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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

martedì, novembre 12, 2013

Ateismo e agnosticismo




Ateismo e Agnosticismo



                                                       Dino Licci –autoritratto-


Io stesso, pur essendo agnostico ed estremamente razionale, nel pronunciare o udire la parola “Ateo”, provo una sorta di repulsione, di ancestrale giudizio che mi porta ad associarla a qualcosa di riprovevole da rinnegare e combattere. Eppure non c’è niente nell’ateismo che io possa razionalmente biasimare. L’ateismo è soltanto la forma, la più razionale e scientificamente accettabile, atta a liberare l’umanità dai condizionamenti ambientali, che hanno limitato la sua capacità di lucida analisi e ricerca. Il nostro cervello è un organo estremamente plastico che durante l’infanzia ed in età adolescenziale, molto meno in età adulta, attraverso complesse reazioni chimiche ed elettriche, fissa dei concetti base, che siano un valido supporto per tutto il resto della nostra esistenza (imprinting). Ma se le informazioni che riceviamo nei primi anni di vita sono false, esse si fisseranno comunque nel nostro cervello e così saldamente, che poi sarà assai arduo rimuoverle e questa condizione costituirà un grande ostacolo nella ricerca della verità. Facciamo un esempio. Il civilissimo Giappone ha adottato come religione ufficiale lo Shintoismo. Esso ci racconta come il divino imperatore discenda dalla dea Amaterasu (la dea del sole) e come quest’ultima sia nata dal lavaggio dell’occhio sinistro di Izanagi che lo stava purificando dalla contaminazione del mondo degli inferi, dove egli era disceso per trovare sua moglie Izanami.
(Da Izanagi e Izanami sarebbero nati tutti i “kami” della terra). Queste leggende che a noi occidentali appaiono palesemente assurde, sono la loro verità nella stessa misura in cui le favole raccontate dalla nostra genesi, sono le nostre verità apparendo altrettanto assurde a loro. E questo accade per tutte le religioni del mondo, dal Taoismo al Gianismo, dal Buddismo all’Induismo e fino all’Ebraismo, all’Islamismo e al Cristianesimo, le cosiddette religioni abramitiche che, pur avendo una genesi comune e come fonte d’ispirazione i sacri testi (Bibbia, Torah, Corano), si scontrano duramente fra loro causando guerre di religione foriere di morte e distruzione senza fine.

Ogni credo ha la sua verità preconfezionata da un’astuta classe sacerdotale, che manovra a suo piacimento una pletora di fedeli tenuti artatamente e per secoli in uno stato di abissale ignoranza. Ma se soltanto ognuno facesse uno sforzo intellettuale scarnificando appena la crosta di quanto gli viene imposto fin dall’età prepubere, si accorgerebbe che la nostra fede si basa su miti e fantasie altrettanto incredibili del lavaggio dell’occhio di Izanagi. Mettetevi nei panni di un orientale o di chiunque non abbia subito il “lavaggio del cervello” cui noi veniamo sottoposti in ogni luogo e in ogni occasione, e pensate al nostro Dio. Egli è insieme uomo, divinità e spiritualità paragonabile alla Trimurti induista che riunisce in un’unica triade: Brahma, il Principio di creazione, Vishnù, il Principio di preservazione, Shiva, il Principio di dissoluzione e riassorbimento dell’Universo o al dio Ganesh per metà uomo e metà elefante.

                                                             Dino Licci - La Trimurti-

Queste mostruosità chimeriche non sono dissimili dal nostro Dio nella sua essenza trinitaria che gli fu attribuita da uomini che si combattevano furiosamente tra di loro durante i concili che una volta videro Alessandro primeggiare su Ario (I concilio di Nicea), un’altra Cirillo su Nestorio (concilio di Efeso) e così via di questo passo fino al Concilio  Ecumenico Vaticano Secondo, praticamente ignorato dalle attuali,  alte gerarchie ecclesiastiche. Da questi scontri persino cruenti (si ricordi che si ascrive a San Cirillo la volontà di eliminare la matematica Ipazia perché ritenuta atea), scaturiscono i “Misteri della fede”, che impongono ai credenti di accettare come verità rivelate, gli atti conciliari scaturiti dalla turbolenza di opposte fazioni.

