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Dino ama tutto ciò che di semplice e bello la Vita può offrire.E' solito contornarsi di animali e piante che allietino i suoi pensieri e stimolino la sua osservazione verso tutti quei fenomeni che la natura,sua maestra di Vita,continuamente gli trasmette condizionando e migliorando il suo inquieto ma sereno divenire...................

venerdì, maggio 23, 2014

Pape Satàn, pape Satàn aleppe"





Silvestro II tra storia e leggenda

Il  verso scritto da Dante Alighieri all'inizio del Canto VII  dell'Inferno, è rimasto per secoli un mistero per i molti studiosi della famosa “Commedia”.
Pronunciato da Pluto, che Dante pone come guardiano del Quarto Cerchio, sembra un’invocazione, un “alto là”  nei riguardi di Dante subito confortato da Virgilio che invita il sommo poeta a non lasciarsi intimorire da tali parole:

 «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia.» 

Ma chi sta veramente invocando il mostro con queste parole  tanto misteriose quanto musicali?
A prima vista sembrerebbe una semplice invocazione a Satana ma quel “Papè” che precede il “Satan” farebbe, a mio avviso piuttosto pensare a quel  Silvestro II, papa intorno all’anno 1000,  che pare avesse stretto un patto col diavolo e fu perciò detto “Papa Satana”. Apprendo, leggendo “La vita segreta dei papi” di Claudio Rendina, che in una lapide posta nella basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, papa Silvestro II, al secolo Gerberto di Aurillac, avesse disposto che, alla sua morte, il suo corpo fosse fatto a pezzi e gettato fuori dalla Chiesa come omaggio a Satana, cui però non avrebbe concesso la sua anima. La lapide  andata poi perduta, sarebbe stata  trascritta  da un erudito viaggiatore tedesco, certo Lorenzo Schrader, ma in effetti la salma  di Silvestro II si troverebbe in un sarcofago a San Giovanni in Laterano laddove un altro papa, Sergio IV, ne avrebbe riscattato la memoria con un epitaffio in latino, che tuttora si può leggere nella dodicesima colonna della navata destra della basilica lateranense.
Ma nonostante l’esaltante difesa di Sergio IV, numerosi sono i cronisti del tempo che  ci descrivono Gerberto come dedito alle arte magiche e a riti diabolici. Così Bennone, vescovo di Osnabruck o Guglielmo di Malbesbury o ancora Raoul de Longschamp,  dalle letture dei quali si evince che il papa satana, pentito, avesse chiesto che gli venissero troncate le mani con le quali aveva sacrificato a Satana e che era in possesso di un Liber Pontificalis che trattava argomenti di negromanzia. Inoltre il nostro si sarebbe costruito un Golem, una figura antropomorfa nella cui testa d’oro avrebbe  imprigionato un demonio che rispondeva con dei movimenti del capo a tutti i suoi quesiti. Con l’aiuto di questa  creatura satanica, Gerberto sarebbe diventato un grande scienziato e un grande inventore, Certo è che  egli fu capace di creare strumenti ottici, astronomici, musicali d’indubbio ingegno e  persino un organo ad acqua e una meravigliosa clessidra.  Ma fu in campo matematico che la sua mente vivace dette il meglio di sé proprio come un grande scienziato, non essendo noi convinti che fosse tale per intercessione diabolica, ma al contrario per una predisposizione genetica come avviene in tanti umani che calcano nei secoli il suolo del pianeta azzurro. E certamente quei libri demoniaci di cui si dice fossero stregati, gli avevano invece regalato una certa conoscenza dei fenomeni naturali ed astronomici se, tra lo spavento generale nell’attesa dell’anno mille che stava per scoccare e che  avrebbe dovuto generare la fine del mondo, papa Silvestro II, con tranquillità che fu definita diabolica, invitava alla calma assicurando che non ci sarebbero stati terremoti, maremoti, inondazioni paventate dalla gente che vedeva le madonne piangere in tutte le edicole sparse per la città. Si disse che Egli, proprio con l’aiuto del diavolo fosse riuscito a salvare il mondo da tante calamità. E la sua fama di mago fu potenziata da tale favorevole evento.
Curiosa la sua morte come ci viene raccontata da Guglielmo di Malbesbury:

Ossessionato dalla paura della morte, sottopose il Golem a frequenti domande sull’argomento che più gli stava a cuore. Il Golem rispondeva scuotendo la testa ogni volta che gli indicava un posto dove sarebbe potuto morire, ma assentì quando gli chiese se sarebbe morto prima di cantare messa a Gerusalemme. Così decise di non metter mai più piede in terra santa. Fatale errore essersi dimenticato che  a Roma esiste una basilica detta Gerusalemme, quella appunto posta accanto al Laterano dove cominciò a star male prima di celebrare una messa. Ne scaturì una morte scomposta col papa che urlava che il suo corpo fosse fatto a pezzi a espiazione dei suoi tanti peccati perpetrati con l’aiuto del demonio, che egli credeva si fossi impossessato di sé. Pax animae suae!

sabato, maggio 17, 2014

La sublimazione dell’arte

 


Platone e Aristotele

E l’uomo va, cosciente dei suoi limiti, oppresso dai dubbi, aperto alla speranza, votato alla ricerca, alla preghiera, all’angoscia, egli pur va e non conosce la meta !!!
Migliaia di anni di studio e verifica,  innumerevoli scoperte, la fantastica evoluzione del pensiero, non sono serviti ad aumentare le sue capacità cognitive di base, pur essendo aumentate enormemente le sue conoscenze scientifiche.
Platone che cerca nel mondo delle Idee quel quid che Aristotele individua nel “primo motore”, non sono molto dissimili dalle idee dell’uomo moderno,  che neppur oggi  possiede elementi certi per risolvere l’annoso enigma.
Lo sguardo rivolto al cielo del grande ateniese quasi a chiedere illuminazione e conforto ad un misterioso demiurgo o la mente rivolta a terra del biologo stagirita quasi a cercare qui, con le proprie forze, una plausibile spiegazione di un viaggio misterioso, non sono altro che la proiezione  pittorica  delle nostre angosce  nel mondo di ieri  come nel mondo di oggi, laddove Scienza e Fede inutilmente dialogano o si scontrano quasi a significare l’impossibilità della Conoscenza, l’incapacità di definire l’Indefinibile.
Noi potremo ancora progredire enormemente, la sofisticata tecnologia di cui oggi disponiamo ci avvicinerà tanto al momento primo, da poter “vedere”, senza possibilità di contestazioni, perfino il Big Bang iniziale, eppure ci sarà sempre qualcosa al di là dell’Universo, sia in senso spaziale che temporale, in una desolante, angosciosa, disperata ricerca di comprensione dell’Idea d’Infinito. E’ questo il punto!! E’ questa l’angoscia! E se da una parte il mistico, con le sue Verità rivelate, cerca di lenire l’affanno proiettando in un futuro non dimostrabile il fine ultimo del suo faticoso cammino, l’ateo dall’altra, con le sue  carenti Verità sperimentali, deve concretizzare in un breve arco di Vita tutte le sue aspirazioni.  Diciamoci la verità, almeno quella con la v minuscola. Noi non siamo in grado di autodefinirci. Noi non siamo in grado di comprendere l’Idea, la Cosa in sé, la nostra vera Essenza e l’angoscia che ci affligge altro non è che la consapevolezza che questa Cosa, che è indefinibile, pure ci deve essere al di là della Conoscenza, senza confini spaziali e temporali,  perché, se non è niente altro che il nulla, è pur sempre il Nulla che la nostra mente contiene come concetto astratto, ma sempre legato all’inquietante certezza dei propri limiti che c’incatenano alla terra, noi, proiettati atavicamente verso il Cielo. L’arte coglie questo anelito, questa aspirazione, l’arte come pittura, l’arte come musica, l’arte come poesia. E’ il grido dell’Uomo, la creatura pensante, l’animale che sa di dover morire, l’uomo  che,  pur consapevole della sua fine, vuole lasciare una traccia o tentare l’immortalità sublimando e forgiando la materia con la malta delle sue idee. Ascoltiamo, per esempio Beethoven.


