseph Haydn, al suo bonario ottimismo pregno di giovialità, sommiamo il soggettivismo dell’età romantica e la più profonda introspezione, allora arriveremo ad un risultato tanto straordinario quanto fantastico, ad una pagina sinfonica ormai celeberrima ma nota purtroppo al grande pubblico solo come “Il destino che bussa alla porta”. Avrete capito che sto parlando della prestigiosa quinta sinfonia di Beethoven, un’opera che racchiude in sé una drammaticità di sapore michelangiolesco, un condensato di antinomie kantiane che la musica esprime in una dialettica contrapposizione tra toni maschili e toni femminili cantabili, secondo lo schema introdotto appunto da Franz Joseph Haydn. Se si vuole cogliere tutto il messaggio insito nella meravigliosa sequenza di note che anima la quinta sinfonia di Beethoven, allora dovremo immergerci in pieno romanticismo laddove le pulsioni individuali prorompono quasi a contrastare il razionalismo illuminista di cui l’uomo del tempo sembrava essersi stufato. L’introspezione individuale del sommo autore, i suoi sogni fantastici, la sua tristezza o le gioie improvvise, compendiano, nella sinfonia in do minore, tutte le contrapposizioni dell’animo umano, rendendo universale un’opera da gustare lentamente, riascoltandola più volte e cogliendone la tensione emotiva che da essa traspare.

http://youtu.be/4J9uiOrCx48

domenica, giugno 02, 2013

Giraffa

Sapete perché la giraffa ha sviluppato con l’evoluzione un collo così lungo? Non per cibarsi delle foglie più alte come si è sempre creduto ma, come si è scoperto solo oggi, perché emette con i movimenti della testa, dei suoni che noi non possiamo sentire perché di frequenza troppo bassa. Così facendo, in un passato lontano milioni di anni fa quando le savane erano popolatissime da molte specie di zebre, gnu, rinoceronti e simili ed era difficile comunicare in tanto frastuono, le giraffe si evolsero “costruendosi” una torretta personale. Inoltre cominciarono a perdere le pericolosissime corna che potevano risultare mortali nei combattimenti tra maschi limitandosi a percuotersi con i lunghi colli. Solo l’uomo ammazza i rivali. Gli animali invece, con i combattimenti, instaurano una gerarchia che sarà sempre rispettata. Da notare che per pompare il sangue fino alla testa la giraffa ha dovuto anche sviluppare il cuore più grande del mondo, almeno venti volte più grande e potente di quello dell’uomo.

                                        Dino Licci -Giraffa- acrilico su tela 50x70