Ma andiamo avanti. Dio si sarebbe fatto uomo per salvarci dal peccato originale. Insomma quel morso dato da Eva alla mela, condizionerebbe tutta l’umanità dal cristianesimo in poi, facendoci tutti nascere marchiati dal peccato pur non essendo, appena nati, capaci d’intendere e volere. Per non parlare della pletora di umanità vissuta prima dell'avvento del cristianesimo: tutti dannati, in assenza del battesimo, a scontare per l’eternità una colpa di terzi proprio come gli Ebrei condannati nei secoli  a scontare l’uccisone di Cristo ascrivibile semmai a Pilato o alla classe dirigente dell’epoca. E pensare che la figura storica di Cristo si personifica proprio in un ebreo! Ma non finisce qui: Cristo sulla croce si rivolge a suo padre chiedendogli perché lo ha abbandonato, si rivolge cioè a se stesso (secondo il mistero della Trinità) sdoppiandosi a piacimento tra umano e divino.


                                         Dino Licci-Trinità


E c’è poco da scherzare se pensiamo che l’evidenziazione di questa incongruenza tra la fusione del finito con l’infinito che Kant avrebbe definito antinomia, costarono a Giordano Bruno e a Cesare Vanini la tortura e la morte sul rogo.

Un’altra perla sul peccato originale è data dalla modalità di trasmissione voluta da Sant’Agostino che, senza aver studiato neanche i primi rudimenti di genetica ed embriologia, sentenzia, ascoltato anche dalle alte sfere gerarchiche  della Chiesa, che il peccato originale si trasmette attraverso l’atto sessuale (traducianesimo). Cose da pazzi.
E, pur di non contraddire i dottori della Chiesa, si sacrifica la teoria di Darwin che apre uno squarcio sulle nostre origini e sulla nostra storia evolutiva. Noi, secondo il credo cattolico, non deriveremmo da specie meno evolute con cui condividiamo la gran parte del patrimonio genetico: le radici dei nostri canini non sarebbero un ricordo filogenetico dei nostri progenitori, ma affonderebbero per caso così profondamente ed ingiustificatamente nei nostri alveoli, il coccige non sarebbe un moncone di coda e tutti gli altri organi vestigiali sarebbero un inutile accessorio perché, secondo la genesi, discenderemmo tutti da una coppia fatta di fango in competizione con la religione maya che invece vorrebbe l’uomo forgiato dalla semente di mais.

                                             Dino Licci-L’evoluzione-

 Stare al passo con le religioni senza spronarle a rivedere le loro aprioristiche verità, significherebbe rimanere ancorati ai riti antichi dei nostri predecessori, che vedevano nei fenomeni naturali l’espressione della volontà degli dei identificati con gli astri o con i vulcani. I vichinghi, per esempio, credevano che due lupi, Skoll e Hati, inseguissero l’uno il sole, l’altro la luna, facendo avvenire un’eclissi, quando uno dei due avesse raggiunto il suo astro. Gli uomini allora, durante un’eclissi, si riunivano in folti gruppi facendo un enorme baccano per spaventare i lupi e venire in soccorso degli astri, considerati dei. Questa diversità di credenze che variano nello spazio e nel tempo, sono la riprova che le religioni sono immanenti, fondate tutte  dall’uomo con lo stesso, identico scopo ma con modalità diversa a seconda della loro  collocazione spaziale e temporale. Non è stato Dio insomma a creare l’uomo ma l’uomo a creare Dio (Feuerbach), anzi l’idea di un Dio immateriale e trascendente che sia insieme un anelito di speranza e di riscatto per tutte le ingiustizie ed i dolori subiti sulla terra. Una mente veramente razionale e scevra da condizionamenti ambientali, non può accettare l’idea di un Dio costruita a tavolino a tutto, esclusivo vantaggio di classi sacerdotali che, nel corso di millenni, hanno manovrato folle immense col ricatto della punizione eterna e giocando sul concetto di anima immortale.