Nel  suo “inno alla gioia”  c’è la sintesi magistralmente espressa di tutte le angosce dell’uomo come proiezione universale   della sua personale  vita travagliata. Le  sue note sublimi evidenziano la sua capacità di sublimare nella meravigliosa astrazione della musica, tutti quei concetti morali che gli furono inculcati dalle  sue sofferenze fisiche da una parte, dai suoi studi severi dall’altra. Egli crede nell’insegnamento  “attraverso la notte alla luce” e  passa da un amore vero e spassionato per la natura popolata da creature animali e vegetali ( la Pastorale), all’amore universale, al messaggio d’amore e di fraternità della nona sinfonia, stimolandoci ad un abbraccio globale che ci racchiuda tutti, di ogni razza e costume, di ogni credenza o condizione sociale. Noi, uomini semplici, raccogliamo il messaggio  racchiuso nelle opere d’arte pittoriche o musicali, sperando in  una gratifica quanto più possibile proporzionale allo sforzo e all’impegno di tutta una vita. Per Ludwig, forse, il momento della gratifica fu quando, chino sullo spartito, alla fine di un concerto che lo coglieva ormai completamente sordo, fu invitato da un cantante che scendeva dal podio a girarsi verso il pubblico per assistere allo spettacolo più bello della sua vita: un tripudio di fazzoletti bianchi che il popolo viennese sventolava in segno di gioia ed ammirazione verso il musicista apparentemente isolato nella sua sordità, ma che era riuscito a trasmettere come ancora oggi fa, quelle  intense emozioni che fanno dell’animale che è in ognuno di noi, quell’homo sapiens  che s’interroga, si studia, si evolve e si migliora. 

mercoledì, maggio 14, 2014

Una piacevole serata



Ieri sera una bella serata a Poggiardo nel Palazzo della Cultura,
Andrea Tagliapietra  ha dialogato con Marcello Veneziani sul tema “sincerità”.
Ha introdotto e coordinato l’incontro Rosario Tornesello di Nuovo Quotidiano di Puglia. Ma i veri protagonisti della serata sono stati gli allievi del liceo scientifico Leonardo da Vinci che, sotto la supervisione della loro  preside,  Annarita Corrado, hanno dato prova di maturità e preparazione esemplare. Una speranza di rinnovamento in un’Italia  mal rappresentata dall’attuale classe dirigente. Da Nietzsche a Pirandello, da Machiavelli a papa Francesco, dalla Verità dei presocratici alla verità del vivere quotidiano, i ragazzi hanno tenuta desta l’attenzione di un uditorio che non ha lesinato applausi a questa lodevole iniziativa culturale.  


martedì, maggio 13, 2014

Il sospiro della notte





Un ultimo  raggio di luna 
sublima la candida notte.
Tra poco, proprio qui,
su questo lembo di terra d’oriente,
spunterà il primo sole.
Dovrò cercare altri colori
per illuminare il mio quadro!
Eppure questa luce spettrale
ha guidato finora la mia mano
come fossi  sospeso 
 tra sogno e realtà,
quasi volessi elevarmi
al di sopra del tempo
ascoltando in silenzio
il sospiro della notte!



Marisol Podio Femenias  dalla Catalogna
ha voluto tradurre nella sua lingua  la mia breve lirica ed io la ringrazio:
Con vuestro poema traducido al Catalá y con Mi luna, Buenas noches queridos amigos.

La nit blanca
Un últim raig de lluna 

sublima Candida nit. 
En un moment, aquí, 
en aquesta franja de terra a l'Est, 
guanyarà el primer sol. 
Vaig a haver de buscar altres colors 
per alegrar la meva foto! 
No obstant això, aquesta llum fantasmal 
ha guiat la mà fins al moment 
com si estigués suspès 
entre el somni i la realitat, 
gairebé volia elevar 
en el temps 
escoltant en silenci 
el sospir de la nit!

venerdì, maggio 09, 2014

Cos’è il tempo?



In qualche remoto angolo di te,
nella foresta della memoria o
in qualche sperduto angolo dell’Universo,
quel giorno
quell’ora infuocata d’estate!
Immagini sbiadite
fermano l’incanto,
molecole vaganti
modellano  nuove emozioni!
Gioia,
pianto,
dolore!
Che importa ormai?
Vagano nello spazio infinito
e nei meandri contorti
dei tuoi ricordi stanchi.
Si dissolveranno per sempre?
O inseguiranno in eterno
le tue caduche speranze,
le tue  grandi emozioni,
il mio eterno tormento?
Ricordi quel giorno d’Agosto?
Ci colse un  temporale:
ignari della pioggia
ci affacciammo a un ponticello.
Sotto scorreva un rivolo,
un torrentello antico
dove l’acqua ignara
rinnovava se stessa.
Una dopo l’altra
goccioline uguali e sempre  diverse
modellavano sassi levigati dal tempo.
Un giorno dopo l’altro,
scorrono le ore
e, nel gomitolo della memoria,
ammassiamo atomi di vita.
Rimbalzano nei sogni
filamenti sfilacciati e contorti
e si fondono insieme
confondendo il ricordo,
rimescolando tutto !
Sorrisi, pianti, speranze,
rimpianti…
Sassi levigati,
lacrime che  scorrono
ad ingrossare i fiumi,
ma poi?
Il tuo ieri sarà il suo domani.
o viceversa, per sempre

ad inventare il Tempo!

mercoledì, maggio 07, 2014

da:"Lettere a un'amica " di Dino Licci



21 SETTEMBRE  2008

Oggi non mi va di sognare. Non mi va neanche di dedicarmi ai miei studi preferiti, quelli che trascendono i tempi rivestendosi potentemente di Universalità. Gli ultimi accadimenti della mia  vita mi riportano prepotentemente sul concreto, mentre noto  con sgomento,  che le stesse problematiche che affliggono i nostri comportamenti quotidiani, sono le stesse di sempre, se i grandi della terra ci lasciano documentazioni tangibili di tale verità:
 Il 30 luglio 1932  da Gaputh (Potsdam),  Albert  Einstein scrive a Sigmund Freud  una  lunga ed articolata lettera che ha per oggetto la guerra, ricevendone un’ampia ma, in un certo senso, desolante risposta. Il fisico, impressionato dai guai che la società può apportare a se stessa con l’uso di armi sempre più sofisticate, chiede lumi allo psicologo, che lo istruisca sugli istinti che conducono l’uomo all’autodistruzione. La domanda è formulata in modo esaustivo e contiene già  al suo interno, la desolante risposta. Ciononostante i due grandi dialogano, annaspano, si arrovellano, nella ricerca di una soluzione esauriente, di una speranza di pace  che liberi l’uomo da questo flagello, ma che  mi par di capire, alla luce di un’attenta lettura dei loro scritti e  un’accorta analisi storiografica del percorso umano,  sia  espressione fondamentale della natura stessa  di tutta l’umanità. Eros e Thanatos, la pulsione della vita e la pulsione della morte in un gioco infinito, in un alternarsi senza fine  di scontri, compromessi, sottomissioni, trattati, conferenze, dibattiti, firme, propositi che poi sfociano inevitabilmente, sconsolatamente, nell’eterno conflitto che regola le  sorti dell’umanità, della vita stessa  in tutta la sua complessa varietà. Guardiamoci intorno. Riguadagniamo per un attimo la nostra più intima essenza.
Passiamoci le dita sulle radici dei canini, tocchiamoci il coccige con quel brandello di coda, guardiamo i nostri occhi puntati in avanti come quelli di tutti gli altri animali predatori. E’ quella che  chiamiamo ferocia che ci consente di sopravvivere, è lo scontro, la crudeltà mista e condita dalla “pietas”, dall’amore, dalla compassione, dalla  misericordia.  Fuori dagli schemi classici, fuori da ogni vuota retorica, non siamo noi che aggrediamo  ogni giorno, fin dal primo respiro, i diritti degli altri, uomini, piante, animali, assoggettandoli ai nostri voleri, alle nostra esigenze? Salvo poi a dirci pacifisti, a innalzare inutili vessilli arcobaleno che gridano una  verità scontata ma senza riscontro pratico, senza nessuna possibilità di soluzione. Ci hanno provato in molti ma la verità è una sola come fece dire Platone a Trasimaco nel primo libro della “Repubblica”. La verità è del più forte.   Quando l’uomo era vestito da scimmia, lottava contro i suoi simili brandendo improvvisati bastoni, i primi strumenti  che la funzione del dito opponibile gli consentiva ormai di costruire, cominciando  una corsa verso il dominio assoluto ed incontrastato della terra. La forza dell’idea si sostituiva alla forza bruta, ma senza abbandonare il primitivo disegno del “dominare per non essere dominati”. Gli studiosi di etologia, gli esperti di evoluzionismo, gli specialisti della vita,  sanno che la comparsa dell’uomo è relativamente recentissima nella storia del pianeta, recente e dirompente,  perché porta con sé distruzione e morte ma anche qualcosa di molto più allarmante: la coscienza di sé, la coscienza di dover morire e il dolore insito in questa scoperta. Così nascono le religioni, nascono dal desiderio d’immortalità, dal rifiuto  che tutto finisca col cessare del respiro. Antiche credenze, dalla reincarnazione al giudizio universale, dalla trasmigrazione delle anime,  alla loro punizione eterna. E nascono i nuovi potenti, ai capo tribù si sostituiscono gli stregoni, ai guaritori i sacerdoti. I gestori delle anime, i tutori della vita eterna diventano i nuovi capi, le religioni i nuovi eserciti. E partoriscono le crociate, le lunghe guerre di religione, le conversioni forzate, l’assoggettamento al proprio credo, le lotte intestine  tra cattolici ed ortodossi,  tra Sciiti e Sunniti,  tra laici e credenti. Ci provano in molti a trovare un sistema, uno schema universale che sancisca il vivere civile, che obblighi l’umanità a rigide regole di comportamento sociale……


martedì, maggio 06, 2014

Il ragno e i filosofi




Alcune religioni orientali dimostrano un tale rispetto per gli animali che i suoi adepti sono forniti di fazzoletti con cui si coprono la bocca ad impedire l’involontaria ingestione di qualche piccolo essere. Così il GIAINISMO  che conta alcuni milioni di fedeli i quali  vedono in Mahavira (il grande eroe), il loro fondatore, mentre disconoscono i Veda ed il Brahmanesimo. La loro dottrina si basa essenzialmente sul rispetto totale per qualsiasi essere vivente, persino del più piccolo insetto. Sono perciò vegetariani e filtrano persino l’acqua per non rischiare di ammazzare microrganismi in essa presenti. L'idea che gli animali  siano anch'essi soggetti di diritti, sembra non aver neppure sfiorato la mente degli occidentali, della loro filosofia e delle loro religioni. Eppure noi abbiamo un cervello che, sino all’ipotalamo, è abbastanza simile a quello degli altri mammiferi, tanto è vero che si chiama mammaliano. Insomma gli animali superiori mancano della corteccia, cioè della capacità d’astrazione e dell’uso della parola e del pollice opponibile ma,  per il resto, sono abbastanza simili a noi. Significa che condividono con noi i sentimenti come l’amore, l’odio, la gelosia, il piacere,la paura. Ma anche gli animali cosiddetti  inferiori  soffrono e temono la morte. Anzi un grande filosofo come Nietzsche considera la vita come una lotta per l’esistenza che riguarda tutti gli esseri viventi interpretando in modo globale la teoria ormai accettata da tutti i biologi del mondo di Charles Darwin. Dalle amebe ai lombrichi, dai pesci agli anfibi, dagli uccelli ai mammiferi, c’è nell’Universo intero, un ordine straordinario che predilige non il più forte ma il più adattabile all’ambiente in cui vive. Avrebbero dovuto spiegarlo a Hitler, che interpretò  a suo modo la teoria nietzschiana  del superuomo!
 Ancora oggi  le sofferenze che vengono  inflitte agli animali dagli esseri umani, sembrano   cosa ovvia e perfettamente naturale, e trovano consenzienti anche molti filosofi quali, con l’eccezione, forse,  di Montaigne, esclusero gli animali e i loro diritti dalla sfera dell’etica. 

Io non sono contrario alla vivisezione per scopi scientifici  quando la si attui correttamente e cioè anestetizzando totalmente l’animale, ma solo oggi sembriamo accorgerci dei diritti dei nostri fratelli  “minori”  Un esempio  d’insensibilità nei loro confronti lo trovo sfogliando internet e incappando nella "favola dei suoni" di Galilei che, ne “Il Saggiatore”,descrive la vivisezione di una cicala compiuta certo  a scopo scientifico, ma senza che le sofferenze inflitte all'animale vengano prese minimamente in considerazione .