Il concetto di anima è quanto di più sfumato esista ed entra nel bagaglio culturale dell’umanità attraverso secoli e secoli di profondi studi introspettivi. Fin dai tempi dei tempi, Platone e man mano gli altri, i neoplatonici, gli stoici, gli idealisti, gli empirici, gli esistenzialisti e così via, si sono cimentati a definire lo spirito, l’anima, il mondo delle idee, l’immortalità, la metempsicosi.  Ma  viene da chiedersi cosa sia  il libero arbitrio, cosa la propria  spiritualità, la propria coscienza se una sostanza che  immettiamo  nel nostro  organismo come droga, come medicamento, come sedativo, può modificare i nostri  costumi, le nostre reazioni, la nostra sessualità, i nostri appetiti? Non è forse più logico accettare una volta per tutte ciò che è facilmente dimostrabile e cioè che sia un complesso chimismo cerebrale a regalarci la memoria, il pensiero, la forza delle idee?
Il concetto di anima si fra strada tra un serpeggiante cammino che solo al tempo di Socrate trova una sua collocazione all’interno del corpo umano.

                             Dino Licci- Le baccanti-

Prima di lui le danze primordiali, i canti orfici ritmati da frenetiche musiche, l’entusiasmo che essi scatenavano fino all’ebbrezza estrema, altro non erano se non l’ingresso di un dio (quindi dell’anima) nel corpo dell’umano che sconfiggeva la prudenza e si abbandonava al piacere, all’estasi, alla voluttà. Queste due forze contrastanti e simbiotiche (prudenza ed entusiasmo) accompagnarono sempre l’uomo nella sua evoluzione, ma mentre nell’orfismo il “demone” entrava in lui nei momenti di minore coscienza ( svenimento, stordimento, sonno), con Socrate il concetto si ribalta e l’anima diventa la componente cosciente e prudente della sua essenza e su questo binomio anima - materia si costruirà tutta la successiva metafisica della storia dell’umanità. Sul concetto di anima immortale, di un riscatto ultraterreno ed un giudizio divino con relativa pena o castigo eterno, si baserà l’etica dei popoli ignorando che le norme che ne delineano l’essenza, possono dedursi direttamente dalla natura (giusnaturalismo) e codificate in un “corpus iuris” imposto dal vivere sociale. A questo proposito basti pensare che già intorno al 1770 a.c. Hammurabi, sesto re di Babilonia, aveva formulato il primo codice della storia dell’umanità, scolpendo le leggi sulla famosa stele in diorite oggi conservata al Louvre di Parigi.

Tutti gli animali hanno paura della morte: la fiutano e cercano in ogni modo di sottrarsi ad essa per quella legge di natura che si chiama istinto di conservazione. L’uomo è in grado di prevederla con largo anticipo tanto da meritarsi l’appellativo di “animale che sa di dover morire”. Questa sua capacità predittiva aumenta enormemente la paura dell’aldilà, e invece di accettare tranquillamente il suo misterioso divenire, l’uomo si culla nell’illusione di poter divenire immortale senza neanche chiedersi di quale enorme noia sarebbe ricolma tale eventualità. Io avrei molta più paura di una vita immortale che raggiunge il parossismo proprio nel cattolicesimo, che premia l'uomo buono "condannandolo" all’eterna contemplazione della luce divina. Semmai molto più credibile la visione circolare delle religioni e credenze orientali, che prevedono la purificazione di un’anima che si reincarna infinite volte in forme di vita, le più congeniali ai propri meriti della vita appena trascorsa. Così, col ricatto del castigo eterno, le religioni potenziano il loro potere sia spirituale che temporale, arrivando al paradosso evidentissimo della Chiesa di Roma, che predica la povertà chiaramente espressa dagli insegnamenti di Cristo e vive in un lusso stomachevole per sfarzo e dispendio delle spontanee elargizioni delle anime semplici. C’è un insegnamento della natura che si trascura d’interpretare: l’immortalità delle specie attraverso il continuo rinnovarsi del proprio patrimonio genetico. Ogni pianta produce i suoi semi e, ad ogni generazione, attraverso i meccanismi del “crossing over”, piccole modificazioni cromosomiche produrranno nel tempo delle mutazioni a volta positive altre negative che sono alla base della nostra naturale evoluzione.