Ed  anche in tempi recentissimi sia la religione che la Scienza sembrano infischiarsene dei dolori perfino  dei loro simili se è vero, com’è vero, che lo psichiatra Cerletti, nella prima metà del Novecento, sperimentò la pratica dell'elettroshock dapprima sugli animali condotti al macello, indi sui detenuti delle patrie galere.
Tornando agli animali, ci accorgiamo che la filosofia moderna, pur ignorando, nella maggior parte dei casi, un’esclusione di essi  dalla sfera dell’etica, pure pone le basi, con Leibniz per esempio, per un rispetto totale verso tutti gli esseri viventi.
Egli, nel secolo diciassettesimo contrastava in pieno con le teorie di Cartesio e Spinoza che ritenevano gli animali privi di anima con tutte le limitazioni che io personalmente assegno  alla parola “anima”. Ma, al tempo, era una discriminante essenziale.
In verità Montaigne aveva osteggiato esaurientemente  e caparbiamente il  maltrattamento degli animali ma Cartesio, che pure conosceva le obiezioni di Montaigne, liquidò superficialmente  considerandola priva di interesse.  Molto più attento ai problemi etici, Spinoza ne trattò più diffusamente ma
rinvenendo dei ragni, amava  farli combattere tra loro, oppure, rinvenendo delle mosche, le gettava nella ragnatela e osservava la battaglia con immenso piacere, a volte ridendo».

Egli considerava  un male la compassione in  quanto essa  è un sentimento non idoneo a guidare le azioni umane, mentre solo la ragione può essere deputata a tale scopo.In secondo luogo la compassione comporta dolore, mentre  è compito di ciascuno  di noi ricercare il proprio piacere. Insomma come  le nozioni razionalistiche di Cartesio (il suo  “cogito ergo sum”) sono la   consapevolezza  di identità personale, così la valutazione  dell’empatia, e più in generale del sentimento, è, per Spinoza,  prerogativa unica degli umani. La posizione di Leibniz era invece diversa. Egli criticava la dicotomia espressa  nelle dottrine di Cartesio e Spinoza, tra  mente e materia, tra “res cogitans e res extensa” tra razionalismo ed empirismo. Egli sottolineava invece la continuità tra l'intelletto e l’esperienza empirica dei nostri sensi,  tra la vita cosciente e quella inconscia, individuando  negli animali una forma di vita diversa solo nel grado da quella dell'uomo. E, tenne sempre  fede ai propri principi:

“ Leibniz non uccideva le mosche, per quanto moleste potessero essergli, perché gli sembrava un delitto distruggere un meccanismo tanto ingegnoso».

 Come riferisce Kant, che con la “critica della  ragion pura”, avrebbe sanato le tesi discordanti dei razionalisti e degli empiristi,

 “Leibniz, servendosi di un foglio, riportava sull'albero un piccolo verme, su cui aveva compiuto le sue osservazioni, affinché per sua colpa non gliene venisse alcun danno. Distruggere questa piccola creatura senza ragione, non avrebbe potuto  non turbare un uomo”.

 Oggi la moderna etologia classifica in modo chiaro la differenza tra animali generalisti, dotati cioè di una mente pensante (gatto, cane, polpo) e animali specializzati a reagire a uno stimolo sempre nello stesso modo (la cozza che chiude le valve senza dover ragionare). Ma, al di fuori di ogni considerazione anatomica, il rispetto verso ogni forma di vita dovrebbe essere presente in ognuno di noi tale è la perfezione che esiste in ogni essere , animale o pianta  che popoli il nostro bel pianeta.
A coronamento di questo mio breve scritto buttato giù in fretta, voglio riproporvi una mia vecchia poesia che  immagina un ragno pensante,un progetto gettato proprio come l’uomo nell’immensità dell’Universo:

IL RAGNO


T’aspetto, dolce aurora, alla finestra,
scruto tra i rami un segno, quel bagliore
che mi ridesti dalla notte mesta,
che fughi la tristezza dal mio cuore.

Finora m’ha tenuto compagnia
un ragno ballerino che tesseva
lesto leggiera tela e levitava
e al suono dei miei ansiti danzava.

Un soffio un po’ più forte, un movimento
e lui si ferma immobile a scrutare.
Sembra si chieda che cos’abbia in testa,
dove lo porti questo lento andare.

Che vuoi pensare ragno ballerino
con quel cervello tanto limitato?
Lo stesso errore l’ho già fatto io,
Sommerso come te nel gran Creato.

Torna a danzare sulla lieve tela
ch’è trappola di mosche e di zanzare
ma che l’incanto della notte mesta
ha trasformato in pista  per ballare!






mercoledì, aprile 30, 2014

La prima lettera

Immagine tratta da internet


Il mio saggio "Lettera a un'amica" si compone di diverse lettere che io ho davvero indirizzato a un'amica eccezionale,la scrittrice romana Leila Mascano Tadino. Ecco come cominciava la prima :
1° Agosto 2008
Cara Leila,
 sono le 4,30 del mattino e proprio oggi compio 65 anni. E’ così silenziosa la mia casa a quest’ora! E  io ne approfitto per godermi un  po’ di musica. Sto ascoltando “Arabesque” di Debussy. Ascoltare Debussy è come immergersi nella natura e lasciarsi cullare dal vento o sentire  stormire le fronde  rugiadose  all’ombra di una quercia posta ai bordi  di un  limpido ruscello. Mi son svegliato presto come ogni mattina: non è ancora l’alba e neanche il frenetico risveglio   degli uccelli  mi fa compagnia. Mi godo questa  musica sublime, lontano dal mondo, lontano da tutto, cullato da queste dolci  note che mi piovono addosso come una pioggia benefica, come uno scroscio di salutare  energia.   “Energia” è  una  parola magica, la parola che mi porta a viaggiare nel tempo, a tuffarmi a capofitto nei miei    profondi pensieri, cercando di rispondere alla domanda suprema  che da anni,  da decenni,  mi sconvolge la mente: Ho il diritto di dirmi cristiano, musulmano, induista, senza passare al vaglio della mia ragione, tradizioni, credenze, superstizioni, leggende?  E ho  il diritto di essere ateo dopo aver dedicato invano  la mia  vita alla ricerca di Dio?

Questa musica mi trascina, mi sconvolge, mi commuove. L’uomo con i suoi occhi puntati in avanti, con le radici dei suoi canini   saldamente  affossate nei suoi profondi  alveoli, l’uomo, l’animale predatore per eccellenza, questo stesso uomo  che lotta, aggredisce e stermina i suoi nemici, è  capace di volare nel sublime, capace d’innalzarsi sulle vette più alte dell’astrazione,  traducendo  in musica il suo tormento, le sue aspirazioni, le sue paure ! L’uomo  e l’energia che lo compone, che lo sovrasta e lo struttura, caricando di mistero questo  suo  imperscrutabile viaggio, un viaggio che compie dibattendosi tra mille dilemmi, formulando ipotesi, avanzando opinioni e sperimentando teorie sulle sue origini, sul suo misterioso, tormentoso divenire.
Ed ecco la musica che ascoltavo quella notte ormai lontana: 

http://youtu.be/28Qi4jLtigc

martedì, aprile 29, 2014

AMORE E FOLLIA


                                      Il nascondino (immagine tratta da internet)


Rovistando tra le mie vecchie carte ho trovato questo scritto. Non ricordo da dove l’ho tratto né e quando e con chi ne abbia parlato. Ma mi sembra interessante e ve lo propongo per riderci su o forse meditare:
Il gioco è bello e conosciuto da  tutti. E’ anche nostalgico perché ci riporta all’infanzia. E’ anche veritiero perché ognuno di noi può essere uno. due, tre o tutti i personaggi della favola.
Una favola  bella che  si può usare per esprimere un’opinione, per generare una discussione, per cominciare un iter dialettico che possa portare riflessione o gaiezza.

Il gioco si chiama “nascondino” che tutti conosciamo e  che, prima o poi  tutti i  bambini hanno praticato   tranne la PAURA e la PIGRIZIA . Si comincia a giocare.  E mentre  la FOLLIA comincia a contare, la FRETTA si nasconde per prima senza pensarci due volte e la TIMIDEZZA nascosta fra i cespugli, non osa guardare  mentre la CURIOSITA’ cerca di scoprire  quali nascondigli abbiano scelto gli altri. La GIOIA corre di qua  e di là  ridendo e saltellando. La  TRISTEZZA piange  perché non trova un posto adatto e più piange  e più le lacrime le impediscono di cercare. Poi c’è TRIONFO che sceglie di occultarsi sotto un grande masso e subito l’INVIDIA gli corre dietro e si nasconde dietro di lui. La DISPERAZIONE  urla perché  la FOLLIA sta ultimando il conteggio  e lei ancora non ha scelto il nascondiglio. Ma la prima ad essere trovata è la CURIOSITA’ che ancora si aggira  spiando dappertutto e poi, uno per volta, vengono  scoperti la GIOIA, la PIGRIZIA, la TIMIDEZZA

Ma l’AMORE, dov’è l’AMORE? La FOLLIA lo cerca dappertutto ma senza trovarlo. Lo cerca nel letto di un fiume, in cima ad una montagna, nel profondo degli oceani…Alfine lo cerca in un mucchio di rovi e mentre rovista col suo bastone spinoso, involontariamente lo acceca e, presa dallo sconforto  e dal rimorso, si offre di accompagnarlo per sempre.

Ecco perché   oggi non esiste amore senza un po’ di follia.


Fin qui la bella favola che ha dimenticato di citare la SUPERBIA, la PERMALOSITA’, la GELOSIA, la FRENESIA   e tanti altri difetti e tante qualità che albergano in maggiore o minore misura in ognuno di noi. Forse, continuando a giocare, ognuno di noi scoprirà i difetti degli altri e forse anche i propri e la favola avrà una sua morale e una sua finalità. Dino

Porto Badisco






   

Dino Licci.-Badisco-acrilico su tela 50 x 70

lunedì, aprile 14, 2014

La tragedia di Euripide: .l'Alcesti





« Il tempo ti consolerà: non è più niente chi muore »

Con queste alate parole, Alcesti, la moglie devota resa immortale dal genio di Euripide, saluta il marito, cui si sacrifica per donargli la vita. In effetti  sarà salvata da Ercole come vedremo, ma il gesto resta ad esempio di una grande virtù muliebre.
Ma andiamo per gradi seguendo dall’inizio la trama della famosa tragedia che, sull’esempio di Eschilo,  si compone di :
un Prologo che da inizio alla rappresentazione;
un Parodo che introduce il coro,
gli Episodi, la parte dialogante degli attori;
gli Stasimi, che servono a separare i tanti episodi.
Il prologo ci racconta che, quando Zeus uccise Asclepio, figlio di Apollo, come punizione per aver egli osato resuscitare i morti con il suo talento medico,  Apollo per vendetta massacrò i ciclopi, che avevano forgiato i fulmini di Zeus e per questo  fu condannato dagli altri dei ad una pena particolare: sarebbe dovuto diventare per nove anni il servitore di un umano e scelsero come suo temporaneo “padrone” Admeto, re di  Fere in Tessaglia e figlio del re Fere, da cui la città prese il nome. Admeto era noto per la sua  ospitalità e per il suo senso di giustizia, sulla quale io nutro dei forti dubbi esaminando come si svolsero i fatti raccontati da Euripide.
Apollo, divenuto dunque il pastore  e lo stalliere di Admeto, venne così colpito dalla sua generosità che lo  premiò  rendendo gemellari tutti i parti delle sue mucche. Quando poi Admeto chiese a Pelia, re di Iolco, la mano della figlia Alcesti, la protagonista della tragedia, si sentì rispondere che avrebbe potuto sposarla solo se fosse riuscito ad imbrigliare in una biga  un cinghiale ed un leone. Cosa impossibile per un umano! Ma Apollo intervenne ancora una volta rendendo possibile l’impresa. Admeto così riuscì a sposare Alcesti e qui la storia sarebbe potuta terminare,  ma la fantasia degli antichi greci non aveva confine e il politeismo del tempo consentiva agli umani di interagire con gli dei, che di essi condividevano le passioni: l’amore, la gelosia, la vendetta. Così la storia continua, anzi, come vedremo, la tragedia vera e propria deve ancora cominciare. Accanto ad Admeto c’è sempre Apollo che vigila sulla sua sorte come quando persuase la sorella Artemide a perdonarlo per una grave mancanza. Durante il matrimonio il re si era infatti dimenticato di “sacrificare” ad Artemide  e la dea si vendicò facendogli trovare la casa e il letto nuziale invaso dai serpenti. Solo per l’intercessione di Apollo, Artemide si convinse ad annullare  il sortilegio.
Ma l'aiuto più grande che Apollo diede ad Admeto fu di persuadere le Moire a rimandare il giorno della sua morte. Le Moire erano  infatti  la personificazione del destino ineluttabile dell’uomo e il loro compito era tessere il filo del fato di ogni individuo, svolgendolo  ed infine recidendolo segnandone la morte. Apollo fece ubriacare le Moire, e queste accettarono il rinvio della fine di  Admeto se questi fosse stato in grado di trovare qualcuno che morisse al suo posto. Admeto credette inizialmente che uno dei suoi anziani genitori sarebbe stato lieto di prendere il posto del figlio, ma così non fu. Quando questi non si mostrarono disponibili, fu sua moglie Alcesti a scegliere di morire al suo posto.
Così, quando giunge Thanatos (la personificazione della morte), Apollo avendo tentato  inutilmente di evitare la triste fine della donna, si allontana dalla scena, lasciando la casa immersa in un silenzio angoscioso.
Si apre così il Parodo e con l'ingresso del coro  dei cittadini di Fere, comincia  la tragedia vera e propria: mentre i coreuti piangono per la sorte della regina, una serva esce dal palazzo per annunciare  che Alcesti è ormai pronta a morire. La regina in preda  alla commozione per la sorte della sua famiglia, appare direttamente sulla scena per pronunciare le sue ultime parole: saluta la luce del sole, compiange se stessa, accusa i suoceri, che egoisticamente non hanno voluto sacrificarsi, e consola il marito.
Nel frattempo arriva sulla scena Eracle, intento in una delle dodici fatiche, per chiedere ospitalità. Admeto lo accoglie con la solita gentilezza ma,  non riuscendo a dissimulare  la propria afflizione, finisce per  spiegargliene il motivo. Racconta all'eroe che è morta una donna che viveva nella casa, ma non gli dice che era sua moglie per   non metterlo a disagio. Intanto sopraggiunge Fere, il  padre di Admeto, portando in dono una veste funebre. Il re lo respinge contrariato, accusandolo di essere il colpevole della morte della moglie, ma si sente accusare (giustamente secondo me) di essere solo un codardo.
 A questo punto il Coro esce di scena  concludendo la sezione più propriamente "tragica" dell'opera. I successivi Episodi ci mostrano  un servo che si lamenta del comportamento di Eracle, il quale, ignorando  la situazione, si è perfino ubriacato, ma quando lo schiavo decide di rivelare a Eracle la verità e cioè che  la donna morta, in realtà, è la moglie di Admeto, l'eroe, fortemente scosso e pentito del suo comportamento, decide  di scendere  nell'Ade per riportarla in vita. Dopo il terzo Stasimo, contenente un elogio di Admeto e Alcesti, Eracle ritorna con una donna velata, fingendo di averla "vinta" a dei giochi pubblici. Admeto, inizialmente, ha quasi orrore a toccarla ignorandone l’identità, e acconsente a guardarla solo per compiacere il suo ospite. Tolto il velo, si scopre che la donna è Alcesti, ora restituita all'affetto dei suoi cari. Eracle spiega che però non le è consentito parlare per tre giorni, il tempo necessario per essere "sconsacrata" agli inferi. Con questa limitazione  che mette in luce  il carattere solenne e religioso del ritorno dalla morte e tale da non consentire  un immediato nuovo contatto tra mondi lontani, finisce la tragedia di Euripide ed interpretarne  il messaggio assiologico non è cosa semplice. Forse ha voluto sottolineare  il sacrificio di una donna, un fatto nuovo per quei tempi in cui erano considerati eroi solo gli uomini che morivano in battaglia o forse avrà voluto esaltare il ruolo   femminile nel suo significato più altamente morale: la madre che dona la vita e, come tale,capace di sacrificare se stessa per il bene della comunità. Certo è che il mondo dell’antichità ci affascina ancora pur nella complessità della trama delle sue opere, che nulla hanno da invidiare ai libretti dei nostri attuali melodrammi.