Così le piante producono i semi che a loro volta producono piante, così gli animali si accoppiano e si riproducono mescolando i loro caratteri ereditari in un gioco infinito che, a ben pensarci, si potrebbe identificare con l’amore universale. Perché l’uomo, che ha le stesse modalità di rigenerazione dovrebbe accumulare le “anime” di miriadi di persone mentre invece i cavalli, le farfalle, i gabbiani devono sparire per sempre? Come sarebbe più felice l’umanità se si liberasse dall’antropocentrismo che le impedisce di godere della fratellanza con le altre specie, nel rispetto delle quali si può ritrovare un equilibrio ecologico che abbiamo perduto da tempo. Ma l’uomo aspira pure ad un altro tipo d’immortalità: a quella delle sue idee, cosa concessa a pochi eletti nel bene e nel male. Ha bisogno d’inventarsi il concetto di tempo assoluto che la Scienza moderna (la relatività di Einstein) boccia irrimediabilmente.

Noi abbiamo inventato un concetto di tempo congeniale alla nostra esigenza di adattarlo agli accadimenti storici che dobbiamo ordinare cronologicamente ed in questo tempo surrettizio vorremmo guadagnarci la nostra immortalità terrena come è concesso solo ai grandi scienziati o poeti o musici di ogni tempo. Ma dovremmo abituarci a pensare che siamo solo un agglomerato di molecole a loro volta formate da atomi la cui essenza è costituita soprattutto dal vuoto. Dobbiamo capire che, dopo la morte, ci dissolveremo nei nostri costituenti essenziali, che formeranno altri agglomerati molecolari, probabilmente altre forme di vita inimmaginabili nell’immensità dell’Universo che ci sovrasta e impaurisce.

Diceva Epicuro che il bene e il male risiedono nei nostri sensi e quindi, se la morte è privazione dei sensi, con la morte muoiono anche i nostri concetti di bene e male. Questo dovrebbe portarci ad apprezzare di più la caducità della vita e godere dei tanti piccoli doni, dei quali non ci accorgiamo dominati da assurde idee di incontrastato dominio sulla natura.
Come si conciliano quindi queste argomentazioni razionali con l’enorme diffusione delle religioni nel mondo? Io credo che l’uomo abbia bisogno d’illusioni per sedare la sua angoscia e la sua inquietudine, e se finora ho difeso appieno le argomentazioni degli atei, ora cercherò di spiegare la mia scelta di agnostico razionalista. Il mio ragionamento è questo: Posto che l’evoluzione ci ha regalato ad un certo punto del nostro percorso, il centro di Broca, che mi consente di dialogare col mio prossimo e poi ha forgiato il pollice opponibile che mi ha permesso di fabbricarmi l’organo accessorio dalla clava al computer, avrebbe senso che questi organi mi fossero stati “elargiti” dalla natura senza che avessero una precisa funzione? Non credo proprio perché ho imparato dagli studi di anatomia umana e comparata che ogni organo, ogni ossicino e ogni cellula hanno una loro precipua funzione. Ora se il mio cervello è dotato di capacità di astrazione e non è ancora capace di dare risposte esaurienti alle sue domande esistenziali, ciò significa che esso è ancora in via di evoluzione e le continue domande che l’uomo razionale si pone, non sono inutili ma stimolano, a mio avviso, le progressive quanto lentissime mutazioni che porteranno la nostra specie a raggiungere capacità cognitive molto superiori a quelle odierne. Ed in questo ragionamento sono in ottima compagnia se è vero che lo stesso Seneca, evoluzionista ante litteram, in “Naturales quaestiones” affermava la stessa cosa. Finché ciò non avverrà, l’uomo, a mio avviso, sarà costretto a vagare nel dubbio, che è sempre una scelta migliore dell’abbracciare una fede priva di qualsiasi riscontro razionale.