venerdì, aprile 04, 2014

Nudo di donna

Dino Licci.Nudo di donna-acrilico su tela 50x70

Epicuro

Dino Licci-Epicuro
-acrilico su vecchia tegola

Aristotele

Dino Licci-Aristotele- acrilico su vecchia tegola

Platone

Dino Licci-Platone-
-acrilico su vecchia tegola

Socrate

Dino Licci-Socrate
-acrilico su vecchia tegola

Democrito

Dino Licci-Democrito
-acrilico su vecchia tegola

Parmenide

Dino Licci-Parmenide
-acrilico su vecchia tegola

Eraclito

Dino Licci-Eraclito-acrilico su vecchia tegola

Pitagora

Dino Licci-Pitagora-acrilico su vecchia tegola


Talete

Dino Licci:Talete acrilico su vecchia tegola

domenica, marzo 30, 2014

Ganesh,il dio dalla testa d'elefante

                                                Dino Licci-Ganesh, acrilico su vecchia tegola

Si conoscono diverse leggende intorno alla nascita del dio Ganesh. Una di queste vorrebbe che la dea Parvati, moglie del dio Shiva, il distruttore dell’Universo che accanto a  Brahma, il creatore e Vishnu, il conservatore, fa parte della Trimurti,una delle massime divinità indiane, stufa di passare intere giornate da sola perché il divino marito  era sempre in giro per il mondo, decise di fabbricarsi  un figlio che le tenesse compagnia e insieme  facesse la guardia allontanando gli sconosciuti mentre lei faceva il bagno. Un giorno Shiva  decise di rientrare in casa prima del previsto e il figlio della dea, scambiandolo per uno sconosciuto, tentò d’impedirgli di entrare. Shiva, giustamente infuriatosi per l’affronto,  gli tagliò di colpo la testa col suo tridente.
Parvati, saputo della morte del figlio, si arrabbiò molto con il marito  che  promise di porre rimedio al suo gesto: avrebbe infatti  staccato la testa al primo essere vivente che fosse passato lì vicino e l’avrebbe messa sul collo del figlio.
Il caso volle che da lì passasse un elefante e Shiva prontamente staccò la testa del pachiderma e la mise sul collo del figlio di Parvati, ridandogli la vita. Nacque così Ganesh!
Questa è una delle varie leggende sulla nascita di Ganesh, ma, dietro ogni leggenda si nasconde un ben preciso significato assiologico.  Ganesh è la rappresentazione  di un’energia presente in ognuno di noi, pronta a manifestarsi nel momento del bisogno. E’ un aspetto dell’Assoluto che si manifesta come forza positiva in ogni uomo afflitto dalle avversità della vita.
La testa di elefante simboleggia la memoria cosmica; simboleggia anche la forza dell’elefante nel rimuovere gli ostacoli.
Le Sue grandi orecchie simboleggiano la capacità di distinguere la verità dalla menzogna.
Il tridente  disegnato sulla fronte, simboleggia  il fallo eretto simbolo di fecondità e le tre punte rappresentano i tre aspetti della manifestazione: Creazione, Preservazione, Dissolvimento e quindi le divinità ad essi abbinate nella Trimurti: Brahma, Vishnu, Shiva. Come ogni altra divinità indiana, possiede quattro mani  che reggono un’ accetta e un cappio con i quali taglia o tiene insieme i legami dell’ignoranza, ma anche  un fiore di loto che simboleggia la Purezza e un piatto con i dolci Ladu  che simboleggiano la conoscenza da cui deriva la liberazione.
La  proboscide regge un recipiente colmo di miele,  il nettare della conoscenza.
Il grande ventre del dio poi,  conterrebbe  l’universo intero!.

Ai piedi di Ganesha c’è sempre un topolino, o Mushaka, che  simboleggia l’astuzia e la fertilità.
 Insomma, prima di riderci sopra, dovremmo conoscere gli usi e costumi di un’altra civiltà, scoprendo così che il simpatico dio non è solo una fantasiosa leggenda , ma anche il simbolo di una morale, di un'etica cui sottendono le azioni degli umani, esseri dotati di capacità d'astrazione, che vede il trascendente nascondersi nella vita di tutti i giorni.

Filosofi greci


                                   Dino Licci-I filosofi greci-acrilico su vecchie tegole-

lunedì, marzo 24, 2014

Marmellate e confetture



Ad uso e consumo di mia moglie Elena, cuoca sopraffina.

Come conservare i cibi
Lo sapevate che l’acqua è un fattore di crescita importante  per la vita  dei batteri? La conservazione di molte sostanze alimentari si basa infatti sulla sua eliminazione parziale o  totale.
L’uso di sale (a secco o in salamoia), zucchero o alcool, determina negli alimenti una  sottrazione di acqua traducendosi  così in una azione conservante. Infatti  il sale e lo zucchero si legano all’acqua presente rendendola inutilizzabile per i microrganismi.
Per conservare gli alimenti è inoltre possibile impiegare acidificanti come l’aceto che, abbassando il pH, impediscono la moltiplicazione dei batteri. Anche la fermentazione lattica e quella acetica  aumentano  l’acidità di un alimento creando un ambiente sfavorevole  allo sviluppo dei microrganismi patogeni. E’ utile anche ricordare  che i batteri sono  mesofili, prediligendo  una temperatura che va dai 25 ai 40 gradi. Per questo congelare un alimento lo preserva dalla decomposizione ma interrompere la catena del freddo (scongelare e poi ricongelare un alimento),  è pericoloso perché i batteri riportati ad una temperatura ottimale dopo il congelamento, moltiplicano la loro velocità di crescita.
Sempre riguardo la conservazione di cibi, sarà utile ricordare che è la presenza dello zucchero ad impedire la decomposizione delle marmellate o confetture.
Qual è la differenza tra le due?

La marmellata contiene una percentuale di agrumi ( arance, mandarini, pompelmi) paro al 20%.

La confettura si realizza invece con qualsiasi altro tipo di frutta in  percentuale variabile tra il 35 ed il 45 % .

La gelatina  utilizza invece  solo  il succo della frutta senza la buccia o la polpa.

                                                                                                    Dino


sabato, marzo 22, 2014

Embrioni umani



Ci sono stati  momenti nella storia relativamente recente dell’uomo, che sono delle vere e proprie svolte, delle vere conquiste sociali e culturali ma è raccapricciante dover constatare  che tali eventi debbano essere collocati sempre in un contesto di violenza, di scontro, di spargimento di sangue. E non mi riferisco alle guerre fra popoli e nazioni di diversa etnia o diversa estrazione culturale. Io mi riferisco  anche e soprattutto alle guerre intestine, alle guerre di religione, agli scontri sociali, spesso necessari per acquisire uno stile di vita tale da correggere  sperequazioni, abusi, sfruttamenti, speculazioni. Così, anche nell’ambito della Chiesa, la riforma luterana  arrivò a correggere il malcostume ed i privilegi di alcuni papi  rinascimentali che sperperavano nel lusso le risorse che le grandi potenze europee loro elargivano, ma fu anche una ribellione dell’uomo schiavo, ignorante ed analfabeta contro chi gestiva la cultura dall’alto di una ristretta cerchia di iniziati. Fu anche un anelito di libertà da parte dell’uomo che voleva finalmente dialogare con Dio senza intermediari che lo derubassero  del libero arbitrio, della libera interpretazione delle leggi del mondo. E che dire del momento più alto di questa ascesi, quando il sangue della ghigliottina colorò di rosso le strade francesi percorse da un anelito di eguaglianza, fraternità,  libertà  che avrebbero finalmente trasformato, pur fra le efferatezze che la rivolta comportò, il suddito in cittadino, lo schiavo in uomo libero? Eppure eguaglianza e libertà non sempre vanno d’accordo. A parte le utopiche visioni del mondo teorizzate dalla notte dei tempi come la città stato di Platone, la Città di Dio di Agostino, l’Utopia di Tommaso Moro, la Città del Sole di Campanella o il Capitale di Marx, un liberismo pragmatico, per quanto attinga   all’illuminismo di Voltaire, Montesquieu, Diderot, D’Alembert o al liberalismo filosofico di Locke, comporterà sempre un momento di crisi  quando la meritocrazia e la crescita individuale sfoceranno  immancabilmente in una sperequazione economica e sociale. Ma la democrazia, laddove sia attuata correttamente attraverso un dibattito parlamentare, dovrebbe essere l’espressione vera del volere di tutto il  popolo attraverso i suoi rappresentanti,  e quindi  anche di tutte le classi sociali che lo costituiscono. E dovrebbe riuscire a sanare, con oculati interventi legislativi, quelle ingiustizie  che un liberismo sfrenato comporterebbe, pur lasciando spazio al libero mercato ed alla libera concorrenza. Certo non è cosa facile  coniugare i due assiomi “ad ognuno secondo i propri meriti” con “a ciascuno secondo i propri bisogni” ma trovare un’intersezione tra queste due “verità”, dovrebbe essere lo scopo  precipuo di ogni statista degno di questo nome. Quando si legifera però, oltre ad imbattersi in problemi di natura economica,   spesso s’incappa in  questioni  etiche che devono tener conto anche delle opinioni della Chiesa, del cui alto valore morale nessuno dubita quando lo si interpreti dall’alto del messaggio evangelico e non dal suo discutibile dominio temporale. In democrazia ogni opinione deve essere vagliata, soppesata, interpretata alla luce delle moderne conoscenze scientifiche se non si vuole regredire ai tempi medioevali laddove il dogma, l’assioma, l’atto di fede, bocciavano il libero pensiero come nel caso dei Vanini, dei Campanella, dei Bruno, dei Galilei.

Alla luce di questa necessaria e breve e certamente non esaustiva premessa io, biologo, mi permetto, se non di esprimere un’opinione, almeno di riassumere l’iter evolutivo di un embrione affinché  si faccia chiarezza su quanto la televisione, spesso attraverso giornalisti male informati, ci propina:

L’embrione nasce da un atto d’amore. L’incontro dello spermatozoo con la cellula uovo avviene solitamente nella tuba uterina. Qui una grande quantità di spermatozoi corre verso l’uovo in una gara affascinate che li vede proprio competere in velocità  per raggiungere l’ambita preda. Quando il primo  di essi riesce ad entrare nell’ovulo scatta una specie di saracinesca, quella che si chiama membrana di fecondazione che impedisce a tutti gli altri  contendenti di entrare. Infatti tutti gli altri (e sono milioni) ci sbattono il muso e sono destinati a morire. Già in questo stadio, cioè di uovo appena fecondato, il processo  vitale è avviato e, in condizioni fisiologiche, se questo viaggio affascinante non incontrerà ostacoli, esso   andrà avanti fino al parto, attraverso una ricapitolazione ed un susseguirsi  di tante forme vitali che paiono ricostruire in vivo tutta la storia evolutiva dell’Umanità.
Ci vorranno una trentina di ore perché questa cellula diventi zigote, cioè una cellula dove si siano coniugati i caratteri ereditari  del padre e della madre, i cromosomi, 23 di origine paterna,23 di origine materna. Tutte le nostre cellule infatti, tranne quelle sessuali ridotte per meiosi , posseggono, nel loro corredo,46 cromosomi.
Lo zigote  comincia così  a moltiplicarsi con una  prima mitosi (divisione cellulare in due metà, ognuna delle quali   ricostruirà esattamente la parte mancante), alla quale seguiranno altre divisioni fino a dar luogo a una  morula, cioè una piccola sfera formata da tante cellule derivate dal primo zigote  e tutte totipotenti cioè indifferenziate. Solo ora, solo a questo stadio questo micro organismo guadagnerà l’utero dove vagherà  libero per altri tre giorni fino a trasformarsi in blastocisti. Ma se vagasse nell’utero senza cibo morirebbe per cui le sue cellule cominceranno ad andare verso diverse direzioni: una parte darà luogo al futuro “corpo” dell’embrione, l’altra parte formerà il trofoblasto, una struttura cioè capace di fissarsi alla pareti dell’utero, all’endometrio (la parte mucoide dell’interno dell’utero) dando  luogo ai villi coriali ed alla placenta, a quelle strutture cioè capaci di fornirgli cibo, ossigeno, anticorpi e tutto ciò che ancora non possiede ma che la madre gentilmente gli elargisce  e che si evolveranno nel  cordone ombelicale. Vi risparmio il resto, che naturalmente è materia specialistica ma vorrei rimarcare come l’embrione non sia vita autonoma ma dipenda da condizioni esterne a lui, prima tra tutte il contatto con la madre.
 L’embrione si chiamerà così fin verso il terzo mese di vita intraurterina quando assurgerà alla dignità di feto e tale resterà finché non emetterà il primo vagito.