Nessuno oggi è in grado infatti di produrre prove sull’esistenza dell’anima o dello stesso Dio ma si può vagamente ipotizzare che ci sia una mente superiore che regola il tutto, un disegno intelligente il cui fine ultimo mi sfugge, ma certamente non identificabile con le teorie teologiche che ci vengono propinate in modo aprioristico e dogmatico. E quando si tenta di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, a parte la prova cosmologica cui ho appena accennato e che è solo un’ipotesi non dimostrabile, le altre possono ritenersi semplici esercizi di retorica come la prova ontologica di Sant’Anselmo che è la meno credibile in assoluto: Egli infatti prima definisce aprioristicamente Dio come l’Essere perfettissimo e quindi aggiunge che, essendo perfettissimo, non può non esistere perché la non esistenza sarebbe un’imperfezione. Così io sarei in grado di dimostrare qualsiasi cosa. E quando si passa a dire che neanche la non esistenza di Dio è dimostrabile, s’incorre in un grande errore concettuale perché compete a chi asserisce qualcosa la sua dimostrazione, non a chi la nega. Si è anche tentato di dimostrare l’esistenza dell’anima basandosi sui sogni che a volte ci fanno incontrare persone defunte. Ma staremmo freschi se dovessimo basarci sui sogni per dimostrare incontrovertibili verità e se dovessimo basarci sui “miracoli” che diminuiscono vertiginosamente man mano che la civiltà dei popoli progredisce. Una vera truffa degna di maghi e fattucchiere. Questa tendenza a manipolare la buona fede di tanti credenti come la liquefazione del sangue di San Gennaro m’indigna profondamente. Ho già espresso le mia perplessità in merito ad una certezza assoluta su qualsiasi Verità, ma sarei propenso a qualsiasi forma di religione che servisse ad aiutare l’umanità. D’altronde lo stesso Voltaire e prima di lui Crizia dicevano che, se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo per sedare le masse ansiose nell’illusione di giustizia e riscatto al dolore.


                                        Dino Licci- Le religioni-


Ma nel corso dei secoli molte religioni e soprattutto il nostro cattolicesimo, hanno perduto di vista il fine ultimo per cui furono inventate. E se esiste una Chiesa pastorale, umile, fattiva, caritatevole, filantropica e liberale, purtroppo c’è e soprattutto in questo periodo, anche una Chiesa superba, sprezzante, boriosa che si riconosce in una curia oligarchica, verticistica, maschilista e plutocratica.
Un domenicano di nome Mattew Fox ha scritto un libro che è diventato un vero best seller in ogni parte del mondo tranne che in Italia. Si chiama “In principio era la gioia” e già il titolo o la prefazione che ne fa il prof. Mancuso, danno un’idea di come, anche all’interno della Chiesa, ci sia ormai gente stanca di veder rovinata la vita della gente comune da un oscurantismo ottuso, che soltanto un grande papa, Giovanni XXIII stava tentando di combattere col Concilio ecumenico vaticano secondo. Ma quelle innovazioni sono state ignorate e si continua con il celibato dei preti, la mortificazione della carne, la pratica dell’esorcismo, la preclusione alla carriera ecclesiastica per le donne, con i danni (pedofilia in primis) che sono sotto gli occhi di tutti per la gloria di una Chiesa che ha fallito il suo intento scadendo nell’esercizio di un potere sempre più temporale e sempre meno spirituale. Per convincersene, basterebbe leggere attentamente la meravigliosa pagina del “Grande inquisitore” tratta dai “Fratelli Karamazov”di Dostoevskij. Queste invece sono le note di un semplice pensatore.






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