E’ chiaro  che io sono un evoluzionista come quasi tutti i biologi del mondo e tutti i ricercatori, credo cioè in Darwin, nelle sue leggi, nelle sue considerazioni. Io non ho nessun dubbio che l’uomo derivi  da progenitori comuni ai primati ed indietro nei tempi attraverso i secoli, da mammiferi inferiori e  quindi dai rettili e poi a ritroso dagli anfibi, dai pesci e cosi via ancora  indietro fino agli esseri unicellulari (4 miliardi di anni fa). Ora c’è una legge in biologia, la legge di Haechel, dal biologo che la formulò per primo e che è diventata un celebre aforisma e che recita così: “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”che significa, in parole povere, che durante tutto il suo sviluppo della vita intrauterina, l’uomo ripercorre tutte le tappe della sua evoluzione, della sua filogenesi . Insomma prima è un essere unicellulare come abbiamo visto (lo zigote), per diventare simile ad un celenterato ci vorranno 3-4 settimane, per somigliare ad un’ascidia 7-9 settimane, per somigliare ad un anfibio 4 mesi (filogeneticamente 340 milioni d’anni fa).Per somigliare ad un rettile come eravamo nel permiano(270 milioni di anni fa )dovrà avere 5 mesi dal concepimento e per sviluppare l’omeotermia, l’olfatto, la pressione palmare, somigliare cioè ad un mammifero, dovrà aspettare 7 mesi del concepimento(filogeneticamente 230 milioni di anni fa) e così via.
Come vedete la materia è complessa e si complica ancora di più per chi crede nell’anima perché si dovrebbe decidere qual è il momento dell’immissione dell’anima nell’uomo, dovendosi a priori escludere, io penso, che sia per metà di origine paterna e per metà di origine materna. Naturalmente quest’ultimo è un problema che riguarda i credenti ma, anche in questo caso, le autorità religiose dovranno pronunziarsi sul momento magico che trasforma l’animale in uomo.
 Un accenno a questo problema  c’è nell’enciclica “Humani generis”  del 1950 ma, al contrario delle discipline scientifiche, l’interpretazione dei testi giuridici e teleologici non è sempre un esercizio facile. E poi c’è il mondo laico, ci sono gli atei, ci sono gli agnostici, ci sono i fedeli di altri credo alcuni vicinissimi, altri lontanissimi dall’etica che ci deriva, volenti o meno, dal nostro bagaglio culturale, dall’imprinting che comunque abbiamo subito in età adolescenziale, dalle nostre letture, dalle nostre amicizie, dalle nostre scuole. Se l’uomo è la creatura che è, totalmente diversa da tutti gli altri esseri viventi, egli lo deve, da un punto di vista biologico, alla comparsa della corteccia che porta con sé il linguaggio, la capacità d’astrazione, l’auto -osservazione, la corsa verso l’autodeterminazione.
 Ma l’errore enorme che si fa nel soppesare la vita umana è la credenza, inficiata dalle teorie creazionistiche, che la corteccia (l’anima, il nous, lo spirito), siano comparse all’improvviso, con un atto divino o comunque improvviso ed esterno a noi. Invece l’uomo, come tutti gli  altri esseri viventi, è evoluzione, dinamismo, trasformazione.  In questo preciso momento, mentre noi stiamo dialogando sulla definizione di embrione, dentro di noi c’è quel quid inesplicabile che ci sta trasformando.


 Le radici dei nostri canini, generazione dopo generazione, affonderanno sempre di meno nei nostri alveoli, le nostre unghie somiglieranno sempre di meno agli artigli  dei nostri progenitori, il nostro coccige annullerà gradualmente i suoi residui di coda, la nostra scatola cranica  aumenterà la sua cavità per contenere sempre maggiore materia cerebrale.
Ma nessuno di noi se ne accorgerà se tenterà di osservare questi cambiamenti filogenetici  misurandoli in secoli  laddove occorrono milioni di anni, così come, nella nostra ontogenesi, nessuno si accorge d’invecchiare se si guarda allo specchio giorno dopo giorno laddove occorrono anni   per notare delle differenze apprezzabili. Ed allora come si può pensare di equiparare un embrione, la cui sopravvivenza è legata a numerosi fattori a lui estranei, ad un uomo, senza peccare di presunzione ? Certo noi viviamo la nostra esistenza trasportati dai nostri innati bisogni di razionalità ed esoterismo, di illuminismo e romanticismo, di positivismo e spiritualismo. Ma  nella stesura di una legge che riguarda essenzialmente l’embriologia umana ed anche l’embriologia comparata non possiamo ignorare il parere della Scienza. E la Scienza, bisogna ricordarlo, è per sua  natura  falsificabile e  cioè pronta a modificare le proprie leggi in parallelo all’evoluzione del pensiero. Noi uomini, esseri imperfetti, forse dobbiamo aspettare, come ipotizzava già Seneca, che le nostre strutture celebrali ci consentano di spiegarci domani quelle manifestazioni fenomeniche che, appartenendo alla metafisica, hanno tutto il sapore del noumeno kantiano e sono per loro natura inspiegabili. Nella filosofia del vecchio  precettore è racchiusa, a mio avviso, tutta la verità  del nostro dilemma. Nessuno, alla luce delle nostre  capacità odierne, può definire vita umana  la vita dell’embrione e nessuno può asserire il contrario. Chi lo fa si assuma la responsabilità di riportarci alle guerre  di religione, agli scontri ideologici che basano la loro sicurezza sugli assiomi, sui dogmi, sulle verità precostituite invece che sulla corretta, asettica, razionale osservazione del fenomeno nei limiti che i nostri recettori attualmente c’impongono. 

Dino Licci